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Indice

Tema n.12:

Amori estremi: Filinnio e le “morte innamorate”

(continua) Si può dunque supporre che nel Libro delle meraviglie, come in una struttura a scatole cinesi, fosse riportata una lettera inviata al «re Filippo» (con ogni verosimiglianza Filippo II, che regnò dal 359 al 336 a.C. [13]) da un tale Arrideo [14], «incaricato dell’amministrazione di Anfipoli», città della Macedonia; tale lettera racchiudeva a sua volta l’epistola inviata ad Arrideo da un suo subalterno, di nome Ipparco, che aveva pensato bene di informarlo riguardo agli avvenimenti prodigiosi avvenuti in città. Cos’era successo? È sempre Proclo a rivelare che la protagonista del racconto, Filinnio, figlia di Demostrato e Carito di Anfipoli, era morta poco dopo essersi sposata con un tale Cratero [15] (forse, secondo un topos patetico, la disgrazia era avvenuta il giorno stesso delle nozze [16]). Poco meno di sei mesi dopo la morte era tornata in vita e, durante la notte, aveva cominciato a frequentare un giovane di Pella, Macate, che risiedeva come ospite nella casa dei genitori di lei. La ragazza non gli aveva rivelato la sua vera identità, dicendo solamente di essere lì all’insaputa dei familiari; tra i due giovani c’era stato anche uno scambio di anelli, e nel corso di una notte di passione Filinnio aveva lasciato presso l’amato anche la propria «fascia pettorale». E proprio nel bel mezzo del secondo di questi incontri notturni tra i due giovani, innamoratisi l’uno dell’altra, inizia la parte conservata del Libro delle Meraviglie.
La testimonianza di Proclo, fondamentale per inquadrare il brano di Flegonte, era stata segnalata già dall’Hemsterhuys agli inizi del XVIII secolo; fu solo alla fine del secolo successivo con Rohde, tuttavia, che la comunità scientifica ne prese definitivamente atto [17], ponendo fine a tutta una serie di curiose speculazioni sulla città nella quale si sarebbero svolti i fatti, variamente e vanamente identificata con Tralle, Ipata (città tessalica famosa per le stregonerie, celebrata da Apuleio), e infine, nell’interpretazione di Goethe, Corinto (v. sotto) [18]. Se vari dettagli possono essere recuperati per questo tramite, molti altri restano purtroppo oscuri; si è molto speculato, per esempio, su quale potesse essere il rapporto di Macate con i suoi ospiti, Demostrato e Carito: li conosceva in precedenza? Come è stato notato, dal momento che ignora la morte di Filinnio e non sa nemmeno che si tratta della figlia dei padroni di casa, si può supporre che le relazioni del giovane di Pella con la famiglia di Anfipoli non fossero particolarmente strette; sicuramente non aveva mai visto prima la ragazza. Il parallelo con le altre storie di revenants del Libro delle meraviglie, spesso caratterizzate da un’atmosfera di mistero e inesplicabilità, e soprattutto il confronto con racconti simili provenienti da varie tradizioni popolari (v. sotto), lasciano sospettare che nemmeno Filinnio dovesse necessariamente aver già visto o conosciuto in vita il giovane di cui si innamora dopo la morte [19].
Nel prosieguo della storia, comunque, i genitori si appostano fuori dalla porta della foresteria, decisi a svelare il mistero non appena farà giorno. L’indomani però non riescono a sorprendere la misteriosa fanciulla. Per usare le parole di Flegonte, «al sorgere del sole avvenne che la ragazza, per volontà divina o per caso, se ne andasse senza essere vista [20], e che Carito si crucciasse per averla mancata». A quel punto viene interrogato Macate, che rimane molto perplesso (a lui la ragazza sembra in tutto e per tutto viva, quando lo viene a trovare…), ma alla fine acconsente ad avvisare i genitori non appena la fanciulla tornerà, in modo da chiarire la faccenda una volta per tutte. Dopo il tramonto, Filinnio arriva ed i genitori si precipitano sulla scena.

Demostrato e Carito arrivarono in un lampo, ed avendola vista, inizialmente ammutoliti ed attoniti per lo sconvolgente spettacolo, levarono un alto grido e si precipitarono verso la figlia. Allora Filinnio disse loro: “Madre e padre, come siete stati ingiusti a negarmi di stare per tre giorni con l’ospite nella casa paterna, senza che facessi nulla di male! Per questo, voi sconterete la vostra invadenza (polypragmosyne) con un nuovo lutto, ed io tornerò al luogo che mi è stato assegnato, giacché non sono giunta qua senza la volontà degli dèi.” Detto questo, divenne cadavere all’istante, ed il corpo giaceva steso sul letto sotto gli occhi di tutti.

Si tratta delle uniche parole che (perlomeno nel testo conservato) sono attribuite alla fanciulla, e comprensibilmente hanno suscitato più di un interrogativo. Per esempio cosa intende dire Filinnio, parlando di «volontà degli dèi» (theia boulesis)? Sembra assai pertinente il parallelo, già avanzato dagli studiosi [21], con la vicenda di Protesilao (specie, per quel che è possibile ricostruire, con la sua rielaborazione euripidea [22]), che dopo aver goduto di una sola notte di matrimonio fu il primo tra i Greci a morire in terra troiana, riuscendo però, in grazia del suo eros lasciato insaziato, ad ottenere dagli dèi inferi [23] il permesso di potersi riunire per alcune ore alla sua Laodamia. Del resto, ci sono anche altri elementi che ricollegano questa storia alla vicenda narrata da Flegonte: si diceva infatti che Laodamia, non potendo accettare la morte del marito Protesilao, si fosse fabbricata un simulacrum bronzeo del marito. Teneva la statua nella propria camera, baciandola ed abbracciandola continuamente, ma un’ancella curiosa, spiando da una fessura della porta (proprio come la nutrice di Filinnio), se ne accorse e rivelò ciò che stava accadendo al padre della donna, che decise di bruciare la statua su una pira, sulla quale però finì per gettarsi la stessa Laodamia. [24] Un altro caso, dunque, di amore estremo.

Che dire poi del motivo dei «tre giorni»? Vi si è voluto individuare un rimando al motivo dell’interruzione (e conseguente vanificazione) involontaria, da parte di un parente, di un’attività soprannaturale nella quale risulta coinvolto un congiunto, in genere il figlio: si può pensare, ad esempio, all’episodio di Demetra, che mentre cerca di rendere immortale il fanciullo Demofonte è interrotta dalla madre di quello, Metanira; oppure alla notissima vicenda di Achille e Teti [25]. Per corroborare questa supposizione sono stati evocati anche interessanti paralleli a livello folklorico: Hansen, ad esempio, ricorda un racconto irlandese, in cui è il figlio morto della padrona di casa a intrecciare una relazione con una ragazza che vive lì a pigione; quando la madre, informata del fatto da una serva, irrompe sulla scena, il figlio le dirà che, se solo avesse aspettato altre due ore, lui avrebbe potuto tornare per sempre alla vita; mentre così sarà dovrà nuovamente morire, scontando per giunta sette anni all’inferno [26]. Le analogie sembrano in effetti notevoli e la comparazione in questo caso non sembra peregrina, ma in definitiva non si può essere assolutamente certi che, se Filinnio fosse riuscita a passare tre notti intere con Macate, avrebbe potuto essere restituita permanentemente alla vita [27]. Fatto sta che alla ‘seconda morte’ della ragazza nella casa scoppia un grande tumulto, e ben presto la notizia si diffonde in tutta la città di Anfipoli. Il giorno successivo si va ad ispezionare la tomba di Filinnio e la si trova vuota – ma sul letto funebre sono appoggiati due doni che la fanciulla aveva ricevuto da Macate. Per citare Flegonte,

quando aprimmo la cripta, nella quale erano posti tutti i membri della famiglia al momento della morte, sugli altri catafalchi [28] apparvero stesi i corpi, e le ossa di coloro che erano defunti da più tempo; invece su quello dove era stata deposta e seppellita Filinnio trovammo solamente appoggiati l’anello di ferro [29], che apparteneva all’ospite, e la coppa dorata, che aveva preso da Macate il primo giorno.

Immediatamente vengono decisi riti e sacrifici per purificare la città; il corpo della fanciulla viene rimosso e trasferito fuori dai confini del territorio (forse per essere bruciato [30]), mentre il giovane ospite, comprensibilmente sconvolto, si uccide [31]. Così si conclude la storia di Filinnio e Macate, che sembra costituire una delle prime elaborazioni letterarie [32] (verosimilmente composta da un autore di età ellenistica, da cui poi attinse Flegonte) di un motivo folklorico, quella della ‘morta innamorata’, diffuso in molte epoche e culture, fino ad arrivare all’epoca contemporanea [33]. Poco fa è stato citato un parallelo irlandese, particolarmente pertinente; ci si può limitare a ricordare che esistono anche vari riscontri italiani. Tra i tanti se ne può citare uno toscano dal finale decisamente orrorifico, attestato nella zona del Mugello e raccontato in maniera esemplare da Carlo Lapucci come La vergine della notte. Si potrebbero comunque citare moltissimi altri esempi simili, a partire dal Motif-index del Thompson; in particolare, all’interno della categoria E425.1 Revenant as woman, le sottocategorie E425.1.1 Revenant as lady in white e E425.1.3 Revenant as seductive woman. Sono ed erano molto diffusi anche esempi speculari, dov’era l’uomo, spesso il marito, a tornare dalla tomba [34]; un caso piuttosto interessante, che con i debiti cambiamenti riecheggia proprio la storia di Filinnio, era accaduto a Siena, almeno stando a un racconto contenuto nel Promptuarium exemplorum di Johannes Herolt, un domenicano morto a Norimberga nel 1468:

Nella città di Siena, il marito di una giovane morì e fu sepolto. Costui, qualche giorno dopo, apparve alla moglie mentre era sola in camera: l’uomo aveva un aspetto bellissimo, molto più di quando era vivo. La giovane, per sincerarsi se fosse lui in carne ed ossa, gli parlò, lo abbracciò, lo baciò; e alla fine, convinta, stava tutto il giorno in camera con suo marito. Non sembrava più tanto triste com’era apparsa dal momento della morte del coniuge; la suocera se ne stupì, e spiando da un pertugio la vide insieme al marito. Rimase allibita e subito mandò a chiamare un frate predicatore di grande esperienza, e gli comunicò tutto quel che era successo. Il frate portò sotto la cappa il Corpo del Signore, e subito il diavolo, che era entrato nel corpo del marito morto, e faceva sì che apparisse come vivo, uscì; e rimase il cadavere, improvvisamente fetido e pullulante di vermi. Senza spargere la voce, fecero ispezionare il sepolcro, che risultò vuoto; e allora ve lo riseppellirono di nascosto [35].

La storia narrata da Herolt presenta chiaramente elementi di vicinanza con quella di Flegonte, come l’aspetto in tutto e per tutto normale del marito morto, la donna (in questo caso la suocera) che si accorge di quanto sta accadendo spiando dalla porta, la ‘seconda morte’ immediata del revenant, l’ispezione al sepolcro. Non mancano, peraltro, gli elementi di differenza, il più macroscopico dei quali è costituito senza dubbio dalla facies demoniaca che viene ad assumere la vicenda. [36] (continua)

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Note:


[13] Cfr. Hansen, Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., p. 71.

[14] Talora identificato con un generale macedone attivo negli anni a cavallo della morte di Alessandro, o con il fratellastro di quest’ultimo; piuttosto che a un personaggio specifico, tuttavia, probabilmente bisognerà pensare alla scelta di un nome tipico per caratterizzare la narrazione e darle un ‘sapore’ macedone (cfr. Hansen, Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., pp. 72-73, e A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 248 n. 25).

[15] Anche in questo caso, piuttosto che cercare a tutti i costi di identificare i protagonisti del racconto con personaggi storici, per esempio con Cratero, generale di Alessandro, e con Fila, sua moglie (che peraltro sopravvisse al marito), è invece opportuno pensare che la fonte di Flegonte, nel tentativo di contestualizzare e ambientare al meglio la propria storia anfipolitana, avesse fatto incetta di nomi tipicamente macedoni; sulla questione cfr. A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., pp. 249 n. 25 e 256 n. 2.

[16] Se addirittura, come ipotizza A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 244 (sviluppando tra l’altro alcune considerazioni di H.J. Rose, Antigone and the Bride of Corinth, «Classical Review», XIX, 1925, pp. 147-150, qui p. 149), il matrimonio non fosse stato neppure consumato, la fanciulla si sarebbe trovata in una condizione liminare che l’avrebbe resa particolarmente suscettibile di divenire un revenant.

[17] Cfr. A. Stramaglia, Sul Peri thaumasion…, cit., pp. 193-194.

[18] Sulla questione, cfr. A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 238 n. 1.

[19] Cfr. Hansen, Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., pp. 69, 71-72. Si potrebbe forse sospettare che Macate, nel corso di un suo precedente viaggio ad Anfipoli, fosse stato visto a sua insaputa dalla ragazza, quando costei era ancora in vita: cfr. A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae, cit., p. 243 n. 11, che tuttavia invita giustamente alla cautela. Si può anche osservare che la stessa Filinnio si riferisce a Macate (par. 11) come «l’ospite»: può darsi sia un caso, ma la denominazione così generica sembra far escludere che il giovane fosse una figura ricorrente nella casa di Demostrato.

[20] A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 242 n. 9, sospetta che Filinnio, pur essendo un revenant corporeo, potesse all’occorrenza apparire e scomparire per far ritorno alla propria tomba, a somiglianza dei vampiri: per le modalità di uscita dal sepolcro attestate per questi ultimi, cfr. almeno T. Braccini, Prima di Dracula: archeologia del vampiro, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 185.

[21] Cfr. A. Stramaglia, Tre «femmes fatales» soprannaturali, in Vicende e figure femminili in Grecia e a Roma. Atti del convegno (Pesaro 28-30 aprile 1994), a c. di R. Raffaelli, Ancona, Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna della Regione Marche, 1995, pp. 217-226, qui p. 220; ID., Res inauditae, incredulae…, cit., p. 241.

[22] Testimonianze e frammenti sono raccolti in Tragicorum Graecorum Fragmenta, V: Euripides, ed. R. Kannicht, 2, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2004, n. 58, pp. 633-640; cfr. anche Euripides, Fragments: Oedipus-Chrysippus, Other Fragments, ed. and transl. by Ch. Collard – M. Cropp, Cambridge – London, Harvard University Press, 2008, pp. 110-117.

[23] tous kato daimonas etesato nel rapido riassunto degli Scolii ad Elio Aristide, Or. 3, 365, che rimandano alla tragedia euripidea; cfr. anche Kannicht, cit., ii, p. 633.

[24] La vicenda è narrata da Hyg. fab. 104, ed è riportato da Kannicht, cit., *iiib p. 634; cfr. anche M. Bettini, Il ritratto dell’amante, Torino, Einaudi, 1992, pp. 12-13.

[25] Cfr. Hansen, Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., pp. 74-75; D. Ogden, Magic, Witchcraft…, cit., p. 161.

[26] Cfr. Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., pp. 79-82.

[27] Alcune rare consonanze si possono trovare anche nel folklore vampirico dell’Europa orientale: in Romania si riteneva che un vampiro, se riusciva a ‘sopravvivere’ per sette anni, poteva tornare un uomo (cfr. A. Murgoci, The Vampire in Roumania, «Folklore», XXXVII, 40, 1926, pp. 320-349, qui pp. 327-328). A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 245 n. 18, sottolinea peraltro come i tre giorni possano essere semplicemente intesi anche come il lasso di tempo concesso dalla «volontà divina» alla fanciulla per il godimento dell’amore che le era stato negato in vita, ed adduce come parallelo le tre ore concesse a Protesilao per unirsi nuovamente a Laodamia, ed i tre giorni canonici di sponsali.

[28] L’uso di adagiare i morti su catafalchi (klinai) all’interno di cripte a volta (kamarai) costuiva un’usanza genuinamente macedone: cfr. Hansen, Phlegon of Tralles’ Book of Marvels, cit., p. 76; A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 251 n. 33, che sottolinea i paralleli presenti nel romanzo greco (Char. 1.7-10, Xen. Eph. 3.7, Iambl. Bab. in Phot. Bibl. 94, 74b-75a Henry, nonché frr. 24-29 Hercher, pp. 192-193 e 208 Stephens-Winkler), sempre in connessione con la morte presunta dell’eroina e la spoliazione del sepolcro.

[29] Rilevantissimo un passo pliniano (NH 33.4.12) segnalato da A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae…, cit., p. 251 n. 35, dal quale si evince l’usanza romana di donare alla fidanzata un anello di ferro senza pietre.

[30] Si può infatti accogliere, insieme ad Hansen, katakaiein («bruciare»), emendazione dell’Hemsterhuys, a fronte di katakleiein («segregare») del codice, difeso peraltro da A. Stramaglia: vari paralleli inducono infatti a ritenere che il corpus exanimatum di Filinnio fosse stato bruciato, come già notava J.C. Lawson, Peri alibanton, Part I, «The Classical Review», XL, 2, 1926, pp. 52-28, qui p. 53.

[31] Anche di questo esito non mancano paralleli: cfr. A. Stramaglia, Tre «femmes fatales»…, cit., pp. 220-221, che ricorda come l’unione con un morto fosse considerata un presagio nefasto in Artemid., Onir. 1,80, e soprattutto evoca Parth. Nic. 31, nel quale il giovane Dimoete, costretto ad interrompere le sue attività necrofile per l’inarrestabile corruzione della bella naufraga di cui si era invaghito, non riesce a liberarsi della sua passione e si uccide.

[32] Occorre peraltro ricordare che una tematica similare era trattata (verosimilmente con toni e soprattutto esiti molto più leggeri) anche in una commedia perduta di Menandro, il Phasma («Fantasma»), noto dal riassunto di Donato (In Ter. Eun. 9.3), nel quale un giovane si innamorava di una bellissima fanciulla da lui inizialmente scambiata per un fantasma. Cfr. D. Ogden, Magic, Witchcraft…, cit., p. 158.

[33] Si possono ricordare le diffuse leggende metropolitane (censite anche nel Motif-Index del Thompson alla rubrica The Vanishing Hitchhiker, E332.3.3.1) su giovani autostoppiste che, al termine di un passaggio in automobile più o meno contraddistinto da coinvolgimenti sentimentali con il guidatore, si farebbero lasciare presso cimiteri, o comunque si rivelerebbero successivamente per revenants; in alcune varianti, la fanciulla lascia all’interno dell’auto un oggetto personale (una sciarpa, una borsetta) che rende certa l’identificazione con una defunta: interessante il parallelo con i ‘pegni’ consegnati da Filinnio a Macate.

[34] Si può rimandare, in questo caso, alla categoria E321 (Dead husband’s friendly return) del Thompson.

[35] Da J. Herolt, Sermones Discipuli de tempore… cum promptuario exemplorum, Colonia 1504, De T, ex. XVII, trad. da T. Braccini, Prima di Dracula…, cit., p. 39.

[36] Nel caso delle testimonianze medievali sui revenants si rivelano sempre opportune le riflessioni di Nancy Caciola: «nearly all this evidence is transmitted through ecclesiastical writers who both transcribed and reinterpreted the meanings of these tales to fit with their own theological certainties». Cfr. N. Caciola, Wraiths, Revenants and Ritual in Medieval Culture, «Past & Present», CLII, 1996, pp. 3-45, qui p. 10. Sulla demonizzazione delle storie di revenants e ‘morti innamorati’, cfr. le lucide considerazioni di A. Stramaglia, Tre «femmes fatales», cit., pp. 225-226.

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