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Indice

Tema n.12:

«Fines terrae»
Viaggi e letteratura fra Due e Trecento

Alla corte di Qūbīlāy / Il paradiso perduto / Odorico da Pordenone / Verso ovest /

Kiev, 1247. Fra lo stupore dei mercanti italiani ed europei lì presenti, frate Giovanni di Pian di Carpine, ambasciatore papale presso l'imperatore dei Tartari, fa ritorno dal suo viaggio in Mongolia a due anni di distanza dal suo primo arrivo nella città di Kiev.
Diversamente dagli altri ambasciatori inviati da Innocenzo IV negli anni compresi fra il 1245 (Concilio di Lione) e il 1256, Giovanni aveva preso la via del nord. Attraversata l'Europa orientale, era giunto a Kiev per poi incamminarsi verso il Don, il Volga e infine Karakorum, allora capitale dell'Impero Mongolo. Come ogni francescano, Giovanni non viaggiava solo, ma con un compagno, frate Benedetto di Polonia, che – date le sue origini slave – gli avrebbe potuto fare da interprete per almeno una parte del viaggio. Tornava con una lettera di risposta dell'imperatore, con tante cose da raccontare e molta fame.
Che cosa immaginava di trovare Giovanni nelle sconfinate terre dell'Asia centro-settentrionale? La tradizione collocava da quelle parti i terribili popoli di Gog e Magog, candidati dall'Apocalisse a combattere accanto a Satana alla fine dei tempi (Apc. 20.7-8). I mongoli d'altra parte, al massimo della loro forza espansiva, si erano presentati agli Europei con terribili scorrerie che avevano superato i Carpazi e devastato le regioni della Polonia e dell'Ungheria fino ai confini con il Friuli, facendo certamente immaginare a molti che la fine del mondo fosse vicina. Proprio la preoccupazione sollevata dal nuovo temibile nemico aveva indotto il papa a mandare ambascerie esplorative. Oltre il Tanai – quel Don che, assieme al Volga, Giovanni è il primo europeo a chiamare con il suo nome [1] e che sui mappamondi segnava il confine fra Europa e Asia – gli europei non sapevano bene cosa aspettarsi.
Il frate non doveva essere certo il primo occidentale ad avventurarsi da quelle parti. Di sicuro, le piane fino al Don erano già battute dai mercanti nordeuropei, genovesi, veneziani e bizantini, che sfruttavano il collegamento con il Medio Oriente attraverso il Mar Nero [2], ed erano state esplorate pochi anni prima da alcuni frati domenicani. Nel decennio successivo, il francescano Guglielmo di Rubruck – nuovo inviato papale ad Tartaros – avrebbe parlato di numerosi prigionieri-schiavi, provenienti principalmente da Ungheria, Georgia, Armenia [3].
Sotto il profilo diplomatico, la missione di Giovanni non era stata un grande successo. Güyük Khan aveva risposto in latino all'epistola del pontefice affermando che non capiva perché mai l'uomo più potente del mondo avrebbe dovuto dare retta a questo 'papa' e convertirsi al suo Dio. Se voleva stringere un accordo di pace con lui, che venisse di persona a sottomettersi. Giovanni, però, era stato accolto bene, aveva scoperto una civiltà avanzata e ricca e soprattutto aveva trovato uomini, non mostri.
La maggior parte di ciò che sappiamo di questo viaggio lo racconta lo stesso frate Giovanni nel suo resoconto, la Historia mongalorum, straordinario trattato geo-etnografico ante litteram che cerca di adempiere all'incarico dato «dal Sommo Pontefice di analizzare e valutare tutti i fatti diligentemente, cosa che facemmo con scrupolo» [4]. Il coraggio dimostrato e le sofferenze patite sono immediatamente chiari:

sebbene temessimo di essere uccisi o imprigionati per sempre dai Tartari o dagli altri popoli, o di essere tormentati al di sopra delle nostre forze dalla sete, dal freddo, dal caldo, dalle offese e da eccezionali sofferenze, – pene queste che, eccettuate la morte e la prigionia a vita, ci capitarono in misura maggiore di quanto prima avremmo potuto immaginare e nelle forme più diverse –, tuttavia non ci siamo risparmiati [5].

Per questo, Giovanni pretende di essere creduto, esige rispetto per l'impresa e protesta la propria veridicità:

se per informare i lettori, scriviamo cose che nelle vostre parti non si conoscono, non ci dovete per ciò reputare falsi, poiché vi riferiamo ciò che abbiamo visto di persona o che abbiamo appreso per vero da altri che stimiamo degni di fede. Senza dubbio è estremamente penoso essere denigrati dagli altri per ciò che si fa di bene [6].

Salimbene da Parma, che lo incontrò in Francia appena tornato dall'Asia, racconta come egli facesse leggere e ascoltare i suoi racconti, e come intervenisse con ulteriori spiegazioni «ubi mirabantur vel non intelligebant legentes», qualora i lettori non capissero o si meravigliassero [7].
Giovanni non era certo personaggio da sottovalutare. Entrato nell'Ordine dei minori quando Francesco era ancora vivo, era stato scelto nel 1221 da Cesario da Spira per la seconda spedizione francescana in Germania, narrata nella Chronica di Giordano da Giano [8]. La prima era stata del tutto fallimentare a causa della non conoscenza del tedesco: i frati, avendo ottenuto ospitalità e cibo dopo aver risposto «ia» a un primo benevolo invito, avevano risposto «ia» anche alla domanda se fossero eretici [9]. Incarcerati ed esposti al pubblico ludibrio, erano ritornati in Italia appena possibile. A soli due anni di distanza, la seconda spedizione, ben altrimenti attrezzata, avrebbe invece aperto una straordinaria quanto rapida fase di espansione nelle terre del nord. Al momento di partire per l'Asia, Giovanni – ottimo predicatore, uomo di santa vita, rotto a ogni fatica e poliglotta – era testimone vivente dello slancio espansivo e conoscitivo dell'Occidente medievale, incarnato alla perfezione dai nuovi frati mendicanti.
Gli stessi fondatori dei due maggiori Ordini mendicanti, Francesco e Domenico, erano stati grandi viaggiatori, convinti che la missione di evangelizzazione potesse realizzarsi al meglio solo portando il messaggio cristiano a più genti possibile. Francesco fu il protagonista nel 1219 di un viaggio in Terrasanta (dove i Minori si trovavano già da due anni; cfr. fig. 1, «Francesco e il Sultano», Assisi, Basilica superiore) in cui riuscì a farsi ricevere dal sultano al-Kamil durante l'assedio crociato di Damietta [10]. D'altra parte, il viaggiare era requisito indispensabile del domenicano, frate predicatore per antonomasia, incitato dal suo stesso ordine a imparare più lingue – persino l'arabo – per ampliare il proprio pubblico e le proprie capacità di evangelizzatore. A pochi anni di distanza dall'approvazione della regola domenicana nel 1216, i predicatori erano una presenza costante in ogni angolo d'Europa e persino a Tunisi, dove dal 1250 avrebbero stabilmente avuto uno studium [11].
Ma non tutti i frati devono essere stati viaggiatori temerari e ferventi devoti. Dobbiamo al Boccaccio l'esilarante messinscena della predica di frate Cipolla (Dec. VI 10), in cui è possibile riconoscere fra le righe una parodia degli Itinerari ai luoghi di Terrasanta [12], genere odeporico molto diffuso nel basso medioevo. Uno di questi testi, del tutto serio, venne scritto da Petrarca, il quale aveva peraltro rifiutato di compiere il viaggio in prima persona accampando il timore del mal di mare. L'Itinerarium syriacum [13] è una guida per un amico pellegrino in Medioriente scritta sull'esclusiva base di conoscenze libresche, un'«occasione erudita in cui collocare i dati attinti da un'ampia serie di letture», in cui «i nomi dei luoghi mai visti di persona, servono come detonatori di reminiscenze libresche» [14].


Alla corte di Q?b?l?y


fig.2

La Terrasanta non era solo meta di pellegrinaggi, crociate e viaggi di mercatura. Era anche la porta meridionale d'accesso alla Cina. Una volta giunti ad Alessandretta (l'odierna Iskenderun) si poteva imboccare la via della seta, che, attraverso Samarcanda, portava nelle estreme terre asiatiche. Chissà se il giovane Marco Polo, partito da Venezia nel 1271, pensava che il suo viaggio in Asia (cfr. fig.2, il viaggio di Marco Polo) sarebbe durato venticinque anni?
Racconta Marco che il padre e lo zio erano già stati in Cina come mercanti, e lì erano diventati ambasciatori per il Gran Khan presso i latini. Al momento di tornare e portare i messaggi di papa Gregorio IX all'imperatore dei Tartari, i due avevano preso con loro anche il giovane Marco. Dopo oltre tre anni di viaggio, giunsero alla corte del successore di quell'imperatore dei Tartari conosciuto da Giovanni di Pian del Carpine, Q?b?l?y Khan; nel frattempo, la corte era stata spostata a Cambaliq, odierna Pechino. Cosa successe a quel punto lo lasciamo raccontare a Marco:

Or avenne che questo Marco, [...] poco istando nella corte, apparò li costumi de' Tartari e le loro lingue e le loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltra misura. E quando lo Grande Cane vide in questo giovane tanta bontà, mandòllo per suo mesaggio a una terra, ove penò ad andare 6 mesi. | Lo giovane ritornò: bene e saviamente ridisse l'ambasciata ed altre novelle di ciò ch'elli lo domandò, perche 'l giovane avea veduto altri ambasciadori tornare d'altre terre, e non sappiendo dire altre novelle de le contrade fuori che l'ambasciata, egli gli avea per folli, e dicea che più amava li diversi costumi de le terre sapere che sapere quello perch'egli avea mandato. [...] | E sappiate che [...] in tutto questo tempo non finò d'andare in ambasciate per lo Grande Kane, poiché recò così bene la prima ambasciata; e faceali (il Gran Cane) tanto d'onore che gli altri baroni n'aveano grande invidia. E questo è la ragione perché messer Marco seppe più di quelle cose che niuno uomo che nascesse anche [15].

La capacità di Marco di raccontare ciò ha è visto affascina l'imperatore come affascina noi oggi. Il rapporto fra i due si snoda lungo viaggi e racconti e Marco diventa l'occhio del Gran Khan, avido di conoscere il suo impero e la sua gente. Una narrazione infinita che Italo Calvino coglierà e continuerà nelle Città invisibili.
Tornato nel 1295, Marco viene catturato nel corso di una battaglia fra veneziani e genovesi e incarcerato a Genova. Lì, in una delle più inaspettate e straordinarie officine letterarie di tutto il basso Medioevo, una prigione, racconta a uno scrittore di romanzi francesi, Rustichello da Pisa, la sua Descrizione del mondo. Rustichello la scrive come sa, in francese e con un po' di gusto per il romanzesco, ma il Divisament du monde – il cui originale è perduto – sarebbe presto stato tradotto in latino e soprattutto in volgare, diventando universalmente noto con il nome di Milione [16].
Nei primi diciotto capitoli (il 'prologo') viene narrata la storia dei viaggi dei Polo. Il resto del libro è concepito come un trattato geografico, una descrizione del mondo a vocazione enciclopedica in cui Marco interviene solo per asserire la veridicità del racconto. Nel complesso, però, il Milione è un libro difficile da incasellare. Il viaggio stesso fornisce la struttura del racconto, rendendolo simile a un itinerario: «viaggio e scrittura si identificano; il tempo della storia è anche il tempo del racconto; e narratori e lettori seguono l'autore–protagonista nel suo memoriale vagare sulle piste di mondi sconosciuti» [17]. E fornisce del pari l'occasione per una descrizione geo-etnografica, che talvolta assume l'aspetto della digressione. La quantità di dati e cose descritte è tale da far pensare che Marco dovesse aver tenuto con sé il libro di mercatura – un vero e proprio diario di viaggio – della famiglia.
D'altra parte, essendo i Polo anche ambasciatori e mercanti, non mancano nel libro momenti in cui il dettato inclina verso la relazione diplomatica o il manuale per i mercanti. Non per caso, la tradizione testuale del Milione appare in qualche modo frammentaria: ogni lettore/copista prendeva ciò che desiderava e tralasciava le parti per lui meno interessanti.
L'aspetto che più sconcerta del racconto di Marco è l'inestricabile intreccio di elementi del tutto verosimili e altri palesemente fantastici. Certamente, la collaborazione con Rustichello deve aver aumentato le 'tentazioni romanzesche' insite in una materia tanto aliena [18]. D'altra parte, però, dovremmo anche chiederci quale statuto di realtà conferissero gli uomini di allora a ciò che vedevano. Si vuol dire, insomma, che la convinzione che il rinoceronte fosse l'unicorno non può essere banalmente liquidata con un sorriso paternalistico [19]. È stato notato come la parte che descrive le isole dell'Oceano Indiano sia particolarmente incline ai mirabilia e assomigli molto alle descrizioni libresche fantasiose di quelle parti di mondo, tenda cioè a ricreare quell'«orizzonte onirico» che il Medioevo occidentale tendeva a collocare nell'Asia meridionale [21]. Certamente, il ruolo di Rustichello non dev'essere stato piccolo in questa operazione di ricollocamento dei racconti di Marco in un genere di scrittura noto. È altrettanto certo, però, che lo stesso viaggiatore Marco ha guardato alle Indie con gli occhi di un occidentale, in cerca di conferme a storie secolari. Ne è una prova l'ambigua fortuna del Milione: mentre i racconti di cose nuove ma reali ? ad esempio il carbone e l'olio combustibile ? non vengono creduti, i mirabilia sono percepiti come una conferma di conoscenze già acquisite, con il risultato che il libro verrà spesso considerato un testo di fantasia, mentre i finti Viaggi dell'inesistente John Mandeville (1355), invece, saranno creduti proprio perché basati su un insieme di conoscenze del tutto libresche. Un fenomeno non dissimile è rintracciabile in molte relazioni di viaggio dell'epoca.


Il paradiso perduto


Marco aveva visitato tutta la Cina, gran parte delle Isole indonesiane e dell'Asia minore. C'era un posto in cui non era riuscito ad andare, e di cui racconta comunque ciò che sa: Zipangu, il Giappone. Le isole di Zipangu – dice Marco [22] – sono abitate da un popolo bello e gentile. Sono piene d'oro – di cui è interamente ricoperto anche il palazzo del re – e di pietre preziose. Nessuna meraviglia, dunque, se il Gran Khan le vuole conquistare. Ma l'impresa fallisce. Il nuovo estremo del mondo è inaccessibile, come lo è sempre stato il paradiso terrestre.
fig.3Che il giardino edenico del Genesi fosse ancora da qualche parte sulla terra, non era da dubitare [23]. L'antica versione della Bibbia, prima della Vulgata, diceva che il paradiso era «in oriente» (Gen. 2, 8): l'idea si era radicata con forza nelle menti degli occidentali, e pazienza se san Gerolamo aveva modificato quell'«in oriente» con «in principio». Un testo giudeo dei primi secoli dell'era cristiana e in seguito, nel XII secolo, il popolarissimo Iter ad paradisum, tradotto riscritto e volgarizzato in numerose lingue e versioni, attribuiscono ad Alessandro Magno un'impresa di antica data di ricerca del giardino dell'Eden [24]. Giunto al Gange, tradizionalmente uno dei quattro fiumi paradisiaci, Alessandro allestisce una spedizione per risalirlo. Con i compagni raggiunge una città con mura altissime, da cui provengono profumi inebrianti e fiori che galleggiano lungo il corso del fiume. Dopo tre giorni di ricerche, il gruppo trova finalmente una piccola finestra nelle mura (cfr. fig. 3, «Fatti di Cesare. Alessandro Magno raggiunge le mura del paradiso terrestre», Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. 1538, c. 21v), alla quale bussa per pretendere un tributo al grande Alessandro, conquistatore del mondo. Un vecchio dice loro di attendere e torna con una pietra il cui significato sarebbe apparso chiaro solo in seguito:

Quella era una specie di pietra miracolosa. Se la si metteva sul piatto di una bilancia, pesava più di qualsiasi unità d'oro; se invece la si copriva con un pizzico di polvere, diventava più leggera di una piuma. [...] era l'immagine dell'occhio dell'uomo, che da vivo non si accontenta di niente, ma, quando è morto ed è ricoperto di terra, non desidera più niente [25].

Ifig.4l re del mondo aveva cercato il paradiso e aveva trovato un memento mori [26].
Il paradiso terrestre poteva dunque essere una città. Ma poteva anche assumere i contorni di un regno misterioso. Nella seconda metà del XII secolo ha inizio la vicenda di uno dei falsi più clamorosi della storia. L'imperatore bizantino Manuele I Comneno (1143-1180) si vede recapitare una lettera in latino da parte di un fantomatico Prete Gianni (cfr. fig. 4, il Prete Gianni su una carta cinquecentesca), sovrano di fede cristiana i cui regni si estendevano sulle 'tre Indie':

In tribus Indiis dominatur magnificentia nostra, et transit terra nostra ab ulteriore India, in qua corpus sancti Thomae apostoli requiescit, per desertum et progreditur ad solis ortum, et redit per declivum in Babilonem desertam iuxta turrim Babel [27].

Il Prete Gianni descrive la magnificenza infinita del suo immenso e pacifico regno e si permette persino di canzonare l'imperatore di Bisanzio: «te Graeculi tui Deum esse existimant, cum te mortalem et humanae corruptioni subiacere cognoscamus» [28]. Non dovrà destare troppa sorpresa il fatto che la lettera venisse presa sul serio, al punto che Manuele provvide a inoltrarla al papa Alessandro III, che si prese pure la briga di rispondere. Gli uomini dell'epoca erano coscienti di conoscere solo una parte del mondo, e la notizia di un regno dalle parti delle Indie, pieno di cose meravigliose e di esseri mirabili e mostruosi al contempo, corrispondeva perfettamente al loro orizzonte d'attesa. Non a caso, la Lettera è un coacervo di topoi: fontane di eterna giovinezza, pietre miracolose, salamandre, draghi, esseri mostruosi e così via, che venne facilmente interpolato con lunghe inserzioni ancora più straordinarie [29].
La lettera ebbe un'enorme diffusione e numerose traduzioni. Da allora in poi, tutti i viaggiatori cercarono questo misterioso regno, o furono portati a identificarlo in popoli potenti, come accadde a Marco Polo, che diede per scontato che un forte nemico di Gengis Khan non fosse altro che il Prete Gianni [30]. Il regno viene segnato sulle mappe dell'epoca fino al Cinquecento, persino sugli affidabili e straordinariamente precisi portolani: nelle magnifiche carte che Pietro Vesconte approntò per il Liber secretorum fidelium crucis di Marino Sanudo [31] esso è dalle parti dell'India; in altre lo si trova in Cina o in Africa [32]. La confusione fra la cosiddetta Etiopia e l'Asia non è rara nel Medioevo: anche Isidoro, fonte certa lungo tutto il periodo, fissava con Plinio i confini fra i due continenti in corrispondenza del Nilo [33], un fiume del cui corso si sapeva poco. Alcuni immaginavano che esso si interrasse fino alla fonte, nel paradiso terrestre; secondo altri, curvava verso l'Africa occidentale, rendendo di fatto una buona porzione del continente parte dell'Asia. Non risulterà allora strano che i mercanti d'oro europei, venuti in contatto con il ricchissimo e potente Mansa, re del Mali, fra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, potessero associarlo al Prete Gianni, se non fosse stato per il fatto che il Mansa era musulmano. Negli atlanti e portolani catalani del Trecento, egli è rappresentato come un monarca latino, un sovrano con la stessa dignità dei principi cristiani [34], molto simile al leggendario Prete di altre carte.
Grazie a un falso, un nuovo magnifico regno, pacifico e persino edenico in molti suoi tratti, era diventato il nuovo estremo del mondo e dell'immaginazione occidentale. Ma l'esplorazione dell'Asia, immaginata e percorsa, ha ancora almeno un altro capitolo degno di essere raccontato.


Odorico da Pordenone


fig.5

Padova, 1330. Spinto dai confratelli e dal suo superiore, frate Odorico da Pordenone (cfr. fig. 5, «Odorico da Pordenone predica ai popoli asiatici», Filippo De Sanctis, formella del sarcofago del Beato Odorico da Pordenone, Udine-Chiesa del Carmine) detta in latino a frate Guglielmo da Solagna la relazione del lungo viaggio che lo aveva portato in Oriente fra il 1318 e il 1329 circa [35]. Odorico aveva visitato gran parte degli odierni Iraq e Iran, l'India, Sri Lanka, Giava e l'Indonesia, parte dell'Indocina, la Cina e la corte del Khan. A lui dobbiamo una delle più antiche menzioni, almeno in territorio italiano, del limone [36] e, soprattutto, dell'impervia regione del Tibet. È infatti il primo occidentale a lasciare testimonianza di un passaggio in quella parte di mondo. Purtroppo, non dice molto al riguardo, come non dice granché di altri luoghi per noi irresistibilmente affascinanti nelle loro bellezze naturali. Odorico, d'altra parte, non era partito per scrivere una relazione di viaggio o una descrizione del mondo, ma per predicare la parola di Dio.
Il suo racconto è frammentario, un po' svogliato e talvolta sbilanciato: numerosi paragrafi, ad esempio, sono dedicati al martirio di quattro confratelli in India e al recupero da lui operato delle loro spoglie. Odorico non dimentica mai di citare i luoghi in cui i francescani sono presenti e ci avverte – con nostra sorpresa – che alcuni di essi avevano dimora stabile presso il Khan dei Tartari [37]. Troviamo però anche annotazioni inaspettate sulla bellezza delle donne e degli uomini incontrati, sulla quantità di merci presenti nei mercati, su nuovi modi di pescare. Il suo racconto è, in fin dei conti, straordinariamente equilibrato: i mirabilia orientis non abbondano incontrollati, ma sembrano frutto di un sincero stupore e l'attenzione etnografica per le tradizioni dei popoli è encomiabile. Il frate annota persino l'usanza cinese, dura a morire, di fasciare i piedi alle bambine [38], o quella di costringere le vedove indiane a gettarsi sulla pira funeraria del marito, testimoniate e discusse anche da Oriana Fallaci nel suo Il sesso inutile, pubblicato nel 1961, oltre sei secoli dopo la Relatio di Odorico. Non mancano un paradiso e un inferno, che vengono però descritti con scetticismo: il paradiso si rivela una sorta di prigione in cui un vecchio tiene reclusi dei bambini; l'inferno è una valle piena di cadaveri temuta dagli abitanti del luogo, che Odorico riesce ad attraversare incolume [39].
Nel 1331 Odorico muore. Sulla sua tomba una formella lo ritrae intento a predicare a una nutrita folla di strani personaggi dalle fattezze esotiche e dai copricapi orientali.


Verso ovest


Il progressivo disgregamento dell'enorme impero mongolo rese sempre più difficile, se non impossibile, raggiungere via terra l'Asia più lontana. La via del mare per le Indie sarebbe stata aperta solo a fine Quattrocento da Vasco de Gama con la circumnavigazione dell'Africa. La Cina divenne nuovamente un regno lontano e inaccessibile e i racconti dei frati e dei mercanti che vi si erano avventurati furono percepiti sempre più come estranei, se non addirittura mendaci. I contatti con il Medioriente e la Terrasanta certamente continuarono, ma gli europei iniziarono a guardare a ovest. E da ovest riuscirono a tornare in India.
Per noi, oggi, il Mediterraneo è un piccolo mare in confronto alla vastità oramai esplorata degli oceani. Al contrario, nel Medioevo probabilmente non era nemmeno percepito come un mare unico, quanto piuttosto come una serie di bacini autonomi, come ha spiegato il grande storico francese Braudel:

A est, il Mar Nero, mediterraneo soltanto per metà; il Mar Egeo o Arcipelago [...]; infine, l'Adriatico. Al centro, i mari tra Africa e Sicilia, senza nome particolare. A ovest, il Tirreno, il mare italiano per eccellenza, il "mare etrusco" [...]. All'estremo ovest, infine, tra la Spagna meridionale e la vicina Africa, [...] una "Manica mediterranea", che si può limitare, a est, con una linea immaginaria da Capo Matifon, nei pressi di Algeri, al capo della Nao, vicino a Valenza. Attraverso lo stretto di Gibilterra, conduce a un Mediterraneo oceanico, anticamera del vero Atlantico, tra il Vecchio Mondo e le isole che fanno da scali sulle rotte delle Americhe: le Azzorre, Madera, le Canarie... [40]

In questa serie di bacini isolati e contigui si muovono moltissime delle avventurose storie del Decameron di Boccaccio, da Beritola a Salabaetto, a Gerbino e altri, fino alla straordinaria avventura di Alatiel, che solca gran parte di questi mari [41].
Fra Algeri e Valencia dobbiamo dunque immaginare un confine, che segna l'inizio di quella che Braudel chiamava 'manica mediterranea' e che sulle carte di navigazione veniva disegnata leggermente più stretta di quanto in realtà non sia. Immediatamente a est, le isole Baleari, la Sardegna e la Sicilia costituivano una serie di approdi verso l'Africa progressivamente e tenacemente conquistati nel corso del XIII secolo dalla corona catalana di Aragona [42]. A ovest della 'manica', invece, troviamo naturalmente le colonne d'Ercole, per secoli considerate invalicabili, fine della terra e fine della storia. Era infatti alquanto diffusa l'idea che la storia degli uomini, iniziata a est nel paradiso terrestre, dovesse concludersi a ovest, alle colonne d'Ercole. Gli eventi parevano venire in soccorso a questa ipotesi: la storia biblica e la successione degli imperi raccontavano di Abramo nelle terre di Babilonia, dei Greci, dei Romani, del Sacro Romano Impero Germanico. E proprio così descrive il mondo Onorio di Autun (XII sec.) nel suo Imago mundi, mentre il concetto è esplicitato con chiarezza nello stesso periodo da Ugo di San Vittore nel De archa Noe morali [43]. La fine della storia, dunque, doveva essere vicina, in quanto evidentemente prossima alle colonne d'Ercole.
Certamente vicino alla fine della sua, di storia, rovinosamente diretto verso un «mondo sanza gente» in cui non c'è nulla che si possa lecitamente scoprire, è l'Ulisse di Dante [44]. Ormai vecchio, ma senza alcuna intenzione di tornare a casa, l'eroe omerico riscritto e ripensato dal poeta convince i suoi a oltrepassare i limiti posti all'umana conoscenza e ad andare a vedere cosa ci sia nell'immensità dell'Oceano. Odisseo, nel poema di Omero, aveva trovato l'Ade [45]; Ulisse, nell'Inferno, ci racconta di aver visto solo una montagna, «bruna per la distanza». Ironia della sorte, anche quello era l'aldilà, la montagna del purgatorio con il paradiso terrestre sulla cima, ma Ulisse non lo poteva sapere e non lo sa nemmeno mentre racconta la sua storia. Il viaggio è stato inutile e distruttivo; il paradiso terrestre è inaccessibile se non attraverso la Rivelazione. Tocca al pellegrino e cristiano Dante portare a termine il proprio viaggio ai confini del tempo e dello spazio, fino a quel luogo del non-tempo e del non-spazio che è l'Empireo, alle soglie della percezione.
Con buona pace di Dante, però, lo stretto di Gibilterra era già stato valicato dai suoi contemporanei, e chissà che proprio l'inesausta ricerca di nuove terre e rotte non avesse ispirato in lui la cupa storia di Ulisse [46]. I fratelli Vivaldi lo avevano certamente attraversato nel 1291, anche se poi di loro si persero le tracce. Nel 1292, invece, il genovese Benedetto Zaccaria conquistò Rabat via mare e dal 1317 i veneziani gestirono stabilmente una rotta – obbligatoriamente attraverso Gibilterra – per la fiamminga Bruges. Ancora un genovese avrebbe capitanato nel 1336 la spedizione portoghese che conquistò le Canarie [47], identificate con le mitiche Isole Fortunate, la cui esistenza era data per certa fin dai tempi di Plinio.
A raccontarci questa straordinaria spedizione non è uno dei viaggiatori, ma un personaggio a prima vista inatteso in tale contesto, Giovanni Boccaccio [48]. Il suo brevissimo De Canaria, infatti, è la traduzione latina di una lettera – perduta – inviata da mercanti fiorentini da Siviglia alla città d'origine, in cui si racconta la spedizione [49]. Il documento è la prima e di fatto unica relazione di un evento cruciale che inaugura la stagione delle esplorazioni atlantiche. Dalla scoperta delle Canarie e per almeno duecento anni gli europei – britannici, castigliani e portoghesi in particolare, con il sostanziale contributo di molti italiani – si sarebbero infatti impegnati nella tenace ricerca di isole 'ancora da scoprire' (le Azzorre e Madeira innanzitutto), talvolta già assegnate prima ancora di essere trovate. Da questo immane sforzo collettivo sarebbe scaturita la formidabile impresa di Colombo [50].
Fra la prospettiva conservatrice di Dante e l'apertura a mondi nuovi manifestata dal Boccaccio due generazioni dopo, si staglia l'imponente figura di Petrarca [51]. Nella celebre lettera che narra l'ascesa al Ventoso [52], il poeta, giunto sulla cima della montagna, apre le Confessioni di Agostino e vi trova riaffermato un principio a lui caro e di lungo corso: bisogna innanzitutto conoscere se stessi. La convinzione è ribadita nel Secretum [53] e al termine della lettera Fam. III, 1, dedicata a Thule, misteriosa isola sperduta da qualche parte nei mari del nord [54].
A dispetto di questa affermazione, in realtà Petrarca era un avido lettore di testi geografici. A un tale interesse il poeta veniva spinto dalla lettura stessa dei testi antichi, la cui toponomastica richiedeva una spiegazione (e in questa stessa direzione va il boccacciano trattato De montibus), e dalla volontà di tratteggiare correttamente le ambientazioni delle proprie opere, Africa in testa. Ma non solo. Gli estremi del nostro mondo lo interessavano in quanto tali, come afferma ancora a proposito di Thule: «in noi, che viviamo in occidente, è stata proprio la vicinanza ad acuire la curiosità: se infatti fosse posta ad oriente probabilmente non ci saremmo preoccupati di Thule più che di Toprobane» [55]. Il poeta afferma persino di aver cercato notizie sull'isola recandosi sulle rive settentrionali dell'Europa continentale, durante un viaggio effettivamente condotto nelle terre del nord.
Anche l'interesse per le Canarie è costante nel Petrarca, che ne parla nel De vita solitaria, rendendo evidente la loro immediata identificazione con le Isole Fortunate della tradizione classica:

Transeo Thilem et Hibernem, quarum altera scribentium varietate famosissima sed ignota est, altera vero notissima. […] Praetereo Fortunatas Insulas, que extremo sub occidente, ut nobis et viciniores et notiores, sic quam longissime vel ab Indis absunt, vel ab Artho, terra multorum sed in primis Flacci lyrico carmine nobilis, cuius pervetusta fama est et recens. Eo siquidem et patrum memoria, Ianuensium armata classis penetravit […] Sed iam satis curiositate hac longe lateque disiunctos mundi angulos pervagatus sum [56].

Petrarca passa qui in rassegna le isole del 'mare oceano', quell'anello di acque che si pensava circondasse l'ecumene abitata. Dell'Irlanda – afferma l'autore – non parlo, perché è fin troppo nota; così Thule, che è famosissima, ma ignota. Non si dica poi delle Fortunate, già nominate da Orazio e solo di recente trovate. Già, trovate: repertae, dice Boccaccio nel De Canaria, perché, sebbene non ancora localizzate, esse erano già celebri, erano le «isole famose di Fortuna» [57]. E anche Thule, se nominata da Virgilio, da qualche parte dovrà pur essere. E Thule diventano l'Irlanda, l'Islanda, le Shetland, le Orcadi, e così via.
Nel Libro di Giobbe (38, 18) Dio intima al travagliato protagonista: «hai forse esaminato bene le distese della terra? Mostrami se conosci tutte le cose». Naturalmente la domanda è retorica e la risposta è no. Solo il Creatore conosce davvero il creato. La curiosità degli uomini, però, non si è mai fermata ed essi hanno percorso 'in lungo e in largo gli angoli della terra', parafrasando Petrarca. Fra il XIII e la metà del XIV secolo i confini del mondo degli occidentali si erano allargati e gli italiani erano stati straordinari protagonisti di questa epopea. L'immagine del mondo era considerevolmente cambiata e apriva la strada a quella nuova stagione di viaggi che avrebbe segnato il Quattro e il Cinquecento. La letteratura di area italiana, volgare e latina, è stata un prezioso collettore di storie e conoscenze in un periodo cruciale di espansione dell'Occidente. Resoconti di viaggi sono andati di pari passo con ricerche erudite condotte esclusivamente sui libri, specialmente su quelli degli antichi.
Nessun tentativo di ridurre le convinzioni degli uomini dell'epoca a mera superstizione potrà mai diminuirne lo straordinario coraggio, la sete di conoscere, la volontà di commerciare e di predicare la parola di Dio a tutto il genere umano; nessun sorriso bonario di fronte al regno del Prete Gianni potrà mai diminuire lo stupore per la straordinaria accuratezza delle carte di navigazione trecentesche. E chissà che qualche mercante o frate, incurante della nostra idea di progresso, un favoloso regno d'oro non l'abbia trovato davvero.

Pubblicato il 11/12/2012
Note:


[1] E. Menestò, Giovanni di Pian di Carmine e l'Historia Mongalorum, «Perusia. Rivista del Dipartimento di Culture Comparate dell'Università per Stranieri di Perugia», 2007, 3, pp. 31-32: p. 31.

[2] Cfr. G.G. Guzman, European clerical envoys to the Mongols: Reports of Western Merchants in Eastern Europe and Central Asia, 1231-1255, «Journal of Medieval History», XXII, 1996, 1, pp. 53-67.

[3] Ivi, p. 62 ss.

[4] Giovanni di Pian di Carpine, Storia dei Mongoli, a cura di E. Menestò et al., trad. di M.C. Lungarotti, Spoleto, CISAM, 1989, § 3.

[5] Ivi, § 2.

[6] Ivi, § 4.

[7] Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, Laterza, 1966, p. 298. Cfr. anche pp. 305-306.

[8] Per ulteriori notizie cfr. R. Michetti, «Giovanni da Pian del Carpine», in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, consultabile online.

[9] Jordan de Giano, Chronica Fratris Jordani, notis et commentario illustravit H. Boehmer, Paris, Fischbacher, 1908, cap. 5. Una versione tradotta della Cronaca è reperibile in Fonti francescane: scritti e biografie di san Francesco d'Assisi, cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano, scritti e biografie di santa Chiara d'Assisi, testi normativi dell'Ordine Francescano Secolare, a cura di E. Caroli, nuova ed., Padova, Editrici Francescane, 2004.

[10] F. Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 152-153. L'episodio, di cui si è spesso dubitato, sembra confermato da una fonte araba.

[11] Cfr. F. Fernández-Armesto, Before Columbus. Exploration and Colonisation from the Mediterranean to the Atlantic, 1229-1492, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 19942, p. 126.

[12] M. Pastore Stocchi, Dioneo e l'orazione di frate Cipolla, «Studi sul Boccaccio», X, 1977-1978, pp. 201-215.

[13] F. Petrarca, Petrarch's Guide to the Holy Land: Itinerary to the Sepulcher of Our Lord Jesus Christ = Itinerarium Ad Sepulchrum Domini Nostri Yehsu Christi; Facsimile Edition of Cremona, Biblioteca Statale, Deposito Libreria Civica, Manuscript BB.1.2.5, a c. di T.J. Cachey, Notre Dame (Indiana), University of Notre Dame Press, 2002.

[14] G.R. Cardona , I viaggi e le scoperte, in A. Asor Rosa (dir. da), Letteratura italiana, vol. V, Le questioni, Torino, Einaudi, 1986, pp. 687-716: p. 689.

[15] M. Polo, Il Milione, a cura di V. Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano, 1975, §§ 15-16.

[16] Il nome dell'opera deriva da «Emilione», soprannome del ramo della famiglia Polo cui Marco apparteneva.

[17] L. Battaglia Ricci, «Milione» di Marco Polo, in A. Asor Rosa (dir. da), Letteratura italiana. Le opere, vol. I, Dalle origini al Cinquecento, Torino, Einaudi, 1992, pp. 85-105: p. 92.

[18] Cfr. al proposito l'ottima messa a punto di L. Battaglia Ricci, ivi.

[19] M. Polo, Il Milione, cit., § 162: «Elli ànno leofanti assai salvatichi e unicorni, che no son guari minori d'elefanti; e' son di pelo bufali, i piedi come di lefanti; nel mezzo de la fronte ànno un corno grosso e nero. E dicovi che no fanno male co quel corno, ma co la lingua, che l'ànno spinosa tutta quanta di spine molto grandi; lo capo ànno come di cinghiaro, la testa porta tuttavia inchinata ve(r)so la terra: sta molto volentieri tra li buoi. Ell'è molto laida bestia, né non è, come si dice di qua, ch'ella si lasci prendere a la pulcella, ma è 'l contradio».

[20] Cfr. J. Le Goff, L'Occidente medievale e l'Oceano Indiano: un orizzonte onirico, in Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977, pp. 257-277.

[21] Cfr. L. Battaglia Ricci, «Milione» di Marco Polo, cit., e A. Barbieri, Dal viaggio al libro: studi sul «Milione», Verona, Fiorini, 2004. Si veda anche l'ancora ottimo L. Olschki, Storia letteraria delle scoperte geografiche, Firenze, Olschki, 1937 [=1999].

[22] Cfr. M. Polo, Il Milione, cit., § 155 ss.

[23] Per la storia della ricerca del paradiso terrestre e della sua localizzazione si rimanda senz'altro al fondamentale lavoro di A. Scafi, Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell'Eden, Milano, Bruno Mondadori, 2007; si veda ora anche Id., Alla scoperta del paradiso: un atlante del cielo sulla terra, Palermo, Sellerio, 2011.

[24] Per la materia leggendaria legata ad Alessandro nel Medioevo, cfr. G. Cary, The Medieval Alexander, Cambridge, Cambridge UP, 1956.

[25] A. Scafi, Alla scoperta del paradiso, cit., p. 33.

[26] I viaggi di Alessandro in Oriente avevano dato vita a un'infinita messe di racconti, che trapassarono nell'Occidente latino grazie innanzitutto alla traduzione del Romanzo d'Alessandro greco operata nel X secolo dall'Arciprete Leone – la Historia de Proeliis – e dalla traduzione anonima, dell'VIII secolo circa, della Epistola Alexandri Macedonis ad Aristotelem magistrum suum de itinere suo et de situ Indiae: cfr. Epistola Alexandri ad Aristotelem, a c. di W.W. Boer, Meisenheim am Glan, A. Hain, 1973). Fantasioso resoconto delle imprese asiatiche, piena di animali enormi e pericolosissimi, l'Epistola ebbe una vasta circolazione fino alla prima edizione a stampa del 1499 e anche oltre, con un picco nella tradizione manoscritta nei secoli XII e XIII. Si trova associata non solo a testi di materia alessandrina, ma anche a opere storiche e geografiche.

[27] La lettera del Prete Gianni, a cura di G. Zaganelli, Milano-Trento, Luni, 2000, 12.

[28] Ivi, § 4. Sulla base di questo passaggio si dovrà pensare alla lettera come a un testo essenzialmente antibizantino, di probabile provenienza occidentale.

[29] R. Wittkower, Marvels of the East. A Study in the History of Monsters, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», V, 1942, pp. 159-197: p. 181: «all the marvels appear prominently in the narrative which is a conglomeration of everything that was current about the East at the time. And it was just this fact which helped to convince people of the existence of that empire, for all their sources confirmed that the marvels existed in those distant parts of the world». L'articolo è una fonte tuttora fondamentale sui mirabilia Indiae.

[30] M. Polo, Il Milione, §§ 65-67.

[31] Il Liber è un testo corredato di una mappamundi e di alcune carte regionali e di navigazione che Sanudo presenta nel 1321 al papa con l'intento di sollecitare una nuova crociata per la riconquista della Terra Santa.

[32] D. Woodward, Medieval Mappaemundi, in J.B. Harley, D. Woodward (eds.), The History of Cartography, Chicago-London, University of Chicago Press, 1987, pp. 286-370: p. 333.

[33] Cfr. Isidoro di Siviglia, De natura rerum, 48.

[34] F. Fernández-Armesto, Before Columbus, cit., 147.

[35] Odorico da Pordenone, Relazione del viaggio in Oriente e in Cina (1314?-1330), a cura della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Pordenone, Pordenone, 1982; Id., Memoriale Toscano. Viaggio in India e in Cina (1318-1330) di Odorico da Pordenone, a cura di L. Monaco, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 1990; Id., Libro delle nuove e strane e meravigliose cose volgarizzamento italiano del secolo XIV dell'Itinerarium, a cura di A. Andreose, Padova , Centro Studi Antoniani, 2000.

[36] Odorico da Pordenone, Relazione del viaggio..., cit., cap. 39: «accipiunt pauperes limonem, idest quemdam fructum». Una prima attestazione risulta nell'anonimo Regimen sanitatis napoletano del XIII secolo, v. 230: cfr. il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini on-line. Un'altra, latina, è nella Historia Hierosolimitana di Jacques de Vitry.

[37] Odorico da Pordenone, Relazione del viaggio, cit., cap. 58.

[38] Ivi, cap. 69.

[39] Ivi, capp. 71 e 73.

[40] F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, trad. it. di C. Pischedda, Torino, Einaudi, 19532, p. 105. Cfr. anche Id., Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, trad. it. di E. De Angeli, Milano, Bompiani, 1987.

[41] Sia permesso il rinvio a A. Pegoretti, «Di che paese se' tu di ponente?»: cartografie boccacciane, «Studi sul Boccaccio», XXXIX, 2011, pp. 83-113.

[42] Cfr. F. Fernández-Armesto, Before Columbus, cit., p. 137 e passim.

[43] Cfr. A. Scafi, Les colonnes d'Hercule dans la cartographie médiévale: limites de la Méditerranée et portes du Paradis», in B. Westphal (éd.), «Le rivage des mythes». Une géocritique méditerranéenne, Limoges, Presses Universitaires de Limoges, 2001, 339-365.

[44] Inf. XXVI, 90 ss.

[45] Omero, Odissea, XI.

[46] M. Pastore Stocchi, Il mito del nord nella letteratura dell'Umanesimo, in C. Carena, M. Pastore Stocchi, A. Natali et al., Il mito e la rappresentazione del nord nella tradizione letteraria, Atti del convegno di Padova (23-25 ottobre 2006), Roma, Salerno, 2008, pp. 36-56: pp. 44-45: «i riguardi posti da Ercole "acciò che l'uom più oltre non si metta" non sono stati affatto e non potevano essere logicamente, neppure nel Medio Evo, così severamente interdittivi per i naviganti, come di solito si crede e si dice, e come sembrerebbe far intendere la rovinosa trasgressione dell'Ulisse dantesco». Sul rapporto fra Inf. XXVI e le esplorazioni geografiche, cfr. B. Nardi, La tragedia di Ulisse, in Dante e la cultura medievale. Nuovi saggi di filosofia dantesca, Bari, Laterza, 1942, pp. 89-99; si veda inoltre M. Corti, La "favola" di Ulisse: invenzione dantesca?, in Percorsi dell'invenzione. Il linguaggio poetico e Dante, Torino, Einaudi, 1993, pp. 113-145.

[47] Per la datazione della spedizione cfr. C. Verlinden, Lanzarotto Malocello et la découverte portugaise des Canaries, «Revue belge de philologie et d'histoire», XXXVI, 1958, 4, pp. 1173-1209.

[48] Sul mito e la scoperta delle Fortunate nella letteratura italiana cfr. T.J. Cachey, Le Isole Fortunate: appunti di storia letteraria italiana, Roma, «L'Erma» di Bretschneider, 1995, pp. 17-81; G. Padoan, Petrarca, Boccaccio e la scoperta delle Canarie, in Id., Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l'Arno, Firenze, Olschki, 1978, pp. 277-291. N. Bouloux, Culture et savoirs géographiques en Italie au XIVe siècle, Turnhout, Brepols, 2002, pp. 125 ss. e 254 ss. Sugli interessi geografici di Boccaccio si può ora consultare Boccaccio geografo. Un viaggio nel Mediterraneo tra le città, i giardini e...il "mondo" di Giovanni Boccaccio, a cura di Roberta Morosini, Firenze, Pagliai, 2010.

[49] G. Boccaccio, De Canaria et insulis reliquis ultra Ispaniam in Occeano noviter repertis, in Id., Opere, vol. V, t. 1, Milano, Mondadori, 1992, pp. 963-986, assieme a G. Padoan, Petrarca, Boccaccio e la scoperta delle Canarie, cit. Si vedano inoltre M. Martinez, Boccaccio y su entorno en relación con las Islas Canarias», in «Cuadernos de Filologia Italiana», num. straord., 2001, pp. 95-118; N. Bouloux, Culture et savoirs géographiques..., cit.; D. Abulafia, La scoperta dell'umanità. Incontri atlantici nell'età di Colombo, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 56-65.

[50] Cfr. F. Fernández-Armesto, Before Columbus, cit., capp. 7 e 8. Su questa epopea e sul rapporto fra relazioni di viaggio e letteratura fra Trecento e Cinquecento cfr. F. Sberlati, Esplorazione geografica e antropologia: esperienze di viaggio tra Quattro e Cinquecento, in «Bollettino del CIRVI», XVI, 1995, 31-32, pp. 61-91.

[51] Cfr. M. Pastore Stocchi, La cultura geografica dell'Umanesimo, in Optima hereditas. Sapienza giuridica romana e conoscenza dell'ecumene, Milano, Scheiwiller, 1992, pp. 561-586; N. Bouloux, Culture et savoirs géographiques..., cit.

[52] Francesco Petrarca, Fam. IV, 1. Cfr. Id., La lettera del Ventoso. Familiarium rerum libri IV, 1, Verbania, Tararà, 1996.

[53] Id., Secretum II, §72: «Quanquam vel multa nosse quid relevat si cum celi terreque ambitum, si, cum maris spatium et astrorum cursus herbarumque virtutes ac lapidum et nature secreta didiceritis, vobis estis incogniti?».

[54] Sulla leggendaria isola di Thule cfr. L. De Anna, Thule. Le fonti e le tradizioni, Rimini, Il cerchio, 1998; P. Gautier Dalché, Comment penser l'Océan? Modes de connaissance des fines orbis terrarum du Nord-Ovest (de l'Antiquité au XIIIe siècle), in L'Europe et l'Océan au Moyen Age. Contribution à l'histoire de la navigation, Paris, CID Éditions, 1988, pp. 217-233; Bouloux, Culture et savoirs géographiques..., cit., p. 266 ss.

[55] F. Petrarca, Fam. III, 1, 2, trad. it. di U. Dotti, Urbino, Argalia, 1974, vol. I, t. 1, pp. 236-238.

[56] Id., De vita solitaria, II, 11.

[57] Id., Rvf 135, 77.
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