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Tema n.12:

L’utopia del ricongiungimento degli estremi
nella «Jocaste» di Michèle Fabien

(continua)
Per quanto mi è stato possibile verificare grazie alla consultazione degli appunti preparatori alla stesura dell’opera, ho constatato che l’autrice aveva letto Mito e tragedia di Vernant e Vidal-Naquet. In particolare, aveva annotato il passo in cui Vernant legava l’inizio della parabola del genere tragico al momento in cui «nel quadro della città l’uomo comincia a sperimentarsi come agente, più o meno autonomo nei confronti delle potenze religiose che dominano l’universo, più o meno padrone delle proprie azioni, più o meno responsabile del proprio destino politico e personale». [9] Poche righe più in basso trascriveva, in caratteri greci, la parola pharmakos (capro espiatorio). Nella tragedia, in cui anthropine physis (natura umana) e tyche (sorte) costituiscono i due poli di una stessa realtà ambigua, gli atti umani acquistano il loro vero senso, ignorato dall’agente, quando arrivano a svelarsi come parte integrante di un ordine che supera l’uomo e gli sfugge. [10] Causalità divina e iniziativa umana, che all’inizio sembravano contrapporsi, si ritrovano unite e, per un gioco sottile di lingua, si opera, in ogni momento in cui Edipo sceglie, lo slittamento fra l’aspetto di azione e quello di passione. [11] In Edipo i due estremi convivono: da «il primo fra gli uomini così nelle vicissitudini dell’esistenza come negli eventi causati dagli dei» diventa «questa piaga enorme, questo maledetto, quest’uomo che fra gli uomini tutti è il più odioso agli dei», [12] qualificandosi come paradigma dell’esistenza umana. Innocente e puro dal punto di vista del diritto umano, colpevole e macchiato dal punto di vista religioso, [13] Edipo si è trovato a compiere, senza saperlo, quelle azioni che, partendo con un cammino misurato sul corso delle stelle, aveva cercato di scongiurare. Questo Edipo è lo stesso che, nell’Edipo a Colono, giunto al termine della vita, può proclamare fermamente la propria innocenza: «Perché uccisi, ammazzai senza sapere. Sono innocente davanti alla legge: ignaro arrivai a tanto». [14] Ben diversa è invece la personalità di Giocasta, il cui carattere si rivela determinante soprattutto ai fini dello sviluppo dell’azione drammatica: i suoi ten-tativi di eludere le complicazioni ottengono l’effetto contrario di quello che si proponevano. La sua iniziale curiosità, che, gradualmente, si trasforma in continue rassicurazioni ad Edipo della sua estraneità al pericolo, acuisce in lui l’angoscia ed il bisogno di fare emergere quella verità che, al contrario, Giocasta sembra voler tenere lontana o, addirittura, rimuovere. Questa presenza nel personaggio di un’ambigua volontà di sapere e di rassicurare, che si ripiega in un intimo senso di angoscia, fa sì che la cifra assegnata da Sofocle a Giocasta sia quella dell’ombra, di un mistero che segue la regina anche nel momento della morte. [15] È questa modalità del non detto, della sospensione ‒ per cui lo spettatore non ha chiaro esattamente quando Giocasta comprenda la verità, o se, forse, l’abbia sempre saputa ‒ ad innescare la riflessione teatrale di Michèle Fabien, dunque la decisione di dare la parola al personaggio più silenzioso, come a riempire un vuoto, a fare giustizia di quel vuoto.
Immersa in un’atmosfera quasi ‘purgatoriale’, che la rende sospesa, come il cappio al quale si è impiccata, Jocaste parla per la sua prima e ultima volta. La pièce riprende temi e situazioni dell’Edipo re, senza presentare gli eventi in maniera lineare e oggettiva. Come in una seduta psicanalitica, gli eventi vengono ripensati e sofferti da Giocasta, che li narra, seguendo le pieghe, i respiri e le contorsioni del suo pensiero. L’opera si articola in cinque frammenti, incatenati l’uno nell’altro. Non vi è continuità, quanto piuttosto contiguità. Solo le estremità si toccano. In ognuno dei primi quattro viene riproposta una tematica della tragedia classica, inquadrata dal punto di vista di Giocasta: la morte, la peste, l’oracolo, l’enigma. Conclude il monologo un quinto frammento, sull’utopia, che non trova alcun riscontro nell’ipotesto, ma sembra, piuttosto, essere una dichiarazione di poetica. Giocasta si immerge nel labirinto dell’anima e l’estremo si fa ora dimensione interiore, limite che è necessario toccare, per riemergere fortificati dalla catarsi teatrale.
Nel primo frammento, la scena della morte di Giocasta, «trasparente per orrore. Muta…», [16] e il conseguente accecamento di Edipo sono citati quasi alla lettera dall’Edipo re. [17] L’autrice spiega, nei suoi appunti, che Giocasta sta tentando di uscire dalla parola dell’Altro: «La morte di Giocasta è scritta, bisogna dunque esorcizzare le parole di Sofocle, farle uscire da sé come se fossero proprie, per mostrare a se stessi che non sono immediate, per mostrare anche che si è state rimosse… Sapere da dove si viene…». [18] Giocasta esprime insistentemente il suo disperato bisogno di uno sguardo, nel momento in cui, per non vedere ciò che non andava visto prima, un Edipo che non ha più nulla di eroico, si cava gli occhi. Giocasta rivela l’urgenza di una parola che non può venire, né dal mito né dall’altro. Quella mancanza di parola è dolorosa. Dolorosa perché vuota. Vuota come la cavità degli occhi di Edipo. L’attrice passa poi allo specchio e strappa con la lama i ruoli che più non riescono a vestirla: la regina di Tebe, la sposa di Laio, la madre-sposa di Edipo. Il suo sangue è lo stesso dell’Ofelia di Müller.
In seguito, viene descritta la peste. Giocasta sembra vomitare il proprio corpo di donna, piuttosto che riappropriarsene. È l’estremo dell’abiezione. La piaga non ha più alcun valore religioso. Il problema del mondo esterno diventa un problema del mondo interiore dell’individuo, o, meglio, è come se il mondo entrasse nell’individuo. La scrupolosità dell’Edipo antico si trasforma nella nevrosi della Giocasta contemporanea. La regina di Tebe – scrive Michèle Fabien nei suoi appunti – si offre in olocausto, come Atlante che regge il peso del mondo, come Cristo che lo solleva dai suoi peccati, come Edipo che ne è il capro espiatorio. Tuttavia, questo pharmakos non ha più nulla di rituale. Nell’«Occidente che ha inventato l’ateismo», [19] la nozione di responsabilità umana è ormai pienamente sviluppata. Essa è a tal punto presente, che l’uomo è soffocato nel rimorso e nel senso di colpa. Ne è un emblema questa Jocaste, che è malata senza esserlo, che vive sul suo corpo il dramma di Edipo, che ingoia dentro di sé la peste, in quanto fuori non vi è alcun dio a giustificarla. Interiorizzato Dio, interiorizzata la peste, se si vuole continuare a vivere, non resta che liberarsi del senso di colpa. (continua)

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Note:


[9] J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Torino, Einaudi, 1976, pp. 67 (ed. or. Mythe et pensée chez les Grecs. Études de psychologie historique, Paris, Parigi, 1973).

[10] Ivi, pp. 26-27.

[11] Ivi, pp. 58-59.

[12] Edipo re, vv. 33-34; 1341-1345 (cfr. Sofocle, Antigone, Edipo re, Edipo a Colono, a cura F. Ferrari, Milano, Rizzoli, 19942, pp. 165 e 257-258).

[13] J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mito e tragedia..., cit., p. 98.

[14] Edipo a Colono, vv. 546-548 (cfr. Sofocle, Antigone..., cit., p. 317).

[15] Cfr. S. Wiersma, Women in Sophocles, «Mnemosyne», XXXVII, 1984, pp. 25-55.

[16] M. Fabien, Jocaste, cit., p. 7: «transparente pour cause d’horreur. Muette…».

[17] Michèle Fabien leggeva le tragedie di Sofocle nell’ed. Garnier frères del 1947, da cui riprende, per inserirlo nella Jocaste, il passo della morte di Giocasta e dell’accecamento di Edipo, con alcune modifiche rispetto alla traduzione di Robert Pignarre.

[18] «La mort de Jocaste est écrite, il faut donc exorciser les mots de Sophocle, les sortir de soi comme s’ils étaient à soi, pour bien se montrer qu’ils ne sont pas évidents, pour bien montrer aussi qu’on a été refoulée…Savoir d’où on vient…».

[19] «Nous vivons depuis une époque assez récente dans un monde sans Dieu. C’est au XVIII siècle que l’Occident a inventé l’athéisme. Notre regard sur les mythes a donc changé» (Fonds Fabien, intervista con Yannic Mancel su una possibile rilettura dei classici).

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