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Tema n.10:

L'ecocriticism nell'orizzonte delle «due culture»

The only wisdom we can hope to acquire
Is the wisdom of humility: humility is endless.
T.S. ELIOT, Four Quartets

Accompagnato dall’anima di Virgilio dentro il Limbo, Dante nota il castello luminoso che ospita gli «spiriti magni» separati dal resto degli altri dannati senza peccato, ma privi di battesimo, quale è Virgilio stesso, e domanda alla sua guida quale sia la ragione di tanto onore: «O tu ch’onori scïenzïa e arte,/ questi chi son c’hanno cotanta orranza,/ che dal modo de li altri li diparte?»[1]. Dante pellegrino non sa ancora che il «nobile castello» è dimora abituale anche di Virgilio nell’aldilà, e che il suo «foco» simboleggia la sapienza che vince le tenebre dell’ignoranza. Ma la sua domanda sembra già contenere una risposta nella formula con cui si rivolge al poeta latino: «O tu ch’onori scïenzïa e arte». Tali sono per Dante autore nell’essenza gli spiriti magni: persone che in vita hanno avuto dignità e rispetto nei confronti della scienza e dell’arte. Di entrambe le discipline. Si tratta inoltre di «gente», come risponderà Virgilio, che onorando sia l’una che l’altra ha acquistato fama degna di stima tra i vivi. Questa almeno è l’interpretazione che oggi - alla luce della più o meno reale frattura tra le «due culture» e conseguente perdita di un imperativo etico in entrambe - appare a me più interessante. La cultura medievale (come quella classica) è ancora portatrice di una concezione unitaria della conoscenza e del sapere[2], ed è intimamente votata a finalità edificanti. In particolar modo in Dante, che nel Convivio (I.ix.7-9) attribuisce proprio al «litterato» la funzione sociale di «inducere li uomini a scienza e a vertù».

Il panorama culturale contemporaneo nel quale ci muoviamo è assai diverso da allora, ma appare più e più attraversato dal desiderio o dal progetto di un “ritorno”, se non al Medioevo, ad una dimensione unitaria ed etica della scienza e dell’arte. Con problemi che si presentano in effetti come insormontabili, considerando il continuo mutamento di paradigmi provocato nei secoli dalle rivoluzioni scientifiche, come ad esempio - solo per nominarne una intervenuta dal tempo di Dante - quella copernicana. La disgregazione dei saperi e delle virtù è andata di pari passo con l’aumento e con una sempre maggiore specializzazione dei primi, per cui se ne è perso l’orizzonte complessivo e non è ormai raro osservare che anche studiosi o tecnici di campi di ricerca attigui si trovino nell’incapacità di comunicare tra loro.

L’origine di questa disgregazione è antica, se vogliamo farla risalire alla tassonomia platonica dei saperi, o alla separazione disciplinare tra metafisica e fisica in Aristotele, ma ha il suo antecedente antropologico nella rivoluzione scientifica e in quella industriale e tecnologica. Queste hanno infatti condotto ad una istituzionalizzazione professionale e accademica delle scienze naturali verso la metà dell’Ottocento, che ha rappresentato l’inizio dell’estraniazione tra scienziati e letterati. Per ragioni storiche, trovandosi proprio nel centro della rivoluzione della scienza applicata all’industria, l’accademia anglosassone ha sentito più di altre questo problema, tanto che è stato proprio un suo esponente a definirlo nei termini di una distanza o perfino di un’opposizione tre «due culture» nel mondo contemporaneo, e ad entrare nel vivo della questione affermando senza mezzi termini che i letterati «non si sono mai sforzati, né hanno mai desiderato, o non sono mai stati in grado, di capire la rivoluzione industriale, e ancora meno di accettarla»[3]. Nel celebre discorso tenuto a Cambridge nel 1959, il fisico e romanziere Charles Percy Snow sostiene inoltre che siano gli scienziati ad avere «il futuro nel sangue»[4], e la scienza applicata a far arrivare «salute, cibi e istruzione [...] fin negli strati più poveri» della popolazione[5]. Gli umanisti che si oppongono a tale progresso chiudono colpevolmente gli occhi di fronte al fatto che «la vita, per la stragrande maggioranza dell’umanità, è sempre stata disgustosa, bestiale e breve»[6], al punto di dimostrarsi «disumani, o più esattamente anti-umani»[7].

In questo discorso Snow ripropone in realtà una diatriba già iniziata in Inghilterra nel XVII secolo con Francis Bacon e John Donne, proseguita tra il XVIII e il XIX con Jeremy Bentham e Samuel Taylor Coleridge, e acuitasi poi nel pieno svolgersi della seconda fase della rivoluzione industriale con il poeta e saggista Matthew Arnold e lo scienziato e divulgatore della scienza Thomas Henry Huxley. In The Function of Criticism (1865) Arnold auspica l’affermarsi di una cultura critica in Inghilterra (prendendo a modello la Francia e la Germania) che possa offrire i suoi benefici non solo agli intellettuali, ma anche alla gente comune fornendo gli strumenti per lo sviluppo di una coscienza civile capace di esaminare i problemi sociali, politici, estetici e religiosi con i quali è continuamente portata a confrontarsi. Egli reputa la società vittoriana nella quale vive come una «società malata»[8], e ne vede il rimedio nella divulgazione culturale atta a operare una «critica della vita» in tutti i suoi aspetti[9]. Celebri sono i versi di Dover Beach in cui deplora il progresso materiale della sua epoca, in quanto incapace di soddisfare i desideri più profondi dell’uomo: «for the world, which seems/ To lie before us like a land of dreams,/ So various, so beautiful, so new,/ Hath really neither joy, nor love, nor light,/Nor certitude, nor peace, nor help for pain» («ché il mondo, che appare/ innanzi a noi come una terra dei sogni,/ così vario, così bello, così nuovo,/ non contiene in realtà né gioia, né amore, né luce,/ né certezza, né pace, né rimedio al dolore»)[10]. Sul fronte opposto Huxley in Science and Culture (1880) auspica una sempre maggiore divulgazione scientifica, tacciando come fallimentare il progetto umanistico di una «critica della vita» da parte di chi, vivendo nella moderna società industriale, sia sprovvisto di una conoscenza dei progressi nelle scienze naturali: «Direi che un esercito, sprovvisto di armi di precisione e di una qualche base operativa, possa intentare un campagna sul Reno con maggiori speranze di un uomo che, ignorante dei progressi compiuti dalla scienza fisica nell’ultimo secolo, voglia esercitare una critica della vita»[11]. Huxley sostiene dunque che l’umanista stia perdendo la sua funzione di intellettuale, perché lui stesso e i suoi strumenti sono diventati obsoleti (o “anacronistici” come paventato da Hans Magnus Enzensberger ne Gli Elisir della Scienza del 2002). Il prevalere delle scienze ha fatto sprofondare l’uomo di lettere nelle tenebre dell’ignoranza. Egli non può più esercitare una critica efficace della realtà letteraria, artistica, tecnologica, ambientale, sociale ecc., perché è diventato cieco di fronte ad essa. La polemica di Huxley arriva al punto di mettere i letterati in guardia dal pericolo che la loro estraneità ai progressi delle scienze naturali possa portare le scienze umanistiche a svanire a poco a poco dallo scenario anche scolastico e universitario, essendo il loro contributo alla conoscenza del mondo, ma ancor più al benessere delle persone e al buon funzionamento della vita sociale, da considerare pari a qualcosa di assolutamente trascurabile. Conclude tuttavia con un’apertura verso il riconoscimento della necessità di una formazione generale e completa per i giovani che possa far sviluppare le loro menti in maniera sana: «Una formazione esclusivamente scientifica determinerà una perversione mentale allo stesso modo di una formazione esclusivamente letteraria»[12]. Arnold risponde a sua volta a questo discorso con Literature and Science pubblicato nel 1885. Vi difende in termini squisitamente darwiniani il ruolo guida delle lettere, alle quali, dice, è da sempre riconosciuta una irriducibile funzione etica (oltre che estetica), che afferisce alla sfera del «istinto di auto-conservazione dell’umanità»[13], quindi, come sottotitola Serenella Iovino nel suo Ecologia Letteraria del 2006, la letteratura e la “critica della vita” (questo forse oggi è la cd. “ecocritica”) come «strategia di sopravvivenza».

Difficile dire se nella nostra epoca si stia arrivando ad un reale superamento della frattura tra le due culture. Sorge la domanda se vi sia un interesse genuino e reciproco tra scienziati e letterati, oppure se siano ancora in preda alla mania di guardarsi con sospetto e di misurarsi continuamente tra loro. L’umanista che ignora in buona coscienza la seconda legge della termodinamica, soffre forse di una forma di snobismo e di disimpegno nei confronti degli specialisti della materia, la quale, come scrive Dante, «a risponder […] è sorda»[14], e dunque non si presta ad accogliere i discorsi dello spirito? Oppure, al contrario, ha il timore di non poter raggiungere l’altezza delle sfide con le quali si misurano gli scienziati contemporanei? La cosiddetta «terza cultura» auspicata da Snow nella seconda sezione del testo sulle due culture aggiunta nel 1963 e intitolata The Two Cultures: A Second Look, è stata in parte avviata da scienziati che hanno pubblicato libri di scienza divulgativi. Qualcosa di simile è avvenuto anche in campo umanistico. Dobbiamo tuttavia riconoscere che è molto diffusa oggi in Europa, e in Italia in particolare, una percezione di debolezza e di declino dell’umanesimo «tradizionale», come se esso avesse momentaneamente esaurito la sua forza, o fosse addirittura divenuto, come già ricordato, un anacronismo[15]. Sono gli stessi critici letterari, in realtà, a darcene notizia. In Italia Piero Boitani scrive che «l’Europa della seconda metà del XX secolo non ha prodotto classici di pari statura [a quelli della prima metà] - e neppure critici dall’occhio sovrano come lo stesso Curtius, Auerbach e Spitzer»[16]. In Europa, Hans Magnus Enzensberger ha l’impressione che «i migliori cervelli stiano [...] fra gli scienziati»[17], e George Steiner prevede che le facoltà umanistiche possano diventare «il rifugio asinorum della classe media»[18]. Sono parole degne di riflessione. Anche negli Stati Uniti il timore di una perdita di legittimità scientifica del sapere umanistico è sentito fin dentro le facoltà letterarie più prestigiose. Scrive Lawrence Buell, professore di Letteratura e di Storia della Civiltà Americana alla Harvard University, nella prefazione al suo libro The Future of Environmental Criticism del 2005: «Questo libro è scritto per tutti coloro che hanno il tempo e la volontà di riflettere strenuamente sulle implicazioni dello stato di pericolo e del destino incerto della vita sulla terra per gli studi letterari e culturali - e vice versa»[19].

D’altro canto l’università americana sembra sentire con immutato vigore la propria originaria funzione democratica, così come formulata dal filosofo statunitense Charles Sanders Peirce nel 1891: «un’associazione di uomini [...] sostenuta e privilegiata dallo Stato, affinché il popolo possa ricevere una formazione intellettuale, e i problemi teorici che sorgono nel corso dello sviluppo della civiltà possano essere risolti»[20]. Questa funzione è espressa oggi in campo umanistico dal “fenomeno” dell’ecocriticism, che in America è nato, e che si sta diffondendo rapidamente nel resto del mondo. L’ecocritica rappresenta credo il riaffermarsi di quella “critica della vita” che Arnold auspicava come rimedio alla progressiva perdita di umanità della civiltà industrializzata. Una critica che si riappropria del diritto di svolgere una riflessione unitaria ed “ecologica” (conscia del rapporto di interazione e di interconnessione tra gli organismi che vivono sulla Terra e la Terra stessa) sulla condizione umana, e che si autodefinisce, non a caso, come «nuovo umanesimo»[21]. Non sarebbe stata forse possibile prima che si diffondesse in quasi tutta la popolazione mondiale la chiara percezione dei gravi effetti collaterali delle pratiche della civiltà industriale sulla salute fisica dell’intero pianeta e dei suoi abitanti. Si potrebbe anzi dire che il suo affermarsi rispecchi l’emergere di un nuovo tipo di sensibilità dentro e fuori l’accademia contemporanea, che vuole incidere sull’opinione pubblica e sulla vita democratica.

È evidente che le zone d’ombra che si presentano di fronte ad un simile progetto sono molte, ed è qui il motivo che mi ha spinto a scrivere questo breve saggio. Sono due gli aspetti problematici sui quali vorrei porre l’attenzione. Il primo concerne il presunto carattere interdisciplinare dell’ecocritica. Fino a che punto i “nuovi umanisti” hanno superato quello che è stato loro imputato come una sorta di analfabetismo scientifico? E viceversa, quanti scienziati contemporanei sono interessati ad una riflessione critica sulla condizione dell’uomo basata su un sapere umanistico? È ancora attuale il discorso di Snow quando dice: «Per ora ci comportiamo come persone di mezza cultura, sforzandoci di dare ascolto a messaggi, ovviamente di grande importanza, come se ascoltassimo una lingua straniera della quale ci siano note soltanto poche parole.»[22]? Tutti i saperi richiedono una buona conoscenza di base, e devono inoltre essere continuamente aggiornati. In particolar modo quelli scientifici, dove il nuovo sostituisce spesso il vecchio. Le scienze naturali non offrono oltretutto verità incontrovertibili su tutta la linea, ma sono anzi disseminate da dubbi e divergenze interne che sono ancora lontane dal poter essere considerate superate, se mai lo saranno. L’umanista è davvero in grado di esercitare una critica della vita che non sia continuamente esposta al rischio di risultare obsoleta? Non è mia intenzione squalificare l’ecocritica. Al contrario penso che il suo progetto debba continuare a diffondersi, ma porre tra le sue priorità “propedeutiche” l’alfabetizzazione scientifica degli umanisti e umanistica degli scienziati. Alfabetizzazione che le permetta di creare un ponte che superi l’incomunicabilità e renda a maggior ragione possibile una cosidetta «terza cultura» interdisciplinare (non nel senso in cui è intesa oggi da John Brockman). Il secondo aspetto problematico dell’ecocritica, che è direttamente collegato al primo, sta a mio modo di vedere nei toni troppo spesso apocalittici nei quali tende ad esprimersi nella letteratura specialistica e in quella divulgativa. Se l’ecocritica intende proporsi come nuovo umanesimo, dovrebbe almeno mantenere quell’ideale educativo ed etico che costituisce l’essenza dell’umanesimo tradizionale, e che rappresenta il suo punto di forza specifico. Piuttosto che far assumere all’umanista il ruolo di profeta di disastri ambientali, non sarebbe più appropriato e desiderabile che egli si incarichi di essere il portatore, come suggerì Ernst Bloch, di una pedagogia della speranza? Una critica ecologica della vita dovrebbe mantenere salda l’istanza etica non solo nei confronti delle scienze applicate, ma anche nel proprio modo di porsi nel mondo.

Note:


[1] Dante Alighieri, Inferno, IV 73-75, in La Divina Commedia, a c. di A.M. Chiavacci Leonardi, Milano, Mondadori, 2007.

[2] Cf. Aristotele sulla ‘meraviglia’ in Metafisica, A2, 982b 11-19, a c. di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000.

[3] C.P. Snow, Le due culture, a c. di A. Lanni, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 34-35.

[4] ibidem, p. 25.

[5] ibidem, p. 39.

[6] ibidem, p. 51.

[7] ibidem, p. 87.

[8] M. Arnold, The Function of Criticism, in The Norton Anthology of English Literature, New York – London, W.W. Norton & Company, 1962 (7 ed.), pp. 1514-1528.

[9] ibidem

[10] M. Arnold, Dover Beach, pp. 30-34, in: op. cit., p. 1492.

[11] T.H. Huxley, Science and Culture, in The Norton Anthology of English Literature, New York – London, W.W. Norton & Company, 1962 (7 ed.), pp. 1559-1566.

[12] ibidem

[13] M. Arnold, Literature and Science, in: op. cit., pp. 1545-1558.

[14] Dante Alighieri, Paradiso, I 129, in La Divina Commedia, a c. di A.M. Chiavacci Leonardi, Milano, Mondadori, 2007.

[15] H.M. Enzensberger, Die Elixiere der Wissenschaft, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 2002, p. 5.

[16] P. Boitani, Letteratura europea e Medioevo volgare, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 12-13.

[17] P. Odifreddi, Intervista a Hans Magnus Enzensberger, «L'espresso», 11 giugno 2004 (l’intervista si trova anche sul sito del Politecnico di Torino http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/Interventi/Articoli/EnzensbergerOdifreddi/EnzensbergerOdifreddi.htm)

[18] L. Bentivoglio, Porte aperte agli scienziati, «La Repubblica», 29 settembre 2005, p. 49.

[19] L. Buell, The Future of Environmental Criticism, Malden, MA, 2005, p. vi.

[20] Vd. M.H. Fisch (ed.), Classic American Philosophers, Fordham University Press, 1995 (1951), p. 31.

[21] S. Iovino, Ecologia letteraria: Una strategia di sopravvivenza, Milano, 2006, pp. 67-70.

[22] C.P. Snow, op. cit., p. 105.
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