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Indice

Tema n.10:

Ecologia e Letteratura per l'infanzia: il modello di Karin Michaëlis

Introduzione all’analisi / Il modello di Karin Michaëlis / L'esplicito messaggio ecologico e il dibattito tra tradizione e modernità / L'educazione al viaggiare / Il gioco con i topoi con cui è narrata la natura e la ricerca di una dimensione autentica di sè /

Non c'è un filo d'erba solo in un prato. Non c'è un albero, ma c'è il bosco, dove tutti gli alberi stanno insieme, non prima o poi, ma insieme, grandi e piccoli, con i funghi e i cespugli e le rocce e le foglie secche e le fragole e i mirtilli e gli uccelli e gli animali selvatici, e magari anche le fate e le ninfe e i cinghiali, e i cacciatori di frodo e i viandanti smarriti, e chissà quante altre cose ancora. (Carlo Levi, L'orologio, 1950)

1. Introduzione all’analisi.


La riflessione sul rapporto tra uomo e natura è stata di fondamentale importanza per iniziare ad osservare scientificamente l'infanzia e a costruire modelli in cui farla rispecchiare. Lo si può constatare sin dall'Emile di Rousseau. L'opera non è una narrazione per bambini, ma di quest'età offre per la prima volta un'immagine che non deriva da una miniaturizzazione di quella adulta. E con l'identificazione di uno ‘naturale’ in cui impostare un percorso educativo, il progetto didattico aperto dal filosofo francese, sembra implicare una base ‘ecologica’, in ogni libro che consideri l'infanzia un agente attivo e non l'inerte destinatario di una moralizzazione. Raffigurazione dell'infanzia e ricerca di un ideale rapporto con la natura iniziano a lavorare in funzione di un esplicito messaggio ambientalista per bambini, verso la fine dell'ottocento, tra Inghilterra e Stati Uniti[1]. La pubblicazione di questi primi libri è ispirata dall'intervento di associazioni nate per la costruzione di parchi naturali e per la salvaguardia di animali selvatici. I loro autori sono influenzati da problemi urgenti e attuali, ma si lasciano in diversa misura ispirare da quanto letterariamente si era già prodotto sull'onda del dibattito aperto da Rousseau. Queste storie non hanno avuto grandi successi e non hanno lasciato tracce significative, ma hanno permesso di far iniziare a leggere in chiave ‘ambientalista’ una serie di classici, destinati non solo ai bambini, che pure non avevano avuto questa finalità al momento della loro elaborazione. Modelli importanti chiamati spesso in causa, sono stati, ad esempio, i racconti di Rudjard Kipling, come quelli del The Jungle Book.Nella letteratura vittoriana per l'infanzia, il colonialismo aveva offerto molti spunti per riflettere di ecologia grazie alla narrazione di scoperte, esplorazioni e insediamenti in luoghi incontaminati. Ciò era avvenuto nei confronti di foreste esotiche e selvagge, ma anche rispetto all'atmosfera raccolta, vicina ed intima di giardini[2]: dai giardini di Kensington della serie di avventure di Peter Pan al Secret Garden di Frances Hodgson Burnett.

Volendo misurare gli effetti di questo tipo di azioni pedagogiche, un ambito privilegiato di analisi sono però le opere degli autori dei paesi del nord Europeo, quasi che il sentimento verso la natura abbia specifiche narrativizzazioni nazionali o che la narrativizzazione del sentimento nazionale di questi paesi, sia visceralmente legata anche ad un particolare modo di percepire la natura. Maestro di tutti è stato Hans Christian Andersen e riferimenti moderni sono Astrid Lindgrin o Per Olov Enquist. Tra di loro ci sono due essenziali mediatrici: Selma Lagerlöf e soprattutto la troppo dimenticata Karin Michaëlis. Dall'analisi delle sue opere si ricava un denso e complesso programma pedagogico dove la natura è presente su molteplici fronti: l'esplicito messaggio ecologico, specialmente nei confronti degli animali; il dibattito tra tradizione e modernità, tradotto nella ricerca di soluzioni di continuità tra il vissuto di città e campagna; il gioco, ai limiti della metanarrazione, con i topoi della fiaba e del feuilleton in cui essa è presente; l'educazione al viaggiare; la ricerca di una dimensione autentica di sé.


2. Il modello di Karin Michaëlis


Karin Michaëlis è vissuta in Danimarca tra il 1872 e il 1950 e ha scritto una quarantina di opere tra romanzi e saggi. La sua fama, oggi quasi completamente spenta[3], si deve ad un'intensa attività pubblicistica e letteraria iniziata negli ultimi anni dell'800 intorno ai temi della rappresentazione della donna. Il romanzo che l'ha resa popolare è L'età pericolosa, una delle uniche sue opere oggi ancora pubblicate in Italia. In esso narra la storia di una donna arrivata alla soglia della vecchiaia che decide di isolarsi in un'isola del Mare del nord. Karin non sposa la scelta di questo suo personaggio. Lo ritrae come un esempio negativo dei pericoli della maturità, che porta a perdere la voglia di costruire la propria identità a partire da un inesausto dialogo e gioco con l'ambiente circostante. Il suo ideale femminile è quello di una donna capace di prendere coscienza dei propri desideri e di trovare il modo per realizzarsi nella realtà senza rinunciarvi. Queste convinzioni trovano piena corrispondenza nelle storie che Karin dedica ai bambini.

Lo si può iniziare a constatare in romanzi come L'isola verde (1937). All'interno di esso sono riportate, ad esempio, le avventure di un ragazzo e dei suoi concittadini danesi che ritrovano il proprio paese ridotto ad un'isola a causa di un'inondazione. L'incidente rischia di far diventare selvaggi i personaggi che devono inventare nuove strategie per convivere insieme. Il tono con cui la storia viene narrata è leggero ma vi si sentono riferimenti a Defoe e a Verne per quello che riguarda la riflessione sulla natura in relazione al topos dell'isola[4] e del concetto di 'selvaggio'. Questi isolani novecenteschi vengono fatti discutere di 'spazio vitale' e insieme di aziende agricole che avrebbero dovuto produrre uno sviluppo sostenibile. Karin, già negli anni '30, arriva ad incoraggiare l'invenzione di macchine per produrre energia compatibili con l'ambiente. Tutto questo avviene mentre sotto l'acqua che rischia di cancellare il passato degli isolani, sono nascoste delle mine e sull'isola trovano rifugio profughi russi ed ebrei. La rappresentazione della natura che accoglie questi personaggi per il destinatario infantile, permette alla scrittrice di anticipare e denunciare importanti fatti storici da un punto di vista come protetto.

In Little Troll, la sua autobiografia scritta e pubblicata negli Stati Uniti poco prima di morire, Karin non si sofferma a spiegare i motivi che l'hanno spinta a scegliere di rivolgersi ai ragazzi. Il suo primo romanzo, Barnet, è la storia di una bambina che soffre per il divorzio dei genitori, ma è destinato ad adulti. L'autrice sceglie di lavorare per l'infanzia solo quando si ritrova vicino alla vecchiaia. Nell'autobiografia, non lascia trapelare neppure i motivi della passione ecologica, ma tra l'infanzia descritta e quella evocata in termini di progetto esistenziale e impegno politico, ci sono viaggi, amicizie, studi e riflessioni sull'educazione che non possono non aver influenzato la progettazione di queste opere. Si deve ricordare la grande amicizia che l'ha legata ad una pedagogista e filosofa austriaca oggi totalmente dimenticata: Genia Schwarzwald. L'esperienza con lei è riportata nella sua autobiografia e in un libro non tradotto in Italia Glaedens Skole (La scuola della gioia). La donna era conosciuta a Vienna per l'impegno nella fondazione di istituti femminili che anticipavano il cosiddetto attivismo pedagogico e praticavano la co-educazione. L'interesse per questa sperimentazione e la sua attività di animatrice di circoli culturali, hanno portato a lavorare nelle sue scuole personalità come Bertold Brecht, Elias Canetti o Albert Musil.

Tra Austria e Germania, la passione per la riflessione pedagogica incoraggiava poi la nascita di movimenti dove l'educazione e la natura trovavano nuova ragion d'essere come quello dei Wandevogel[5]. Non è facile stabilire fino a che punto Karin è entrata in contatto con loro, ma documentazioni di questo spirito e di queste attività si ritrovano tanto nel già citato L'isola verde, quanto nella serie di romanzi per bambine delle avventure di Bibi. La serie comprende sei libri in cui viene narrata la crescita di una ragazzina danese, orfana di madre, che vive in parte col padre e in parte coi nonni materni, fondamentalmente viaggiando per l'Europa dell'epoca. Queste opere verranno tradotte in Germania, Austria, Italia, Stati Uniti e consacreranno la fama di Karin anche se, dopo il suo rifiuto a collaborare con il Reich, verranno messe nell'indice dei libri da bruciare sulla Bebelplatz di Berlino. Bibi viaggia da sola, con le sue amiche e col suo fidanzato americano. Con loro osserva, discute e progetta avventure e strategie per migliorare il mondo, in linea con i principi professati in questi movimenti. Mentre un documento delle scuole che sperimentavano modelli educativi basati sulla riscoperta della natura è nel secondo dei volumi della serie, Bibi e il suo grande viaggio. Le avventure di Bibi possono essere lette sia come un romanzo, che come un progetto pedagogico in cui nulla è casuale, anche se dominato dagli apparenti capricci e provocazioni di una monella. Per questa ragione la descrizione del cosiddetto 'modello di Karin Michaëlis' verrà sviluppata proprio nell'analisi della serie dedicata a questo personaggio.


3. L'esplicito messaggio ecologico e il dibattito tra tradizione e modernità


La passione ambientalista della scrittrice è particolarmente evidente quando Bibi è conivolta nella difesa degli animali. Nel volume Bibi ha un amico, Bibi fonda un'associazione per proteggerli e in Bibi e le congiurate, la monella coordina il suo comitato nell'organizzazione di una festa che deve essere di esempio per la fondazione di altri gruppi come il suo in tutta Europa. In questo evento si impegna a responsabilizzare i suoi compaesani nella raccolta di fondi, ma riesce anche a farli divertire con giochi e balli. La natura è un primo spazio politico a cui applicare una innata educazione civica. Il manifesto di Bibi viene esposto dalla bambina al suo amico Ole con la chiarezza e la forza di un dialogo socratico in miniatura:

Eppure è chiaro come il sole! Io dico dunque che tutti i bambini di tutto il mondo debbono proteggere gli animali. È semplice come due e due fa quattro. O no?». «Forse, se tu lo spieghi in modo che anche uno stupido come me lo possa capire. Su, fuori il tuo progetto!». «Bene. Io so che c'è dappertutto una quantità di «Associazioni per la protezione degli animali» ma sono fatte di grandi, e i grandi non hanno, in genere, nessuna idea degli animali, neppur l'ombra di un'idea. Credi forse che un grande saprebbe parlare con la cicogna Jens? O capire i miei pulcini, quando chiacchierano tutti insieme? Lo credi questo? Io invece so farlo, perchè non sono grande. [...] D'ora in poi tutti gli animali del mondo devono essere messi sotto la protezione di tutti i bambini del mondo!». «Vuoi tu istituire forse anche una polizia di bambini?». «Certo che lo voglio!» «E come farai?». «Ah, Ole, tu sei veramente un mostro! Non fai che chiedere e chiedere, per mettermi in imbarazzo. Io non posso mica sapere tutto in una volta sola! Io so soltanto questo: che d'ora innanzi ci sarà una congiura dei bambini di tutto il mondo per proteggere gli animali.[6]

Il tono della monella è perentorio e incalzante. Le sue asserzioni scandiscono un'orazione a misura di bambino, che sembra riprodurre quelle a cui assistevano gli adulti di quello stesso periodo storico. La forza con cui si esprime il personaggio può essere ispirata da scene realmente vissute dai giovani ambientalisti dell'epoca, ma, si può ipotizzare, sia anche una precisa denuncia. Nel momento in cui, non solo in Europa, si stavano affermando i totalitarismi, sembra che Karin voglia stimolare l'innato stato di natura dei bambini per trovare sensati motivi per cui combattere.

Nella natura in cui Bibi e i suoi amici vengono fatti giocare i segni dei grandi mutamenti storici confluiscono in uno spazio che li fa osservare da un punto di vista alternativo a quello delle ideologie adulte. Ciò risulta una valida strategia per inquadrare la complessità degli anni trenta. In questo periodo si mettono in atto scoperte scientifiche e tecniche che modificano inevitabilmente il modo di rapportarsi dell'uomo alla realtà. Le città si trasformano. Le strade, i palazzi, i trasporti, i modi di divertirsi cambiano inevitabilmente rispetto alle tradizioni apparentemente immobili che scandiscono il tempo della campagna. Bibi esplora la natura anche in questo senso e, dopo la passione ecologica, le sue avventure scandiscono soprattutto la ricerca del senso di quanto sta accadendo. La bambina nasce in un paesino di campagna danese. Il suo sogno è fare la veterinaria e, nell'ultimo volume della serie, diventerà una contadina (Bibi si fa contadina), sperimentando la dura vita dei campi. I suoi nonni materni erano conti, ma una serie di disastri finanziari in cui vengono coinvolti dissolvono il loro patrimonio. La natura in questi momenti significa anche una stabile fonte di lavoro e sostentamento e Bibi nel corso delle sue avventure non ha mai smesso di farne tesoro. In ogni romanzo ci sono visite a contadini, bovari, perfino a zingari e ogni incontro è un arricchimento dell'esperienza e una lezione. C'è il duro lavoro di queste persone, ma anche feste, musiche, oggetti e vestiti della tradizione popolare. Tra di loro la bambina incontra talvolta suggestive e misteriose vecchie signore descritte come fate e il cui passato si perde nella fiaba. Ognuna di loro è una sorta di nume protettore della natura e della tradizione come Anja, la signora tedesca che vive nel bosco e si prende cura di orsi e api (in Bibi e il suo grande viaggio); Sidsel, la signora dell'isola di Lasö che vive con innumerevoli nipoti provenienti da tutto il mondo, acquisiti dopo essersi costruita la sua capanna da sola con i relitti delle navi ed essersi presa cura dei naufragi (in Bibi di sorpresa in sorpresa); e Velsigne, la signora danese che vive con i suoi due figli cucinando antiche ricette in una casa dove tutto viene fatto artigianalmente e non si perde mai la voglia di divertirsi (in Bibi si fa contadina).

Il rifugio in una natura osservata dal punto di vista della tradizione popolare non esclude però la meraviglia e la curiosità di uno sguardo 'moderno'. Bibi partecipa ai movimenti ecologisti di scuole all'avanguardia frequentate da giovani di tutto il mondo edificate in prossimità della Foresta Nera (in Bibi e il suo grande viaggio). Visita centri benessere che sanno sfruttare le proprietà terapeutiche dell'acqua edificati tra Germania e Polonia (in Bibi ha un amico); e viaggia su potenti navi che attraversano i ghiacci del Mar del nord (in Bibi e il suo grande viaggio). Bibi è anche testimone di prodigiose scoperte scientifiche, come quella del radio (in Bibi ha un amico). Quando si reca a Berlino è persino ospite di Albert Einstein (in Bibi e il suo grande viaggio) e nella città non perde occasione di descrivere accuratamente nascenti centri commerciali e mezzi pubblici.


4. L'educazione al viaggiare


Bibi è dunque un esploratrice votata però, come un Ulisse, ad un circolare ritorno a casa. Per non farla perdere, Karin le assegna due fondamentali poli intorno cui trovare rifugio. Bibi parte totalmente libera dalla casa in campagna di suo padre, che non ostacola l'impulso irrefrenabile alla continua partenza e che anzi, col suo mestiere, pare caratterizzare come un destino. Nel primo volume della serie i suoi spostamenti paiono non avere un vero e proprio senso, finchè non conosce i nonni materni, che provano ad imporle un'educazione e, portandola ad abitare nell'antico castello di Klinteborg, le permettono di sfruttare un centro alternativo per il suo girovagare. Nelle sue stanze la bambina ritrova i ricordi della madre, nel parco che lo circonda vuole diventare veterinaria e nelle terre che possiede trova di che sopravvivere quando non le resterà che imparare a coltivarle. Le avventure di Bibi si possono così riassumere come in una lezione in cui la natura svolge anche il ruolo di assorbire, contenere e rispondere alla principale risorsa che spinge verso di lei. Una delle principali caratteristiche di questo personaggio è quella di possedere una forza vitale che la sua autrice cerca di armonizzare con una serie di tappe. Dopo le prime peregrinazioni che scandiscono la conquista di potersi muovere tra il suo anonimo villaggio e il castello di Klinteborg, ci saranno la Germania, la Polonia, i confini con la Russia intorno a Danzica e un più cosciente muoversi di nuovo all'interno del territorio danese. Questo movimento non pare destinato ad una fine, neppure con le difficoltà della crescita, che imporranno alla ragazza un lavoro. La serialità delle sue avventure e la brusca fine dell'ultimo volume, fanno pensare che la scrittrice assegni al viaggio un ruolo fondamentale nella formazione non solo dell'infanzia.

La natura percorsa e ripercorsa in questo senso fa assomigliare la saga di Bibi ad una sorta di manuale di geografia in miniatura che, nel caso di questo personaggio così libero e in confidenza con il suo lettore, ha i tratti di una guida turistica. Da questo punto di vista l'opera è confrontabile con libri come Sans famille di Malot, Cuore di De Amicis, Nils Olgerssons underbara resa genom Sverige della Lagerlöf. Nelle loro trame lo spazio naturale non è mai anonimo. Questi libri hanno avuto la funzione di dare ai bambini lettori il primo senso di identità nazionale e dello spazio: quello che circonda la loro casa, la loro città, la loro regione e il loro stato in un graduale allargarsi di orizzonti. La rigidità di questa struttura obbligata costituisce la variante su cui poi ogni scrittore deve giostrare motivazione didattica e forza espressiva. Karin con una struttura narrativa mista, in cui dosa attentamente la voce di un narratore onnisciente con l'irruenza e la curiosità con cui ha caratterizzato Bibi, ha la possibilità di esplorare questo meccanismo in un gioco continuo tra l'interno e l'esterno della personalità del suo personaggio. Ricorrono così infiniti nomi di piccoli paesi e sequenze di informazioni sulla loro locazione geografica, gli usi e i costumi degli abitanti, ma tutto diventa poi esperienza, mediato dallo sguardo bambino con le sue associazioni mentali e l'attenzione allo 'stato di natura' di cui si è già parlato.


5. Il gioco con i topoi con cui è narrata la natura e la ricerca di una dimensione autentica di sè


La narrativizzazione di questo programma pedagogico si fa dunque quanto mai complessa. È la sensibilità verso la problematica educativa stessa, che rompe e ricompone i nodi della trama e la funzione che di volta in volta viene ad assumere la natura per il bambino. Karin sembra essere consapevole di questo. La riproduzione dello sguardo e della voce infantile le permette di compiere passaggi continui e veloci da un genere letterario all'altro, incastrandoli magari insieme, in una gerarchia di reciproche influenze. Una componente importante di questo processo è la serializzazione, che le consente di portare avanti le avventure di questo piccolo 'eroe' come in una saga. L'epicità di Bibi si manifesta nella possibilità infinita di arricchire i motivi della sua storia e in particolari momenti, in cui i passaggi di punti di vista tra personaggi danno profondità e concretezza allo spazio percorso dalla sua azione. Questo aspetto si percepisce bene a partire dal terzo volume della serie (Bibi ha un amico), in cui entrano ad avere un ruolo attivo nella storia il fidanzato Ole e soprattutto le amiche della bambina: Ulla, una ragazza con cui Bibi si è scambiata il nome; Sigrid, la bambina viziata che trasforma tutto in un romanzo rosa; Anna Carlotta, la figlia del prete; e Valborga, che è figlia di un becchino, vuole fare la scrittrice ed è sempre di buonumore, anche se ha otto fratelli a cui badare.

Le ragazze faranno parte del 'partito' di Bibi per la salvaguardia degli animali, ma soprattutto consentono a Karin di variare il motivo del viaggio come con delle pause. All'interno di esse la scrittrice compone dei momenti semplicemente comici di vita quotidiana scolastica, inserisce dei temi di dibattito che possono riguardare il ruolo dell'amore, del matrimonio o dell'amicizia; gioca ai limiti della metanarrazione a costruire piccole storie in cui ripropone atmosfere tipiche della letteratura popolare e di quella specifica per ragazzi. Le 'congiurate', così si fanno chiamare le ragazze, si ritrovano ad esempio a sfidare la paura in una casa stregata o ad essere letteralmente 'sepolte vive' nel castello del nonno di Bibi per cercarvi il tesoro della guerra dei trent'anni. La rappresentazione della natura in questi casi è totalmente stilizzata dalla citazione del topos letterario di volta in volta preso in considerazione. In questo modo Karin non abbandona la riflessione ecologica, ma la rivolge verso una dimensione più vicina all'interiorità umana. Lo si può constatare ad esempio con l'episodio della ricerca del tesoro nei sotterranei del castello di famiglia (in Bibi e le congiurate). Nel corso di questa avventura le ragazze si trovano al buio con topi e insetti e rischiano di morire, per cui ognuna deve inventare proprie particolari risorse per non perdere la speranza.

Al ritorno, finalmente salve, scrivono ai loro genitori l'accaduto e Karin ne riporta le lettere. Sigrid compone una sorta di piccolo racconto moraleggiante per signorine borghesi tipico dell'epoca, con accenni gotici per descrivere il castello e i topi; Anna Carlotta fa lo stesso, ma con i toni di una predica domenicale, dove pur essendo nei sotterranei del castello, si è percepita sospesa tra cielo e terra a pregare, circondata da sublimazioni delle immagini della natura bibliche e medievali; Valborga prova a fare la stessa cosa, ma incrociando comicamente l'immagine di Giona della balena che ritrova nientemeno che un tesoro preistorico. La natura tipizzata per rappresentare la paura diventa l'occasione per riflettere sulle strategie grazie a cui ogni essere umano interagisce con la propria interiorità. La scrittrice danese fa tesoro di esperienze letterarie e pedagogiche e, con le avventure della sua eroina, dà il suo contributo ad entrambi questi ambiti. Lo spazio da cui Bibi parte è quello di un giardino che lei stessa si è coltivata con i fiori più belli e colorati, ma anche con una immaginaria sepoltura dove riposa la sua mamma morta. Qui entrano solo lei, suo padre e i suoi animali. Il lettore inizia a percepire questa natura come un piccolo rifugio e si ritrova ad aver esplorato il nord Europeo, ad aver combattuto lotte politiche e a non aver perso la voglia e il coraggio di continuare a contribuire alla sua ricchezza.

Note:


[1] S. Rahn, Green Worlds for Children, «The Lion and the Unicorn,», 1995, 19.2 , pp. 149-170.

[2] D. Carpi, G. Silvani, a cura, Raccontare giardini, Milano, Guerini studio, 1993. Su questo tema si può consultare anche R. Milani, L'arte del paesaggio, Bologna, Il mulino, 2001. Per approfondire i giardini della lettura per l'infanzia: A. Faeti, Bambini infelici nei giardini segreti, in Dacci questo veleno!, Milano, Mondadori, 1980; P. Bertolino, E. Miari, G. Zucchini, a cura, Nel giardino segreto, Modena, Equilibri, 2009.

[3] Per informazioni biografiche su questa scrittrice: K. Michaëlis, Little Troll, New York, Creative Age Press, 1946; M. Morpurgo, Bibi e il suo grande cuore, «Diario del mese», 27-12-2006; E. Loewenthal, C’è del buono in Danimarca: ricordate Bibi!, «Tuttolibri», 18-2-2006; D. Ziliotto, Generazione Bibi, generazione Pippi, in Bambine, donne e bambole, a c. F. Lazzarato, D. Ziliotto, Roma, Artemide, 1987.

[4] Su questo argomento nei libri per ragazzi si può consultare il saggio A. Faeti, I tesori e le isole: infanzia, immaginario, libri e altri media, Scandicci, La nuova Italia, 1986.

[5] Per approfondire la conoscenza di queste associazioni si può consultare il volume di W. Mogge, I Wandervogel: una generazione perduta: immagini di un movimento giovanile nella Germania prenazista, Roma, Edizioni Socrates, 1999.

[6] K. Michaëlis, Bibi ha un amico, Milano, Vallardi, 1933, pp. 313-314.
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