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Indice

Tema n.12:

Un'apocalisse di bombe e mutande
Giorgio Manganelli e la fine del mondo

(continua)
Platone Per quanto concerne invece il Grande Anno, si tratta di una concezione largamente invalsa presso uno svariato numero di dottrine filosofiche dell’antichità, fedele rispecchiamento di una visione ciclica della storia del mondo, la quale si svolgerebbe secondo un iterativo replicarsi e avvicendarsi di ère, la cui transizione avverrebbe per bruschi scarti in seguito a eventi catastrofici. Questa teoria, diffusa già nel credo orfico, giunge, attraverso i pitagorici ed Empedocle, fino a Platone, dove assume la sua canonica ipostatizzazione.
Il filosofo ateniese ne parla appunto nel Timeo (da cui l’espressione sinonimica di “anno platonico” con cui viene talora denominato), fornendone una definizione correlata a specifici calcoli astronomici, per cui il Grande Anno sarebbe l’intervallo di tempo che si ottiene ogniqualvolta la volta celeste, con tutte le sue costellazioni e relative orbite, si ritrova all’esatto allineamento di partenza [14]. A seguito di questa prospettiva astronomica si è poi ingenerata una confusione terminologica, che ha portato a indicare con l’espressione di “anno platonico” anche il lasso di tempo (25890 anni) impiegato dalla Terra per ultimare il suo terzo movimento, ovvero quello di precessione attorno al proprio asse, individuato e descritto per primo da Ipparco di Nicea verso la metà del II sec. a. C. (più di due secoli quindi dopo Platone).
Il Grande Anno è immagine che sovente si ripresenta in Manganelli. Ad esempio in Nuovo commento:

E si veda come quotidianamente si annotino su quei fogli eoni di campionati di calcio, un Grande Anno di corse al trotto, parasanghe di genealogie regali, con incesti e adulteri; pensosi articoli sulla Crisi della Tribù, la decadenza del senso dell’impero, il costante rincaro della carne umana […]. [15]

Il tema torna anche nella recensione a un album fotografico di Freud:

Quando parlava in pubblico, si affidava all’inconscio, come i profeti d’Arabia e di Palestina si consegnavano alla violenza del loro Dio. Ma l’inconscio di Freud era furbo, e non svelò mai il suo nome impronunciabile. L’ultima fotografia non presenta l’immagine di Freud morto: ma la bella, lieta, libera urna greca, luogo di gioco e di arrivo, dove riposano le ceneri del professore e della sua donna, non più distinguibili, fino alla fine del grande anno.[16]

Ed è espressamente citato – e significativamente associato alla ecpirosi – nella centuria Sessantanove dell’omonima raccolta:

Se è l’impossibile, vuol dire che l’universo contiene in sé l’esigenza di qualcosa che non può essere, e dunque è in conflitto con se stesso, e verosimilmente, preso nel suo insieme, l’universo è infelice; se la regola prevede ed impone l’errore, vuol dire che il mondo è giunto ad un punto in cui solo l’insensatezza può rivelarlo a se stesso, solo la menzogna può comunicargli la verità, la malattia guarirlo, la morte crearlo.
In tal caso, il giorno dell’incontro con la sua donna sarebbe l’ultimo di un Grande Anno, giorno del bruciamento e ricominciamento del mondo.
[17]

Sul “lungo anno che muore” [18] è poi sotterraneamente incentrata tutta la narrazione del Presepio. L’approssimarsi alla festività natalizia, contrassegnata da un clima di fatalità ineluttabile, coincide infatti con il senso di smarrimento e sconcerto che precede la conclusione dell’anno:

Quando il natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia al mattino con quel sentimento, discontinuo durante l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. […] Voglio tener visibile il fatto che non si tratta di un malumore stagionale, ma di un malessere cosmico, che dal mio orologio procede verso gli astri più lontani in una sorta di epidemica malsania universale. [19]

Anno solare stricto sensu, ma soprattutto grande anno cosmico, il cui epilogo drammatico, preannunciato dagli indizi di un mondo in sfacelo, è sempre foriero di eventi apocalittici. Le settimane d’avvento non sono pertanto l’attesa della rinascita, ma il progressivo instaurarsi, in un clima di crescente e insondabile angoscia, del regno della tenebra (trasparente in questo caso il riferimento al solstizio d’inverno di cui il Natale è l’analogon cronologico nel calendario cristiano), preludio, ancora una volta anche dal punto di vista cromatico, dell’approssimarsi della fine:

Quando il rintocco metallico, il fittizio clangore campanario, la menzogna della data sono stati celebrati, l’anno è ferito a morte; trafitto, comincia a languire, a decadere, a corrompersi. (p. 83)

E infatti questo è il primo giorno del disonore: il giorno disonorevole. L’anno si accinge a morire; le ore della notte sono dodici, le ore della sera sono sei, restano sei ore per un singhiozzo di giorno. (p. 84)

Se, in quel primo giorno, prendete in mano un mattone solitario, lo sentirete gemere, parlottare, se lo ascoltate, coglierete parole sconce, perché i mattoni stanno perdendo il bel senso del dovere che era loro imposto dalla partecipazione a un edificio; tutti sanno che gli edifici moriranno con l’anno. Intorno al presepio il pubblico si dirada; gli amanti, consapevoli della catastrofe che minaccia amplessi, nozze e parti, si abbandonano ad una fuga tumultuosa; nel cuore della notte i lampioni rinunciano a illuminare. (p. 85)


Ma, come detto, la prima attestazione del tema del Grande Anno espressamente sviluppata in un contesto narrativo si può rintracciare nelle pagine della Notte*:

E forse la condizione di equilibrio dell’Avvocato, il suo essere completo, vestito di festa, e avviarsi con le due mogli e i due figli verso il bivio donde si dipartono le strade per i due incompatibili santuari, quella condizione eternamente preliminare, rappresenta quell’istante secolare di pausa, di indugio, di no, di sosta, in cui, a dire dei platonici, il mondo, ogni grande Anno ha pausa, prima di riscoprirsi nei suoi traffici, nel suo squillare di monete false, nel suo groviglio di ammicchi, di tic nervosi, di allusioni oscene, di appuntamenti ombratili, tra orinatoi e portici, sotto cui la mira esatta e benevola di un teppista ha portato, infrangendo un tremulo senile lampione, una condizione di tenebre imperfettibili.

Il passo è duplicemente significativo perché, oltre a ristabilire una primazia cronologica ed espressiva del tema negli scritti di Manganelli, permette di introdurre inoltre il rapporto (mai sufficientemente indagato) intercorrente tra lo scrittore milanese e Platone. Uno dei primi a segnalare l’influenza del filosofo su Manganelli è stato – in un articolo in mortem – Pietro Citati:

Con le spalle contro la finestra, Manganelli illudeva la prigione con la sola occupazione che riteneva degna di un uomo. Studiava le Idee, le sedi dell' Essere, i luoghi dove abita Dio e la morte. Aveva letto Platone. Ma nessuno era più antiplatonico di lui. Invece di abitare sul culmine delle luci, Dio era morto, e lui poteva raccontare soltanto di dei defunti o mai esistiti. E quel Dio o quegli dei morti non erano circondati dalle bellissime forme luminose che Platone incontrò nella Pianura della Verità, ma da spettri, cose non nate, vischiose apparizioni deformi.[20]

Platone Successivamente è stata l’acuta analisi di Graziella Pulce a cogliere più di un’affinità nelle opere dei due autori:

È noto quanto Manganelli fosse interessato a Platone, ultimo degli antichi, e al Cicerone del De divinatione. […] Tutto è già avvenuto nel cosmo, insomma, e tutto è destinato a ripetersi indefinitamente secondo la scansione ciclica del “grande anno”, che vede ogni volta, con l’avvento di una nuova era e cioè con il governo di una nuova costellazione, un nuovo principio.[21]

Nel caso specifico del Grande Anno, risulta illuminante il confronto con l’edizione del Timeo posseduta da Manganelli nella sua biblioteca e conservata ora presso il Centro di Ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia. Il volume [22], risalente al 1947, con le sue frequenti sottolineature – a testo o in margine – concentrate pressoché esclusivamente nella prima parte del dialogo (quella appunto a tematica più strettamente cosmologica) palesa e certifica nella sua precocità la scaturigine platonica del motivo:

Ma presso di voi o degli altri popoli non appena ogni volta si stabilisce l’uso delle lettere e di tutto quello ch’è necessario alle città, di nuovo nel solito intervallo d’anni come un morbo irrompe impetuoso il diluvio celeste e lascia di voi solo gl’ignari di lettere e muse, sicché ritornate da capo come giovini, non sapendo niente di quanto sia avvenuto qui o presso di voi nei tempi antichi. [23] (sottolineatura di Manganelli)

Né sfuggono, alla lettura manganelliana, i riferimenti alla consunzione del mondo per mezzo del fuoco:

Perché quello che anche presso di voi si racconta, che una volta Fetonte, figlio del Sole, avendo aggiogato il carro del padre, per non essere capace di condurlo per la via del padre, bruciò tutto sulla terra ed egli stesso perì fulminato, questo ha l’apparenza d’una favola, ma la verità è la deviazione dei corpi, che si muovono intorno alla terra e nel cielo, e la distruzione per molto fuoco e a lunghi intervalli di tempo di tutto quello che è sulla terra. [24] (in evidenza: notazione in margine di Manganelli)

Il tema è nodale al punto che ad esso sono dedicate le ultime due sottolineature d’autore rintracciabili nell’opera (che, va ribadito, non vanno oltre la pagina 37):

Perché nessuno ha dichiarato ancora la loro origine, ma, come se si sapesse che cos’è il fuoco e ciascuno degli altri elementi, li diciamo principii e li poniamo come le lettere, mentre basta un po’ di senno per comprendere che non si potrebbero ragionevolmente paragonare neppure alle sillabe. [25] (in evidenza: sottolineatura di Manganelli)

Di quello che noi vediamo sempre passare da una forma all’altra, come il fuoco, non si deve dire questo è il fuoco, ma ogni volta: tale è il fuoco; né questa è l’acqua, ma sempre: tale è l’acqua […]. [26] (in evidenza: sottolineatura di Manganelli)


Da questi passaggi, per quanto rapidi, è tuttavia possibile inferire come la lettura giovanile di Platone abbia “notturnamente continuato ad agire” nell’opera del Manganelli scrittore, tanto che, al termine di questa seppur sommaria rassegna, risulta spontaneo, laddove non addirittura suggestivo, immaginare Manganelli come una sorta di vivente doppelgänger del Gonzalo gaddiano, malinconico tapiro che “attediato dai clamori della radio, avrebbe voluto una investitura da Dio […] a scrivere una postilla al Timeo, nel silenzio, per gli stipendi di nessuno” [27].

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Note:


[14] Nella medesima accezione compare ad esempio nel VI libro del De republica di Cicerone, il celebre Somnium Scipionis (VI, 24): “Infatti gli uomini volgarmente commisurano l’anno soltanto alla rivoluzione di un solo astro, del sole; ma in realtà soltanto quando tutti gli astri siano ritornati al medesimo punto, donde sono partiti, ed abbiano ricostituito a lunghi intervalli la medesima ordinata disposizione di tutto il cielo, allora soltanto si può denominare veracemente quello il ritorno dell’anno. […] Quando dalla medesima parte e nel medesimo tempo il sole nuovamente si eclisserà, allora quando tutte le costellazioni e le stelle saranno state richiamate alla stessa posizione iniziale, potrai considerare compiuto l’anno; e sappi che di un tale anno ancora non è trascorsa la ventesima parte”.

[15] G. Manganelli, Nuovo commento, op. cit., p. 42.

[16] G. Manganelli, Freud terribile uomo tranquillo, “La Stampa”, 2 dicembre 1978, ora in Id., Il vescovo e il ciarlatano (a cura di E. Trevi), Roma, Quiritta 2001 (da cui si cita), p. 56.

[17] G. Manganelli, Centuria. Cento piccoli romanzi-fiume, Milano, Adelphi 1995, p. 154.

[18] G. Manganelli, Il presepio, Milano, Adelphi 1992, p. 95.

[19] Ivi, pp. 9-11.

[20] P. Citati, Giorgio, malinconico tapiro, “La Repubblica”, 18 luglio 1990; poi in Id., Ritratti di donne, Milano, Rizzoli 1992 e in Id, La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov, Milano, Mondadori 2005; ora in M. Belpoliti, A. Cortellessa (a cura di), Giorgio Manganelli, Milano, Marcos y Marcos 2006.

[21] G. Pulce, Bibliografia degli scritti di Giorgio Manganelli, Firenze-Grosseto, Titivillus Editore 1996, pp. 37-38.

[22] Platone, Timeo, Crizia, Minosse, traduzione di Cesare Giarratano, 3. ed., Bari, Laterza 1947. Il volume è conservato ora presso il fondo pavese con la segnatura F.MANG. St.Filos. 168, 6.

[23] Ivi, pp. 9-10.

[24] Ivi, p. 9.

[25] Platone, Timeo, Crizia, Minosse, op. cit., p. 36.

[26] Ivi, p. 37

[27] C. E. Gadda, La cognizione del dolore, edizione critica commentata con un'appendice di frammenti inediti a cura di E. Manzotti, Torino, Einaudi 1987, pp. 107-108.

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