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Indice

Tema n.12:

Limiti dell’identità europea.
Note sulla costruzione degli stereotipi geografici

Fra extrema e ultima c’è una differenza che gli storici della lingua latina conoscono.
Prevalgono nel primo aggettivo le implicazioni spaziali? Le temporali nel secondo?
Ultima è Thule, però ultima ratio regum pare fosse iscritto nel bronzo dei cannoni di Luigi XIV.
F. Fortini

Scrivere d’identità europea presenta innumerevoli rischi, non ultimo il poter banalizzare una questione complessa e fonte di conflitti o lo scivolamento in un gergo specialistico che impedirebbe l’accesso ai più. Se poi se ne scrive en géographe, i rischi non diminuiscono, dato che si tratta di un campo del sapere, quello geografico appunto, che è responsabile, per così dire, della malattia e della sua cura. Un sapere talmente arcaico da essere, contemporaneamente, nei recessi e alla superficie della cultura occidentale.

L’angolazione scelta in questo articolo per affrontare tali rischi consiste nel seguire il filo conduttore delle rappresentazioni che la geografia ha prodotto di ciò che oggi, con una certa disinvoltura, si nomina identità europea, mostrandone il dispositivo di naturalizzazione, cioè il far diventare credenza condivisa – accettata sulla base di una presunta ‘naturalità’ (un ordine che è «nelle cose stesse») – un prodotto del pensiero, dell’azione umana, dunque di una volontà [1].

Per essere più precisi, si tratta di quei particolari modi di figurazione, tanto familiari non solo ai geografi, che si riassumono usualmente sotto il termine generico di cartografia. Lo studio delle carte geografiche come strumento principe della geografia ha una lunga storia che ha interessato, oltre che i geografi, archeologi, antropologi, storici dell’arte, studiosi di scienze cognitive, antichisti, semiologi, e via elencando.
Pensare al mapping[2], però, come la ‘semplice’ registrazione di una realtà data – come avviene di solito – vorrebbe dire ignorare che esso è anche stato per lungo tempo l’unico modo per farsi un’idea di uno spazio geografico non percepibile direttamente (come già ricordava il geografo Tolomeo nel II secolo d.C.): d’altra parte, chi avrebbe mai potuto immaginare l’Italia come uno ‘stivale’, prima delle immagini dallo spazio, se non osservando una carta geografica? Non solo il mapping ha prodotto, e produce tuttora, «stampelle dell’appercezione»[3] , ma, nella gestazione di ciò che oggi si raduna sotto la denominazione di «cultura occidentale» ha svolto un ruolo performativo decisivo[4], e questo, a differenza di altre culture, proprio per la singolare modalità di elaborazione della propria identità[5 .
Altro errore da evitare è l’attribuire al mapping un’evoluzione cumulativa e lineare, per cui le carte dell’età moderna rappresenterebbero un progresso nei sistemi di rappresentazione rispetto agli artefatti precedenti, l’acquisizione di un’effettiva e ‘scientifica’ (perché ‘realistica’) raffigurazione del mondo. Tale tendenza è stata stigmatizzata da Charles Whittaker, con efficace understatement, come «il presupposto semplicistico che i cartografi antichi e medievali fossero come noi ma più stupidi»[6] .

In realtà, come riassume efficamente Ivan Illich, «ogni cultura dà forma al proprio spazio, proprio quello spazio che essa genera diventando una cultura», e l’idea di un progresso scientifico lineare è stata messa in crisi da tempo nella storia della scienza. Questo non vuol dire che «non esistono fatti, solo interpretazioni». Oggetti tecnici come le mappe evolvono per innovazioni, sia locali sia importate, ma, in quanto «memoria esteriorizzata» di un gruppo culturale, tendono a recuperare, nel corso dell’evoluzione, elementi passati, caduti in disuso, in contesti nuovi, e quindi la loro interpretazione deve tenere conto di tale complessità[7].
Se consideriamo l’immagine cartografica dell’Europa a noi familiare, la «piccola penisola» ci appare sì chiaramente delimitata su tre fronti dai mari (come definirla ‘penisola’ altrimenti?), ma si riesce a fatica ad accettare quel ‘taglio’ arbitrario ad est come un segno naturale della sua condizione di continente. Occupare un sito, appropriarsene e concepirlo come dimora non sono che aspetti diversi di una medesima azione: la delimitazione. Tracciare un limite – non necessariamente in senso materiale – è produrre differenze, far emergere forme. Quando azzardiamo una definizione di qualcosa la stiamo delimitando in un modo o nell’altro. E questo implica senz’altro una violenza, poiché si taglia una porzione della realtà distaccandola dal suo contesto vitale. Non a caso nei miti di fondazione (uno per tutti: il tracciamento confinario della Roma quadrata di Romolo) è presente il sacrificio o comunque la morte, e Orazio chiama la seconda ultima linea rerum (Ep. I, 16, v. 79). Inoltre, è proprio in un modello arcaico di definizione dei limiti del mondo, dei limiti estremi, che vediamo all’opera la visione cartografica.

Il canone[8] delle carte ioniche è una ‘cornice’ – disegnata ‘naturalmente’ dal movimento apparente del sole rispetto all’orizzonte – ma è anche una ‘struttura’ che, nel designare i propri limiti, dà forma a ciò che include.
Carte Ioniche
Il canone è fondato su di una simmetria che presuppone l’omogeneizzazione degli elementi su cui si fonda l’analogia che la regge[9]. Le terre estreme (eschatia[10]) si differenziano come polarità dell’oikoumene, in cui la carenza o l’eccesso di una qualità è direttamente proporzionale alla distanza dal ‘giusto mezzo’ e dal polo opposto, e al contempo si generano a vicenda riflettendosi nello specchio della «medietà». Il canone, facendo perno sulla posizione mediana occupata dalla Grecia, consente di porre in relazione rispetto al ‘giusto mezzo’ i vari luoghi/popoli rendendone possibile la comparazione. Alla base del canone climatico vi è lo schema secondo cui, rispetto alla linea equinoziale, che designa il ‘giusto mezzo’ (mesotes, medietas), i limiti settentrionale, occidentale, orientale e meridionale del canone – cioè i bordi estremi (eschata) che vengono prodotti per via analogica – indicano un limite ‘naturale’ (le colonne d’Ercole) o popoli le cui caratteristiche si ricavano sempre in base alla logica simmetrica dello schema che associa posizione geografica e qualità distintive. In tal modo, un luogo nello spazio geografico, definito dalla sola posizione nel reticolo analogico del canone che presiede alla logica di disegno della mappa, diventa la sede ‘naturale’ di qualità culturali, morali, politiche; qualità che, altrettanto ‘naturalmente’, identificano i gruppi umani che vi abitano. Ecco perché le tanto ovvie ed abusate definizioni geografiche sono tutt’altro che scontate. Ed ecco perché tali definizioni hanno una lunga storia che attraversa tutta la costruzione di ciò che chiamiamo «cultura occidentale» – una storia fatta di polemiche, anche aspre, e di manipolazioni ideologiche – e perché ingegnarsi a definire (e ad accettare di concepire) l’Europa come un continente non sia un’operazione banale.

Già, perché se la stessa definizione di ‘continente’, come altre definizioni geografiche, è controversa, il caso dell’Europa ne evidenzia oltremisura, è il caso di dirlo, tutti i limiti. Se l’Europa, vista nella sua conformazione fisica, deve essere considerata come un continente, questo implica che la si possa ‘ritagliare’ nella sua parte orientale in modo da farla diventare praticamente un’isola. Ora, bisogna considerare che ancora in piena età moderna il termine ‘continente’ viene usato nel suo senso classico della continuità delle terre emerse – che è appunto l’originario senso del termine terra continens[11] – mentre è più tardo il suo significato di ‘contenitore’.

Ma anche se, abbandonando il tentativo di trovare nella sua conformazione fisica la cifra individuale dell’Europa, ci si rivolge alla dimensione culturale, le cose non migliorano. Se, infatti, si volesse ritagliare gli spazi europei sulla base di una loro pretesa omogeneità culturale, anche ristretta a pochi elementi selezionati (tradizione filosofica, politica, religione, formazioni sociali), si dovrebbe poter applicare, a rigor di logica, lo stesso criterio agli altri continenti. E basta fare mente locale all’Asia o all’Africa, evitando facili stereotipi, per rendersi conto che una tale definizione è un’impresa disperata[12]. La diversificazione culturale di queste aree geografiche è tale che l’uso di termini generali come ‘Asia’, ‘Africa’, o anche ‘asiatici, o ‘africani’, si rivela poco più di una convenzione triviale[13].

In questa figura di penisola che si stende verso occidente, cercando di stagliarsi a fatica nei confronti della sterminata distesa asiatica, l’Europa sembra quindi narrare il proprio percorso di formazione. La sua peculiarità pare, infatti, riassumersi per intero proprio in questo sforzo di auto-definizione, che Giacomo Marramao così riassume, riprendendo la tesi di Karl Jaspers[14]:

Mentre ogni altra civiltà si caratterizza autocentricamente, identificandosi come ‘il centro dell’universo’ […] l’Europa si costituisce tramite ‘una polarità interna di Occidente e Oriente’. L’antitesi di Oriente e Occidente è, pertanto, una proprietà mitico-simbolica esclusiva dell’Occidente: un tipico dualismo occidentale non riscontrabile nelle altre culture[15].

Di questo percorso, oggetto di una ricerca in corso di pubblicazione, selezioneremo due momenti: l’invenzione dell’Europa Orientale e la costruzione cartografica dell’idea di nazione e di razza. (continua)

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Note:


[1] A.M. Iacono, Autonomia, potere, minorità. Del sospetto, della paura, della meraviglia, del guardare con altri occhi, Milano, Feltrinelli, 2000.

[2] Ciò che in italiano si traduce solitamente con il poco eufonico ‘cartografazione’. Vale la pena notare che sebbene ad esser mostrati e analizzati siano sempre singoli artefatti cartografici, l’approccio scientifico più produttivo sta nel porre l’accento sul loro modo di produzione piuttosto che avventurarsi nel formulare tipologie che, soprattutto in un campo di studi come la cartografia storica, generano dubbie interpolazioni e congetture poco fondate. Ad essere in primo piano deve essere quel movimento, non separabile se non per necessità analitiche, di produzione-scambio-consumo degli oggetti cartografici che si riassume, appunto, nel termine mapping.

[3] Si fa riferimento alla lettura della prima Critica kantiana in B. Stiegler, La technique et le temps 3., Paris, Galilée, 2001, pp. 111-7.

[4] F. Farinelli, Geografia : un'introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi, 2003.

[5] È questa la tesi di fondo che attraversa il presente articolo.

[6] C. R. Whittaker, Rome and Its Frontiers: The Dynamics of Empire, New York, Routledge, 2004, p. 74.

[7] La cartografia medievale, basata su modelli diagrammatici, risulta molto più comprensibile se la si considera al modo degli ipertesti che affollano il World Wide Web [P. Licini, L’enigma, l’etnia e la pergamena, «Geotema», n. 1, pp. 75-90]: ogni mappamundi fa coesistere diversi livelli di significato (geografico, ma anche filosofico, scientifico, politico, teologico), che si attivano non sullo ‘schermo’ della mappa, ma ‘cliccando’, per così dire, nell’interfaccia tra i colori, le forme, la materia della mappa e la mente dell’utente. Tale interfaccia era, ovviamente, garantito dall’unità estetica del mondo culturale che l’utente condivideva con chi aveva redatto la mappamundi.

[8] Abbiamo preferito tradurre così il termine originale inglese usato da Heidel (‘frame’) [W.A. Heidel, The Frame of the Ancient Greek Maps With a Discussion of the Discovery of the Sphericity of the Earth, American Geographical Society Research Series, n. 20, New York, American Geographical Society, 1937], in quanto frame implica l’idea di ‘cornice’, ma anche di ‘struttura’, di ‘stampo’, ‘struttura portante’, ‘intelaiatura’, di qualcosa che delimita verso l’esterno e al contempo modella, dà forma all’interno. Inoltre, ‘kanon’ è in greco antico la striscia che preserva la forma dello scudo, la bacchetta a cui il tessitore fissa l’ordito, il regolo del muratore, e, metaforicamente, un modello, una regola artistica, uno dei termini per indicare un confine. Si vedano in proposito R.B. Onians, The Origins of European Thought about the Body, the Mind, the Soul, the World, Time and Fate, Cambridge, Cambridge University Press, 1954, trad. it. Le origini del pensiero europeo. Intorno al corpo, la mente, l’anima, il mondo, il tempo, il destino, Milano, Adelphi, 2006; J. Assmann, J., Das kulturelle Gedächtnis. Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen, München, C. H. Beck’sche Verlagsbuchhandlung, 1992, trad. it. La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi, 1997, in part. pp. 74-98.

[9] «Ogni distinzione, divisione o separazione rimanda a una matrice inclusiva degli opposti e quindi presuppone una preliminare omogeneizzazione del tutto. E l’omogeneizzazione, a sua volta, richiede l’uso di un principio di analogia e non di identità e differenza» [E. Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Bologna, il Mulino, 1968, nuova ed., Macerata, Quodlibet, 2004, p. 271].

[10] Con questo termine Erodoto, il grande divulgatore del canone, intende i bordi estremi dell’oikoumene, che già nell’uso linguistico segnalano l’idea di un limite che rafforza l’unità di ciò che delimita: «Erodoto qui usa la forma femminile dell’aggettivo eschatios, ‘finale’ o ‘più estremo’ […] autori più tardi in genere preferiscono una forma sostantivale neutra, ta eschata […] In ogni caso la parola è declinata al plurale e tuttavia funziona come nome collettivo, essenzialmente singolare nel significato» [J. S. Romm, The Edges of the Earth in Ancient Thought, Princeton (NJ), Princeton University Press, 1992, p. 39].

[11] W. E. Washburn, The Meaning of "Discovery" in the Fifteenth and Sixteenth Centuries, «The American Historical Review», 68(1), n. 1, 1962, pp. 1-21; J. Gillies, Shakespeare and the geography of difference, Cambridge [England], Cambridge University Press, 1994, p. 162.

[12] M. W. Lewis, K. Wigen, K., The myth of continents : a critique of metageography, Berkeley, University of California Press, 1997, pp. 36-7.

[13] E. Holenstein, Atlante di filosofia. Luoghi e percorsi del pensiero, Torino, Einaudi, 2009.

[14] K. Jaspers, Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, Zurich, Artemis Verlag, München, Piper Verlag, 1959, trad. it. Origine e senso della storia, Milano, Comunità, 1965, pp. 95-99.

[15] G. Marramao, Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 59.

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