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Indice

Tema n.12:

Un'apocalisse di bombe e mutande
Giorgio Manganelli e la fine del mondo

This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.

T. S. Eliot, The hollow men (1925)

Durer Apocalisse Pur nella sfavillante e inafferrabile varietà della sua prosa, è tuttavia possibile rintracciare nelle pagine di Manganelli una serie di temi stilisticamente rilevante. Si tratta di situazioni e motivi che, pur in un quadro si sostanziale variabilità e mutevolezza espressiva, possono essere analizzati e inscritti in una coerente e matura consapevolezza artistica. È il caso della tematica apocalittica che, con esiti probabilmente impareggiabili, consegue vertici difficilmente eguagliati. Una prima e sostanziale riprova, per quanto semplicemente evocativa, si può desumere scorrendo l’Introduzione stesa da Manganelli per l’edizione Rizzoli dell’Apocalisse corredata dalle xilografie di Albrecht Dürer:

La parola stessa, “Apocalisse”, pare essersi staccata dal libro che designa, come una delle belve volanti che lo affollano, e si muove nel nostro cielo con un messaggio ferreo e angoscioso, è una belva dell’intelligenza che non cerca di colpire le nostre carni, ma introdurre nella nostra mente una immagine rovinosa e sacra, il sigillo di una catastrofe che non è biologica, né ecologica, né nucleare, né epidemica: è l’idea della fine come significato, della morte totale di questo mondo come atto dotato di senso, anzi idoneo a conferire senso a tutto ciò che, fino al momento finale, si vestiva dei panni fastosi della “storia”. [1]

Venendo invece al Manganelli strettamente prosatore, nelle sue opere tracce di questa tematica sono sparse con regolarità costante. Nel racconto inedito La notte*[2] , la protagonista, una notte sotto vesti antropomorfiche, è affetta da un trauma psichico (una vera e propria sindrome catatonica) che, conducendola a un’irreversibile condizione di fissità taciturna, è presentata nei termini di un “vano concentrarsi nella solitudine sovraffollata di pochi gesti rovinosi e apocalittici”. Tutto il testo, inoltre, strutturato come collezione di exempla fruibili da “predicatori apocalittici” per la propria opera di catechesi, è permeato di profetici e messianici memento che ne ritmano l’incedere:

E poiché vi sono incubi che per le loro provocazioni e insinuazioni sono più atti a svegliare il maldormiente, il predicatore potrà dire che le nostre nequizie, accumulandosi infinitamente e ingegnosamente moltiplicandosi per intrinseci incesti, così che anche il loro amarsi sia contrassegnato da ulteriore peccaminosità, ed anzi non possano, nella loro volontà di permanere, che comportarsi come peccati sempre più rovinosi; le nostre nequizie, dunque, finiranno con lo svegliare la notte; nelle cui reti noi stiamo ora ammucchiati, disordinatamente. E che la notte rompendosi, noi cadremo tutti nello spazio affocato e abbagliante da cui ci ripara la sua sofferente maternità. Esploderemo, per così dire, nello spazio, e sarà un bel vedere di fulminee sagome guerriere, amanti appena strappati gli uni agli altri, in una apocalisse di bombe e mutande. E ammonirà, l’arguto predicatore, che certi sussulti, tremuoti e cosmici frastuoni, possono essere indizi dell’assottigliarsi di quel sonno, del farsi esiguo e povero, e approssimarsi a un risveglio che sarà la nostra fine.

Giorgio Manganelli L’epilogo dai toni grotteschi, l’apocalisse “di bombe e mutande” è motivo indubbiamente parodico che non scade però nell’occasionale e sterile divertissement. Si veda a tal proposito quanto affermato nel coevo monologo teatrale di Iperipotesi:

Il mondo non finirà in apocalisse, ma in un tè delle cinque, cui inviteremo il Tutto, e gli offriremo tè al limone, ed egli lo sorbirà senza versarne una stilla.[3]

“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”, direbbe Eliot. O, per citare Manganelli stesso, “il ferragosto è il tentativo più coerente per assassinare il mondo. Vedrete che la fine del mondo sarà semplicemente un ferragosto riuscito”.
Nell’anacronistico intreccio amoroso-epistolare del racconto Un amore impossibile (compreso nella raccolta Agli dèi ulteriori, 1972) le vicende dei protagonisti (Amleto, Ofelia, Orazio e la principessa di Clèves) si stagliano invece con la loro tragica impossibilità sullo sfondo di un mondo in disfacimento, ormai prossimo a concludersi drammaticamente:

Quello che incanta è la vostra attitudine a essere leziosa nel morire. Che la fine del mondo dovesse avere un profumo così artefatto, maliziosamente innocente! (p. 105)

Il nostro discorso tocca della imminente fine del mondo: che, voi dite, ne è anche l’inizio. Sia: ma io non ho né amore né interesse per gli dèi che prenderanno il posto degli oggidiani. (p. 108)

Ora non solo noi lo sappiamo: la fine del mondo è prossima. Oggi una crepa si è aperta nell’acqua in cui quotidianamente annega Ofelia. Nessuno ha parlato. I funerali di Ofelia sono stati una buffonata convulsa, il duello una furia di spadate da beccaio. (p. 109)

Non mi turba saperlo straniato da me; mi turba sapere che tanto accade ora, quando i cavalli dell’apocalisse – la nostra piccola, ma non per questo inadeguata apocalisse – già battono i loro zoccoli sul pavimento del cielo; che si corrompa il nostro lavoro eterno, che lo stemma venga bruttato; che io entri nel mio nulla da sola – anche il nulla tollera vicinanze e impone solitudini […] (p. 116).
[4]

Un incessante diluvio di proporzioni apocalittiche contraddistingue poi il racconto Sconclusione (1976) che, chiudendosi con l’immagine del definitivo spegnimento del sole, fornisce una vera e propria descrizione della fine del mondo, di cui è emblema evidente la conclusione priva di punteggiatura del volume (chiaro pendant stilistico dei due punti su cui terminava Hilarotragoedia). (continua)

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Note:


[1]G. Manganelli, Introduzione, in Apocalisse, Milano, Rizzoli 1974, p. 6.

[2] Data la presenza nell’opus manganelliano di un altro testo dal titolo La notte (cfr. G.Manganelli, La notte, a cura di S. S. Nigro, Milano, Adelphi 1996) si utilizzerà nelle pagine che seguono la dicitura contrassegnata da asterisco per indicare il suddetto racconto inedito.

[3] G. Manganelli, Iperipotesi, in N. Balestrini e A. Giuliani (a cura di) Gruppo 63. La nuova letteratura. 34 scrittori, Milano, Feltrinelli, 1964; poi, con l’ellenizzante forma Hyperipotesi, in G. Manganelli, A e B, Milano, Rizzoli 1975 (da cui si cita), p. 7.

[4] Le citazioni sono tratte da G. Manganelli, Agli dèi ulteriori, Milano, Adelphi 2009.

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