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Indice

Tema n.12:

Oltre il Moderno, ma non troppo
Le comunità estreme di J.G. Ballard

Introduzione. Campanili e ciminiere: dove finisce la modernità? / L’alba su Los Angeles / La città verticale e il suo declino / La città… "dentro" / Il viale del tramonto dei non-luoghi / «All work and no play makes Jack a dull boy» / Conclusione

1. Introduzione. Campanili e ciminiere: dove finisce la modernità?


In un memorabile articolo [1] Jean Starobinski proponeva di definire la modernità attraverso una metafora visiva. La modernità, o almeno la percezione della modernità, si riassumeva, secondo il critico francese, nel panorama che ogni abitante di una metropoli ottocentesca poteva ammirare fuori dalla sua finestra. Un panorama frastagliato e affascinante, costellato da «campanili» e da «ciminiere»: «Le ciminiere delle fabbriche sputavano immensi pennacchi scuri, che dalla punta si innalzavano in cielo. Si udiva il ronzare delle fonderie misto al nitido scampanio delle chiese, alte nella caligine». [2] La giustapposizione tra gli elementi dominanti del paesaggio urbano esprime perfettamente il conflitto latente tra due forme di temporalità «che inscrivono i loro segni nel paesaggio»: «l’ordine tecnico della produzione, dello sfruttamento e della trasformazione delle risorse naturali», da un lato; «l’ordine sacro delle ore canoniche, che scandisce il tempo imponendo al credente il ricordo dei momenti decisivi della storia della redenzione», dall’altro. [3] Da questa frizione, dalla schizofrenica coesistenza di queste due anime, si sprigiona l’energia propulsiva del grande motore del cambiamento economico, sociale e culturale che avrebbe cambiato il volto dell’Europa (e non solo) nei secoli a venire.
La potenza dell’immagine restituitaci da Starobinski riesce a catturare un concetto quanto mai sfuggente come quello di modernità, difficile da definire se non per contrasto e negazione. Un problema teorico riemerso con particolare chiarezza negli ultimi decenni, specie quando si è cercato di individuare la specificità del postmoderno rispetto al suo esimio predecessore. Difficoltà, ambiguità, esitazioni poi sfociate in un florilegio di neologismi (tarda modernità, surmodernità…) che, al posto di rivelare l’oggetto designato, hanno spesso reso più difficile l’orientamento in un simile labirinto terminologico.
Non è vano dunque chiedersi ancora una volta «dove finisce la modernità»? O, per richiamarci in maniera ancora più esplicita alla tematica di questo numero di «Griseldaonline»: «Quando la modernità raggiunge il suo estremo? Quando varca i suoi limiti per trasformarsi in qualcosa di diverso?».


2. L’alba su Los Angeles


Il risveglio di una città all’alba. Ripartiamo da qui, dal medesimo “motivo” proposto da Starobinski. Spostiamo avanti le lancette dell’orologio e abbandoniamo il vecchio continente, insieme agli esuli della scuola di Francoforte, per ammirare il panorama che le colline intorno a Los Angeles offrono ai loro occhi:

I palazzi monumentali, tersi come cristalli, che si vedono spuntare da tutte le parti, rappresentano la pura razionalità priva di senso dei grandi cartelli internazionali a cui tendeva già, a suo tempo, la libera iniziativa abbandonata a se stessa di cui restano le tracce nei tetri edifici circostanti – d’abitazione o d’affari – delle città desolate. Già le case hanno l’aria di slums, e i nuovi bungalows ai margini della città cantano già (come le fragili costruzioni delle fiere internazionali) le lodi del progresso tecnico, invitando a liquidarli, dopo un rapido uso, come scatole di conserva.[4]

Il contrasto evocato in maniera così vivida dalla penna di Flaubert, quasi un secolo prima, si stempera nella contiguità tra “abitazioni” e “affari”, nell’omogenizzazione e nella dispersione del tessuto metropolitano. Grattacieli scintillanti e tetri slums non stanno tra di loro come gli opposti di un’ideale dialettica che trova la sua unica possibilità di sintesi sul piano simbolico; alla giustapposizione si sostituisce la contiguità, alla compresenza il rapido consumo.
Per quanto singolare non è un caso che, nell’incipit di un capitolo dedicato alla cosiddetta “industria culturale”, Horkeimer e Adorno si servano proprio di una metafora urbana per esemplificare lo schema della nuova cultura sviluppatasi all’ombra dell’insegna di Hollywood o, in altre parole, la «falsa unità di universale e particolare». Nella sonnacchiosa provincia evocata da Flaubert le schiere turrite del progresso si contendevano l’orizzonte con gli alfieri sonanti della tradizione, e l’avanzata delle prime si poteva misurare solo impercettibilmente. Nel mondo usa-e-getta dell’America prebellica il processo sembra invece essersi compiuto in un lampo. La battaglia già conclusa prima di cominciare.
Per misurare l’entità dell’accelerazione impressa al placido corso della storia basta pensare all’impressionante esplosione demografica di Los Angeles: 1610 abitanti nel 1850, quasi 2.000.000 cento anni dopo. In una reinterpretazione postmoderna del mito della frontiera il sud della California ha prodotto così un nuovo tipo di città, ben diversa da quella metropoli di cui per quasi un secolo si è nutrito l’immaginario europeo. Joel Garreau le ha chiamate Edge City, in una definizione accattivante quanto difficilmente traducibile.
“Città-limite” o “città sul limite”? Delle due traduzioni la prima riflette sicuramente meglio il principio di espansione di Los Angeles. Un tessuto urbano privo di un centro forte – almeno così come lo intendeva Roland Barthes in L’impero dei segni – destinato a una deriva centrifuga. Agevolato da un’incontrollata (e spesso incontrollabile) speculazione edilizia a trionfare ovunque è uno spazio amorfo o meglio isomorfo, dove le periferie sono «praticamente Centro» e «il centro somiglia sempre più a un enorme outlet». [5]
Il confine tracciato nella classicità tra città e campagna, già indebolito dall’ascesa delle metropoli (le «città tentacolari» di Émile Verhaeren), si dissolve in un pulviscolo sottile, indifferenziato, una «schiuma urbana» [6] destinata a sommergere e cancellare ogni principio di differenza. In questa configurazione precaria, nell’incessante trasformazione che richiama la socialità fluida di Zygmunt Bauman, anche l’ultimo segno dominante individuato da Adorno e Horkeimer – il grattacielo – sembra avviarsi ad un inevitabile declino.


3. La città verticale e il suo declino


Terza e ultima scena. Inghilterra, inizi anni Settanta. Robert Laing, distinto professionista di mezza età, si è svegliato da poco. Accucciato davanti ad un fuoco improvvisato, in mezzo al terrazzo invaso da sporcizia e rifiuti, pregusta la sua colazione: un «cosciotto arrosto di pastore alsaziano». Lo sguardo risale lungo le anse del Tamigi, per perdersi laggiù, dove Londra si riduce ad un inconsistente miraggio: «Benché la City si trovasse a meno di tre chilometri, i palazzi degli uffici del centro di Londra appartenevano a un mondo diverso, sia nel tempo che nello spazio». [7] Una delle prime e maggiori metropoli europee viene così relegata sullo sfondo da James Graham Ballard nell’incipit di High Rise (1975). Ed è una sorta di requiem celebrato in fretta, destinato a liquidare definitivamente uno dei grandi miti della modernità: la pianificazione e la razionalizzazione urbanistica come strumenti per migliorare la qualità della vita.
Il monumentale complesso residenziale (quattro condomini per duemila abitanti) in cui si svolge la vicenda, «con i suoi quaranta piani, mille appartamenti, supermercato, piscine, banca e scuola materna» sembra offrire, almeno nelle intenzioni del suo ambizioso architetto – Anthony Royal – ogni comodità a portata di mano. La residua separazione tra “casa” e “lavoro”, tra spazi privati e spazio pubblico, ancora presente nella cupa visione profetica della Scuola di Francoforte, collassa su se stessa. L’integrazione è totale, anche se i risultati non sono proprio quelli desiderati. L’asettica perfezione di una simile “macchina per abitare” [8] induce una pericolosa regressione nei suoi abitanti. Con il suo spartano pasto Laing celebra infatti la definitiva implosione dell’ordine sociale, registrando la conclusione di un processo in cui le crescenti disfunzioni dell’edificio riflettono una crescente degradazione etica. Ascensori fuori servizio, contese per l’uso degli spazi comuni… ogni occasione è buona per «scatenare violenze e accentuare conflitti». Le gargantuesche dimensioni dell’edificio non fanno altro che esacerbare una tensione latente tra «la logica di un mondo tecnologizzato di cui il condominio rappresenta un modello in scala» e «la riemersione del rimosso prodotta dall’edificio stesso».
L’interazione di queste due forze dello stesso spazio provoca una sorta di cortocircuito le cui conseguenze diventano sempre più drammatiche. Dalla iniziale separazione gerarchica e verticale basata sul censo (tra middle class e upper middle class), passiamo presto ad un vero e proprio conflitto tribale (tribal warfare). Il desiderio di sicurezza e comodità che aveva spinto questi timorosi borghesi a rifugiarsi ai margini della metropoli (lontano «dalle strade intasate, dagli ingorghi di traffico, dai lunghi percorsi in metropolitana») produce, all’interno delle forme urbane allestite per soddisfarlo, il suo esatto opposto.
Incapaci di individuare i confini del proprio territorio i nostri condomini ricorrono a soluzioni paradossali: si isolano progressivamente dall’ambiente circostante, eliminando ogni forma di contatto con l’esterno, alla fine non escono più neanche per andare al lavoro o fare la spesa. Il ripiegamento verso l’interno porta naturalmente ad una feroce competizione per le risorse (cibo, acqua, elettricità…) sempre più scarse. Il conflitto tra tribù è dunque solo il primo momento in questa ricreazione di uno «spazio difendibile» capace di garantire una certa protezione. Presto però anche questa forma residuale, per quanto “primitiva”, di organizzazione verrà meno, le tribù si frantumeranno in enclaves, provvisorie isole di autosufficienza in un mare di dilagante anarchia. La storia di Laing non procede oltre, lasciandoci solo immaginare la fine di una simile disgregazione.
Il libro di Ballard è insomma una sorta di dimostrazione per assurdo di un teorema sbagliato. L’ideale armonia tra macrocosmo e microcosmo, reinterpretato variamente nella modernità nelle sue «fantasmagorie» (dai diorami ai panorami, attraversando i passages di Walter Benjamin) e nella sua pianificazione razionalistica, raggiunge qui il suo punto di non ritorno. Ed è proprio portando all’estremo i presupposti del vecchio paradigma urbano che sembra aprirsi una nuova prospettiva.


4. La città… “dentro”


High Rise si colloca ad un punto di svolta nella carriera letteraria di Ballard, segnando il definitivo abbandono dei mondi postapocalittici caratteristici dei suoi esordi. Una svolta fondamentale che riflette una particolare attitudine nei riguardi di un genere a lui particolarmente caro: la science fiction.
Già sul finire degli anni Sessanta, interpretando a suo modo una diffusa esigenza di rinnovamento, lo scrittore anglosassone esprimeva una profonda insoddisfazione per i due temi classici della fantascienza classica: «lo spazio esterno e il lontano futuro». Secondo la sua opinione occorreva riorientare la prospettiva, rovesciandola radicalmente: «battezzai il nuovo terreno che desideravo esplorare spazio interno, intendendo per tale quel territorio psicologico (manifesto, per esempio, nella pittura surrealista) nel quale s’incontrano, fondendosi, il mondo interiore dello spirito e il mondo esteriore della realtà». [9]
L’intrigante definizione di «inner space» rappresenta sicuramente la maggiore modificazione rispetto al paradigma del paesaggio moderno dove, secondo Starobinski, era ancora possibile tracciare una demarcazione netta tra «lo spettacolo oggettivo del capitale» e l’attività soggettiva del poeta (o del flâneur) «separata dal mondo». Un’attitudine incarnata perfettamente nelle visioni “sopraelevate” tipiche dell’Ottocento: dalla sfida a Parigi lanciata da Rastignac sulla collina del Père-Lachaise (nel capitolo finale di Le Père Goriot); alla mansarda di Baudelaire, da cui prende spunto uno dei più vividi Tableaux parisiens: Paysage. Una divisione grazie a cui l’artista poteva ancora rivendicare, di fronte allo smarrimento e alla perdita del soggetto nella folla, il «potere assoluto» della propria coscienza.
Il cammino che porta fuori dalla modernità procede invece terra terra, per sentieri tortuosi e spesso non segnalati. Proprio là dove Ballard si avventurerà a partire dalla metà degli anni Settanta, esplorando anfratti dimenticati e poco visibili del paesaggio urbano: «road networks, car parks, […] airport concourses, business parks, suburban estates, waste-grounds, gated communities, retirement pueblos». [10]
Effettivamente molti dei romanzi successivi si svilupperanno in ambientazioni simili: “comunità recintate” (Running Wild, 1988; Cocaine Nights, 1996; Millennium People, 2003), enclaves ipertecnologiche (Super Cannes, 2000), centri commerciali (Kingdom Come, 2006). Una pista che sembra condurci verso lo sfuggente arcipelago dei non-luoghi descritti da Marc Augé, anche se con una fondamentale differenza. La teorizzazione di Augé procede individuando il suo oggetto per negazione: il non-luogo è infatti non identitario, non storico, non relazionale. Il polo positivo, che è possibile scorgere in filigrana, è ancora rappresentato dalla stretta correlazione tra luogo, cultura e identità tipica della comunità pre-moderna più che della società attuale. [11]
Pur rivolgendo la propria attenzione alle medesime tipologie di spazi Ballard non vede nei non-luoghi solo «un mondo promesso all’individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio e all’effimero». [12] Tale aspetto è presente, ma viene considerato non tanto come un punto d’arrivo, quanto piuttosto come una precondizione, un campo sperimentale suscettibile di nuovi, inaspettati sviluppi. Il vago senso di nostalgia per ciò che si è perduto cede definitivamente il passo ad un inebriante senso di libertà: la «libertà morale di attendere alla nostra psicopatologia come gioco».[13]



5. Il viale del tramonto dei non-luoghi


Giunta alle soglie del nuovo millennio l’onda lunga della «grande rivoluzione spaziale della seconda metà del Novecento», segnata dal dilagare della metropoli, sembra incontrare una resistenza imprevista, avviandosi a un lento ripiegamento su se stessa. Ma come interpretare tale fenomeno?
Se, come abbiamo visto, la «forma-territorio del Moderno» si è sempre caratterizzata «in relazione ad un fuori (periferia, campagna, natura)», [14] allora la “chiusura” – matrice comune alle varie forme di gated communities sorte negli ultimi tre decenni – può forse rappresentare una sorta di ritorno alle origini? L’ultima, disperata reazione di fronte all’omogeneizzazione dello «spazio infinito, fluido, immateriale, senza luoghi e senza storia, del mercato globalizzato»? Riformulando la domanda in altri termini: siamo giunti davvero alla fine di un ciclo, al limite estremo di un passaggio sancito «dalla fine della guerra fredda e dall’avvento di un mondo unipolare»? O piuttosto l’esaurirsi di questa prima fase della «rivoluzione» prelude a qualcosa di diverso? Ben consapevole che a «questo punto parlare di crisi della forma metropoli non [avrebbe più] senso perché la metropoli è la forma mondo che ha dissolto ogni forma urbana», Ballard sembra propendere più per la seconda ipotesi:

[…] la città senza luoghi, quella definita in assoluto dalle possibilità infinite, dalla mobilità perenne, dagli spazi senza mura né confini, non esiste più; come non esistono più i non luoghi, quelli della circolazione accelerata delle persone e dei beni […]. Non esistono più nel senso che non ci sono più le stesse condizioni sociali dentro le quali sono stati teorizzati nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Comunque se esistessero apparterrebbero oggi a una spazialità opposta e diversa da quella metropolitana, dove la questione della sicurezza e l’esplodere della microconflittualità sono tutt’altro che disposte a favorire una circolazione scorrevole delle persone e delle merci, e la costruzione di un’architettura «liquida». E vivere nell’insicurezza non significa tanto «non poter fare più società con i propri simili» quanto doverla fare non più attraverso lo scambio ma la paura che trasforma la leggerezza dei non luoghi nella rigidità dei luoghi di controllo. [15]

Cercando di regolare l’infinita reversibilità dello spazio «fluttuante» descritto da Fredric Jameson, tipica dei non luoghi, le gated communities propongono un modello radicalmente alternativo a quello della metropoli, articolato attraverso la giustapposizione tra spazi e ordini temporali eterogenei. Il prezzo da pagare è però molto alto, dato che «i cani e le telecamere impediscono di entrare […] ma anche di uscire». [16] Arrivati a questo punto l’ossessione per la sicurezza finisce per rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio.
Ridisegnando l’«immaginario del prossimo» e le figure correlate (l’amico, il vicino…), il territorio viene delimitato attraverso la creazione di confini artificiali, ovviamente ben sorvegliati. E non potrebbe essere altrimenti dato che tale “chiusura” è più apparente che reale, in comunità «connesse globalmente e disconnesse localmente». [17] Il motivo stesso del “muro” appare poco più di un palliativo simbolico di fronte «alla rivoluzione unificatrice e omologante delle reti, dei flussi transnazionali, della rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni che investe tutti i livelli delle relazioni sociali». [18]
Nonostante questo è difficile eliminare la claustrofobica impressione di essere “chiusi dentro”. Prendiamo ad esempio il clima di cordiale estraneità sperimentato dal protagonista di Super Cannes quando si accorge che nel futuristico parco tecnologico di Eden-Olympia, riservato ad una nuova élite transnazionale di manager e account, «la confidenza e la cortesia tra i vicini non erano certo all’ordine del giorno». Al venir meno della solidarietà interpersonale – colonna portante di ogni comunità tradizionale secondo Max Weber –, sopperisce qui «un’infrastruttura invisibile» volta a rimpiazzare «le virtù civiche tradizionali». [19] Gli invisibili tentacoli delle information technologies si spingono sempre più a fondo nella sfera della privacy. [20] Una rete capillare che controlla ogni aspetto della vita quotidiana, ridicolizzando le tecniche di controllo dell’era pre-informatica. E basta guardarsi un attimo alle spalle per realizzare quanto oggi l’occhio onnipresente del Grande Fratello di George Orwell appaia tutt’al più come quello di un guardone troppo timido.
Superato il regime del Panopticon, siamo ormai entrati nel regno dell’Anopticon, dove finalmente si realizza la completa integrazione tra le tre eterotopie (la prigione, la fabbrica e il manicomio) attraverso cui Michel Foucault descriveva il passaggio dalla “disciplina” al “controllo”, a cavallo tra la fine dell’ètà classica e l’inizio dell’era moderna.


6. «All work and no play makes Jack a dull boy»


Ballard è sempre stato affascinato dalle conseguenze che la rigidità imposta da un ambiente plasmato su esigenze di sempre maggior controllo può produrre sul piano psicologico. In quest’ottica possiamo comprendere meglio perché «l’individuazione metonimica di uno spazio limitato e centripeto» risulti «funzionale al disvelamento del paesaggio interiore».
La diminuita profondità psicologica dei suoi personaggi (per cui diversi critici l’avevano accostato al più intransigente rappresentante dell’école du regard: Alain Robbe-Grillet) non ci restituisce affatto un mondo post-umano dove le sorgenti della libido siano ormai inaridite. [21] Le pulsioni più profonde e inconfessate giocano anzi un ruolo fondamentale nei calcoli dei nuovi demiurghi delegati all’amministrazione dell’economia emotiva di simili «parchi giochi con pena di morte».
Molti di questi guru, ambigui alter ego degli eroi ballardiani, prediligono, da High Rise in poi, la professione psichiatrica a quella dell’architetto: Richard Gould, lo scienziato terrorista di Millennium People; il Dott. Penrose in Super Cannes. [22] Si tratta di figure di mediazione tra il protagonista e la mentalità della comunità in cui si trova proiettato, in una posizione a metà tra il turista e l’outsider. Figure che nei loro dialoghi esplicitano le nuove leggi dell’agire sociale al nuovo arrivato. Sono insomma i nuovi Vautrin, pronti a illustrare le loro brillanti teorie a una rinnovata schiera di Rastignac.
Perché in fondo è proprio questo che interessa a Ballard: il «fare società», in un’epoca dove la «trasfigurazione del politico» lascia campo libero a novelli apprendisti stregoni chiamati a gestire delle comunità «fondate più sul sentimento di appartenenza che sulla nozione moderna di contratto sociale, con le connotazioni razionali o volontarie implicate da quest’ultimo». [23] Rispetto alle loro posizioni Anthony Royal, l’architetto del Condominio, appare un demiurgo sin troppo indolente. Non basta infatti predisporre un palcoscenico adatto, disegnato secondo «l’astrazione di un ordine meccanico», bisogna anche dirigere lo spettacolo, imparare a sfruttare con profitto il conglomerato «di emozioni e di sentimenti condivisi» che, al di là delle diverse «razionalizzazioni o legittimazioni politiche» ormai inservibili, assicurano la sopravvivenza di una comunità. Il fatto che i mezzi per raggiungere tale scopo non si conformino alla morale borghese poco importa.
Richard Gould (Millennium People) e il Dott. Penrose (Super Cannes) incarnano, da questo punto di vista, due soluzioni opposte al dilemma posto da Sigmud Freud nel Disagio della civilità (1930): se la repressione delle pulsioni, moneta di scambio che la modernità pretendeva in cambio di «bellezza», «pulizia» e «ordine», non porta ad altro che ad un crescente «disagio» (Unbehagen) come porre rimedio a tale effetto perverso?
Nel primo caso la filosofia del cattivo maestro di turno sembra essere sin troppo raffinata per gli abitanti del quartiere londinese di Chelsea Marina, inconsapevoli promotori di un’inedita forma di rivoluzione. Secondo Gould infatti l’unica, autentica forma di ribellione praticabile, all’interno di un sistema in cui anche la trasgressione è destinata fatalmente ad essere riassorbita dal meccanismo del mercato, non può che richiamarsi al più puro gesto surrealista: uscire in strada con una rivoltella in pugno e sparare a caso tra la folla.
La teoria possiede certo un indubbio fascino, ma non è detto che possa funzionare davvero. Per quanto clamorosi, gli atti di violenza gratuita pianificati con l’intenzione di risvegliare le coscienze delle ordinate schiere di professionisti dal sonno dell’alienazione – una bomba all’aeroporto di Heathrow, l’attentato al National Film Theatre, ecc. – non raggiungono il loro obiettivo. Alla fine anche il disperato tentativo di incendiare le proprie case e di abbandonare il quartiere in favore di un nomadismo inquieto si risolve in un fallimento. Presto i residenti di Chelsea Marina ritornano indietro e i fuochi della rivolta che, per contagio, si stanno accendendo in altre città dell’Inghilterra si spengono in fretta. In definitiva Gould si dimostra un profeta inascoltato, se non apertamente frainteso dai propri discepoli. La sua tragica fine alla Bonnie & Clyde, in un’auto crivellata dai colpi della polizia, misura la distanza “eroica” che lo separa dai suoi infedeli apostoli pronti a ritornare, come se nulla fosse successo, alla tanto odiata normalità.
Rispetto al misticismo estetizzante di Gould, il Dott. Penrose appare decisamente più pragmatico. Il suo motto potrebbe essere riassunto nello slogan: «a mali estremi estremi rimedi». E il male che affligge Eden-Olympia, cittadella ipertecnologica sorta a pochi chilometri dalle assolate spiagge della Costa Azzurra, è ben più sfuggente e pericoloso di quanto si potrebbe pensare. Il nostro spregiudicato psicologo sa bene che in quest’utopia edificata sugli imperativi di massima produttività e massima sicurezza il pericolo maggiore non proviene più dall’esterno bensì dall’interno. Per quanto confortevole e protetto questo ambiente artificiale, plasmato dagli imperativi del mercato, finisce per assomigliare ad un «mondo senza avvenimenti» e senza passioni, in cui è pronta a risorgere l’araba fenice del più accanito avversario di ogni pianificazione sociale: la noia.
Come predetto da Thomas Stearns Eliot un mondo simile non è destinato a finire con una spettacolare esplosione bensì in un impercettibile sbadiglio. Inutile dunque tentare di scuotere le coscienze attraverso atti di terrorismo privi di motivazioni apparenti. Meglio piuttosto tentare di sfruttare le tensioni latenti nell’inconscio sociale, incanalandole attraverso atti di “devianza controllata” e dirigendole, di nuovo, verso l’“esterno”. Ratissages razzisti nei sobborghi più malfamati, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione minorile, ecc., ossia prescrizioni di violenza in dosi omeopatiche, sempre e comunque, proiettate al di fuori dei confini della comunità perfetta. Le cure che Penrose prescrive ai suoi pazienti, esemplari rappresentati di una nuova élite deterritorializzata, dimostrano un’agghiacciante efficacia: non solo l’esercizio controllato della violenza assicura la coesione sociale ma, come effetto collaterale, aumenta anche la produttività del singolo. A cavallo tra Sade e Fourier i paradigmi di socializzazione vengono così rifondati «sul crimine, sulla paura, sulla sicurezza, sulla follia»: 24]

Il crimine collettivo come unico strumento per ricreare legami sociali e un’identità collettiva. In tempi di allarmi per il terrorismo e ossessione per la sicurezza, Ballard suggerisce che la paura non sia solo una delle possibili fonti del potere ma anche un’esigenza dell’individuo per potersi sentire parte di una comunità. [25]

Le stesse pulsioni che erodevano la struttura sociale in High Rise ne assicurano qui la tenuta, ed è proprio grazie ad un simile capovolgimento che gli araldi di questo lifestyle, in cui «impazzire è l’unico modo per rimanere sani», [26] possono porsi come l’avanguardia dei tempi a venire: «Questo è il futuro dell’Europa. Fra un po’ sarà così dovunque». [27]


7. Conclusione



Alla fine del nostro breve itinerario ci troviamo di fronte ad un paesaggio radicalmente mutato. Siamo andati ben oltre le migliori intenzioni del Barone Haussmann che, con i suoi geometrici boulevards offriva a Napoleone III il sogno di bandire per sempre la rivoluzione e le sue barricate dalle strade di Parigi. Lungi dal rappresentare l’emblema dell’ordine la metropoli, o meglio, la miriade di territori in cui la metropoli si è frantumata appaiono oggi i campi di battaglia privilegiati dal XXI secolo.
Se il consumo e il mercato spingono allo sviluppo di identità fluide, leggere e precarie, ma non riescono ad assicurare oltre all’omogeneità della comunità anche la sua sopravvivenza, lo spettro dell’Altro (declinato in varie modalità) sembra offrire una possibilità di definirsi, di identificarsi in opposizione al diverso, a chi è “fuori”. Il territorio, così come la comunità che lo abita, non si fondano più su un principio comune di ordine e stabilità, al contrario diventano «la rappresentazione concreta, sul suolo, di una divisione sociale, di una rottura delle regole fino ad allora condivise, di un conflitto irriducibile». [28] Ed è proprio quest’assenza di correlazione, l’impossibilità di ogni dialettica di fronte all’irriducibilità del conflitto a rendere ormai obsolete le categorie di percezione dello spazio del Moderno.
Le gated communities costituiscono certo uno sviluppo della «privatopia» teorizzata da Evan McKenzie, ma ne costituiscono, sotto diversi aspetti, un superamento. Insistere su quanto il modello identitario dello stato-nazione sia ormai inadatto a cogliere il complesso intreccio tra le «dimensioni dei flussi culturali globali» [29] o, in alternativa, porre l’accento sulla dimensione “privativa” dei non-luoghi rispetto alla ricchezza del luogo antropologico significa fornire un’interpretazione piuttosto parziale di ciò che sta succedendo ed è già successo negli ultimi vent’anni ai margini delle nostre metropoli. Allo stesso modo l’enfasi posta sulla “sicurezza”, di cui la “chiusura” delle gated communities è certo un simbolo esemplare, rischia di evidenziare un solo aspetto del problema, mettendone in ombra altri.
Stiamo assistendo, dopo l’apogeo della metropoli e il tramonto dei non-luoghi, al secondo passaggio di una rivoluzione spaziale iniziata più di un secolo fa. Dall’inclusività bulimica dell’espansione urbana otto-novecentesca passiamo così a spazi definiti «attraverso la separazione tra differenze» e «l’esclusione delle diversità». [30] Dal caleidoscopio di impressioni, dall’«intensificazione della vita nervosa» in cui Georg Simmel coglieva il senso profondo dell’esperienza urbana primo-novecentesca siamo passati al «mondo senza avvenimenti» immaginato da Ballard. Un mondo rizomatico che si sviluppa a partire dal collasso del vecchio schema planetario. Un mondo unipolare dai confini più incerti e dunque sempre più sorvegliati, che produce identità forse più fluide ma non per questo meno radicate sul territorio. Un mondo in cui la militarizzazione della sicurezza privata, la capillare penetrazione delle reti di comunicazione e di trasporto, creano le condizioni per progettare il superamento del double bind etico della modernità. Un dilemma che neanche la sua erede storica era riuscita a risolvere:

Il tipico disagio della modernità derivava dal fatto di dover pagare la sicurezza restringendo la sfera della libertà personale, e quindi dal non poter impostare la vita sulla ricerca della felicità. Il disagio della postmodernità deriva invece da una ricerca del piacere talmente disinibita che è impossibile conciliarla con quel minimo di sicurezza che l’individuo tenderebbe a richiedere. [31]

L’unico modo per conciliare le esigenze (opposte e inconciliabili secondo Freud) di «sicurezza» e «libertà», per ricomporre la rottura del «patto tra spazio e società» è dunque quello di riedificare «le mura della grande città del Moderno» [32] che la nascita della metropoli aveva abbattuto? Forse. Quel che è certo è che tali soglie non servono più a marcare una divisione forte e irreversibile tra chi è dentro o fuori, «ma segnano [piuttosto] gerarchie e differenze tra i diversi livelli di accesso al consumo». [33]
Horkheimer e Adorno notavano giustamente come già agli albori della società dei consumi la distinzione tra i due «ordini temporali» individuati da Starobinski fosse destinata a scomparire. La sfida lanciata dalla modernità da allora in poi si sarebbe giocata su un unico campo, quello economico. La possibilità di istituire una qualche forma di separazione e distanza non risiedeva più nella contrapposizione di due «ordini temporali», ma si produceva all’interno del medesimo ordine:

I residenti poveri […] vengono considerati una minaccia dai loro vicini e vengono spinti a spostarsi in zone separate e ghettizzate. Anche i residenti ricchi si riuniscono in ghetti, cioè in aree privilegiate da cui escludono tutti gli altri. Essi fanno di tutto per separare il loro mondo da quello degli altri abitanti delle città istituendo di fatto delle zone di extraterritorialità. In questo modo si stabiliscono aree reciprocamente esclusive: i ghetti dei poveri dove i ricchi non vanno per scelta e i ghetti dei ricchi dove i poveri non hanno il permesso di andare. [34]

In un’epoca in cui la società è stata ormai assorbita dall’economia, [35] «che fornisce oggi non solo il linguaggio dominante, gli scopi e i valori della vita, ma anche le sole possibilità di entrare in contatto con gli altri», gli angoscianti demiurghi di Ballard si accorgono che non basta disegnare nuovi spazi ma occorre immaginare una nuova etica.
Che quest’etica sia volta al sovvertimento radicale delle regole della «razionalità economica» [36] attraverso una rivisitazione dell’«atto gratuito» tanto caro a Gide e ai Surrealisti (Gould), o, al contrario, ad assicurare una maggiore produttività grazie alla civilizzazione della violenza (Penrose), poco importa. In entrambi i casi ci troviamo davanti a forme di estremismo egualmente angoscianti e forse, oggi, non così lontane.


Pubblicato il 16/07/2012
Note:


[1] J. Starobinski, Les cheminées et le clochers, «Magazine littéraire», no 280, settembre 1990, pp. 26-27.

[2] G. Flaubert, Madame Bovary, Milano, Mondadori, 2001, p. 289.

[3] J. Starobinski, Les cheminées et le clochers…, cit., p. 26.

[4] T.W. Adorno-M. Horkheimer, Dialettica dell’Illuminismo, Torino, Einaudi, 1997, p. 127.

[5] W. Siti, Il contagio, Milano, Mondadori, 2008, pp. 169 e 308.

[6] Cfr. U. Volli, La città come testo. Scritture e riscritture urbane, Roma, Aracne, 2009, p. 12.

[7] J.G. Ballard, Il condominio, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 9.

[8] I progetti del movimento Brutalista, parodizzati esplicitamente da Ballard, si ispirano alla visione urbanistica di Le Corbusier.

[9] Cfr. J.G. Ballard, “Introduzione” a Crash, Milano, Bompiani, 1999.

[10] A. Gasiorek, J.G. Ballard, New York, Manchester University Press, 2005, p. 206.

[11] Rispetto alla modernità la «surmodernité» dell’antropologo francese trova dunque la sua specificità più nella portata e nell’intensità dei fenomeni osservati che nella loro origine o nella loro natura.

[12] M. Augé, Non-luoghi. Introduzione ad un’antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1996, p. 74.

[13] J.G. Ballard, “Introduzione” a Crash…, cit.

[14] M. Ilardi, Il tramonto dei non luoghi, Roma, Meltemi, 2007, p. 37.

[15] Ivi, p. 42.

[16] J.G. Ballard, Un gioco da bambini, Milano, Anabasi, 1993, pp. 18-19.

[17] Cfr. M. Castells, La nascita della città in rete, Milano, EGEA, 2002.

[18] M. Ilardi, Il tramonto dei non luoghi…, cit., p. 38.

[19] J.G. Ballard, Super Cannes, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 42.

[20] Non senza un certo entusiasmo la moglie del protagonista illustra il progetto di “sanità totalitaria” portato avanti ad Eden-Olympia: «“Ogni mattina alzandosi la gente si collegherà alla clinica e inserirà i dati sulla propria salute: frequenza cardiaca, pressione del sangue, peso eccetera. Una pressione del dito su un piccolo scanner e i nostri computer analizzeranno tutto: enzimi epatici, colesterolo, marker della prostata, insomma tutto quanto”. | “Anche i livelli di alcool e droga?…”. | “Tutto. È un’idea così totalitaria che solo Eden-Olympia poteva concepirla senza nemmeno rendersi conto di quel che significa. Ma potrebbe anche funzionare”» (Ivi, p. 69).

[21] Non bisogna confondere la scelta di una peculiare modalità di rappresentazione (in cui assistiamo effettivamente ad un’inversione tra due registri lessicali: «quello delle cose animate e quello delle cose inanimate, da un lato caricando di connotati emotivi gli oggetti inanimati, dall’altro disidratando il personaggio») con un’accettazione acritica della realtà rappresentata. Cfr. A. Bonacina, Condomini, periferie e altri non luoghi, in J.G. Ballard, in I nonluoghi in letteratura: globalizzazione e immaginario territoriale, a. c. di S. Calabrese, M.A. D’Aronco, Roma, Carocci, 2005, p. 134.

[22] Quando non si tratta dell’antagonista, tale ruolo può essere rivestito dall’“aiutante”, quasi sempre in vesti femminili (la Dott.ssa Paula Hamilton in Cocaine Nights, o la sua omologa in Kingdom Come, Julia Goodwin).

[23] M. Maffesoli, La tranfiguration du politique, Parigi, Grasset & Fasquelle, 1992, p. 16, traduzione nostra.

[24] M. Ilardi, Il tramonto dei non luoghi…, cit., p. 30.

[25] Id., Il senso della posizione, Roma, Meltemi, 2005, p. 187.

[26] J.C. Wood, Going mad is their only way of staying sane: Norbert Elias and the Civilized Violence of J.G. Ballard, in J.G. Ballard: Visions and Revisions, a c. di J. Baxter, Londra, Palgrave, 2011.

[27] J.G. Ballard, Cocaine Nights, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 20.

[28] Ibidem.

[29] A. Appadurai, Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001, p. 52.

[30] Z. Bauman, Homo consumens, Gardolo, Erickson, 2007, p. 61.

[31] Id., Il disagio della postmodernità, Milano, Mondadori, 2002, p. XII.

[32] M. Ilardi, Il tramonto dei non luoghi…, cit., p. 42.

[33] Ivi, p. 35.

[34] Z. Bauman, Homo consumens…, cit., pp. 61-62.

[35] A. Petrillo, La città perduta, Bari, Dedalo, 2000, p. 6.

[36] Cfr. M. Weber, Economia e società, vol. I, Milano, Edizioni Comunità, 1980-1981.
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