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Indice

Tema n.10:

Frazer, Hardy e la magia simpatica

Considerato tutt’oggi pilastro dell’antropologia, Il Ramo d’Oro di James G. Frazer aveva lo scopo di documentare l’ascesa dell’uomo verso livelli sempre superiori di razionalità, emergendo dalla primeva fede nel prodigioso. L’autore, con mano capace di scrittore ancor prima che di scienziato, nell’indagare sulle scaturigini del mondo magico era andato a scoperchiare un calderone tenebroso di angosce primigenie.[1] Ciò che rende il testo ancora fortemente attuale forse è proprio l’indagine su culti e cerimonie generati dall’atavico rapporto tra la specie umana e la volontà cosmica della Natura, i suoi misteri, i suoi cicli eterni.

I nostri antenati, secondo Frazer, avevano foggiato “una schiera di dèi e di dee, di spiriti e di folletti, ricavandola dal mutevole panorama delle stagioni” e seguivano “le annue fluttuazioni del loro destino con alterne emozioni di gioia e di avvilimento, di felicità e di dolore, che trovavano la naturale espressione negli alterni riti di tripudio e di lamentazione, di festeggiamento e di lutto”.[2] evidente che lintento di decifrare attraverso il patrimonio delle credenze limpressione dellineluttabile che sovrasta luomo rispecchiava una concezione se non esattamente tragica, almeno drammatica della vita. Tuttavia, a questo riguardo, tirare in ballo Schopenhauer o Nietzsche non sarebbe appropriato, poich Frazer non aveva n simpatia n familiarit con costoro. E a dire il vero neppure con Freud, con il quale pure condivideva lesplorazione delle ansie e degli impulsi atavici. Per parte sua, il fondatore della psicanalisi ammetter che la lettura di Frazer gli aveva acceso la passione per la preistoria e fornito suggestioni per lipotesi del complesso di Edipo. La stima, comunque, non era reciproca. documentato che Frazer sfogli con alterigia e diffidenza la traduzione di Totem e tabù inviatagli da Freud, reputandola l’opera di “uno psicologo tedesco o austriaco, che ha preso a prestito da me molti argomenti”.[3]

Un’eco più probabile nelle pagine del Ramo d’Oro viene da John Stuart Mill. Il filosofo, del quale erano apparsi postumi i Tre saggi sulla religione,[4] potrebbe aver avuto un influsso su Frazer non tanto per il suo ritratto di un Dio dai poteri limitati, buono ma impotente di fronte al male, quanto con l’immagine conseguente di una Natura matrigna e maligna, cui la morale, la pietà e la giustizia sono sconosciute, e pronta ad annientare tanto gli esseri nobili quanto i meschini, anzi forse più spesso i primi, impegnati in azioni altruistiche e meritorie.

Una Natura da tentare di assecondare per sopravvivere piuttosto che dalla quale prendere esempio: potrebbe essere questa la chiave interpretativa ricavata da Frazer. E allora, se alle spalle di quest’ultimo scorgiamo Stuart Mill, al suo fianco non è azzardato collocare Thomas Hardy. A ben guardare, la produzione artistica del romanziere è tutta impregnata di una visione della Natura come ente fatale, inesorabile o tutt’al più indifferente di fronte all’umano dibattersi.

Certo, nelle opere dell’Hardy cantore delle lande del Wessex (sublimazione letteraria del nativo Dorset) forse il pessimismo è più accentuato – leopardiano, si direbbe[5] e ci pare confermato dalla necessit di stemperare talvolta con lironia e la facezia del colore locale. Del resto, il riso laltra faccia del pianto. In ogni caso tra lHardy narratore e il Frazer antropologo innegabile un comune pensiero di fondo. Il quale sottolineato, se occorresse, non soltanto dallammirazione di entrambi per la pittura di Turner (autore del dipinto che aveva fornito il titolo al lavoro di Frazer), ma anche per le teorie darwiniane, laddove sancivano lHomo sapiens come scaturito dal regno animale e tutt’altro che predestinato o prediletto del Signore. “Confrontato con il grande disegno del nostro pianeta, l’uomo è una cosa appena di ieri, e la sua memoria un sogno notturno”. Così scriveva Frazer,[6] quasi a riverberare la scena di Due occhi azzurri[7] di Hardy, in cui Henry Knight, uno dei personaggi principali, è appeso alla scogliera e rischia di precipitare da un momento all’altro, mentre un trilobite fossile sembra fissarlo con sguardo di pietra nella stratificazione della roccia. Sgorgano disperate nel personaggio considerazioni sull’uomo davvero “picciol cosa” e insignificante rispetto all’immensità del tempo e delle ère geologiche.

Considerazioni quelle di Henry Knight che a loro volta paiono l’anticipazione in prosa dei versi Nature’s Questioning, composti da Hardy stesso quando, amareggiato dalla critiche mosse dal perbenismo vittoriano ai suoi romanzi, aveva deciso di consacrarsi alla poesia. La realtà - recitano i versi – è “come i resti viventi di una divinità che va lentamente spegnendosi / e la cui mente e i cui occhi sono già morti”.[8]

James Frazer e Thomas Hardy si conoscevano e si frequentavano sporadicamente. Si può affermare che le loro personalità fossero, in un certo senso, in reciprocità dialettica. L’uno, nell’impeccabile abito da professore cantabrigense, pettinato con la scriminatura nel mezzo, la barbetta a punta, l’espressione vaga di chi guarda lontano – accentuata dalla progressiva malattia oculare – confidava che il cimento della ragione avrebbe alla lunga conferito serenità all’uomo. L’altro, più vecchio, nella sua eleganza frusta da architetto di campagna, calvo, i baffi alla normanna e le sopracciglia cespugliose a far ombra sull’occhiata penetrante, aveva raggiunto un quieto disincanto, che non gli impediva una costante curiosità e meraviglia per il mondo circostante. Suona quindi come una piccola rivelazione che l’antropologo almeno in un caso si servisse del romanziere come fonte diretta delle sue investigazioni. Vediamo come.

Nel primo volume del Ramo d’Oro Frazer analizzava la fede nella magìa omeopatica, basata sul principio che “il simile produce il simile” e diffusa da tempo immemorabile alle latitudini più distanti. Di rilievo particolare la variante della magìa omeopatica cosiddetta “simpatica”, praticata per far crescere o far fruttificare le piante, e in generale per procurarsi il cibo. Frazer si diffondeva in una successione di esempi, di cui merita riferirne qualcuno. Nell’antico Messico la dèa delle messi era chiamata “Madre dai lunghi capelli” e nelle ricorrenze in suo onore le donne danzavano con le chiome libere sulle spalle affinché le barbe del mais crescessero a profusione. Analogamente, a Sumatra il riso veniva piantato da donne con le capigliature sciolte, perché in tal modo i germogli avrebbero generato steli particolarmente lunghi. Un adagio malese consigliava poi di seminare solamente dopo aver mangiato. La stessa tradizione stabiliva che un cacciatore di coccodrilli inghiottisse il riso in serie di tre bocconi consecutivi, perché tale accorgimento avrebbe aiutato l’esca a scivolare tra le fauci della preda. A questo punto, a convalida dell’universalità delle credenze, Frazer inseriva la notizia che l’eminente scrittore Thomas Hardy aveva una volta raccontato che alcuni alberi di fronte alla sua casa presso Weymouth non prosperavano; secondo la superstizione locale, il motivo era che “li aveva guardati prima di colazione, a stomaco vuoto”.[9]

A piè di pagina Frazer segnalava di aver ricevuto l’informazione conversando con il Signor Hardy, e prima ancora da una sua lettera, apparsa sulla rivista “Folk-Lore”.[10] Ci siamo presi la briga di rispolverare quella lettera dimenticata - buttata giù da Hardy all’indomani della sua scelta di abbandonare la narrativa per la poesia - e la risposta vergata da Frazer stesso, per proporle entrambe qui di seguito, opportunamente tradotte. Oltre a costituire un curioso inedito in italiano, riteniamo possano contribuire a lumeggiare il pensiero dei due autori.

Da “Max Gate”, la dimora in cui viveva da poco più di un anno, Hardy aveva originariamente indirizzato la missiva a un altro amico che evidentemente gliene aveva fatto richiesta, il presidente della Folk-Lore Society, Edward Clodd. Banchiere entusiasta dell’etnologia e convinto darwiniano, manteneva eccellenti rapporti con il mondo letterario e artistico.[11] Il testo, nel quale Hardy riferiva con scherzoso scetticismo e in terza persona il caso in questione, capitato a lui stesso (come puntualizzato da Frazer nel Ramo d’Oro), venne fatto pubblicare da Clodd dopo averlo letto e discusso ad una riunione nella sede londinese della Società, il 17 novembre 1896.

Max Gate, Dorchester
30 Ottobre 1896

Mio caro Clodd,
Ecco un pizzico di folclore di cui mi sono appena ricordato. Se pianti uno
o più alberi, e non vedi l’ora che crescano rigogliosi,
non devi andare a controllarli, o guardarli dalla finestra “con lo stomaco
vuoto”.
C’è un’influenza nefasta nel tuo occhio, che farà perdere loro vigore.
E questa è la storia di un uomo che, sconcertato dal fatto che i suoi alberi
appena piantati appassissero, si recò da una fattucchiera per domandarle
chi fosse lo iettatore. La fattucchiera, dopo aver accertato i fatti,
rispose che era lui stesso.
Sarete, senza dubbio, in grado di classificare l’aneddoto e di dire
a che punto si trovi nella catena evolutiva del folclore.
Sinceramente vostro,
Thomas Hardy[12]

A detta di Clodd la spiegazione dell’episodio, a livello di credenza magica, stava nella fame non appagata di colui che guardava i virgulti, i quali per “simpatia” pativano la fame a loro volta e finivano per morire.[13]

Il parere di Frazer, stampato a chiusura sulla rivista, era sostanzialmente concorde e conteneva un richiamo alla leggenda dell’albero sacro a Diana, presso Ariccia, sul lago di Nemi, e del suo sacerdote condannato a vigilare giorno e notte armato di spada per non essere assassinato. Chiunque avesse divelto un ramo dell’albero – il ramo d’oro avrebbe avuto infatti il diritto di battersi con lui e, uccidendolo, di acquisirne il titolo di Rex nemorensis. Una leggenda significante e suggestiva, di cui appunto Frazer fece il suo cavallo di battaglia.[14]

Trinity College, Cambridge
1° Novembre 1896

Caro Signor Clodd,
La superstizione cui vi riferite mi era sconosciuta, ma la vostra
spiegazione mi sembra altamente probabile.

Secondo la vostra opinione, la superstizione è un esempio assai
interessante di supposta connessione empatica tra uomo e albero.
Quanto affermate è molto simile alla mia spiegazione del legame
tra il sacerdote di Diana ad Aricia e l’albero sacro, di come
egli dovesse essere sempre al meglio della salute e del vigore,
di modo che potesse esserlo anche l’albero. Mi ha fatto piacere che la
mia teoria (la quale, confesso, a volte mi sembra tirata per i capelli, poiché è
davvero lontana dal nostro colto modo di pensare del XIX secolo) abbia avuto
un riscontro così vicino a casa. È un’altra dimostrazione della persistenza di ragionamenti
primitivi al di sotto della superficie della nostra civiltà.
Vi ringrazio per avermela riferita.

Sinceramente vostro,
James G. Frazer[15]


Nel ragionamento dell’antropologo si legge forse un’anticipazione di quanto da lui stesso successivamente arrischiato in Psyche’s Task,[16] circa i retaggi superstiziosi e il loro effetto sullo sviluppo delle istituzioni culturali. Ciò che però risulta manifestamente più notevole è il tema stesso, la riprova di una delicata e rinnovellata corrispondenza tra uomo e vegetazione.

In Via dalla pazza folla, sul finale, la seducente e bisbetica Bathsheba, la protagonista femminile, s’impegna a rimettere in sesto le piante sul sepolcro di Troy, lo sciagurato marito fedifrago, dopo che la buriana ne ha fatto scempio: “Raccattò i fiori e prese a piantarli con quelle amichevoli manipolazioni di radici e foglie che sono così rilevanti nel giardinaggio femminile e che sembra i fiori capiscano e godano”.[17] Se dunque grazie a una ritrovata quiete, Bathsheba può ravvivare i boccioli su una tomba, c’è speranza di un rapporto pacifico con la Natura soltanto se l’uomo le si dedica con un’adeguata, rituale disposizione. rituale. Fosse semplicemente riempirsi lo stomaco per non avvilire il germoglio o, piuttosto, accettare il sacrificio estremo, quello della vita.

In definitiva, cosa tiene insieme la sapienza scientifica di Frazer con quella artistica di Hardy? Il Ramo d’Oro unopera che si pu dire cresciuta a dismisura e spesso ingarbugliata, e per mai viene meno il disegno dellautore di individuare il ruvido legame, spesso spezzato e ogni volta riannodato, della relazione tra la nostra specie e la Natura, secondo il ritmo delle stagioni, dalla morte e dalla rinascita della vegetazione, e raffigurato da una serie di uomini incarnazione di di e di di sublimazione di uomini. Tammuz il babilonese, Attis il siriaco, Adone il greco, Osiride legizio, Dioniso il tracio, Bacco il latino, Balder il finnico, tutti immolati (abbattuti dal fulmine, dalla falce o dalla spada, arsi sul rogo, divorati dalle fiere o dai Titani), nella speranza di risorgere sotto il sole.

Anche per Hardy il sacrificio come morte imperscrutabile diviene espressione ancestrale di sottomissione alla cieca volontà naturale. Non è quindi illegittimo né indegno porre accanto alle figure frazeriane una sfilza di altri memorabili personaggi, usciti dalla penna del romanziere. Vittime del mistero dell’esistenza, il loro eroismo risiede nel non avere speranza di resurrezione, sullo sfondo della brughiera dove aleggia la memoria di culti premevi. Dalla bella e selvaggia Eustacia all’edonistico e vitalista sergente Troy, dalla candida Tess al tribolato Jude e i suoi sventurati figli, dalla combattuta Elfride dagli occhi azzurri sino allo scellerato Henchard che vende moglie e bambino.[18] Quelli che invece sopravviveranno non saranno esattamente i più fortunati, ma coloro ai quali la sorte ha demandato di testimoniare – anche se non di capire – del vano affannarsi dell’uomo sotto il cielo. Da Clym, il nativo che ha fatto ritorno, a Diggory, l’assennato tintore dell’ocra, da Stephen, l’architetto che si aspetta troppo dalla vita, a Henry, l’intellettuale disilluso, da Bathsheba, la bellezza ammansita, a Gabriel, il pastore paziente. Quest’ultimo, guarda caso, di cognome fa Oak, quercia, la medesima essenza, come dicono i botanici, del bosco sacro di Nemi – cioè del ramo d’oro.

Anime amorevolmente create e seguite una per una da Hardy con trepidazione, perché in continuo pericolo di avvizzire come gli alberi fuori della finestra. E sebbene per forza moderne rispetto ai personaggi mitologici che pullulano nel lavoro di Frazer, si potrebbe ipotizzare che, in qualche modo possano aver stimolato l’antropologo a riesumarli. Non sarebbe la prima volta che l’arte precede la scienza.

Note:


[1] J.G. Frazer, The Golden Bough. A Study in Magic and Religion, 2 voll., London, Macmillan 1890; 2a ediz., 3 voll., ivi 1900; 3a ediz., 12 voll., ivi 1911-1915. Nel 1936 si aggiungerà il XIII vol., di supplemento: Aftermath. La trad. it. di L. De Bosis, Il Ramo d’Oro, 2 voll., Torino, Boringhieri 1973, è quella dell’ediz. ridotta del 1922.

[2] J.G. Frazer, Spirits of the Corn and of the Wild, Quinta parte di The Golden Bough cit., I (1912), p. 2. Salvo diversa indicazione la traduzione dei brani e delle lettere citati è mia.

[3] Lettera dell’8.4.1920 a John Roscoe, cit. in R. Ackerman, J.G. Frazer, His Life and Work, Cambridge, Cambridge University Press 1987, pp. 333-334. Vedi anche G. Scarpelli, La scimmia, l’uomo e il Superuomo. Nietzsche: evoluzioni e involuzioni, Milano, Mimesis 2008, p. 42. Il titolo Totem und Tabu (Leipzig, Heller 1913; trad. ingl. Totem and Taboo, London, Routledge 1920) richiama quello dell’opera di Frazer cui Freud si era ispirato: Totemism and Exogamy, 4 voll., London, Macmillan 1910.

[4] J.S. Mill, Three Essays on Religion, London, Longmans 1874.

[5] Qualcuno ha attribuito a Hardy le ascendenze schopenhaueriane che abbiamo negato a Frazer: H. Garwood, Thomas Hardy, an Illustration of the Philosophy of Schopenhauer, Philadelphia, Winston 1911.

[6] J.G. Frazer, Folk-lore in the Old Testament, London, Macmillan 1918, I, p. 361.

[7] T. Hardy, A Pair of Blue Eyes, pubblicato nel 1873, un anno prima dei Three Essays on Religion di Stuart Mill.

[8] T. Hardy, Wessex Poems and Other Verses [1898], London, Macmillan 1912, p. 8; la traduzione di Nature’s Questioning di Antonello La Vergata; dello stesso vedi sulla poetica e la filosofia di Hardy L’equilibrio e la guerra della natura. Dalla teologia naturale al darwinismo, Napoli, Morano 1990, pp. 585-603.

[9] J.G. Frazer, The Magic Art, Prima parte di The Golden Bough cit., I (1911), p. 136.

[10] Ibidem.

[11] Tra gli amici e corrispondenti di Clodd, oltre a Hardy, gli scrittori George Meredith, George Gissing, H.G. Wells, e il pittore preraffaellita Holman Hunt.

[12] Folk-Lore, VIII, 1897, p. 11.

[13] Ibidem.

[14] Rammentiamo che la 1a ediz. del Golden Bough era del 1890, la 2a del 1900, la 3a, definitiva, del 1911-1915. Circa la speciale essenza botanica e mitologica del “ramo d’oro”, mi permetto di rinviare al mio Frazer e il bosco sacro, in “Bollettino Filosofico” (Univ. della Calabria), XVIII, 2001, pp. 419-428.

[15] Ivi, pp. 11-12. Frazer usa la dicitura latina Aricia, per Ariccia.

[16] London, Macmillan 1909.

[17] T. Hardy, Far from the Madding Crowd (1874), trad. it. di P. Jahier e M.-L. Rissler Stoneman, Via dalla pazza folla, Milano, Garzanti 1976, p. 353.

[18] I riferimenti sono ai seguenti romanzi di Hardy: The Return of the Native (1878), Far from the Madding Crowd (1874), Tess of the D’Urbervilles (1891), Jude the Oscure (1895), A Pair of Blue Eyes (1873), The Mayor of Casterbridge (1886).
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