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Tema n.10:

L’ecologia dei proverbi

L'epoca "sprecona" di oggi è molto sensibile al tema dell'ecologia tanto da promuovere una vera e propria cultura degli avanzi. La definizione letterale del verbo "avanzare" è: sovrabbondare, essere in eccedenza, non consumare completamente (qualcosa). Questo vizio legato ai cattivi stili di vita della modernità si è procrastinato per due secoli di rivoluzione industriale fino ad intaccare in modo serio l'equilibrio dell'entità che avvolge l'uomo: la natura.

Lo sviluppo di un'etica del consumo che ponga un freno all'antropizzazione accelerata delle risorse è divenuta perciò una necessità. La riflessione sulle possibilità e sulle opportunità di recuperare e in qualche modo rimettere in circolo ogni tipo di scarto, inteso come ciò che resta di qualcosa e che non è stato utilizzato, nasce dall'esigenza di ridurre le spese, gli sprechi di risorse e anche i rifiuti.

Ma la stessa logica del recupero degli avanzi "buoni" può essere applicata alla cultura e alla filosofia elementare di un popolo? Sembra bizzarro ma la risposta è sì.

Gli avanzi abbondano in tutti i settori dell'economia, della società, della politica, della filosofia. In quest'ultimo ambito però definire ciò che è "residuo" sembrerebbe, oltre che poco ortodosso, piuttosto complicato. La domanda è: se ci sono, quali sono gli avanzi del pensiero filosofico? Possono avere ancora oggi un ruolo utile alla crescita e alla formazione di una coscienza nuova? è il maestro Aristotele con tutta la sua auctoritas a toglierci dall'impiccio: «I proverbi popolari» afferma «sono gli avanzi dell'antica filosofia, conservatisi fra molte rovine, per la loro brevità ed opportunità». Nella definizione il concetto di "resto" viene presto stravolto. Esso non è più né "qualcosa di troppo", né tantomeno di poco gradito. È ancora "buono" e soprattutto "funzionante". Non merita di essere gettato tra i rifiuti. Anzi deve essere consegnato da padre in figlio come fosse una perla di saggezza rara e preziosa perché utile ad evitare concretamente gli errori e ad uscire abilmente da determinate situazioni.

Come spiega la stessa etimologia della parola (proverbium è un composto di pro-"prima" e -verbum "parola") i motti suggeriscono prima con la parola ciò che chiunque può verificare con l'esperienza. La parola si fa, in sintesi, maestra della situazione quotidiana.

Grazie ai proverbi gli "avanzi" assurgono al ruolo di arte del popolo. Un'arte originale perché l'artista è generalmente sconosciuto (al contrario dell'aforisma[1]). Non di rado proprio un testo firmato può essere all'origine di un proverbio che rielabora una citazione letteraria, ma in genere i diritti d'autore delle poche parole di avvertimento assemblate tra loro sono e rimangono della collettività.

Avanzo o opera d'arte firmata dal gruppo il proverbio contiene ed esprime la cultura di chi lo ha formulato. è depositario della tradizione e del modo di essere di un popolo. Costituisce quindi uno straordinario veicolo di autopresentazione ed è un importante strumento di identità culturale.

Per il nostro Bel Paese in modo particolare i proverbi sono una grande ricchezza. C'è chi, preso da farneticazioni di tipo ideologico, dice che in Italia non esiste una omogeneità di tradizioni, di cultura, di intenti. In poche parole non esiste un popolo italiano. Leggendo le raccolte di proverbi in uso nelle diverse regioni (in Italia l'interesse per i detti della cultura popolare fu promosso nell'Ottocento dalla raccolta[2] del toscano Giuseppe Giusti) emerge tuttavia un aspetto che smentisce queste affermazioni: dalle Alpi alla Sicilia su molte cose gli italiani la pensano allo stesso modo.

Le massime non sono scoperte universali bensì apparenti ovvietà con un contenuto che si adatta a ciascun popolo che, a seconda dei propri costumi e sentimenti, esprime nei proverbi caratteri locali, storici ed etnici. Per conoscere una nazione e i suoi abitanti non c'è niente di meglio che analizzare i loro "luoghi comuni". Sembrerebbe l'unico modo per mettere a nudo le manifestazioni più genuine e vere della vita di tutti i giorni nelle minuzie, negli umori e nei comportamenti più intimi del gruppo.

Per esempio un detto popolare come: «davanti a un campo di grano, un porco e una gallina, bisogna levarsi il cappello» in segno di devozione, racconta meglio di mille parole l'anima contadina dell'Italia. Gli italiani infatti sono riconosciuti da tutti come un popolo innamorato (oltre che della mamma e del calcio) del cibo genuino, della propria terra e particolarmente affezionati agli animali che vivono nella loro fattoria.

Il mondo animale è, a conferma di ciò, spesso ispiratore di massime popolari. Questo vale soprattutto per gli animali utili all'alimentazione umana come il maiale (famoso il proverbio toscano: «del maiale non si butta via niente»), la vacca («la vacca va uccisa quando è grassa») o quelli che rappresentano una importante fonte di reddito per la produzione e la commercializzazione delle materie prime che producono come, tra gli altri, la lana delle pecore e le uova delle galline.

Ci siamo così tuffati con il trampolino della curiosità nel mare pescosissimo dei proverbi contadini italiani alla ricerca di perle rare e preziose che sono poi le testimonianze della tradizione, dei ricordi, delle suggestioni, delle passioni dalla nostra cultura rurale. Proprio in ragione dell'impossibilità di trattare in modo completo un universo così vasto e complesso si è deciso di restringere il campo della ricerca scegliendone solo alcuni, legati da un unico filo conduttore: la presenza dell'uovo e della gallina.

La scelta di trattare una delle coppie più utilizzate dal repertorio paremiologico nasce da due ragioni. In primo luogo entrambi sono baluardi nella società agricola e sono presenti in qualsiasi realtà campestre degna di questo nome, in secondo luogo entrambi si inseriscono perfettamente nel concetto di ecologia di cui ci stiamo occupando. La gallina e le sue uova sono infatti tra gli alimenti più ecologici perché entrambi hanno un impatto molto basso in termini ambientali. L'uovo è addirittura l'ecocibo[3] per eccellenza. Se ci si pensa bene, non si può dare torto a Boccaccio quando dice che le uova altro non sono che «cacherelli della gallina» (Decameron).

Non dimentichiamo poi che l'immagine delle uova che provengono da galline allevate in un pollaio in campagna evoca ambienti bucolici e suggerisce un senso inequivocabile di genuinità e naturalezza arcaica.

Per fronteggiare il nuovo millennio l'istanza di un "ritorno al passato", "ritorno alla natura" è di per sé necessaria oltre che difficile e contraddittoria. Il senso è quello della riscoperta di un modo diverso di riferirsi all'ambiente che è proprio delle civiltà antiche o del mondo contadino e della sensibilità (nostalgia) per una natura incontaminata. Nelle piccole comunità agricole, nelle nostre radici rurali, nelle tradizioni locali ed etniche si cerca un pensiero alternativo rispetto all'urgenza disperata di un progresso a tutti i costi. Tutto questo mentre il mondo si dirige verso uno scenario opposto virtuale ed iper-tecnologico.

Prima di entrare nel merito però è doverosa un'altra precisazione. Apparentemente molto affini in ragione dello stretto legame di parentela che li unisce, nella tradizione la gallina e l'uovo hanno immagini molto distanti tra loro. Il goffo volatile è universalmente identificato come un animale di serie "b" ed è per lo più maltrattato dai motti popolari. C'è chi dice che sia a causa dello sguardo (come suggerisce una canzone di Enzo Iannacci[4]) e chi per le dimensioni della testa (famosa l'espressione «ha un cervello da gallina») la sua reputazione è rimasta per millenni quella di bestia poco intelligente per antonomasia.

Di tutt'altro calibro l'immagine dell'uovo. Nella simbologia e nell'iconologia classica esso è infatti simbolo di perfezione. Ritratto fedele della proporzione aurea delle forme è stato usato nell'arte come modello per le opere architettoniche. Ne è un esempio la venerabile cupola del Brunelleschi a Firenze. È poi considerato dalla religione come simbolo della ciclicità della vita e della resurrezione. Dall'analisi del loro diverso significato simbolico pare quasi che l'uovo e la gallina non condividano un rapporto biologico e simbiotico, non sembra insomma che siano nemmeno parenti. Questo però non vale in senso assoluto.

Nel mondo dei proverbi, nonostante i battibecchi, il leit motiv della coppia uovo-gallina è molto frequente e sul piano figurativo non c'è un componente più nobile dell'altro. Anzi mentre l'uovo perde di prestigio e di "sacralità", la gallina si nobilita come una preziosa risorsa per l'economia domestica delle famiglie contadine. L'animale di bassa corte per eccellenza sforna infatti, per quasi tutti i mesi dell'anno, un utile uovo al giorno e si concede senza difficoltà agli amori lampo del gallo fruttando al padrone la prole utile a ripopolare il pollaio. I motti rurali rappresentano al riguardo una conferma. Si usa infatti dire: «chi l'uovo e a chi la gallina»; proprio per distinguere chi ha pochissimo da chi ha tanto.

Il numero di sentenze italiane, più o meno note, che vede come protagonisti entrambi è ragionevolmente nell'ordine della ventina. Essi possono avere una diversa genesi o un differente campo di applicazione (morale o pratico). Alcuni hanno origini letterarie (nell'ambito delle quali andrebbero distinti quelli recuperati dagli scrittori e quelli da loro creati); altri possono aver preso spunto dall'osservazione della vita quotidiana, altri ancora nascono da semplici evidenze che si sono poi arricchite di significati più complessi.

Entriamo nel dettaglio partendo dai più celebri fino ad arrivare a quelli meno conosciuti; che comunque ci suoneranno famigliari per la loro straordinaria "semplicità". I proverbi infatti esprimono una sentenza nella forma più semplice e chiara qual è quella usata dal popolo in modo che a tutti riesca comodo avvalersene per farsi intendere con poca fatica.

È meglio un uovo oggi che una gallina domani. Nel linguaggio corrente si abusa di questo modo di dire che spesso non viene usato nel suo significato originale.

È preferibile un vantaggio sicuro e immediato, anche se modesto, piuttosto che la prospettiva di un guadagno maggiore, ma incerto. Si tratta, per così dire, di una versione moderna e ruspante dell'oraziano Carpe diem[5], che significa appunto «cogli l'attimo» o «cogli il dì». L'invito è a vivere la vita così come ci si presenta davanti senza cercare di fare troppi progetti per l'avvenire. Il futuro è imprevedibile.

L'origine del motto è tutta letteraria. In un famosissimo passaggio della Locandiera[6] (1751) di Carlo Goldoni il Marchese di Forlipopoli si rivolge così alla giovane donna intraprendente che gestisce la locanda con l'intento di spingerla a prendere marito: «Mirandolina, è meglio un uovo oggi, che una gallina domani. Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini».

L'esortazione è chiara: sfruttare le occasioni, godere del presente senza false speranze nel futuro. Un messaggio fortemente laico perché si fa promotore della spregiudicatezza che, si dice, è necessaria per sopravvivere alle situazioni della vita. In questo aspetto il consiglio è molto lontano dalla logica teologicamente orientata e maniacalmente moralista dei proverbi di matrice cattolica (molti dei quali hanno un'origine biblica diretta, proveniente dal corpo sapienziale del Libro dei Proverbi). Sul tema infatti il pensiero cattolico indicherebbe una strada che va nella direzione contraria, preferendo un clima di attesa e di privazione nel presente confidando nella ricompensa futura di un Dio misericordioso.

Non è un caso quindi che il commediografo veneziano, al quale va il merito di aver reso famoso il detto in questione, sia vissuto nell'illuminismo. Il Settecento è il secolo della ragione e del pragmatismo in contrasto alla logica moralista e bigotta promossa dal cristianesimo conservatore del tempo. È il secolo dell'affermazione trionfante dei diritti dell'uomo che si riassumono in un'unica parola: libertà. Il potere di "scelta" in tutte le sue declinazioni: politica, religiosa, di pensiero, economica permette così di svincolarsi dalle catene dell'oscurantismo. Si forma un nuovo modo di pensare che va sotto il nome di liberalismo e che in termini economici si traduce in liberismo[7]. Con l'inarrestabile progresso, che è durato ben due secoli, si è arrivati poi al sistema consumistico sfrenato dei giorni nostri per il quale, per dirla brutalmente, si consumerebbe sia l'uovo di oggi che la gallina di domani.

È nato prima l'uovo o la gallina? La domanda è antichissima ed è un classico, ma non è per nulla banale. Il quesito pone il dilemma filosofico e scientifico degli inizi, questione che si presenta tutte le volte che c'è una qual si voglia forma di ciclo, ovvero praticamente sempre.

Sono apparse prima le uova o la gallina che le ha deposte? È evidente che ci troviamo di fronte ad un tipico esempio di rompicapo logico che sembra non avere soluzione.

Il «paradosso retorico dell'uovo e della gallina» si basa infatti sull'illogicità o meglio sulla semplice constatazione comune che le galline depongono le uova. Quindi l'uovo non può esistere senza la gallina che l'ha deposto. Dalle stesse uova nascono altre galline, che a loro volta non possono perciò esistere senza presupporre l'uovo. Ripetendo il ragionamento all'infinito, si giunge all'impossibilità di stabilire chi possa aver avuto origine per primo tra l'uno e l'altra, poiché nessuno dei due soggetti può esistere in assenza dell'altro.

Grazie alla straordinaria versatilità d'interpretazione la frase è divenuta proverbiale e comunemente utilizzata per estensione come esempio di ragionamento circolare soprattutto se si vuole enfatizzare l'inutilità o la futilità di un discorso o di una discussione, o in alternativa, l'incapacità di giungere a una conclusione concreta.

Nonostante le origini del proverbio siano molto lontane, l'inesauribile carica di significato lo rende sempre attuale. Già citato dagli antichi filosofi greci Aristotele e Plutarco, è stato formulato per la prima volta e nel modo in cui lo conosciamo oggi da Ambrogio Teodosio Macrobio (filosofo romano del V secolo). Nei Saturnalia[8] prova a darne una sua, seppur personale, motivata risposta:

«"È nato prima l'uovo o la gallina?"... si ritiene, a ragione, che l'uovo sia stato creato per primo dalla natura. Infatti per primo ha origine ciò che è imperfetto[9] e per giunta informe e attraverso qualità e tappe progressive prendono forma le aggiunte (intese come le caratteristiche dell'individuo adulto): dunque la natura cominciò a formare l'uccello da materia informe e produsse l'uovo, nel quale non vi è ancora la specie di animale: da questo a poco a poco ha origine una specie perfetta di uccello in seguito a un progressivo effetto di maturazione»[10]. Considerando quindi che l'uovo, secondo l'autore latino, non è altro che una fase dell'esistenza nella vita di una gallina sembrerebbe pacifico affermare che, sia scientificamente che teologicamente, il paradosso non è nient'altro che una domanda trabocchetto: è nata senz'altro prima la gallina!

Ma, come spesso accade, le cose semplici non sono le più esaustive, per questo il tormentone ha per secoli alimentato le più fantasiose dissertazioni filosofiche e biologiche senza aver, per fortuna, mai avuto una risposta soddisfacente. Questo ha permesso al proverbio di mantenersi vivo e straordinariamente attuale per millenni.

La gallina fa l'uovo e al gallo brucia il sedere. Si passa dalla disputa filosofica intorno all'uovo e alla gallina al bruciore del sedere del gallo. I proverbi sono anche questo. Variano tanto per argomento, per la loro genesi e per la diversa modalità espositiva da lasciare spesso sbalorditi.

La sentenza rustica dal tono colorito qui citata è di derivazione popolare, lo dimostrano le sue infinite declinazioni dialettali: «a iaddina fa l'ovu e o' iaddu cia'abbampa u culu» in siciliano, «a gaddhina faci l'ovu e alu gaddhu 'nci bruscia lu culu» in calabrese, «a gallina fa ll'uovo e ô vallo ll'abbruscia 'o mazzo» in napoletano, per citarne solo alcune.

I motti più simpatici sono in genere quelli in cui ci scappa la parolina pesante. Sia essa usata per esigenza di rima o perché la parte anatomica (o la funzione organica) nominata è proprio quella. Sarebbe sciocco scandalizzarsi per questo, come sarebbe stupido urtarsi, usando un paragone che veste stretto, guardando un nudo del Seicento o coprirsi gli occhi davanti al David di Michelangelo.

Aldilà delle prime apparenze infatti la riflessione che si impone qui è di tipo etico-morale. Tutta incentrata sull'argomento spinoso del lavoro, o meglio ancora, del merito. Accade di frequente che mentre qualcuno lavora e sopporta i pesi e i disagi necessari a portare a termine un'impresa, sia un altro a lamentarsi della fatica che non ha fatto, o finga di avere sulle proprie spalle il fardello dello sforzo e dell'impegno altrui. La locuzione è usata quindi quando si vuole redarguire chi si è preso ingiustamente il riconoscimento di opere di altri, o se si vuole esortare qualcuno a non lamentarsi per fatiche che non ha compiuto in prima persona.

Il nocciolo sapienziale racchiuso in queste poche battute ha un sapore educativo timido e in qualche misura mascherato da un retrogusto di sana ironia. Da una parte c'è il velato tentativo di lotta all'ingiustizia spiccia che governa qualsiasi gruppo e dall'altra la nobile spinta verso una giusta meritocrazia, dall'altra la vena ironica e scherzosa rappresentata dalla parola "sedere", eufemistico sostituto di un volgare vocabolo indicante la parte anatomica.

Gallina che canta (starnazza) ha fatto l'uovo. Per dirla alla partenopea: «Quanno 'a gallina scacateja è ssigno ca à fatto ll'uovo». L'equivalente latino è invece: «excusatio non petita, accusatio manifesta». La cui traduzione letterale è: scusa non richiesta, accusa manifesta.

In estrema sintesi il proverbio sentenzia che quando succede qualcosa il primo che parla a sproposito ne è il responsabile.

Di per sé l'immagine del canto della gallina evoca ambienti genuinamente rurali fatti di gesti e situazioni semplici e vere. «L'ora più bella veniva quando il sole era alto e il mare d'oro, e le galline fatto l'uovo cantavano» ricorda Calvino servendosi della voce del Visconte Dimezzato (1952). Risveglia ricordi bucolici come succede al famoso personaggio pirandelliano Vitangelo Moscarda. In uno dei suoi momenti di riflessione, che via via vanno formando la sconcertante consapevolezza che l'uomo non è Uno e che la realtà non è oggettiva, si lascia andare così: «nel vento che doveva essersi levato fuori, il lamentoso chioccolare d'una gallina che aveva fatto l'uovo, e quel chioccolìo mi richiamò a una mia campagna, dove non ero più stato fin dall'infanzia» (Uno, nessuno, centomila, 1926).

Insieme a sensazioni genuine e sentimenti nostalgici il fatto che la gallina annunci con un canto stonato il suo operato ha ispirato nel corso dei secoli parecchie riflessioni. Il proverbio in sé, ben lontano dall'essere una semplice evidenza empirica, è stato ripreso e rimaneggiato da alcuni autori moderni che lo hanno caricato di nuovi significati. L'ineguagliabile umorista statunitense Mark Twain per il quale «l'umorismo è la nostra salvezza» scrive: «Il frastuono non dimostra niente. Spesso una gallina che ha appena deposto un uovo schiamazza come se avesse deposto un asteroide»[11] (Seguendo l'equatore, 1897). Questa espressione esilarante vuole evidenziare quanto alcune manifestazioni esagerate di per sé non siano commisurate all'evento e alla realtà delle cose. Come cioè spesso le apparenze "rumorose" possano ingannare. L'esperienza dice infatti che "il frastuono" tende ad ingigantire, come una lente di ingrandimento, ciò che ha magari di per sé dimensioni modeste. «Molto fumo e poco arrosto» come si suol dire. L'esagerazione può essere tuttavia dannosa in alcuni casi e positiva in altri. Molto dipende dall'ambito nel quale ci troviamo.

Se qualcuno canta (o meglio urla) significa che ha un qualche interesse a farlo. Si esprime bene al riguardo l'economo statunitense Henry Ford (1863-1947) mettendo in luce una apparente sostanziale differenza tra due volatili: «Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di gallina»[12].

Ecco quindi l'interesse: far conoscere agli altri ciò che si è fatto. È ovvio infatti che se si compie un'azione ma si rimane in silenzio e non ci si preoccupa di comunicarla in modo deciso all'altro, questi difficilmente se ne accorgerà. Da qui l'importanza della comunicazione. Se l'obiettivo poi è quello di creare profitto e alimentare il business di un prodotto raggiungere gli altri con un messaggio è una condizione ancora più indispensabile. Così indispensabile che lo stesso Henry Ford dall'alto del suo indiscutibile successo imprenditoriale[13] precisa: «Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi è come se fermasse l'orologio per risparmiare il tempo» perché «la pubblicità è l'anima del commercio». Chi pubblicizza deve perciò "cantare", o come dice la parola stessa, "rendere pubblico" ciò che fa attraverso i suoni, le immagini, le parole o qualsiasi altra forma di linguaggio e di media.

In tutto questo rumore è inevitabile che acquisti valore anche il suo contrario: il silenzio. Il solo fatto di non pronunciare parole lascia nell'incertezza di cosa pensiamo su un certo argomento. Questo in alcune circostanze può renderci più forti, può nel lungo periodo conferire prestigio. Senza contare che sono molti i casi in cui: «la parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello» come sostiene il letterato siciliano Gesualdo Bufalino ne Il malpensante (1987). Dentro questa frase si concentra un contrasto tipicamente umano. L'uomo è infatti munito di favella, questo è pacifico, ma non è detto che gli convenga sempre farne uso. Da qui il dilemma dell'opportunità parlare-tacere. Argomento che lasciamo in sospeso perché significa imboccare un sentiero che ci porterebbe troppo lontano dal nostro pollaio.

Le uova non hanno nulla da insegnare alla gallina. La vecchiaia può essere considerato uno dei motivi dominanti dell'educazione sapienziale dei proverbi. La semplice constatazione che gli anziani non hanno niente da imparare assume un significato più ampio. Diventa quasi una raccomandazione rivolta ai giovani. I motti di questo genere possono quindi essere recepiti non solo come una sorta di filosofia, ma anche come un'etica (ossia come esposizione di un ordine morale vincolante per la famiglia rurale).

Con questo grido di superiorità degli avi si ribadisce con forza il potere della saggezza arcaica del vecchio (tema molto caro al mondo contadino), che è irrimediabilmente più esperto del giovane.

La gallina anziana di fronte all'esuberanza della giovane potrebbe rispondere un po' infastidita, citando il poeta latino Plauto: «Doctum doces» (Insegni a uno che già sa). E come darle torto.

Le ricchezze interiori, culturali e spirituali, coltivate durante la vita possono nella vecchiaia, essere messe al servizio di coloro che ancora si apprestano a scalare la montagna della vita faticosamente e spesso senza aver ancora sfiorato le verità e i significati che invece gli anziani ormai possiedono. In virtù della propria esperienza i giovani non devono entrare in competizione con gli avi, ma usare lo strumento dell'ascolto per imparare da loro.

In un certo senso la vecchiaia è l'epoca privilegiata della saggezza perché «il tempo è un grande maestro». Lo stesso proverbio, come abbiamo avuto modo di spiegare, viene definito come «la saggezza dei vecchi» ed è senz'altro una ricchezza che merita di essere tramandata e insegnata ai giovani. A chi non è capitato di citarne qualcuno a conclusione di un discorso «come dice il proverbio...» tanto per dare maggiore autorità a quello che si è appena detto?

Molti proverbi sono purtroppo andati persi nel tempo e sarebbe importante recuperarli e continuare, visto la loro immutabilità di valore, a tenerli in vita grazie non solo all'ossigeno dell'oralità ma ricorrendo anche alla memoria scritta. Dimenticarli come "avanzi inutili" è come rifiutare il passato in cui affondano le radici del presente. In questo il mondo contadino, ci aiuta a rifiutare il progresso fine a se stesso in nome di una modernità senza memoria.

Galline giovani per far le uova e vecchie per covarle. L'uomo è immerso nel tempo: in esso nasce, vive e muore. Con la nascita viene fissata una data, la prima della sua vita, e con la morte un'altra, l'ultima: l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine della sua vicenda terrena, come la tradizione cristiana sottolinea, scolpendo queste lettere dell'alfabeto greco sulle lapidi delle tombe.

La vecchiaia non è che una "fase" importante dell'esistenza e va trattata con particolare riguardo. Magna fuit quondam capitis reverentia cani così, nel libro V dei Fasti, Ovidio ricorda il rispetto che un tempo era riservato ai vecchi. Purtroppo le sue parole sono lontane dalla logica moderna oggi le persone anziane non godono di grande considerazione poiché al primo posto viene messa l'utilità immediata e la produttività dell'uomo.

Tornando al proverbio esso tenta di definire metaforicamente il diverso ruolo che spetta nel pollaio alle giovani e alle vecchie galline. Alle giovani è affidata la parte più attiva, i lavori che richiedono la fatica fisica "del fare". Agli anziani i compiti più nobili dell'intelletto "del pensare". Ogni stagione della vita ha quindi il proprio dovere sociale.

Veniamo ora, mi si passi il termine, ai proverbi più "campagnoli" espressioni di una filosofia spiccia e popolare, ma che hanno un grande valore documentario.

Come visto, i proverbi sono il frutto del sedimentarsi di molte esperienze, che si sono modellate in un insegnamento di vita conclusivo o di semplice gestione domestica, il quale si è poi cristallizzato in una formulazione breve ed indovinata, secondo il seguente processo schematico: esperienza e osservazione, riflessione, formulazione azzeccata, accoglimento comune.

Proprio attraverso la sua secolare formazione conserva e riassume in sé tutta la storia collettiva e individuale dell'essere contadino.

Non v'è gallina né gallinaccia che di gennaio uova non faccia. Le galline durante il cambio del piumaggio non fanno uova, ma ricominciano a gennaio. Si dice infatti: «per l'anno nuovo tutte le galline fanno l'uovo», oppure più sinteticamente: «gennaio ovaio».

L'esperienza contadina fornisce un ampio materiale alla formulazione dei cosiddetti "proverbi dei mesi", con riguardo alla meteorologia e alla concezione rituale della vita dei campi scandita dal calendario agricolo annuale.

Mentre i proverbi che suggeriscono comportamenti etici generali o stabiliscono norme e regole di vita danno indicazioni di carattere generalissimo, quelli che si riferiscono al lavoro dei campi e alla successione calendariale sono estremamente categorici (ad esempio: «A marzo taglia e pota se non vuoi la botte vuota; Ottobre o molle o asciutto, per San Luca semina tutto», ecc). In questo c'è evidentemente una ragione precisa: in tempi in cui le tecniche agrarie e gli strumenti di lavoro erano molto rudimentali, solo l'osservazione attenta e scrupolosa dell'andamento delle stagioni poteva garantire la sicurezza di ottenere un raccolto sufficiente alla sopravvivenza della propria famiglia.

Il proverbio in generis è nato nella civiltà rurale per il soddisfacimento di un'esigenza di carattere sostanzialmente didascalico: quella, cioè, di comunicare i concetti nella maniera più icastica possibile, anche per una loro migliore memorizzazione. In una società senza scrittura, in cui l'oralità era il solo strumento di trasmissione della cultura, la memoria era l'unico deposito, l'unico magazzino in cui si potevano conservare le esperienze proprie ed altrui. Per questo essa andava esercitata e stimolata con opportuni accorgimenti quali il ritmo e la rima.

Quando si parla di metrica popolare infatti è bene sapere che, oltre all'utilizzo frequente dell'assonanza, la rima predominante nella metrica popolare è la cosiddetta "rima perfetta", cioè l'identità assoluta tra la penultima vocale accentata e l'ultima sillaba del primo verso e la penultima vocale accentata e l'ultima sillaba del secondo verso. Gli artifici tecnici (come i ritmi, le rime, le isofonie varie, i bisticci, ecc.) non sono altro che un accorgimento per aiutare la memoria a ricordare le sentenze su cui si basavano le conoscenze dei contadini.

I "proverbi dei mesi" iniziano a diffondersi nell'Ottocento, quando la penetrazione e la diffusione di almanacchi e di lunari nel mondo contadino sono ampie ed efficaci. Questo tipo di pubblicazioni popolari o popolareggianti furono usati come veicolo di messaggi riguardanti la moralità, la religiosità, l'attaccamento al lavoro, ma anche di insegnamenti e di suggerimenti relativi alle tecniche e ai tempi delle pratiche dei campi. Il tentativo è di sviluppare al meglio l'agricoltura e la modalità di conduzione agricola attraverso un rinnovamento della cultura e una crescita culturale del mezzadro.

Sappiamo che per tutto l'Ottocento ci fu il tentativo, soprattutto in Toscana, di mettere al passo con i tempi l'agricoltura, intervenendo soprattutto il modo di conduzione agricola. Ma non ci poteva essere rinnovamento dell'agricoltura senza una crescita culturale del mezzadro. Così furono aperte scuole (ricordiamoci la "scuola fiorentina di mutuo soccorso" fondata da Ridolfi), così furono pubblicati riviste e giornali, ma soprattutto furono diffusi nelle campagne Lunari e Almanacchi[14] (come il «Sesto Caio Baccelli», che ancora oggi si pubblica). è facile dunque ipotizzare che molti proverbi sono stati creati appositamente (richiamando il mese o un santo di un periodo dell'anno particolare) da coloro che compilavano gli almanacchi e i lunari[15].

Nel nostro detto la saggezza popolare ribadisce il fatto che conviene eliminare le ovipare che non fanno uova insieme a quelle più vecchie : «a gennaio non lasciar galline nel pollaio» (sottointeso non produttive).

I proverbi, proprio perché aiutano i contadini a ricordare mese dopo mese il calendario agricolo che scandisce il duro lavoro dei campi, riguardano tutti i periodi dell'anno. Quelli relativi al mese di Gennaio in particolare sono molti. Indicano agli agricoltori alcune scadenze (per esempio: «chi vuole un buon aglio lo pianti con la luna di Gennaio» oppure «la luna di Gennaio è la luna del vino»), danno loro qualche lezione di meteorologia (famoso il detto «sotto la neve pane, sotto l'acqua fame») e offrono consigli anche su questioni semplici come la gestione del pollaio per esempio: «A San Bovo (2 gennaio) se ronpe el primo ovo o non v'è gallina o gallinaccia che di gennaio uova non faccia» appunto.

Gennaio è un mese strategico non solo per il lavoro agricolo, ma anche per le leggende che ha ispirato ne è un esempio la "leggenda della merla". Non è una gallina l'uccello protagonista della vicenda, ma è molto più nobile sia nell'aspetto esteriore che per la sua intelligenza tale da far indispettire le forze della natura. Secondo la tradizione i giorni della merla sono gli ultimi tre giorni di Gennaio (29, 30 e 31). Si dice che siano i tre giorni più freddi dell'anno.

La leggenda racconta che una merla, dal candido piumaggio, era regolarmente perseguitata da Gennaio, che si divertiva ad aspettare che uscisse dal nido in cerca di cibo per ricoprirla di freddo e gelo. La merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese e si riparò nella tana. Gennaio allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese la merla uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si offese e chiese in prestito tre giorni a Febbraio. Poi scatenò bufere di neve, vento, gelo e pioggia. L'uccello si rifugiò in un camino dove restò al riparo per tre giorni. Quando uscì, era salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo. Così rimase per sempre con le piume nere.

Gallina pelata non fa l'uovo. Ci sono periodi in cui solitamente le galline non fanno le uova, ad esempio se c'è molto freddo, se sono vecchie oppure o se stanno cambiando le piume.

Se la gallina si presenta con uno scarso piumaggio significa che non è prolifera. L'aspetto esteriore in questo caso è un segnale importante. «Mala gallina, malum ovum» (brutta gallina, brutto uovo) dice un detto latino.

Il dato è supportato da motivazioni di tipo scientifico che in questa sede non abbiamo l'interesse ad approfondire. L'esperienza concreta del contadino basta a comprovare la realtà dei fatti. La muta, ovvero il cambio annuale di piume e penne, è per le galline un fatto fisiologico del tutto naturale che avviene di norma in settembre e ottobre. L'osservazione del fenomeno, con l'identificazione degli animali che mutano il piumaggio in più breve tempo e senza problemi, consente al contadino di individuare le ovaiole più produttive da mantenere senz'altro in allevamento anche per il successivo anno.

Per la gallina che in tre giorni non ti fa neppure un uovo, usa la pentola. L'andamento stagionale suggerisce anche (per quel poco che i proverbi ci dicono) un calendario alimentare: «Gennaio e febbraio / tieniti al pollaio/ marzo aprile / capretto gentile». Anche i ricettari ci confermano le usanze agricole. Ne Il piacere onesto e la buona salute (1467) il cuoco intellettuale Bartolomeo Sacchi, detto il Platina dice: «le galline sono più buone nella stagione in cui non fanno uova».

La sapienza popolare si esprime in modo molto spicciolo. Si preoccupa di assicurare il benessere terreno e di risolvere problemi di vita pratica rispondendo a semplici domande. Se le galline non fanno uova che si fa? Gli si dà tempo tre giorni, gli si tira il collo e le si cucina. Un consiglio di gestione ed economia domestica di straordinaria concretezza.

Le galline fanno le uova dal becco. Ad una lettura veloce e superficiale sembra quasi esserci un errore di concetto. Nessuno ha mai visto una gallina fare le uova dal becco (anche perché non ci passerebbe). In realtà ciò che si intende è che esse fanno le uova dal becco perché è da esso che si nutrono. Sull'alimentazione delle galline ci sono anche diverse, e alcune piuttosto bizzarre, credenze popolari. Una delle più originali è di origine campana secondo la quale si crede che le galline fanno più uova se nutrite di gusci (abbrustoliti e sbriciolati).

Per dare un tono più erudito alla massima lo si potrebbe vedere come un'interpretazione applicata al mondo animale del celebre Siamo quello che mangiamo scritta dal filosofo Ludwig Feuerbach (1804-1872). Per la salute di qualsiasi essere vivente infatti è fondamentale la dieta, ciò che si mangia o meglio nel caso dell'uomo ciò che si sceglie di mangiare. Sì perché a diversità degli animali l'uomo non solo sceglie il proprio cibo ma lo manipola, lo plasma, lo fa proprio e si nutre di certi alimenti non solo per motivi di sopravvivenza soprattutto per ragioni di carattere culturale e psicologico.

Il nostro proverbio però non ha nessuna pretesa sociologica né antropologica. Ci dice solo che se la gallina fa le uova è segno che è stata alimentata in modo corretto. Sintetizza in una frase l'antica correlazione che c'è tra cibo e salute fisica.

La gallina nera fa l'uovo bianco. Equivalente del classico «abito non fa il monaco» o, per rimanere nel mondo animale, de «la vacca nera fa il latte bianco». Si tratta di un invito a non giudicare le cose o le persone dalle apparenze. L'aspetto esteriore può trarre in inganno e far sembrare ciò che è non solo meglio, ma anche peggio di come è in realtà.

Dietro l'apparente e ingannevole semplicità dei detti popolari si cela un'elegante profondità. Anche se «Un proverbio saggio di per sé non prova niente» diceva Francois Voltaire (1694-1778) scopre, racchiude comunque in sé significati che ad ogni lettura si colorano di sfumature nuove. è quindi il significato figurativo a fare la differenza, a dare al motto un valore non solo informativo, ma più spesso morale ed educativo. Il proverbio qui citato ne è un esempio eloquente.

La gallina non fa mai due uova. . Proverbio di origine napoletana: «a gallina nun fà mai doje ove».

Affonda le radici in un dato concreto ed oggettivo per poi fornire un insegnamento più vasto. È segnato da un sostanziale pessimismo venato però da una sana ironia.

Non bisogna farsi illusioni. Come la gallina non è in grado di fare due uova così, per restare in ambito agronomico, il leccio non fa olive e i castagni non fanno aranci. Dalle situazioni e dalle persone aspettiamoci quello che ci possono dare e niente di più. Mangiare l'uovo in corpo alla gallina. Secondo la filosofia elementare dei popoli gli animali costituiscono uno dei mezzi ideali per conferire ai concetti veste di parabola. L'esempio più famoso è quello dello scrittore greco Esopo (620-560 a.C.). In una delle sue meravigliose favole scopriamo un consiglio simile: «non contare i polli finché non sono usciti dall'uovo».

Far conto su un guadagno prima ancora di averlo ottenuto è, a detta dei saggi, molto pericoloso. La raccomandazione economica sconsiglia di «vendere pelle orso prima di averlo ucciso», invita a «non dire gatto se non ce l'hai nel sacco» e potremmo andare avanti per parecchio. Il succo è che è pericoloso cantar vittoria prima di aver raggiunto l'obiettivo. L'invito è perciò alla prudenza. Con la fretta si rischia di anticipare i tempi e bruciarsi così le occasioni e non poter più rimediare.

Il meccanismo di giustizia retributiva di cui la gallina si fa portavoce è il garante che esiste una giustizia (o ingiustizia a seconda di come la si vuole vedere) divina che governa tutte le cose.

Le Mogli che non contraddicono e galline che facciano le uova d'oro, sono uccelli rari. Il tema in cui la fantasia popolare si è maggiormente sbizzarrita è quello riguardante la donna. Un proverbio in tutti i dialetti d'Italia dice: «la donna è come la castagna: bella fuori dentro ha la magagna». La figura femminile è spesso e volentieri associata a immagini negative. In alcuni casi viene assimilata addirittura al diavolo come nel proverbio sardo: «Inue non penetrat sa femina, mancu su diaulu» (dove non arriva la donna non arriva neanche il diavolo).

Non poteva mancare tra gli altri vista la scarsa considerazione intellettuale che il mondo paretimologico ha nei confronti della gallina, un richiamo ad essa: spesso infatti quando si dice «ha un cervello da gallina» ci si rivolge alla donna e questo la dice lunga sulla sua considerazione e sulla cultura maschilista degli uomini che lavorano la terra.

Molti fan la guerra per un uovo, e lasciano intanto scappar la gallina. Anche una guerra fratricida feroce può scattare dal niente. «Far la guerra per un uovo» significa creare dei conflitti per poco o niente. L'intento è dichiaratamente pedagogico.

Non di rado da insignificanti pretesti scaturiscono grandi conflitti. Alcuni proverbi ci lasciano incantati per la loro sottile presa in giro della stupidità gratuita della massa. Di come la deformazione delle cose può far perdere il contatto con la realtà e il mondo dei valori veri. Si arriva ad una stoltezza tale che porta a scontrarsi e impegnarsi nella lotta perdendo di vista le cose importanti, facendosi sfuggire anche il pane di bocca o meglio la gallina dal pollaio (che se scappa non è poi così scema come si dice). La gallina è soltanto lo strumento usato da un uovo per fare un altro uovo. Questo divertente paradosso scritto da Samuel Butler (1835-1902), romanziere inglese dell'epoca Vittoriana, sembra un buon pretesto per iniziare una divagazione sull'importanza dell'uovo nella cultura umana, dai suoi più lontani significati mitologici e rituali fino alle tradizioni religiose e popolari ancora praticate (come ad esempio la nostra Pasqua). Ma non è questa la sede per approfondire il discorso.

Lo scrittore inglese di satira, lo stesso che nel suo libro The authoress of the Odyssey (1897) sosteneva l'ipotesi che l'Odissea non fosse opera di Omero bensì di una donna siciliana, osservò acutamente che la gallina era semplicemente il modo in cui l'uovo faceva un altro uovo. È interessante notare che in effetti l'uovo, oltre ad essere buono per una frittata con cipolla e fagioli, è il contenitore del programma genetico che raccoglie le istruzioni che servono per costruire proprio quell'animale. Ogni gallina nella sua forma di individuo particolare all'interno della popolazione delle galline avrà, in virtù di quei suoi geni, molte caratteristiche singolari quali ad esempio potrebbero essere: il colore delle piume, la particolare lunghezza del becco o la capacità di balzare più o meno lontano e veloce. Caratteristiche che nel loro insieme costruiscono l'animale gallina[16].

Sicuramente la frase non ha aiutato a migliorare la cattiva reputazione della gallina. Poiché se ha ragione lo zoologo evoluzionista E. Haeckel (1834-1919) quando dice: «omne vivum ex ovo»[17], l'uovo è l'origine comune a tutti gli animali mentre la gallina a parte la sua centralità genitrice non è altro che una comparsa, un passaggio anonimo funzionale a qualcosa che altro da lei.

La prima cosa che viene da pensare è che tra i proverbi non ci sia una grande coerenza. Nell'universo paremiologico la coesistenza di concetti e sentenze espressi da due o più proverbi o sentenze tra loro inconciliabili è la norma. Di fatto il problema si risolve attraverso l'individuazione del rispettivo, reale ambito operativo che, solitamente, è differente. Ma non è sempre così semplice. I proverbi e i motti, come si è già detto, non hanno la pretesa ne tantomeno la capacità di esprimere un giudizio universale e coerente su ogni cosa, sono invece incoerenti e contraddittori fra di loro. Perché se è vero che «chi non risica non rosica», è anche vero che «è meglio un uovo oggi che una gallina domani»; se è vero che «l'unione fa la forza», è altrettanto vero che «chi fa da sé fa per tre». E potremmo continuare all'infinito: perché, ci sembra di poter dire, che la metà dei proverbi ha il suo contrario nell'altra metà.

Gallina dalle uova d'oro. La morale è scritta nella favola di Esopo La gallina dalle uova d'oro[18] e si capisce dalla lettura.

«Un tale aveva una bella gallina che faceva uova d'oro; pensando che dentro di lei ci fosse una massa d'oro e avendola uccisa trovò che dentro era fatta come tutte le altre galline. Avendo sperato di trovare la ricchezza tutta insieme restò privo anche del modesto guadagno.

Ognuno sia pago di ciò che ha e si guardi dalla cupidigia».

La favoletta mostra quanto sia importante accontentarsi dei beni presenti e fuggire l'insaziabilità. La morale si può riassumere così: «chi troppo vuole nulla stringe».

La frase è usata anche come locuzione e metafora di uso comune a indicare per esempio una fonte sicura di grande guadagno. Si dice infatti «trovare la gallina dalle uova d'oro» proprio per affermare di aver trovato un'attività, o anche una persona, da cui ricavare facili guadagni.

Riannodiamo ora i fili della nostra inchiesta.

Nel nostro lavoro anziché tentare di dare una definizione assoluta dei proverbi, si è cercato di far proprie le considerazioni, relativistiche e più vicine alla realtà, che Francesco Guicciardini ha dettato nel XII dei suoi Ricordi (1530) a proposito di queste espressioni sentenziose: «Quasi tutti e medesimi proverbi o simili, benché con diverse parole, si trovano in ogni nazione: e la ragione è che i proverbi nascono dalla esperienza o vero osservazione delle cose, le quali in ogni luogo sono le medesime o simili». Ecco che Guicciardini parla di "esperienza" e non di "sapienza" in generale, di "osservazione" delle cose, cioè di un sapere empirico e pragmatico che sa trovare le risposte opportune a tutte (o quasi) le situazioni contingenti.

La ricchezza e la profondità di esperienza che essi contengono spiegano perché il fascino di questi "avanzi" resti immutato dopo millenni. Se ha ragione il teologo protestante Gerhard von Rad (1901-1971) a riguardo della sapienza, che definisce «conoscenza pratica delle leggi della vita e dell'universo, basata sull'esperienza» (ove quest'ultima non va banalizzata come troppe volte accade ai giorni nostri, ma richiede anzi molta attenzione), il valore del parco paremiologico diventa inestimabile e va, secondo le regole della buona ecologia, protetto.

Se l'avanzo primario per eccellenza è quello del cibo il paragone viene naturale. La metafora del nutrimento solido che ci viene dal passato e che è buono anche per il futuro viene spontanea tanto quanto ne è intuitiva l'interpretazione.

I prodotti residui della saggezza popolare sono incisi formulati con cura e coincidono con una filosofica sintetica costruita e pensata per coloro che verranno.

In cucina creare appositamente avanzi è un gesto di amore verso gli altri. Significa pensare al domani. Preparare intenzionalmente qualcosa in più di ciò che serve in quel momento è un inequivocabile gesto di attenzione, serve a dare maggiore sicurezza alle generazioni future perché i principi sostanziali che hanno alimentato l'esistenza di chi ci ha preceduto sono in grado di sostenere anche noi e di darci maggiori certezze.

L'avanzo assume così tutta la dignità che merita, la gradevolezza e insieme il pregio di qualsiasi altra pietanza mangiata al tavolo della sapienza, per usare l'immagine dantesca presa in prestito dal Convivio[19].

In linea con la logica ecologica dominante potremmo a questo punto porci il lodevole proposito di scrivere un testo che faccia da eco a L'arte di utilizzare gli avanzi della mensa[20] (1918) di Olindo Guerrini. Il titolo potrebbe suonare più o meno così: «L'arte di riscoprire gli avanzi della saggezza popolare». Rileggere i proverbi è infatti fondamentale. Rivederli, disossarli e riscriverli ci consente di "rieducare" il nostro immaginario per rifondare una coscienza più evoluta e perché no più attenta all'ambiente e alla natura.

Note:


[1] Un aforisma è una frase d'autore, una sorta di saggio-lampo che esprime la visione particolare di un artista, un intellettuale, un politico, un filosofo su un determinato argomento. Il proverbio si può invece definire un aforisma senza autore rielaborato dall'esperienza popolare.

Il termine "aforisma" (o aforismo) deriva dal greco aphorismós, propriamente: "definizione", da aphorízein cioè "definire, delimitare, confinare", composto da apó che indica derivazione (da) e horízein "limitare" (stessa radice di "orizzonte"), e può essere definito come l'espressione in prosa di una profonda riflessione o di una rapida intuizione in maniera arguta e concisa firmata dal suo autore.

[2] G. Giusti, Dizionario dei proverbi italiani (Raccolta di proverbi toscani), 1853, Firenze.

[3] Il concetto è stato ampiamente trattato da Paolo Conti: giornalista, fondatore e presidente del Cedites (Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza) un'organizzazione senza fini di lucro che vuole favorire una diffusione trasversale della conoscenza scientifico-tecnologica fra tutti i membri della società, dai cittadini alle imprese, dalle istituzioni agli enti di ricerca. Il ricercatore ha studiato a lungo e continua a farlo, la qualità di ciò che mangiamo. A riguardo dell'ecocibo scrive: «L'epoca in cui viviamo è dominata dalla tecnologia. Il cibo non fa eccezione. L'ecocibo, cioè l'insieme delle alternative alimentari meno tecnologiche e più sostenibili a lungo termine, esiste: è un universo reale di alternative e rappresenta una soluzione praticabile, sotto molti aspetti migliore e anche economicamente vantaggiosa» (Conti Paolo, La Leggenda del Buon Cibo Italiano, Fazi, Roma, 2007).

[4] La gallina (Jannacci-Ponzoni-Pozzetto), Il poeta contadino, 1973.

[5] Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero. Orazio, Odi 1, 11, 8. Traduzione: «Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse cogli l'attimo, credendo al futuro quanto meno puoi».

[6] Goldoni Carlo, La Locandiera, Selino's, Avellino, 2011.

[7] Il liberismo è considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali, sulla base del concetto «democrazia vuol dire libertà economica» coniato da Friedrich von Hayek. È una filosofia economica atta a sostenere e promuovere il sistema capitalistico. La sua ideologia, orienta al libero mercato va in contrasto con il mercantilismo, l'economia keynesiana e il socialismo.

[8] Macrobio Ambrogio Teodosio, I saturnali, UTET, 1997.

[9] Si noti come l'immagine dell'uovo cambi a seconda dell'angolazione dalla quale lo si osserva. Secondo la lettura scientifica data dal filosofo Macrobio l'uovo è "imperfetto" in quanto essere vivente allo stato primordiale non ancora sviluppato.

[10] Ambrogio Teodosio Macrobio, Saturnalia. VII, 16: «"Ovumne prius exiterit an gallina?" [...] ovum prius a natura factum iure aestimabitur. Semper enim quod incipit inperfectum adhuc et informe est et ad perfectionem sui per procedentis artis et temporis additamenta formatur: ergo natura fabricans avem ab informi rudimento coepit, et ovum, in quo necdum est species animalis, effecit: ex hoc perfectae avis species extitit procedente paulatim maturitatis effectu».

[11] Twain Mark, Imprecazioni d'autore. 238 aforismi rabbiosi, Nuovi Equilibri, Viterbo, 2007.

[12] Ford Henry, My life and Work (La mia vita e la mia opera), 1922.

[13] Fu uno dei fondatori della Ford Motor Company, società produttrice di automobili, ancora oggi una delle maggiori società del settore negli USA e nel mondo.

[14] La parola almanacco deriva dall'arabo المناخ al-manākh, "calendario".

[15] Cfr. Mariano Fresta, Struttura e contenuto dei proverbi. Brevi considerazioni su un gruppo di proverbi raccolti nelle campagne della Val di Chiana senese, in Realtà linguistiche di una terra di frontiera, Atti della VI giornata di studi in onore di Poggio Bracciolini, Bibl. Comunale di Terranuova Br., 1991.

[16] Cfr. Camporese Giorgio, Lo Specchio di Venere, Lulu.com, 2008.

[17] (lat. «ogni essere vivente [proviene] dall'uovo [nel senso di "germe"]»). – Aforisma impropriamente attribuito al medico ingl. W. Harvey (sec. 17°), che nel frontespizio della prima edizione (1651) della sua opera Exercitationes de generatione animalium («Esercitazioni sulla generazione degli animali») inserì il motto ex ovo omnia («tutto dall'uovo»), e dedicò una delle esercitazioni alla tesi ovum esse primordium commune omnibus animalibus («l'uovo è l'origine comune a tutti gli animali»); nella forma impropria citata l'aforisma risulta presente nello zoologo evoluzionista E. Haeckel (1834-1919) che contribuì con il proprio prestigio alla sua diffusione.

[18] Le più belle fiabe di Esopo, Giunti Junior, Firenze, 2007.

[19] Scritto durante l'esilio, tra il 1304 e il 1307. Il termine "convivio" deriva dal latino convivium e significa: banchetto/simposio. In un passo famoso si legge: «Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!».

[20] Pubblicata sotto il nome di Stecchetti, perché Olindo Guerrini amava nascondersi dietro pseudonimi beffardi, questa raccolta fu realizzata sulla falsariga del libro del suo amico Artusi, comprese le bonarie e spiritose digressioni. Ma mentre l'Artusi propone, grazie alle sue condizioni agiate, le più svariate sperimentazioni gastronomiche, il Guerrini illustra una cucina da "stecchetto", allusiva della penuria alimentare dignitosa cui era condannato, dallo stipendio di bibliotecario presso l'Università di Bologna e dalle occasionali pubblicazioni. Per avanzi si intendeva e si intende, tutto quello che rimaneva di non utilizzato non solo alla fine di un pranzo, ma anche dopo la preparazione di un piatto. Adoperare gli avanzi, oltre che ad ovvie ragione di economia, rispondeva anche a necessità gastronomiche, dato che ciò che se ne ricavava aveva la bontà e l'originalità di un piatto nuovo. Gli avanzi erano molto vari: pasta, riso, carne, pesce, verdure, uova, e il loro riutilizzo fece nascere: polpette, ragù, risotti, frittate, insalate, supplì, frittelle, ecc.
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