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Indice

Tema n.11:

Vivere con tre oboli e morire con due (per Caronte)
La moneta nelle commedie di Aristofane

 

Il denaro, insieme con il sesso e il cibo, è materiale comico per eccellenza: e più ancora lo è il desiderio di esso, per scarsità o privazione assoluta, così come la fame e l’astinenza. Nelle 11 commedie superstiti di Aristofane, composte fra il 425 e il 388 a.C., il tema è infatti assai sviluppato[1], al punto da costituire titolo e argomento dell’ultima, Pluto (il dio della ricchezza), che diventerà in epoca bizantina la più famosa e più spesso copiata, perché, fra le tante passioni degli antichi, quella del denaro non ha mai perduto d’interesse, malgrado riflessioni moralistiche di allora e delle epoche successive. Tuttavia non intendo qui occuparmi della ricchezza, ma soltanto della moneta, che, introdotta in Atene verso la fine del VI sec. a.C.[2], al tempo di Aristofane era ormai giunta ad assolvervi il suo pieno valore di mezzo di scambio e strumento di pagamento. Lo sfruttamento delle miniere d’argento del Laurion, a sudest di Atene, a partire dal 510, e ancor più dal 485 a.C., aveva consentito di mettere in circolazione una grande quantità di monete[3], che nel V secolo divennero, per decreto, l’unica valuta ammessa nell’ambito della Lega delio-attica, guidata da Atene. Il sistema ponderale attico, in argento, è così composto:

  • 1 talento (calcolabile in 26,196 kg) = 60 mine
  • 1 mina = 100 dracme
  • 1 dracma = 6 oboli
  • 1 dracma = 6 oboli
  • 1 obolo = 8 chalcous: questa è l’unica monetina di rame, ed ebbe vita effimera, come si desume dalla sua prima attestazione, nelle Ecclesiazuse del 392 a.C. (vv. 815ss., infra).



Figura 1. Atena
Atena Naturalmente, talenti e mine, dato il loro peso, non furono mai coniati; dracme e oboli, con i loro multipli didrammi e tetradrammi, trioboli e dioboli[4], recavano sul recto la testa della dea della polis, Atena, e sul verso il suo animale totem, la civetta, con foglie d’alloro e l’iscrizione Athe(naion), sicché con “civette” si indicavano normalmente le monete di Atene[5].

Gli Uccelli del Coro della omonima commedia, infatti, promettono ai giudici del Festival del 414 a.C. una fruttuosa coabitazione con le loro colleghe: «vogliamo dire qualcosa ai giudici a proposito della vittoria: se scelgono noi, daremo a tutti loro tanti doni quanti non ne prese nemmeno Paride per il suo giudizio. Prima di tutto, quello che ogni giudice desidera di più: le civette del Laurio non vi lasceranno mai, si installeranno in casa vostra, vi faranno il nido nella borsa e ci faranno schiudere gli spiccioli» (vv. 1101–1108).


Figura 2. Athe(naion)
Athe(naion) Tutto aveva ormai un corrispettivo in denaro contante[6], anche a causa della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), che costrinse a più riprese la popolazione delle campagne a inurbarsi, impedendo la produzione diretta dei beni di prima necessità, come lamenta il contadino Diceopoli, il protagonista degli Acarnesi (425 a.C.), rifugiato in città a causa delle scorrerie degli Spartani: «amo la pace, odio la città, mi manca il mio villaggio, che mai mi ha detto “compra il carbone”, né l’aceto, né l’olio, e non sapeva cosa vuol dire comprare, ma da solo produceva tutto e non c’era bisogno di comprare» (vv. 32-36). E non appena sarà riuscito a stipulare una pace separata (sono le imprese paradossali degli eroi comici), ritornerà felicemente all’economia del baratto, scambiando le porcelline/figliolette del Megarese con una treccia d’agli e una misura di sale (vv. 812-815).



Il rimpianto degli usi del passato, nella commedia di Aristofane, è strutturale, ma nel caso della ormai irreversibile dipendenza dalla moneta si accompagna a qualche lamentela non priva di fondamento. Nella fantastica utopia degli Uccelli (del 414 a.C.), si vagheggia la vita beata degli uccelli dell’aria, che, nutrendosi di sesamo, mirto, papaveri e menta, possono fare a meno del borsellino: «e così – dice l’ateniese Pisetero, pronto a fondare una città nel cielo – hai già liberato la vita da un mucchio di falsificazioni!» (vv. 157s.). Molti anni dopo, nelle Ecclesiazuse del 392, due uomini rievocano gli errori commessi dalle assemblee popolari del recente passato, prima che s’impadronissero del potere le donne, le quali, travestite con gli abiti dei mariti, hanno deliberato e messo in atto il passaggio dei poteri (e ormai, secondo uno dei due interlocutori, «sarebbero persino capaci di pisciargli in faccia»); per esempio quando si votò l’emissione di monete di rame, che furono poco dopo messe fuori corso, come ricorda Cremete: «Mi hanno portato sfortuna, quelle monete. Avevo venduto l’uva, me ne tornavo con la bocca piena di soldi. Poi sono andato al mercato a comprare farina. Poi, non appena ho teso il sacco, l’araldo grida: “non si accettano più le monete di rame: da oggi, solo l’argento vale!”» (Eccl. 815ss.). Allo stesso evento si riferirà il fr. 3 (dall'Eolosicone, la perduta ultima commedia composta da Aristofane): «gli ultimi due oboli che avevo in bocca mi sono diventati due patacche». Del resto, questo tentativo, così in fretta abortito, era stato una drastica risposta al drammatico problema della mancanza di argento, dopo che l'invasione spartana del 413 aveva interrotto la via di comunicazione dalla città alle miniere del Laurion, e aveva provocato la fuga in massa degli schiavi che vi lavoravano. In un primo tempo, si erano fuse le statue d'oro delle Nikai per ricavarne monete, ma la soluzione si era rivelata insufficiente, perciò, verso il 406, si era provveduto a coniare i cosiddetti suberati, monete ricoperte da una sottile lamina d'argento[7], anch'esse di basso gradimento tra la popolazione, che se ne liberava al più presto, preferendo conservare le monete più antiche, di metallo pregiato. Infatti, nelle Rane del 405 si trova quella che viene di solito considerata la più antica attestazione della cosiddetta 'legge di Gresham'[8]:

Molte volte ci è sembrato che con i cittadini per bene la città faccia come con la moneta antica e con il denaro di adesso. Quella non è adulterata ed è la più bella di tutte le monete, a quanto pare, la sola coniata a regola d'arte e valida comunque, tra Greci e barbari: ma noi non la usiamo, e preferiamo questi pezzi di rame scadente, battuti due o tre giorni fa con lo stampo peggiore.

(vv. 718–26, trad. D. Del Corno)
(continua)

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Note:


[1] Cfr. l’ampia e informata indagine di P. Schirripa, L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane, «Rivista Italiana di Numismatica e Scienze affini», 2008, 109, pp. 105-132.

[2] Per il contesto storico, politico ed economico in cui si situa l'origine della moneta, cfr. D. Musti, L’economia in Grecia, Bari, Laterza, 1981, pp. 70-88.

[3] Cfr. O. Picard, Monnaie et circulation monétaire à l’époque classique, «Pallas», 2007, 74, pp. 113-128.

[4] Ci sono anche alcuni sottomultipli, come l’emiobolo.

[5] Allo stesso modo le monete concorrenti di Egina erano le «tartarughe». Cfr. F. Catalli, Numismatica greca e romana, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2003, pp. 50-55, 135-139.

[6] Inversamente, nel secolo successivo, Aristotele dirà: «chiamiamo beni tutte le cose il cui valore è misurato dalla moneta» (Etica Nicomachea 1119b 26).

[7] Chiara e ancora utile la trattazione di V. Ehrenberg, L’Atene di Aristofane, Firenze, La Nuova Italia, 1957, pp. 311-358. Vi si trova anche una ricca esemplificazione del valore d'acquisto del denaro.

[8] Per cui la moneta cattiva scaccia la buona. Sulla complessa questione, si veda A. Savio, Le tre cosiddette “Leggi di Gresham”, «Rivista Italiana di Numismatica e Scienze affini», 2008, 109, pp. 491-524.

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