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Tema n.11:

Vivere con tre oboli e morire con due (per Caronte)
La moneta nelle commedie di Aristofane

 

(continua)
Soprattutto, le grandi quantità di denaro si accompagnano alle denunce di malaffare contro i governanti, di cui il principale bersaglio è il demagogo Cleone, variamente accusato (o anche calunniato) per essersi fatto corrompere da Mitilene con più di quaranta mine (Cavalieri 835), per essere stato costretto a risputare cinque talenti (Acarnesi 6, che forse si riferisce a una scena di una perduta commedia), per aver incamerato dieci talenti dal bottino di Potidea (Cavalieri 438), o un talento da Mileto (Cavalieri 932s.). Ma, in generale, i politici rubano: «loro estorcono cinquanta talenti per volta alle città alleate, con minacce e intimidazioni» (Vespe 669s.); «guarda Iperbolo, il mercante di lucerne: lui si è preso un bel po' di talenti con le sue azionacce» (Uccelli 1065s.); «le donne sono meglio degli uomini. Credete che una donna rubi cinquanta talenti dal pubblico tesoro e poi se ne vada sull'Acropoli in carrozza?» (Tesmoforiazuse 810ss.), «rimescolano sempre qualche pastetta, così Pisandro trova il modo di rubare, e anche quelli che vanno al potere» (Lisistrata 489-491).

Del resto, semplificando, è Aristofane a dire che la ricchezza ce l'hanno i delinquenti, mentre le persone per bene fanno la fame (in Pluto 502ss., 751ss., 804ss.), e i ricchi sono insaziabili: «se un individuo entra in possesso di tredici talenti, ne vuole sedici; quando ne ha sedici, ne vuole quaranta, altrimenti, dice, non vale la pena di vivere» (Pluto 194 – 7).

Se tre oboli bastavano (a stento) per vivere, anche per morire occorreva procurarsi moneta, e non solo per il funerale. Nelle Rane, il dio del teatro Dioniso vuole scendere nell’Ade da vivo (essendo, in verità, immortale), per riportare sulla terra il suo adorato Euripide, da poco defunto, e chiede consigli sul viaggio al fratellastro Eracle, che ne ha già fatto esperienza per una sua fatica culminata nel ratto del cane Cerbero (vv. 136-142). L’eroe lo avverte: «È una traversata lunghissima: arriverai subito a una palude immensa e senza fondo… ti porterà dall’altra parte un vecchio marinaio con una barchetta piccola così. Prende un pedaggio di due oboli»; al che Dioniso commenta «Quanto potere hanno i due oboli, dappertutto! E come ci sono arrivati, anche lì?». La risposta: «Ce li ha portati Teseo», naturalmente, appartiene all’ambito burlesco-mitologico che i due personaggi condividono, alludendo all’empia impresa tentata dall’eroe Teseo, che era sceso agli Inferi con il suo amico Piritoo, re dei Lapiti, per aiutarlo a rapire la regina dei morti, Persefone. Teseo, il leggendario decimo re dell’Attica, dovette, a rigore, essere premonetale[16], ma la costruzione fantastica che gli Ateniesi elaborarono delle loro gloriose origini gli attribuisce, in effetti, anche l’invenzione della moneta, come si vede nella Vita di Teseo di Plutarco, cap. 25: «batté anche moneta facendovi incidere un bue, o a causa del toro di Maratona o di Tauro il generale di Minosse, o per incoraggiare i cittadini all’agricoltura»[17].

Il personaggio di Caronte è noto alla poesia greca almeno dalla fine del VI secolo a.C., la data più bassa che si può assegnare ad un frammento della Miniade, un poema perduto dove era trattata, fra l’altro, proprio l’avventura di Teseo e Piritoo, i quali «non trovarono là all’ormeggio il traghetto dei morti, che guidava il vecchio nocchiero Caronte»[18]. Nelle Eumenidi di Eschilo (458 a.C.) si parla della sua funerea imbarcazione, e lui, ormai definitivamente qualificato come vecchio, riappare nell’Alcesti di Euripide (438 a.C.), e nella Lisistrata di Aristofane (411 a.C.). Tuttavia questa, delle Rane, è la prima attestazione letteraria del pagamento di un pedaggio per il nocchiero infernale, ed è anche cronologicamente isolata, oltre che anomala. Evidentemente, il brano di Aristofane sarebbe privo di senso se la pratica dell’obolo non fosse già, se non proprio diffusa, almeno nota. Però, mentre si cominciano a trovare monetine nelle tombe in varie zone della Grecia a partire dalla fine del V sec. (Corinto, Olinto; e poi in Magna Grecia e Sicilia), ad Atene non se ne sono trovate prima dell’età ellenistica avanzata[19]: una delle tante evenienze paradossali del mondo antico, che di qua lascia emergere indizi e di là li nasconde.

Dunque Dioniso dà effettivamente a Caronte due oboli (v. 270). Altrove, ma molto dopo le Rane, il pedaggio è sempre di un solo obolo[20] (apparentemente adeguato al costo di un traghetto), tanto da passare in proverbio come ‘obolo di Caronte’, che designa anche la tradizione, rimasta viva fino al XIX secolo in certe aree della Grecia, di mettere una monetina in bocca al defunto[21]. Dunque i due oboli non si spiegano, se non forse con un’allusione scherzosa (ma certo oggi poco perspicua) al theoricon, il compenso per il pubblico del teatro di cui s’è detto prima, oppure alla lievitazione dei costi dell’ultimo anno di guerra. Di fatto, per quell’ultimo viaggio, secondo Aristofane, c’era da accantonare il vitto per due persone.

In un mondo diverso, dove non si dà più spazio alla vita reale e alla satira, la commedia ribalta la frequenza relativa delle monete, che, non solo per effetto di inflazione, si avviano a cifre esoticamente iperboliche, oggetto di desiderio, o corrispettivo di costosi amori mercenari: Plauto nomina 139 volte la mina, 30 il talento, 7 la dracma, 6 il triobolo[22]. Il triobolo, invece, manca quasi del tutto in quel che resta della produzione menandrea, certo alle spalle anche di Plauto, perché ormai insufficiente, alla fine del IV secolo, alle necessità primarie: infatti l'unica attestazione, in un passo mutilo dei Sicioni (v. 180), deve probabilmente essere intesa nel significato di somma di poco valore[23], come parrebbero confermare i vv. 140s. dell’Arbitrato: «due oboli al giorno, quanto bastava una volta a chi aveva fame per una tisana». E invece in Menandro abbondano dracme, mine, e anche talenti, conquistati come bottino in improbabili imprese belliche (seicento stateri d’oro, equivalenti a due talenti, nello Scudo), ma per lo più assegnati in dote alle tante fanciulle da maritare (due talenti nello Scudo e nell’Odiato, tre nella Tosata e nello Scontroso, quattro nell’Arbitrato, dieci nel fr. 296, 11 K.-A.), o calcolati come sostanza (parecchi talenti) di un buon partito, prescelto dal dio Pan come premio alla devozione di una pia giovinetta (Scontroso 39-41): la connessione che vi appare più stretta è quella fra patrimonio e matrimonio.

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Note:


[16] Secondo la cronologia ateniese registrata dal Marmor Parium, una iscrizione della metà del III sec. a.C., Teseo aveva riunito nel sinecismo le 12 città dell’Attica nel 1259 a.C.,
http://www.ashmolean.museum/ash/faqs/q004/q004009.html

[17] Su cui si veda C. Ampolo, in Plutarco. Le Vite di Teseo e di Romolo, a c. di C. A.-M. Manfredini, Fondazione Valla, Milano, Arnoldo Mondadori, 1988, p. 239: «la notizia è un semplice anacronismo basato sulla conoscenza di monete ateniesi arcaiche che recavano la testa di un bue […] e sulla presenza nei poemi omerici del bue come misura del valore».

[18] Il nocchiero infernale è un soggetto abbastanza diffuso anche nella ceramografia attica del V sec., cfr. E. Mugione, La raffigurazione di Caronte in età greca, in La Parola del Passato L (1995), pp. 357-375; C. Sourvinou-Inwood, voce Charon, in Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, III/1, Zürich, Artemis Verlag, 1986.

[19] Cfr. R. Cantilena, Un obolo per Caronte?, in “La Parola del Passato” L (1995), pp. 165-177: l’articolo funge da Introduzione ad una serie di saggi che costituiscono gli Atti del Congresso «Caronte – un obolo per l’aldilà» (Salerno, 20-22 febbraio 1995), e propone anche la questione se tutte le monete rinvenute nelle tombe si debbano interpretare come pedaggio per Caronte, e non piuttosto come simbolo della ricchezza del defunto, o come omaggio al defunto medesimo.

[20] Cfr. Callimaco, Hekale fr. 278 Pf.; Luciano, Sui funerali 10. Antifane di Macedonia (Antologia Palatina XI 168), e Lucillo (Antologia Palatina XI 171) beffeggiano due avari, che lasciano tutti i loro averi agli eredi e portano con sé soltanto l’obolo per Caronte.

[21] Cfr. J.C. Lawson, Modern Greek folklore and ancient Greek religion: a study in survivals, New York, University Books, 1964, pp. 98–117.

[22] L’argomento è molto complesso e studiato, cfr. per esempio E. Sergi, Patrimonio e scambi commerciali: metafore e teatro in Plauto, Messina, Sfameni, 1997.

[23] Cfr. A.M. Belardinelli, Menandro. Sicioni, Bari, Adriatica, 1994, pp. 161s.

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