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Tema n.12:

L’utopia del ricongiungimento degli estremi
nella «Jocaste» di Michèle Fabien

«Mi chiamo Giocasta». [1] Con questo sigillo si alza il sipario del teatro di Michèle Fabien. È il 29 Settembre 1981, e Jocaste è la sua prima opera portata in scena dall’Ensemble Théâtral Mobile a Bruxelles, per la regia di Marc Liebens, direttore della compagnia. Alcune tra le personalità eminenti del panorama letterario del Belgio francofono vedono, in quel rito che si consuma sotto le arcate industriali di rue de la Caserne, l’inaugurazione di una nuova stagione teatrale e di un nuovo linguaggio, che, attraverso la storia di una donna del mito, porta all’attenzione del pubblico alcune problematiche del mondo contemporaneo. [2] Jocaste è un lungo monologo, nel quale la regina di Tebe, nel momento della sua morte o poco dopo, ripercorre il mito che l’ha voluta sposa di Edipo e madre incestuosa, chiedendosi se al giorno d’oggi sia ancora necessario che la donna antica porga il cappio alla donna moderna.
Un passo indietro: all’inizio degli anni Settanta, in quello Stato dall’identità sospesa nel vuoto che è il Belgio, nasce, con un vistoso scarto temporale rispetto al panorama europeo, già da tempo incamminatosi per il sentiero tracciato da Brecht e Artaud, la prima avanguardia teatrale. Nel momento in cui il ripensamento del ruolo del teatro nella società e della sua estetica si unisce al conflitto generazionale, sorge il Jeune théâtre, all’interno del quale il ‘teatro critico’ comincia a fissare le proprie coordinate: nutrito di strutturalismo e spesso impregnato di marxismo brechtiano, esso si oppone alla pratica della decostruzione totale e lavora sul potere della rappresentazione, nella convinzione che tutti gli elementi dello spettacolo siano portatori di senso, capaci di donare inflessioni altre al discorso, di aiutare a comprendere quello che il testo non dice o di modificare quello che pretende di affermare. [3] Esso accoglie l’invito pasoliniano ad un ‘teatro di parola’, che può finalmente liberarsi dell’azione scenica e della messa in scena, per rifondare il teatro come rito culturale. E questo perché oggi non è più possibile pensare il teatro come «il RITO POLITICO dell’Atene aristotelica, con i suoi ‘molti’ che erano poche decine di migliaia di persone: e tutta la città era contenuta nel suo stupendo teatro sociale all’aperto». [4]
L’esordio teatrale di Michèle Fabien è un esordio fatto di estremi. Jocaste è infatti la sua pièce più sperimentale e violenta, quella che risente maggiormente degli entusiasmi giovanili dell’avanguardia, portati fino al limite della provocazione: «Sono Giocasta, ma non mi sono ancora impiccata. E se la regina di Tebe decidesse di non uccidersi? Aspetto mio figlio, mio marito, il mio amante, il mio re. Passerebbe attraverso il mio corpo? No. Sarò opaca e compatta», [5] si chiede alla fine del dramma la donna tacciata dal marchio mitico dell’incesto.
Due momenti preparano la rivoluzione. Nel 1978, a Genova, in occasione di un convegno su Michel de Ghelderode, Michèle Fabien presenta un’interpretazione molto originale di Hop Signor!, nella quale scandaglia il discorso svolto dal drammaturgo sui due sessi, richiamandosi alle filosofie postmoderne. Con Barthes, chiama «parole à tendance phallique» una parola che esprime il potere, l’ordine, la classificazione, che suggerisce un senso unico, che chiude il senso e che totalizza il significato. Con Lyotard spera nell’avvento di un’altra parola, di un’altra logica fondata sulla base di quello che il filosofo chiama «le non-centralisme, la non-finalité, la non-vérité». Con le femministe, infine, concorda nell’affermare che la parola dominante sul sesso, sul desiderio, sul godimento è doppiamente fallica: da un lato, perché quasi sempre pronunciata da uomini e, dall’altro, perché modellata sul loro concetto di sesso, desiderio, godimento. [6] Nello stesso anno dà consistenza scenica a tali teorie, firmando l’adattamento dell’Hamletmaschine di Heiner Müller, un’opera che, a suo dire, riesce a sintetizzare in poche pagine la nostra epoca, con tutti i suoi mali ed i suoi combattimenti, quelli reali e quelli che si situano al livello dell’immaginario. Intanto, spiega al critico teatrale francese Bernard Dort il motivo della sua sintonia intellettuale con l’autore tedesco. La questua teatrale del personaggio drammatico moderno, schizofrenico, diviso, frantumato, pietrificato, non è più quella dell’alternativa shakespeariana fra l’essere o il non essere, ma quella della convivenza, in una dimensione lacerata e sofferta, dell’essere e del non essere, e così il testo scoppia, come se volesse rendere drammaturgicamente l’estremo dolore. L’altra problematica sulla quale viene posto l’accento è quella dell’identità sessuale: Amleto e Ofelia, l’uomo e la donna, i due estremi inavvicinabili, perché volti verso traiettorie estranee l’una all’altra. La donna, che rifiuta lo schema del suicidio, nonché la dicotomia di madre-puttana, constata la propria mancanza di collocazione nella storia e nel teatro, perché associati all’uomo e da lui governati. Il dovere etico dell’uomo, invece, è quello di uscire da questo teatro superato, per entrare nella storia e urlare la delusione del comunismo, le contraddizioni dell’intellettuale, la divisione del soggetto e la questione dell’azione. La donna, vittima di una simbolica e di una rappresentazione impressale, nel corso della storia, dall’Altro, si lancia all’assalto delle sue immagini e cerca la liberazione sull’unico terreno che sia in grado di produrla, quello del proprio corpo. [7]
L’asimmetria e l’inavvicinabilità dei due sessi è il presupposto da cui Michèle Fabien parte per la sua riscrittura dell’Edipo re di Sofocle. In un’intervista apparsa nel 1985 sul quarto numero del mensile «Liens», l’autrice spiega molto chiaramente lo spunto fornitole dall’ipotesto greco:

Quando si evoca Giocasta, si pensa a una figura di madre castratrice, essendo invece Edipo il prototipo dell’intellettuale che formula domande, che cerca, che vuole sapere. Questa è, in particolar modo, l’interpretazione di Goethe […]. Ho pensato che ci fosse uno squilibrio. Non doveva essere un caso, se non se ne parlava mai. Lei è donna e madre. Nel mio testo, credo che Giocasta cerchi di gettar via la madre che è in lei per avere accesso alla donna e per esprimere il suo desiderio, per cercare anche di determinare se esiste una donna al di fuori della madre. [8]
(continua)

Note:


[1] M. Fabien, Jocaste, Déjanire, Cassandre, Bruxelles, Didascalies, 1995, p. 7: «Je m’appelle Jocaste». In questo articolo citerò documenti contenuti all’interno del Fonds Fabien, consultabile presso gli Archives et Musée de la Littérature di Bruxelles. Ringrazio Marc Quaghebeur e Luc Wanlin per avermi aiutata nell’esame del fondo, in corso di catalogazione. Farò, inoltre, riferimento agli appunti di Michèle Fabien preparatori alla stesura della Jocaste. Ringrazio Alice Piemme, figlia dell’autrice, per aver generosamente messo a mia disposizione tali documenti.

[2] Cfr. M. Quaghebeur, En ton jardin, Michèle, «Alternatives théâtrales», LXIII, 1999, pp. 37-38; J. Louvet, Elle n’a joué qu’un seul été, «Alternatives théâtrales», LXIII, 1999, p. 7.

[3] Cfr. P. Aron, La mémoire en jeu: une histoire du théâtre de langue française en Belgique, Bruxelles, La lettre volée-Théâtre National de la Communauté française de Belgique, 1995; M. Quaghebeur, Le de-venir du jeune théâtre en Belgique francophone, «Dossiers du Cacef», LXI, 1978, pp. 21-43.

[4] P. P. Pasolini, Manifesto per un nuovo teatro, in Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, vol. II, Milano, Mondadori, 1999, p. 2499.

[5] M. Fabien, Jocaste, cit., p. 41: «Je suis Jocaste, mais je ne suis pas encore pendue. Et si la reine de Thèbes décidait de ne pas se tuer? J’attends mon fils, mon mari, mon amant, mon roi. Passerait-il au travers de mon corps? Non. Je serai opaque et compacte».

[6] Cfr. Ead., Marguerite Harstein, cette femme qui n’en était pas une…, in Michel de Ghelderode et le théâtre contemporain, «Actes du congrès international de Gênes (22-25 novembre 1978)», a cura di R. Beyen et al, Bruxelles, Société Internationale des Études sur Michel de Ghelderode, 1980, p. 68.

[7] Cfr. B. Dort, M. Fabien, Tout mon petit universe en miettes; au centre, quoi?, Bruxelles, Alternatives théâtrales, 1980.

[8] L’intervista è conservata all’interno del Fonds Fabien: «Quand on évoque Jocaste, c’est une figure de mère castratrice, Œdipe étant alors le prototype de l’intellectuel qui pose des questions, qui cherche, qui veut savoir. C’est notamment l’interprétation de Goethe […]. J’ai pensé qu’il y avait un déséquilibre. Ça ne devait pas être un hasard si on n’en parlait jamais. Elle est femme et mère. Dans mon texte, je crois qu’elle essaie de jeter la mère en elle pour avoir accès à la femme et pour dire son désir, pour essayer aussi de déterminer s’il existe une femme hors la mère».

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