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Tema n.12:

Un'apocalisse di bombe e mutande
Giorgio Manganelli e la fine del mondo

(continua)
Va altresì rilevata la particolare attenzione riservata da Manganelli alla letteratura di fantascienza, la quale, proprio in virtù della sua qualità oracolare,

non dà un quadro della nostra età come essa è, come funziona o non funziona, uccide o lascia vivere; ma è il ritratto interiore, l’autoritratto di una età inclusiva del suo futuro, e degli strumenti esclusivi che noi usiamo per tradurre in simboli, in allegorie questo oscuro mondo, sorta di appendice, di ernia mostruosa che si sporge verso il “dopo”. [5]

Manganelli è certo consapevole che il valore letterario di queste opere possa spesso trascendere nella mediocrità, ciononostante si preoccupa di sottolineare come questa visione spesso semplificatrice e svilente possa indicare una corretta prospettiva di osservazione:

[La fantascienza] è un occhio semplificatore ma che guarda dalla parte giusta, dalla parte dell’apocalisse; sono pittori parte paesani parte tecnomaniaci che cercano di trascrivere su un manifesto di sapore pubblicitario i colori delle catastrofi, i tenui e affranti colori di una disperazione cosmica, gli orrendi bagliori di una consumazione finale. […] Nascono i tecnici del futuro nero, secchi e documentati; ma il futuro nero, o il presente affamato di catastrofe sono anche uno stato d’animo, una condizione della coscienza. Questa è la nostra letteratura profetica: ci parla di una apocalisse da cui sono assenti tutti gli dèi consolatori, e nella quale risuonano solo le trombe degli angeli della distruzione. [6]

L’equilibrio cosmico in Manganelli è sempre precario: l’universo è perennemente sull’orlo di una crisi imminente, che ne mina continuamente la sopravvivenza, e anzi, la predestinazione alla disfatta ne è uno dei tratti caratteristici, un’intrinseca e morbosa vocazione alla catastrofe che si presenta come “occulta gola del disfacimento”[7] , “dolcezza della fine” [8]. Un destino congenito che appare manifesto anche in un passo del successivo Nuovo commento (1969):

Non v’è dubbio, è questo il gallicinio della abbagliante distruzione, la aureolata commorienza, la strage che mima l’archetipo del senso, l’enigma, o forse goffo indovinello minorile, risolto da una impacciata grafia sanguigna; e non nasconderemo una tremante, rabbrividita letizia a questa letterale consumazione, un esito così felicemente violento – quale non osavamo sperare – che con retrospettiva minuzia ricompone i tempi dei tempi come attesa della strage, ed a codesta lunga ed ora sensata pazienza acconcia i codici mentitamente arcaici, i fossili ignari di seme, le città sempre mai morte, prenatali macerie.

La visione cosmologica complessiva esula quindi da un’interpretazione in semplicistica chiave millenaristica, rifacendosi piuttosto a una concezione – di origine chiaramente classica – che postula un universo soggetto a una serie di rivolgimenti ciclici, in cui la catastrofe conclusiva segna il definitivo e traumatico passaggio ad altra era cosmica. In quest’ottica divengono pertanto fondamentali i concetti, di derivazione ellenica, dell’ecpirosi e del Grande Anno. Queste due concezioni ricorrono con sorprendente regolarità all’interno dell’opus manganelliano e hanno purtuttavia la loro prima ed esplicita attestazione e codificazione in chiave narrativa proprio all’interno delle pagine della Notte*. L’ecpirosi, la grande conflagrazione finale per mezzo della quale il mondo si concluderebbe in una sorta di autoconsunzione definitiva attraverso il fuoco (gli “orrendi bagliori di una consumazione finale” del passo sopracitato), è una concezione comune sia all’epicureismo sia allo stoicismo (ed è citata ad esempio nel Frammento apocrifo di Stratone Lampsaco delle Operette morali di Leopardi, testo fondamentale nel tirocinio scrittorio di Manganelli). L’importanza assegnata al fuoco quale elemento rigeneratore è rilevata esplicitamente in un testo su Eraclito raccolto in Laboriose inezie:

Eraclito ama l’occulto, il contraddittorio, ed ama il fuoco: continui, impetuosi guizzi di incendio, forse un grande incendio del mondo, ustionano queste schegge esili ed eterne. […] Dunque il fuoco è l’unità di misura, moneta del mondo; con conio di fiamma si acquistano soli, e vita, e morte. [9]

Nell’erigenda teologia paradossale della Notte* (cui si possono fare qui accenni giocoforza cursori) l’ecpirosi viene citata espressamente come fatidica e grottesca conclusione verso cui sarà condotto il mondo:

[…] E dunque l’inverno sarà ritmico ritorno d’ira del gran Vautel che ci vuol persuadere all’ecpirosi in salsa Judgment Day – un vero fuoco, consumante e discriminante.

E forse Iddio, soffrendo di ecpirosi gastrica, darà con un soffio della sua bocca, un teometeorismo, origine ad un paradiso conclusivo: ed è bello ed educativo, che codesto paradiso sia per nascere dai bruciamenti del suo esofago e del suo duodeno.


Ma l’ecpirosi è evocata, in associazione al lucreziano clinamen, anche in Nuovo commento:

E a significare quanto da presso e gravemente ci incalzi codesta grafia cosmica, vi additerà la clamorosa iniziale del sole, il minuscoletto della via lattea, i refusi degli asteroidi, il gelido, intoccabile sigillo lunare. Scotendo il capo, vi dissuaderà dall’attender sollievo dall’ecpirosi, bella esplosione del mondo: giacché allora il mondo tutto verrà totalmente scorticato dalla sua epidermide linguistica, si disfarà totalmente il demente e impeccabile dizionario, e sarà il morto mondo un precipitare, senza conclusione o clinamen, di tutti gli sciolti e dissennati possibili linguistici.[10]

Verso un’ecpirosi finale incedono inoltre nel loro ondivago percorso attraverso una landa brumosa e ignota l’anonimo monologante de La palude definitiva e il suo cavallo, diarchica coniunctio oppositorum che, a mano a mano che il cammino (e il racconto) procede, si rivela anche allegoresi del cavallo e del cavaliere dell’apocalisse. Si veda il passo seguente:

E tuttavia tu, proprio tu, lavorato dalla tua perenne arsura, anima ustionata, sindaco di una città arroventata che tuttavia non si consuma nella conflagrazione, tu che puoi misurare tempi, forme, potenza della ecpirosi che avrà il diritto di distruggere il mondo, tu pensi con languore a questo residuo di una inondazione che ha invaso il mondo, questo luogo acquoso e morbido, senza colori, fitto di giunchi, di animali minimi, ignaro della retorica del fuoco, delle fiamme. [11]

E, con ancor maggiore evidenza, l’inevasa sequela interrogativa del finale:

Cavallinità, dove andiamo? Sì, ho visto, l’orizzonte è fiorito subitaneamente di vulcani infuocati, e tra questi si leva, si inerpica, si aderge una vertiginosa colonna di fuoco. Non era quella la colonna che abbiamo incontrato nel sogno? Dove andiamo, mia astrazione con zoccoli e coda? Andiamo verso l’occhio destro della palude, oltre il sopracciglio, oltre la chioma, verso il luogo della ecpirosi? Spiegami tu, mia astrazione, viaggiamo, tu, io, la reggia, le carte degli antenati verso una dannazione, verso la suprema, perfetta luminaria? [12]

Domande irrisposte, centrate sull’opposizione luce abbagliante/fine del mondo, che ricordano la conclusione dell’intervista impossibile a Nostradamus:

N: Mio provvisorio contemporaneo, non mi capisci? Sì: è una luce che sta fuori del futuro, oh non di molto e tuttavia fuori. Una luce costante, ma che noi non sapremmo guardare, se non vedendone il riflesso nel metallo spento e nell’aria fumosa dei secoli a venire.
M: Vuol dire che...
N: Sì, è naturale: è la luce della fine del mondo; essa è ugualmente vicina a tutti gli oggetti che se ne illuminano; il passato remoto riceve la stessa luce del futuro estremo.
M: Ma... questa fine del mondo è un luogo catastrofico? È la catastrofe delle catastrofi?
N: Non lo so: forse non è così. Se in un luogo esiste la città che precede o ricompone le macerie, non può essere che laggiù. Forse non è la catastrofe. Chi ne sa nulla? Nostradamus non è che il catalogo della morte. Ma se muore la morte, che succede?
[13]
(continua)

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Note:


[5] G. Manganelli, UFO e altri oggetti non identificati. 1972-1990, (a cura di R. Manica), Roma, Quiritta 2003, p. 65.

[6] G. Manganelli, UFO e altri oggetti non identificati. 1972-1990, op. cit., pp. 66-69.

[7] G. Manganelli, Hilarotragoedia, Milano, Adelphi 2003, p. 16.

[8] Ivi, p. 17.

[9] G. Manganelli, Laboriose inezie, Milano, Garzanti 1986, p. 29.

[10] G. Manganelli, Nuovo commento, Milano, Adelphi 1993, pp. 49-50.

[11] G. Manganelli, La palude definitiva, Milano, Adelphi 1991, pp. 100-01.

[12] Ivi, p. 117.

[13] G. Manganelli, Le interviste impossibili, in Id., A e B, op. cit., p. 133.

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