Cerca su Griselda

Indice

Tema n.12:

Mali e rimedi estremi.
«Eros e Priapo» 1944-45

Non sembrerà un paradosso, ma credo che la novità più importante del recupero della versione originaria del 1944-’45 di Eros e Priapo, il sulfureo saggio gaddiano pubblicato, dopo un ingente lavoro di editing, da Garzanti nel 1967 – versione a cui dal 2009 lavoro con Giorgio Pinotti e un gruppo di ricerca sulla piattaforma WIKI www.filologiadautore.it/wiki –, sia la necessità di ridefinire natura e scopo del testo. Nella sua nuova edizione, infatti, appare manifestamente come Eros e Priapo – nelle iniziali intenzioni del suo autore e nella redazione originariamente composta – non sia soltanto un pamphlet antifascista, un libello di estrema oltranza stilistica, ma un trattato di psicologia delle masse che dichiara, nel testo e nella struttura, la sua funzione etica, pedagogica e civile.
Ciò è evidente dopo la scoperta, nel gennaio 2010, del manoscritto conservato presso gli eredi Gadda a Villafranca Veneta, che ha permesso di ricostruire la prima fisionomia del testo e la sua lunga storia: progettato nella seconda metà del 1944, realizzato nel biennio 1944-45 e pubblicato, dopo una serie di vicissitudini editoriali, prima parzialmente in rivista su «Officina» nel 1955-56 (una sezione del terzo capitolo con il titolo Il primo libro delle Furie), poi, dopo una complessa revisione/censura, svolta da un Gadda ormai “postumo a se stesso” insieme a Enzo Siciliano, nel volume garzantiano del 1967.
Il testo che ora è possibile ricostruire sul manoscritto originario – un monstrum filologico di eccezionale complessità strutturale e linguistica – è radicalmente diverso da quello pubblicato a stampa, non solo per le varie riscritture, revisioni e censure intervenute vent’anni dopo la stesura, ma per l’impianto generale dell’opera, che dagli Schemi compositivi rimasti e dalla loro mancata realizzazione, si rivela come un altro esempio di capo d’opera gaddiano incompiuto.
Un confronto tra l’incipit della prima stesura e quello definitivo permette di comprendere immediatamente la portata del recupero.
Questa la primitiva redazione in Eros e Priapo 1944:

Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare la Italia, e precipitarla finalmente in quella ruina e in quell’abisso dove Dio medesimo ha paura guardare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita. Ogni fatto o atto della vita e della coscienza è reato per chi fonda il suo imperio col proibire tutto a tutti, coltello alla cintola.

E questa la riscrittura dell’edizione Garzanti del 1967:

Li associati cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onta la Italia, e precipitarla finalmente a quella ruina e in quell’abisso ove Dio medesimo ha paura guatare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita. Ogni fatto o atto della vita e della conoscenza è reato per chi fonda il suo imperio sul proibire tutto a tutti, coltello alla cintola.

L’originaria redazione faceva subito emergere l’invettiva: la responsabilità del ventennio fascista non veniva attribuita a un generico gruppo di “associati”, ma al più trasparente: «Li associati a delinquere», che nel primo getto, immediatamente corretto sull’autografo, aveva una trasparenza ancora maggiore: «L’associazione a delinquere». Potere ermeneutico delle varianti.
Non si tratta infatti di una mera correzione lessicale, ma dell’occultamento di una esplicita condanna: per vent’anni l’Italia era stata minacciata, coperta di vergogna, violentata (tertium non datur nell’edizione del 67) e fatta cadere talmente in basso da non poter incontrare nemmeno lo sguardo pietoso dell’Onnipotente, da un’associazione a delinquere, ovvero da una banda di delinquenti, che avevano spacciato per attività politica la radicale distruzione, eliminazione e annichilamento dei segni della vita dalle radici della memoria.
Un potere, continuava la versione del 1944, che si era fondato sull’uso della violenza fisica per impedire qualsiasi atto vitale e di conoscenza e che dopo avere insultato il raziocinio degli individui pensanti sottoponendoli alle più umilianti violenze – dalla minaccia fisica, alle bastonate, dalle purghe agli incendi dolosi – aveva impedito alla stessa coscienza di manifestarsi imbavagliandola e relegandola in una zona di retroguardia. Non diversamente da quanto era capitato ai veneti, quando dovettero riparare sulla terraferma per sfuggire alle incursioni piratesche, così la coscienza individuale e collettiva, «oltraggiata» e «messa in bavaglio» da «criminali tramutatisi per poca paga in birri», per sfuggire «all’odio e alla bestiaggine» aveva trovato rifugio in quelle zone marginali della storia – zone “spastiche”, da poter essere rappresentate solo da una lingua deformata – dove agiscono solo i reietti dalla comune societas, «profughi, perseguitati, carcerati, oltraggiati e congiunti e figli di deportati e di fucilati». Gli ex lege della terra. I soli in grado di accoglierla e di permetterle infine di risorgere, di ripercorrere quella stessa ruina e abisso in cui era precipitata, verso una possibile resurrezione:

Si direbbe che la coscienza collettiva, e la singula, oltraggiata dal coltello, dal bastone, dall’olio, dall’incendio, e di poi messa in bavaglio da criminali tramutatisi per poca paga in birri, da una sporca masnada<,> dalle carceri, dalle estorsioni, dal veto imposto per legge (sic) a ogni forma del libero conferire e prima che tutte alle stampe, dalla sempiterna frode | ond’era spesa la parola e l’intendimento e poi l’atto, dalla concussione sistematica esaltata al valore e direi al decoro formale di legge, dalla tonitruante logorrea d’un sudicio Poffarbacco, dalla folle corsa verso l’abisso e, ad ultimo, dalla strage, dalla rovina del paese, si direbbe codesta coscienza l’abbî trovato ricetto, come nelle lor lagune i Veneti, così ella in una zona spastica e liminare della storia bagascia. | Riparò, la coscienza collettiva, di là dall’odio e dalla bestiaggine: tra profughi, perseguitati, carcerati, oltraggiati e congiunti e figli di deportati e di fucilati: e la risorga alfine quasi dal nero fondo della miniera alla luce, chiedendo a Dio di poter proferire le parole della vita [EP 44, A 1, 2].

La violenza del dettato originario, la sua strepitosa forza espressiva, l’oltranza di un’invettiva che non ha eguali nella nostra letteratura, nel manoscritto del 1944-45 vengono riportate alla loro dimensione primigenia, priva di quegli anestetici che, nella seconda metà degli anni Sessanta, dovettero sembrare a Gadda necessari per poter pubblicare il testo assecondando le pressanti richieste dell’editore cui doveva il tardivo successo, ma a cui aveva sacrificato la propria pace e libertà individuale.
E in effetti, già il solo primo capitolo ci fornisce materiale sufficiente a questa prima analisi (in attesa del completamento dell’edizione critica integrale del testo, prevista per il 2013): vi ritroviamo infatti innumerevoli casi di autocensura, tanto da poter definire l’edizione del 1967 un caso di edizione coatta d’autore, non già destituita di valore o fondamento – è testo che Gadda licenzia e di cui, se pure con pesanti interventi di editing effettuati da Siciliano (e ben visibili sul dattiloscritto di servizio realizzato in casa editrice), corregge le bozze e interviene con varianti testuali non ad altri attribuibili – ma indubbiamente altra rispetto al progetto originario, alla sua funzione, alle sue peculiarità di genere.
Il primo capitolo, del resto, costituisce da solo un caso limite, dal momento che viene interamente riscritto tra il giugno e l’inizio di luglio del 1946 in vista di una possibile pubblicazione sulla rivista di Enrico Falqui e Gianna Manzini, «Prosa», che poi, come immaginabile, respinge il testo come «intollerabilmente osceno». Nel percorso A 1944-45 ? A1 1946 ? EP67, la stazione intermedia è ancora più estrema, più oltranzistica, più impubblicabile della prima stesura, e di conseguenza rende più evidenti le varianti di autocensura nell’edizione a stampa (ricavata per le prime tre pagine dalla originaria redazione del 1944 e per le pagine seguenti dalla riscrittura del 1967). Come se, messo di fronte a un’effettiva possibilità di pubblicazione (e di liberazione), con la stampa, di quel «rospo» che «gli era rimasto in sullo stomaco trent’anni, quanto una vita» [EP 44, A 27], Gadda si fosse confezionato da solo il rifiuto più acre e immedicabile della sua carriera di scrittore, quello che avrebbe fatto del manoscritto un «laboratorio segreto» [1] della dolorosa autoanalisi del proprio narcisismo.
Sembrerebbe un altro paradosso, (ri)scrivere per essere rifiutati, ma è impossibile pensare che Gadda avesse l’ingenuità di ritenere pubblicabili varianti come quelle della riscrittura del 1946, ancora più oltranzistica di quella del 1944-45. Come i riferimenti all’eredolue di Mussolini, alla malattia venerea corresponsabile del delirio narcissico («Dacché la lue o peste o sifilide qual ha ridutto l’Italia a schifìo, e alla immedicabile ulcerazione dell’oggi, non è lue o peste o sifilide simbolica, da usartene per sermone o per inchiostri: checchè!: la è reale e certo morbo nelle medulle del Sozzo» [A1 10]), o alla violenza sessuale perpetrata dal padre alcoolomane sulla madre («E vorrei e dovrei essere un sifilologo, di quelli da mille lire a consulto: vedutoché a valerci tanta destruzione delle vite e delle fulgide cose la non è suta altra causa, o ratio, se non la sbrodata d’un oste in peste e briaco quando e’ buttò in tromba alla vacca: la maladetta Maltoni Rosa maestra, che Belzebù la incachi. | Ei la dia travagliare eternamente a’ famigli, e de’ più cornuti e artigliati: che con quell’ugna e coi raffi loro e loro arpagoni la spellino, e le straccino l’anima a pezzo a pezzo. Ch’io non ne dirò ave né requiem. Te, quando che lo spirocheta accompagna lo spermatozoo ad aprir l’ovulo, te t’hai aspettarti lo ‘mpero» [A1 12-13]). Oppure ancora alla sua foia sessuomane («Sparapanzato in sulla prima sponda con una lingua di puttana tra le gambe, adibite alternamente a quella glottologia le du’ lingue sorelle, oggi l’una e diman l’altra, un provolone imbischerito "vegliava sui destini d’Italia”» [A1 22]), alla codardia ammantata da fermezza militare («Quando già il buco, straleccato da millioni d’italiani, dentro a le pilotesche brache e’ principiava a fargli cik-cik. Oh la bella virata in nel mar nostro! A l’è düro ‘u scoegio? Pilota e armirato e maresciallo triplo in su la plancia; del quale, silenti, bisognava stupire la sorprendente manovra. Che buttò nave e ciurma e bandiera, e onore e speranza, a le scogliere della morte» [A1 31]), e, infine, al tragico carnaio della guerra («L’animalesca foja in su sé medesimo affocava le trippe al furibondo porcello, alla jena sanguinolenta per il cui dente ancora pianghiamo, oggi, il sangue fraterno: chiamando, chiamando, nella notte, coloro che non tornano» [A1 35]).
Varianti che negli anni Gadda finisce per non riconoscere come proprie, abbandonando il «rospo» al suo destino di «vecchio relitto», ma che nel 1965-66, più che settantenne, si ritrova a leggere nel dattiloscritto di servizio ottenuto da Garzanti, che riesce diabolicamente a estrarre quel «rospo» col forcipe di un’azione di accerchiamento a tenaglia: pressioni psicologiche per gli aiuti editoriali pregressi, assidua e collaborativa presenza di Siciliano, rapidità stile guerra-lampo della realizzazione editoriale. Da cui un’autocensura radicale nel passaggio alla stampa, che, per esempio, fa cadere tutte le varianti sopracitate.
La revisione garzantiana, infatti, detronizza la violenza del testo, la sua oltranza espressiva, le iperboliche soluzioni stilistiche che Gadda aveva costruito mescolando sublime d’alto e basso, l’invettiva dell’Apocalisse giovannea e la verbiloquente contumelia dannunziana di Laus vitae, la vivacità dialogica di Plauto e Terenzio, il pettegolezzo di Svetonio foderato dalla catafratta sintassi tacitiana, l’argomentazione machiavellica e la trattatistica filosofica, la misoginia lussuriosa dell’Aretino e la vena popolaresca più becera colta dal vivo, contaminando tutti questi ingredienti in un impasto greve, irrispettoso, esasperato e, a tratti, intollerabilmente volgare.
Il 1965 segna quindi l’inizio della somministrazione del sedativo artificiale, la benzodiazepina stilistica, a una prosa che, fortificata dall’autoanalisi della Cognizione alla fine degli anni Trenta e dalla tarantola dialettale del Pasticciaccio su «Letteratura» della metà degli anni Quaranta, aveva già sperimentato nelle favolette toscane la straordinaria efficacia dell’alternanza della forma breve e apodittica, icastico aforisma, con i periodi «a cavaturaccioli» dalla vertiginosa ipotassi, le ecolaliche enumerazioni con gli icastici apoftegmi. Era un Gadda stilisticamente in stato di grazia quello che, sfollato «con una colluvie di profughi» verso la capitale, affidava alle pagine di un incandescente autografo l’atrabile della propria autodenigrazione. Un atto di autoaccusa, che per avvicinare i carboni ardenti del ventennio fascista non poteva dimenticare che, su quei carboni, dal 1922 al 1941 ci aveva camminato sopra.
Eppure, a farci condurre dall’atrabile dell’antimussolinismo coglieremmo solo un aspetto dell’opera gaddiana e, credo, non il più importante. La scoperta dell’autografo originario e lo studio preliminare all’edizione integrale ci mostrano un testo molto più complesso di quanto la pur vera etichetta di pamphlet antimussoliniano e psicanalitico possa far credere.
Perché se è vero che Eros e Priapo è uno dei testi più estremi della nostra letteratura, paragonato non a caso al Céline delle Bagattelle per un massacro, è altrettanto vero che era intenzione di Gadda non solo scrivere un pamphlet antifascista, un ritratto del «Kuce in orbace», del «capo-camorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issù poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta» – memento per tutte le abdicazioni al principio di Logos immolato sull’altare dell’idolatria al «Priapo ottimo massimo», come ha mostrato a pubblici esterrefatti la rilettura teatrale datane tra il 2010 e il 2011 da Fabrizio Gifuni in L’ingegner Gadda va alla guerra – ma ricostruire un intero popolo, dopo avere mostrato lo strazio della sua distruzione materiale e morale, segnare la strada per una rinascita: «L’atto di coscienza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude alla resurrezione, se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie» (EP 1944, A5). E continuare, dopo la Gnoseologia della Meditazione milanese, quel libro dell’Etica più volte nominato nel testo (del resto, la prima nota d’autore introdotta nella revisione del 1967 – una revisione che da un lato occulta il centro nevralgico del testo dietro l’autocensura, dall’altro semina, lungo il percorso di lettura, indizi e segnali che rimandano alla sua scoperta natura autobiografica - rimanda al più alto dei modelli: l’Etica nicomachea).
La redazione originaria costringe quindi a cambiare radicalmente il punto di vista sul testo e persino la sua stessa natura. Non si tratta, infatti, per Gadda, di utilizzare la chiave psicanalitica per capire il ventennio fascista, ma di utilizzare il ventennio fascista per capire, attraverso una degenerazione estrema, come funziona il delicato rapporto tra narcisismo individuale e vivere civile. Come le pulsioni dell’io agiscono in uno stato di normalità in tutti i rapporti interpersonali, tutte le dinamiche collettive, e possono, se non controllati, portare a vent’anni di fallocrazia alimentata dal delirio di un «ippopotamo egolatra» e dalla incapacità della collettività di arginare la sua propensione all’idolatria narcissica. È questo il “vero” che la storiografia ufficiale, espressione della società borghese, ostacola e di cui inibisce la conoscenza, scandalizzata dalla stessa refrattarietà a volere riconoscere «certe cose». Se il male deve essere «noto e notificato», si dovranno rimuovere «gli ostacoli di ordine gnoseologico e pratico che vietano raggiungerlo», tra i quali «figura il desiderio di “non sentire certe sconcezze”, che è proprio di al-cuni galantuomini bene educati e dei loro gigli di figliole, o di alcuni filosafi dalla prosa pulita e de’ loro mughetti di discepoli». «Be’», conclude Gadda, «né agli uni né agli altri gli farete neanche annusare il mi’ libro, neanche a un miglio da i’ naso» (EP 44, A 25).
L’estrema verità messa a nudo da Gadda, quindi, non è tanto il delirio esibitivo, il priapismo narcissico di Mussolini, ma l’erotismo «naturale» di ciascuno dei quarantaquattro milioni dei suoi sostenitori:

Latenze erotiche sussistono, operatrici instancabili, nella nostra vita d’ogni giorno: voi me lo potete impartire ma non osate: nella vita «ordinaria» delle «persone ragionevoli», della società ragionevole. Eros è alle radici della vita e della personalità individua, come dell’istinto e della pragmatica d’ogni socialità e d’ogni associazione di fatto, d’ogni fenomeno collettivo. (EP 44, A 28)

E il saggio che intende scandagliare tali latenze prenderà le forme di una struttura complessa, non limitata alla pars destruens (mussolineide), ma estesa all’analisi dettagliata dei meccanismi erotici di una psico-erotia delle masse che fornisca le basi di una pars construens: notificare il male per, come (ri)scrive Gadda alla fine del primo capitolo nella versione a stampa, «condurre a profitto l’esperienza» e «non vagare, bambocci sperduti, verso il buio inane dell’eternità».

Considerato il primo capitolo come meramente «inlinitivo e propedeutico», Gadda si appresta a delineare nel secondo, sulla scorta di molte più letture freudiane di quanto si sia ritenuto finora, una vera e propria psico-erotia delle masse. L’impostazione generale del trattato si ricava da uno «Schema del capitolo secondo», ancora inedito, che presenta un indice di tutto il saggio, ma contemporaneamente ne sviluppa anche alcuni punti in una lunga sinossi.
Non tutti i punti dell’indice vengono sviluppati e non nel medesimo ordine in cui figurano nell’indice stesso. Non è possibile, quindi, sulla scorta dello Schema, smontare la struttura del testo e ricostruirlo virtualmente. Troppe sarebbero le lacune e troppo invasive le zone di restauro conservativo. Il manoscritto, originario del 1944-45, si presenta poi sufficientemente autonomo e completo, anche se costruito per strati di varianti non tutte coeve (in particolare la scoperta dell’originale ha fatto emergere la presenza di due campagne correttorie successive al biennio 44-45, una a lapis – presumibilmente risalente alla ripresa della metà degli anni Cinquanta – e una a penna bleu – palesemente relativa al primo periodo della revisione garzantiana – che non possono esser reintegrate al testo ma vanno consegnate a un apparato evolutivo), e degno quindi di una rappresentazione autonoma. Ciò non toglie che lo Schema del Capitolo secondo ci presenti l’originaria struttura del saggio, la sua primigenia fisionomia e che quindi sia un indispensabile strumento per la sua interpretazione.
Lo Schema si apre con un primo paragrafo introduttivo in cui Gadda, dichiarata la «Complessità dei motivi ossia temi di Eros» decide di sceglierne solo alcuni, “i più significativi”, e di approfondirne le latenze erotiche “piuttosto che gli stati erotici coscienti”. Un concetto che aveva già trattato alla fine del I capitolo, ma che serve da ponte per la più ampia e ambiziosa trattazione del secondo. La ragione per cui è necessario trattare gli stati erotici latenti, incoscienti, piuttosto che quelli coscienti è strettamente legata alla sostanza autobiografica del trattato, che emergerà con maggiore evidenza nella riscrittura/censura del 1967 con l’introduzione dell’alter ego Alì Oco De Madrigal, ma che è già a questo livello molto chiara: solo una puntuale disamina delle ragioni inconsce della tensione erotica verso il capo, dell’investimento erotico verso il suo totem, permetterà di capire come il fascismo sia stato un bubbone maturato non (solo) da uno stato di coscienza vigile, ma dalla malattia degenerativa di un meccanismo psichico profondo che coinvolge tutti gli individui e che è anzi alla base di ogni relazione tra essi.
Se è vero che «la causale del delitto», ovvero i «torbidi moventi» che hanno spinto la «banda assassina», erano tutti mossi da un «cupo e scempio Eros sui motivi di Logos», tali moventi vanno rintracciati negli impulsi normali, comuni a tutti gli individui, eterosessuali e omosessuali, in modo che la conoscenza del male possa da un lato attenuare la condanna verso chi ha lasciato prevalere tali impulsi, non ha avuto la forza – non conoscendoli – di controllarli, di sublimarli (il motivo autobiografico che percorre drammaticamente tutto il testo), dall’altro prevenire nel futuro una simile degenerazione, come Gadda espliciterà nell’edizione del 67 (ripetendo la conclusione del primo), in apertura del secondo Capitolo:

Se uno scempio Eros ha potuto sospingere la Italia alla ruina, è logico il ripartire l’analisi degli aspetti che il basso impulso ha assunto nella variopinta sua fattispecie è logico ripartirla secondo quella stessa ripartizione (schematizzante, eludente i fatti trascurabili) che ho adottato al primo libro nel suddividere la fattispecie erotica della vita umana in generale. In altre parole la pietra di paragone dell’eros della banda, sarà l’eros «normale» o almeno già noto della umanità. Ciò potrà fornire anche delle «attenuanti» al giudicio instituibile sui diportamenti della banda: e nello stesso tempo allertare il nostro spirito con una segnalazione di «pericolo»: poiché quando d’un fenomeno erotico della vita generale sarà palese la similitudine col corrispondente fenomeno erotico del ventennio, converrà dire a noi stessi: «A pian» ossia «cchiane, cchiane». La esperienza «deve» essere condotta a profitto: altrimenti si vive bambocci per l’eternità (EP 67, cap. 2, 2).

Un meccanismo – Eros – che deve essere riconosciuto come motore profondo delle azioni umane e che può anzi essere incanalato positivamente verso il bene, raccogliendo le energie sprigionate da questa tensione e sublimandole, come vedremo in seguito, verso un diverso totem.
Il secondo paragrafo (quello che poi in EP 67 sarà sviluppato nel terzo e quarto capitolo) svolge infatti il tema delle “Latenze della erotia normale per la donna negli atti non erotici” e, specularmente alla “omoerotia e latenze omoerotiche” (inizialmente un paragrafo a parte, poi significativamente – e autobiograficamente – assorbito dal precedente), come anticipato dal capitolo precedente e presente anche nell’incompiuto trattato sulle «latenze pragmatiche nelle donne “patriottiche”», Le Marie Luise.
A un terzo paragrafo dedicato alla “Erotia sadica” doveva inizialmente seguire il quarto sulla “Erotia narcissica o autoerotia” (che nel manoscritto originario sarà capitolo/libro III e nell’edizione a stampa sarà il cap. [7]), ma quasi subito i due temi vengono scambiati di posto, e Gadda precisa che sarà necessario trattare prima l’erotia narcissica, tema di «enorme importanza», sia perché coinvolge direttamente lo psichismo del Kuce («per il tipo psichico del mentecatto principale»), sia perché spiega lo psichismo della «banda» («per i collaboratori in relazione alla loro mentalità»).
Nell’ordine, quindi, vengono affrontati al terzo posto il tema dell’«Erotia narcissica» (che Gadda è costretto a chiamare 3 bis finché pensa di sviluppare a parte le latenze omoerotiche, ma che poi, come si è detto, diventerà il terzo capitolo/libro del trattato, e nella revisione del 1967 il capitolo [7]) e al quarto quello dell’«Erotia sadica».
L’ampio numero di pagine destinate, già all’altezza dello schema, all’Erotia narcissica, ci dice l’importanza del tema nell’equilibrio di tutto il trattato. Nelle venti pagine di manoscritto ad esso dedicate si sviluppano tutte le declinazioni del narcisismo, dalle «Latenze narcissiche nell’erotia sociale» a un’ampia catalogazione degli «inconvenienti» del narcisismo («Il Male») che, estesa alla Pericolosità sociale del narcissico, diventa una Modalità del processo narcissico, estesa poi al «Contenuto narcissico» e a un paragrafo a parte intitolato: «Feticismo e priapate». Un’importanza che si riflette anche nel manoscritto: il libro/capitolo III, intitolato appunto Erotia narcissica o autoerotia, procede per oltre sessanta pagine e finirà per incorporare i capitoli 7-10 dell’edizione a stampa.
Dallo Schema del Capitolo II, centro nevralgico di tutto il volume, si sviluppano poi anche il paragrafo 4, rivolto – quattro pagine dell’autografo – all’analisi della «Erotia crudele detta erotia sadica» (altrettanto significativamente fatto cadere nella revisione finale), e il paragrafo 5 sull’Erotia sociale. Non proprio un corollario, se nello Schema prosegue per ben cinque pagine manoscritte, poi soppresse nella stampa. Così come cadono un interessantissimo paragrafo 6 sull’Erotia feticistica ovvero Idolatria, che tratta espressamente del feticcio erotico (undici pagine, solo nello Schema), e si collega al paragrafo 7 dedicato all’«Erotia verso la cosa» (sei pagine).
Molti dei paragrafi di questo schema, come si è detto, non vengono sviluppati e rimane solo la fragile sinossi della loro architettura. Alcuni dei temi trattati, però, vengono recuperati nelle ultime sezioni del saggio. Dallo schema, infatti, si dipartono i capitoli finali, che nell’edizione a stampa vengono a essere 10, 11, 12. Solitamente meno considerati perché più tecnici e privi delle digressioni narrative che sostanziano i precedenti, sono in realtà frutto di una scrittura anteriore, incompiuta, e contengono, in una schematica argomentazione, la base freudiana di tutto il testo.
I volumi freudiani presenti nella biblioteca di Gadda, già studiati a partire dai contributi di Guido Lucchini, hanno deluso il lettore specializzato, che non vi rinveniva postille significative e diffuse per dotare Gadda della patente di ortodossia freudiana: non tratta esplicitamente di Es, Io, Superio, non fa alcun accenno all’interpretazione dei sogni, non coglie tratti di psicopatologia della vita quotidiana, né tantomeno affronta in chiave freudiana il problema del linguaggio. Resta inoltre «del tutto sordo» al Freud più scandaloso del complesso edipico a «cui era legata prevalentemente la circolazione […] delle idee psicanalitiche in Italia» [2]. Inoltre, la decostruzione dell’io, già affrontata dall’ingegnere nella Meditazione milanese in forma prefreudiana, rivelava al lettore tecnico la debolezza generale, l’asistematicità (così come si sarebbe detto appunto della Meditazione milanese) del suo pensiero.
Lucchini ne traeva conclusioni riduttive. La lettura di Gadda della psicanalisi era soggettivamente “meccanicistica” e “positivistica”, ovvero legata alla sua formazione ottocentesca (il “determinismo nella vita psichica e nell’etica, la teoria della personalità concepita come sistema di istanze o funzioni gerarchicamente disposte” [3]), incapace di cogliere la vera novità del pensiero freudiano e valorizzabile solo come «testimonianza preziosa» se messa a confronto con i testi letterari. Oppure, come nell’interpretazione di Eros e Priapo data da Contini (con beneficio di inventario «salvo rettifica dei tecnici»), una lettura iperbolicamente antifrastica di un Gadda intento a mettere sotto osservazione le proprie nevrosi con strumenti analitici “applicati al massimo della caricatura” [4].
Differente la lettura di Ferdinando Amigoni, che individua nelle letture dell’Introduction à la psychanalyse – e in modo particolare l’Introduzione al narcisismo [1914] e le Trasformazioni pulsionali [1915] – le basi di quel triangolo “narcisismo, invidia del pene, malinconia”, che costituiscono la chiave per comprendere la «fissazione malinconica» di Liliana, la sua coazione oblativa e la «nevrosi del dono», oggetto sostitutivo della gravidanza mancata. E della sezione Psicologia delle masse e analisi dell’io (del 1921, una sezione degli Essais), la dinamica della libido oggettuale narcissica, orientata tuttavia su un’ermeneutica del Pasticciaccio (ma a più riprese vengono fatte notare le due diverse declinazioni della riflessione sul narcisismo: l’«idealizzazione», anticamera della rimozione, e la «sublimazione», che proietta l’individuo verso una «meta diversa e lontana dal soddisfacimento sessuale» [5]).
Di entrambe le letture (positivistica/paradossalmente antifrastica [Lucchini/Contini] e “malinconica” [Amigoni]), i nuovi materiali impongono una correzione di prospettiva e un completamento: è cioè necessario porre l’accento, come si è detto, sulla pars construens del trattato, piuttosto che sulla destruens, l’interpretazione del mussolinismo come ipotiposi del delirio narcissico. Ciò è ancor più evidente se rileggiamo in questa chiave le significative tracce di lettura depositate sui due volumi del 1929, gli Essais de psycanalise e l’Introduction à la psychanalise e le incrociamo con le postille dello Schema del Capitolo Secondo.
Negli Essais (la cui data in frontespizio, “Aprile 1942”, costituisce un terminus post quem particolarmente significativo, indice di una lettura non distribuita e diluita nel tempo, ma effettuata a ridosso della composizione del testo) i capitoli segnati da sottolineature e note a margine sono proprio quelli che sostanziano lo Schema del Capitolo Secondo, in particolare la già nota sezione Psicologia collettiva e analisi dell’io – già notata da Amigoni [6] – laddove Freud intenta un’apologia della nuova scienza e delinea la natura erotica del rapporto tra le masse e il capo, e la sezione Stato amoroso e ipnosi, in cui ribadisce il concetto di libido oggettuale, ovvero di trasposizione nell’oggetto dell’ideale che l’io aveva di se stesso, anticipando, con l’esplicitazione del normale investimento erotico verso un oggetto esterno, la necessità etica di lavorare soggettivamente e collettivamente perché tale oggetto non coincida né con l’io narcissico (libido narcisistica) né con quello che Gadda iperbolicamente chiama l’«io/Cetriolo» (libido oggettuale), e porti invece, come vedremo tra breve, alla «sublimazione».
Anche la celebre Introduction à la psychanalise, sempre nella traduzione di S. Jankélévitch pubblicata a Parigi nel 1929 (Segn. 1994), presenta sottolineature che si legano allo Schema del Capitolo Secondo. In particolare, Gadda legge con maggiore attenzione la terza sezione, XVI-XXVIII Théorie générale des névroses, e di questa il capitolo XXII, Points de vue du développement et de la régression, étiologie, sull’etiologia delle nevrosi che muovono dalla 1. privazione, alla 2. fissazione della libido, al 3. conflitto tra lo sviluppo dell’io e le tendenze della libido stessa (pp. 376-378) e sul passaggio dal principio del piacere al principio di realtà (p. 384). Lo schema di p. 389, in cui Freud illustra la fissazione della libido nell’età adulta proveniente da una disposizione ereditaria e da una disposizione acquisita nella prima infanzia, fornisce un modello diretto degli schemi grafici presenti nel manoscritto gaddiano.
Un titolo che compare a più riprese nei margini del manoscritto dello Schema del capitolo secondo, e su cui è sempre pesato il beneficio del dubbio, perché esterno, nella copia posseduta da Gadda (l’edizione Laterza del 1946 nella traduzione di E. Weiss, Segn. 1992), all’arco temporale della stesura del testo (1944-45 appunto), è Totem e tabù, che viene letto molto probabilmente in una redazione precedente a quella posseduta da Gadda giacché impronta tutta la trattazione del narcisismo in chiave feticistica. L’erotia rivolta agli oggetti, infatti, viene rubricata in due tipi differenti: il tipo feticistico totemico e il tipo mediato da Logos, che sublima l’appetito primitivo proprio della prima infanzia in un elemento sostitutivo con un effetto di incorporamento narcissico dell’oggetto. Non da altra fonte che Totem e tabù proviene il parallelismo tra il comportamento delle popolazioni primitive e quello della donna/folla/moltitudine indifferenziata, che proietta la libido nel capo e identifica nel Totem l’origine della generazione. Da cui lo sviluppo delle cosiddette “idee cetriolo”:

si intende cetriolo déguisé; cetriolo travestito; cetriolo “sublimato” in Cetriolo-Patria, in Cetriolo-Santità della Famiglia, in Cetriolo-Incolumità della Stirpe, in Cetriolo-Croce Rossa, in Cetriolo-Destini Immortali d’Italia, in Cetriolo-Inghilterra deve scontare i suoi delitti, in Cetriolo-Regia Marina, in Cetriolo-I nostri meravigliosi alpini; in Cetriolo-Poveri ragazzi!, in Cetriolo-Poppolo, in Cetriolo-Colonie Marine, in Cetriolo-Balilla, ecc. ecc. ecc. (EP 67 [ed. Pinotti 1991], p. 308].

Nell’idea-feticcio, consustanziata in “Idea-Cetriolo”, la donna vede una rappresentazione di sé, la folla una sublimazione della propria libido narcissica. La vera novità del testo, così come viene pianificato dallo Schema del Capitolo Secondo, non è però solo l’uso di Totem e tabù nell’impostazione della libido oggettuale e dei suoi rischi, [7] ma il passaggio alla sublimazione che si legge nel capitolo IV (dell’edizione a stampa, originariamente parte del libro II nella redazione manoscritta).
Qui Gadda distingue due tipi di sublimazione: l’impeto sentimentale (“che travasa l’io in un tu”) o “flussione del sentimento”, che ha un corrispettivo nella “flussione carnale”, e l’impeto-disciplina verso “istati dell’animo che tendono a levar su il mastio da le bassezze dell’essere verso la piaggia o l’erta perigliosa del divenire, del megliorare sé, e la poera anima sua” (EP 44, A 389/1):

questo è quel tendere al meglio (vero o supposto) quel cercare e volere la “forma”, quel disciplinarsi a un conato formale, che è de’ meglio | mastî, o sia de’ più veracemente mastî fra tutti. Diresti che in prossimità del conato carnale e della prestazione di sé all’opera del procreare, il mastio tende a sublimar sé nella meglio forma: quasi a lasciar di sé, e nell’animo e nella carne de la femina sua sposa, la megliore impronta possibile. E codesto impeto-disciplina e’ si prolunga e dire’ si dissolve nella intera tua vita, e la pervade col sublime degli atti, singularmente premeditati, disciplinati e costruiti, e, per taluni, col sublime dell’opere, e talora col sublime delle renunzie e dell’olocausto. È lo spirito eroico (con etimo da ?ros come eròtico): qual non vapora solo da le stragi e da la cenere de le battaglie, sì anche da diuturna disciplina e mortificazione apparente: nel lavoro nel pensiero e ne l’opere. (A 390/2, 3 e 391/3)

È questa la strada che Gadda indicherà alla fine del trattato, come momento di elaborazione sintetica finale e “catarsi dal male fatto e subito”: una sublimazione nelle opere, che prenda a modello il Dante che nel momento in cui dichiara di voler dire di Beatrice “come mai non fue detto d’alcuna”, incarna per l’umanità “que’ frutti di che solo, la civiltà umana si regge” (EP 44, A 392/4).
Un impeto di sublimazione eroica, che non può prescindere dalla consapevolezza della sua derivazione dalla bassura erotica, condividendo, con il suo polo opposto, l’imprescindibile etimo greco: eros. Un impeto che si rinnova quotidianamente nel lavoro dei pratici, dei meccanici (le manzoniane “genti meccaniche e di piccol affare”), negli atti non teatrali, nelle parole non mentite:

[392/4] ne vedi ogni giorno in quel che lavora e accudisce e renuncia a’ gridi, e non bercia in podio e non ejacula in gazzetta, e non poltrisce nè ruba.| [393/5] E te tu cogli e discerni il sublime, cioè l’atto logico e inspirato dal Logos, ne’ più umili e ne’ più disadorni di noi: ne’ pratici, ne’ politici, ne’ meccanici, nei veri e “buoni” militari, nei figli dell’opere e delle fatiche. Quando adempiono a un comandamento razionale e santo, e non dissolvono la propria persona nelle fanfaronate e ne’ gesti e nelle ciarle.

Capiamo meglio, alla luce di questa generale impostazione, come le due guide a questo doloroso attraversamento dello psichismo individuo e generale siano il Freud di Totem e tabù, che fornisce il saggio del suo generale assetto scientifico-teorico, e il Machiavelli del Principe, che offre invece il modello di un “trattato” che si ponga come obiettivo l’analisi fattuale della cosa, non il suo giudizio etico. E come Freud aveva liberato la psicoanalisi fondandola sull’analisi della vita inconscia degli individui e il segretario fiorentino aveva liberato la politica fondandola come scienza autonoma, così per Gadda è indispensabile far partire la pars construens della società dalla fondazione di una psicologia sociale/psico-erotia delle masse indipendente dalla politica e dall’etica, fondata sul riconoscimento del movente erotico alla base delle azioni umane e sulla sua sublimazione nell’“atto logico e inspirato dal Logos”.
Non credo quindi che si possa più considerare Eros e Priapo solo come un pamphlet antimussolinano, e forse è giunto il momento di rileggere questo testo in tutta la profondità di interpretazione del reale da cui era stato animato. Non solo lo sfogo atrabiliare di un anarchico d’ordine tradito dalla storia, ma il disperato tentativo di dimostrare, more geometrico, che una ricostruzione era possibile. E indicare la strada che si poteva percorrere.
Del resto, se Gadda avesse voluto solo scrivere un pamphlet, il titolo più adatto sarebbe stato Eros e Logos, che avrebbe polarizzato la dicotomia su cui poggiava la sua personale ricostruzione del ventennio fascista: una lunga abdicazione ai principi razionali, sostituiti dal trasporto erotico delle masse (nella loro componente femminina) verso il Capo. Ma un più attento esame delle varianti rivela la sostanza profonda dell’operazione gaddiana: dall’originario titolo della riscrittura del 1946 del solo primo capitolo, Il Bugiardone, un banale espediente per polarizzare l’attenzione – a pochi mesi dai fatti di piazza Loreto – sulla mussolineide, Gadda passa a Eros e la Banda, in cui però veniva affrontato solo un corno dei problema: il delirio narcissico-esibitivo del capo e dei suoi adoranti adepti. Con la versione definitiva, Eros e Priapo, Gadda ribalta la dicotomia, mettendo in alternativa al Priapismo del “Kuce” un Eros liberato, che, come la macchina concertante di Un concerto di centoventi professori dell’Adalgisa, agisce sotterraneamente come motore delle azioni umane. E consegna ai lettori non solo un “vecchio relitto, sgradevole e rozzo”, ma l’atto di accusa più violento delle nefandezze del regime, la denuncia spietata della sottomissione di un intero popolo di sudditi al delirio narcissico del Capo e un micidiale strumento di autocoscienza collettiva, di messa a nudo del delicato equilibrio tra le pulsioni di Eros, la loro degenerazione priapica e la loro sublimazione.
Un trattato-romanzo di straordinaria vocazione etica e pedagogica, che costruisce il suo equilibrio tra la cornice del pamphlet e i racconti/novelle delle digressioni narrative, per esorcizzare la peste che si era propagata nel ventennio fascista, e inoculare – estremo rimedio al Male –attraverso la sopravvivenza di Logos, gli anticorpi di una generale opera di vaccinazione.


Bibliografia


Il testo di Eros e Priapo del 1967 era già stato pubblicato, in edizione scientifica, da Giorgio Pinotti, suo primo studioso, nel II volume delle Opere di Carlo Emilio Gadda dirette da Dante Isella, Saggi, giornali, Favole II, Milano, Garzanti, 1992. Nell’ampia Nota al testo (pp. 991-1066) le linee fondamentali della storia editoriale di Eros e Priapo venivano già tracciate e la prima della due Appendici accoglieva sotto il titolo Il lutto (la sezione finale dell’ultimo capitolo di EP 67), la seconda parte dello Schema del Capitolo II, con i paragrafi dal 4 (Erotia crudele detta Erotia sadica) al 7 (Erotia verso la cosa).
Un primo studio della tradizione testuale di Eros e Priapo, con la pubblicazione dell’inedito I Capitolo del 1944-45 e della sua riscrittura per la rivista “Prosa” nel 1946 si legge in P. Italia - G. Pinotti, Edizioni coatte d’autore: il caso di «Eros e Priapo» (con l’originario primo capitolo 1944-1946), in “Ecdotica”, V, 2008, pp. 7-102 (qui Italia-Pinotti 2008).
All’edizione critica del manoscritto del 1944-45 lavorano, su una piattaforma WIKI: Irene Baldoni, Alice Borali, Giuditta Ciani, Simona Cifariello, Michela Danesi, Caterina Fontanella, Milena Giuffrida, Susanna Grazzini, Giulia Munaretto, Simona Palomba, Milena Pulito, Irene Tani. Sul canale WIKI Gadda si trova invece, realizzata dal medesimo gruppo di lavoro, una lettura a più voci del I capitolo di Eros e Priapo (nell’edizione del 1967), utile supporto didattico a un primo approccio al testo.
L’edizione integrale dello Schema del Capitolo II e un approfondimento sui rapporti tra Eros e Priapo e Totem e tabù è oggetto della tesi di laurea di Alice Borali, di prossima discussione presso l’Università degli Studi di Siena. Una prima anticipazione delle ricerche sulle fonti freudiane, Gadda e Freud, è in corso di pubblicazione su EJGS.
Indispensabili ausili alla lettura del testo e alla ricostruzione del contesto psicologico editoriale in cui si dipana la sua storia sono i carteggi editoriali con Garzanti a cura di Giorgio Pinotti (Carlo Emilio Gadda, Lettere a Livio Garzanti (1953-1969), QI, 4, 2006, pp. 71-183), con Mondadori (Carlo Emilio Gadda, Lettere a Mondatori, QI, n.s. III, 2012, in corso di pubblicazione) e a Bompiani, ancora inedite e conservate nel Fondo Gadda di Villafranca.
Numerosi i testi freudiani presenti nella Biblioteca di Gadda conservata presso la Biblioteca del Museo teatrale del Burcardo (per cui cfr. A. Cortellessa - G. Patrizi, La biblioteca di Don Gonzalo. Il Fondo Gadda alla Biblioteca del Burcardo, Roma, Bulzoni, 2001, ora consultabile anche on-line), già oggetto di analisi di Guido Lucchini (Gadda lettore di Freud, in “Paragone”, n. 448, pp. 59-76, poi in Lucchini, L’istinto della combinazione, Firenze, La Nuova Italia, 1988, pp. 109-21 [qui Lucchini 1988] da integrare con G. Lucchini, Gli studi filosofici di Gadda, in Per Carlo Emilio Gadda. Atti del Convegno di Studi, Pavia 22-23 novembre 1993, in “Strumenti critici”, IX, n. 2 (75), 1994, pp. 223-245) e di Ferdinando Amigoni (La più semplice macchina. Lettura freudiana del “Pasticciaccio”, Bologna, il mulino, 1995, qui Amigoni 1995, cfr. in particolare il capitolo 8, La malinconia).
Un’analisi dettagliata del corpus integrale dei testi freudiani – che ho potuto studiare grazie alla particolare disponibilità e cortesia della Direttrice, Alma Iovinelli e del personale della Biblioteca, che ringrazio vivamente – individua le direttrici di una competenza psicanalitica non superficiale né infruttuosa. Sono presenti, ma privi di note di lettura, i seguenti testi: Essais de psychanalise appliquée. Traduzione di é. Marty e M. Bonaparte. Paris, Gallimard, 1933 (Segn. 1990; volume tagliato) e Il disagio della civiltà, traduzione di L. Giusso. s.l., Istituto Editoriale di Cultura, s.d. (Segn. 1991), oltre al classico La psychopathologie de la vie quotidienne. Application de la psychanalyse a l’interprétation des actes de la vie courante, traduzione di S. Jankélévitch. Paris, Payot, 1926 («Bibliothèque scientifique») (Segn. 1995, parzialmente intonso). Un caso a parte, come si è visto, è costituito da Totem e tabù. Ma recano invece i segni di letture qui analizzati gli Essais de psychanalise, traduzione di S. Jankélévitch. Paris, Payot, 1929 (Segn. 1993, recante pieghe, sottolineature e annotazioni e in in frontespizio la data “Aprile 1942”) e l’Introduction à la psychanalise, traduzione di S. Jankélévitch. Paris, Payot, 1929 (Segn. 1994 con molteplici sottolineature). L’interpretazione di una psicanalisi applicata al “massimo della caricatura” si legge in Contini, Gadda milanese, Ultimi esercizi ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1988, pp. 155-160 (articolo uscito sul “Corriere della Sera” del 16 maggio 1987).
Possono infine essere considerati ipotesti di Eros e Priapo i Miti del somato, Le Marie Luise e Le genti, per cui cfr. G. Pinotti, Appendice a «I miti del somaro», in SVP, pp. 1389-1395 e Le Marie Luise e la eziologia del loro patriottaggio verbale e Le genti, in QI, 2, 2003, pp. 29-46 e 47-49.


Pubblicato il 11/10/2012
Note:


[1] P. Italia, G. Pinotti, Edizioni d’autore coatte: il caso di «Eros e Priapo» (con l’originario primo capitolo, 1944-46), «Ecdotica», V, 2008, pp. 7-102: p. 18.

[2] G. Lucchini, Gadda lettore di Freud, «Paragone», XXXVII, 1987, 448, pp. 59-76; poi in Lucchini, L’istinto della combinazione, Firenze, La Nuova Italia, 1988, pp. 109-121: p. 120.

[3] Ivi, p. 112.

[4] G. Contini, Gadda milanese, in Ultimi esercizi ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1988, pp. 155-160: p. 155.

[5] F. Amigoni, La più semplice macchina. Lettura freudiana del «Pasticciaccio», Bologna, il Mulino, 1995, p. 94.

[6] Ivi, pp. 93-94.

[7] L’edizione integrale dello Schema del Capitolo II e un approfondimento sui rapporti tra Eros e Priapo e Totem è tabù è oggetto della tesi di laurea di Alice Borali, di prossima discussione presso l’Università degli Studi di Siena.
Fondazione Carisbo
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION