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Indice

Tema n.12:

Limiti dell’identità europea.
Note sulla costruzione degli stereotipi geografici

L’invenzione dell’Europa Orientale

(continua) Con il Settecento il termine ‘Europa’ è di gran voga[16], dominando i titoli dei libri e delle riviste che proliferano nel secolo del «pubblico dei lettori», secondo la definizione di Kant. Il secolo in cui si afferma l’«opinione pubblica»[17], che finirà per coincidere con la società borghese emergente in seno all’ancien régime. Cioè quell’ambito governato dalle «sociétés savantes»[18], le Accademie provinciali che promuovono, oltre alle tematiche tradizionali dell’umanesimo, il dibattito scientifico, in una certa misura sopperendo alle carenze dell’insegnamento universitario, senza quindi le limitazioni che l’attributo ‘provinciale’ potrebbe indurre a credere.

A paragone dei salotti più mondani, dei caffè o delle sale di lettura più originali, le Accademie costituiscono dei focolai di studi molto seri che s’irradiano su una provincia; le più attive possono persino, attraverso i propri associati e corrispondenti, estendere su “tutta l’Europa una vasta rete di relazioni attraverso la quale circolano le idee”[19].

È in tutti questi ambienti, metropolitani e provinciali, che s’incentiverà la critica al potere dominante come ricerca di un’autonomia di pensiero che prelude alle «rivoluzioni borghesi» e che contribuirà al carattere dello Stato liberale. Il processo di ridefinizione dello spazio europeo – nelle due dimensioni della proiezione all’esterno di marca coloniale e la riorganizzazione interna in senso nazionale – giunge in questo periodo ad una fase decisiva. Si dibatte sull’esistenza di una civiltà e identità che siano propriamente ‘europee’, e fatalmente la discussione verte sui limiti del continente, su quali nazioni possano considerarsi a buon titolo europee, e non solo lungo le coordinate dell’asse nord-sud privilegiate dall’umanesimo in cui si rispecchiava la divisione religiosa innescata dalla Riforma[20]. L’Esprit des lois di Montesquieu[21 (1748) fa assumere al canone climatico[22], derivato da Bodin, una veste più rigida e ristretta, nel dedicarsi con sollecitudine al problema dei limiti orientali d’Europa (problema che, come vedremo, sarà risolto d’imperio in terra russa) – in accordo con la natura paradossale dell’universalismo illuminista e della sua idea di progresso.

La cartografia assume un ruolo eminente nel modellare il quadro di riferimento del dibattito, fornendo «una struttura geografica fondamentale per organizzare altre forme di conoscenza, dalla storia naturale alla storia nazionale, e inoltre rendendo visivamente evidente la distinzione emergente tra est ed ovest»[23]. Al punto che, nell’Atlas Universel di Gilles e Didier Robert de Vaugondy[24] (1757)

la cartografia veniva identificata chiaramente con l’Illuminismo, l’opera di “genti illuminate” che tentavano di gettar luce sull’angolo più oscuro del continente. Inoltre, la luce della cartografia era collegata implicitamente alla luce della civiltà, poiché l’Europa Orientale veniva spesso descritta nel diciottesimo secolo come emergente dall’oscurità[25].

D’altra parte, si è ancora in una fase storica in cui il livello delle conoscenze e l’eurocentrismo crescente condizionano pesantemente l’approccio geografico a tutto ciò che viene considerato extraeuropeo.

Al limite, si potrebbe pressoché sostenere che prima del XIX secolo, la realtà geografica non esiste, o piuttosto che non esiste che nello sguardo dei viaggiatori e che ogni epoca si rivela per intero nella visione che essa dà del mondo esterno[26].

Cos’è l’Europa nel Settecento? A parte il limite occidentale, mai messo in discussione, prima del XVIII secolo ciò che oggi siamo soliti considerare sotto l’etichetta di ‘Europa Orientale’ veniva rubricato tradizionalmente come Nord Europa, come regioni settentrionali. Nell’immaginazione geografica dei paesi europei d’Occidente nel Settecento la Grecia a sud, considerata asiatica, usciva un po’ alla volta dalla scena europea, mentre la Russia era vista come una potenza settentrionale. Negli stessi testi russi dell’epoca il termine «sever» (nord) era pressoché onnipresente, al contrario degli altri termini geografici. L’espansione oltre gli Urali verso la Siberia e le sue ricchezze naturali, iniziata dagli Stroganoff, veniva percepita come un movimento verso settentrione[27].
Nel corso del secolo, l’asse nord-sud rispetto al quale ci si raffigurava la disposizione delle potenze europee si ribalta come asse ovest-est lungo una direttrice congiungente Berlino, Vienna e Venezia, con oscillazioni più o meno rilevanti a seconda degli equilibri politici.
E qui s’incardina l’influenza di Montesquieu nel suo ripensare i limiti orientali d’Europa. Va tenuto presente che in questo periodo il rapporto con l’Oriente è condizionato da un marcato esotismo, facilitando il diffondersi di stereotipi che, una volta di più, impediscono di vedere le somiglianze: le stesse Lettres persanes (1721) esaltano il presupposto sguardo naïf dei viaggiatori persiani in Europa al fine di criticare i costumi di Francia, e così facendo estremizzano le diversità per servire il fine satirico dell’opera (ironicamente, poco più di un secolo dopo le Lettres veri viaggiatori maghrebini produrranno epistolari la cui lettura smentisce clamorosamente i facili stereotipi settecenteschi [28]).

Montesquieu non ha avuto bisogno di Aristotele, né di Bodin, di Chardin, dell'Abbé Du Bos, di Arburthnot, di Espiard de la Borde, né di tutte le “fonti misconosciute” che gli eruditi non cessano di scoprire, per produrre i principî fondamentali della sua ‘teoria’ dei climi: gli è bastato attingere dentro di sé, cioè in un inconscio sociale che aveva in comune con tutti gli uomini colti del suo tempo e che è ancora alla base delle “influenze” che costoro hanno potuto esercitare su di lui[29].

D’altra parte, come vedremo, il Settecento, nella sua foga classificatoria, nella sua ricerca d’ordine, naturalizzerà gli stereotipi sui popoli inserendoli all’interno del dibattito sulle razze.
L’Europa del Settecento si delinea secondo una serie di caratteristiche che convergono nel determinare un sistema di stati il cui successo egemonico dipende da fattori che, paradossalmente, sembrerebbero a tutta prima controproducenti. La «bilancia del potere», l’equilibrio tra gli stati, è una conseguenza dell’anarchia internazionale, del fatto che gli stati sono «sovrani», «cioè indisponibili a riconoscere fonti di autorità superiori e comuni». L’equilibrio diviene, a partire dal trattato di Utrecht (1713), un «codice esplicito delle paci e delle guerre europee». Questa situazione perseguita intenzionalmente produce una società pluralistica che, a prezzo della persistenza delle guerre civili, è riuscita a mantenere uno sfondo transnazionale comune. Da una parte, quindi, gli stati europei sono in competizione continua – e questo stimola lo sviluppo scientifico e tecnico oltre alla concorrenza coloniale, senza che alcuno stato possa mai determinare e dominare in solitudine uno spazio europeo unitario e centralizzato – dall’altra, lo sfondo comunicativo transnazionale – fatto di «istituzioni, memorie, credenze e relazioni comuni» – permette ai singoli individui di sentirsi parte di una «comunità universale (ma, concretamente, europea) indifferente ai confini tra gli stati e, quindi, alla distinzione “pubblica” tra interno ed esterno» – consentendo la circolazione e la sopravvivenza di minoranze e dissidenti che apporteranno, frequentemente, un grande contributo allo sviluppo dei paesi che li ospiteranno[30].
. Dopo la Pace di Carlowitz (1699) – in cui si mette in evidenza uno dei maggiori ingegni geografici dell’epoca, Luigi Ferdinando Marsili[31] – la «questione turca» cessa di essere un vero problema per le potenze europee, con l’acquisizione dell’Ungheria da parte dell’Austria. È l’invenzione dell’Europa Orientale, invece, a costituire un evento cruciale che avrà conseguenze di lungo periodo.
Per intendere però come l’uso del termine ‘invenzione’ non sia una forzatura, bisogna porre attenzione a due eventi, ambedue cartografici, che definiscono questa nuova geografia d’Europa: la distinzione tra Russia europea e Russia asiatica e la spartizione della Polonia.
L’espansione trecentesca di Genova e Venezia aveva estraniato dai traffici la «via dai variaghi ai greci[32] », dando inizio ad un lungo periodo di isolamento dell’area russa rispetto all’Europa che avrebbe reso questa parte del mondo tra le meno conosciute dagli Europei, nonostante la sua relativa vicinanza.
Fino al 1613, quando inizia la dinastia Romanov, la Russia resta terra incognita, suscitando diffidenza e, ovviamente, rappresentazioni imprecise e stereotipate da parte degli europei: «la Russia rimaneva dunque ancora estranea e straniera, un mondo lontano, dove la realtà si deformava attraverso i racconti che gli occidentali, sempre più sparuti e spauriti, inviavano alla tanto rimpianta madrepatria»[33].

Prima del trattato di Nerčinsk con l’impero cinese (1689) i limiti orientali del più vasto impero del tempo non sono neanche stabiliti[34], ed è l’artefice del trattato, lo zar Pietro I il Grande (1672-1725), a dare l’impulso decisivo per la definizione tra l’ambito europeo e quello asiatico del territorio russo, ottenendo che l’edizione del 1716 dell’Almanach Royal – l’annuario amministrativo francese predecessore del Gothaischer Hofkalender, l’Almanacco di Gotha – registri la Russia nel novero delle «potenze europee»[35].
Ancora nella carta d’Europa[36] di Guillaume Delisle d’inizio secolo
carta d'Europa
la distinzione tra «Moscovia Europa» e «Moscovia Asiatica» – con la relativa distinzione tra «Turchia Europa» e «Turchia Asiatica», che non registra però i risultati della Pace di Carlowitz – viene tracciata a partire dal corso del Don, proseguendo a nord in modo molto irregolare. Le rispettive sezioni occidentali della Moscovia e della Turchia, unitamente alla Polonia, sono proprio il nucleo di ciò che diverrà in seguito l’Europa Orientale[37].
Lo stesso Montesquieu, nell'Esprit des lois, associa Russia e Turchia tra i dispotismi asiatici, rimarcandone la distinzione rispetto alla «vera» Europa anche in termini climatici[38].

Pietro I è il fautore di un’ideologia di avvicinamento alla cultura e alla politica coloniale europee, non solo con le imponenti opere come la costruzione della nuova capitale di Pietroburgo (1703) o l’adozione di costumi europei a corte, ma soprattutto con una visione della Russia che doveva rispecchiare la concezione territoriale delle potenze occidentali. Innanzitutto con la ricerca di sbocchi a mare, ad Azov sul Mar Nero o, con Pietroburgo, sul Baltico. Poi nell’applicare lo schema europeo del rapporto coloniale centro-periferia all’Impero russo.
Innanzitutto, nel 1721 viene abbandonata la denominazione per la Moscovia di ‘tsarstvie’ (regno)[39] per assumere quella di ‘imperiia’ (impero coloniale). Il problema dell’applicazione del modello europeo stava però nella non contiguità fisica tra le colonie e la madrepatria che lo caratterizzava: tratto chiaramente assente nel caso dell’Impero russo. Ecco perché la distinzione, fino a quel momento accademica, tra Europa ed Asia finiva per assumere un’importanza politica decisiva[40].

Proprio in Russia, con Pietro I, viene promossa la collaborazione tra stranieri e russi per la compilazione delle carte geografiche dell'Impero, con l'apertura di un ufficio geografico e con l'inaugurazione di una solida cooperazione franco-russa.
Raggiunta una relativa tranquillità politica, dal 1717, i progetti scientifici russi traggono beneficio da una ritrovata determinazione e da uno slancio innovatore. Tutta la cartografia russa viene organizzata dal primo direttore dell'Ufficio Cartografico, Ivan Kirilov, mentre Joseph-Nicolas Delisle, astronomo e geografo francese inviato in Russia, viene affiancato a Kirilov in qualità di collaboratore. Intenzionato a rimanere in Russia soltanto per quattro anni, Delisle vi resta per ben ventidue, contribuendo a formare la prima generazione di astronomi russi. (continua)

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Note:


[16] P. Jager, Les limites orientales de l'espace européen,«Dix-huitième siècle», n. 25, 1993, p. 11.

[17] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza, 1971.

[18] N. Broc, La géographie des Philosophes. Géographes et voyageurs français au XVIIIe siècle, Paris, Ophrys, 1975. Si veda anche S. Moravia, Il pensiero degli idéologues. Scienza e filosofia in Francia (1780-1815), Firenze, La Nuova Italia, 1974, p. 533 sgg..

[19] Broc, La géographie des Philosophes…, op. cit., p. 245.

[20] A questo proposito Jean Bodin, al di là di una certa vulgata piuttosto diffusa, ha elaborato una posizione ben più sfumata e articolata di quanto si creda. Si veda ad esempio la sua argomentazione rispetto alla distinzione Occidente/Oriente: Les Six livres de la République, à Lyon, chez Jacques Du Puys de l'impr. de Jean de Tournes, 1579, Cinquieme Livre, Chapitre I, pp. 481-2.

[21] Charles-Louis de Secondat; baron de La Brède et de Montesquieu, De l'esprit des loix ou du rapport que les loix doivent avoir avec la constitution de chaque gouvernement, les moeurs, le climat, la religion, le commerce…, A Genève, chez Barrillot & fils, 1748.

[22] W.E. Gates, The Spread of Ibn Khaldun's Ideas on Climate and Culture, «Journal of the History of Ideas», Vol. 28, No. 3 (Jul. - Sep., 1967), pp. 415-422.

[23] L. Wolff, Inventing Eastern Europe. The Map of Civilization on the Mind of Enlightenment, Stanford, Stanford University Press, 1994, p. 145.

[24] Atlas Universel, Par M. Robert Geographe ordinaire du Roy, et Par M. Robert De Vaugondy son fils Geographe ord. du Roy…, A Paris, 1757, Chez Les Auteurs, Quay de l'Horloge du Palais, Boudet Libraire Imprimeur du Roi, rue St. Jacques.

[25] Wolff, Inventing Eastern Europe…, op. cit., p. 149.

[26] Broc, La géographie des Philosophes…, op. cit., p. 10.

[27] J. Kusber, Mastering the Imperial Space: The Case of Siberia. Theoretical approaches and recent directions of research, «Ab Imperio», vol. 6, n. 4, 2008, p. 57.

[28] A.M. Medici, Città italiane sulla via della Mecca. Storie di viaggiatori tunisini dell'Ottocento, Torino, L'Harmattan Italia, 2001.

[29] P. Bourdieu, Le Nord et le Midi : Contribution à une analyse de l'effet Montesquieu, «Actes de la recherche en sciences sociales», Vol. 35, novembre 1980, p. 25.

[30] A. Colombo, La disunità del mondo: dopo il secolo globale, Milano, Feltrinelli, p. 140, 150, 143 e 142.

[31] F. Farinelli, I segni del mondo. Immagine cartografica e discorso geografico in età moderna, Firenze, La Nuova Italia, pp. 83-105.

[32] La direttrice commerciale imperniata sul bacino del Dnepr, inaugurata dai mercanti-guerrieri scandinavi, ben noti a Costantinopoli, che a occidente divengono i «normanni» e qui i «variaghi», a partire dal primo nucleo confederato nello stato di Novgorod-Kiev, la Kievskaja Rus’.

[33] P. Licini, La Moscovia rappresentata: l'immagine «capovolta» della Russia nella cartografia rinascimentale europea, Milano, Guerini e Associati, 1988, p. 206.

[34] Broc, La géographie des Philosophes…, op. cit., p. 265.

[35] Jager, Les limites orientales de l'espace européen…, op. cit., p. 15.

[36] Guillaume Delisle, L'Europe dressée sur les observations de Mrs de l'Académie royale des Sciences et quelques autres : et sur les mémoires les plus recens / par G. De L'Isle, A Paris, chéz l'auteur, 1700 (Bibliothèque nationale de France, Paris, Collection d'Anville ; 00154).

[37] Wolff, Inventing Eastern Europe…, op. cit., p. 152.

[38] Jager, Les limites orientales de l'espace européen…, op. cit., p. 14.

[39] In cui la parola ‘tsar’ si rifà alla tradizione di Mosca «terza Roma», come per l’attributo ottomano Qaysar ‘Cesare’.

[40] M. Bassin, Russia between Europe and Asia: The Ideological Construction of Geographical Space, in «Slavic Review», 50(1), n. 1, 1991, p. 6.

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