Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.17:

Gioco letterario durante l’assedio (1799-1800): poesie di Angelo Petracchi e Giuseppe Giulio Ceroni per le dame genovesi

A Genova «ce sont les femmes qui déterminent la plus part des affaires grandes ou petites, qui caracterisent les haines ou les vengeances, et qui décident de l’arrangement des alliances»: la relazione sullo Stato genovese stesa nel 1737 da Jacques de Campredon al termine del suo lungo mandato di inviato francese presso la Repubblica conferma l’immagine di una città nella quale le donne esercitavano un’influenza nelle relazioni sociali altrove sconosciuta.[1] E ciò anche grazie alla pratica diffusissima e radicata del cicisbeismo (del quale Genova era tradizionalmente considerata la culla),[2] che legittimava un «libero conversare fra uomini e donne» esente dai pericoli delle pulsioni erotiche e teso a rafforzare l’identità di ceto,[3] nonché a favorire le strategie delle alleanze familiari funzionali al sistema di governo della repubblica aristocratica. All’epoca del soggiorno di Campredon il salotto di Livietta Pallavicini, riservato alla nobiltà vecchia, e quello di Bettinetta Durazzo, frequentato dalle famiglie ascese più di recente ai vertici del potere economico e politico, primeggiavano per la sontuosità dei rinfreschi profusi agli ospiti e per i giochi di carte (anche vietati) che si protraevano, con gran dispendio di luci, fino a notte inoltrata: «on y voit – scriveva Campredon – beaucoup d’aménité, de profusion et de goût; les refraȋchissemens et les illuminations y coûtent prodigieusement». Le brillanti «conversazioni» genovesi destavano l’ammirazione dei forestieri ed erano frequentate dai rappresentanti delle nazioni estere, in particolare dai diplomatici francesi. Per tutto il corso del Settecento a Genova la sociabilità aristocratica fa perno sulle figure femminili: negli anni Settanta si segnalano i salotti di Maria Grimaldi Gerace, Giovannetta Grillo e Lilla Mari Spinola,[4] mentre grazie alla presenza di donne di spirito libero come Artemisia Spinola Balbi già negli anni Sessanta si era fatto strada anche un modello nuovo di «conversazione», che metteva al centro l’interesse di questa colta dama, amica di Domenico Grimaldi, ammiratrice delle idee di Antonio Genovesi e in rapporti con l’ambiente universitario pisano che ruotava intorno a Gualberto De Soria, per il dibattito filosofico e scientifico contemporaneo.[5]
Altra donna di notevole cultura, destinata a ricoprire un ruolo di spicco nella società genovese dell’ultimo scorcio del secolo, fu la senese Anna Pieri, andata in sposa nel 1783 al marchese Anton Giulio Brignole Sale, il quale, seguendo la tradizione di famiglia, nel 1779 era stato inviato a compiere i propri studi presso il prestigioso collegio Tolomei, e si era in tal modo anch’egli inserito nella vivace vita culturale cittadina, come testimonia la sfarzosa raccolta di poesie promossa in occasione delle nozze da Giuseppe Pazzini Carli.[6] Per celebrare l’avvenimento, Pazzini non solo sfoggia le migliori risorse tecniche di cui è capace l’azienda tipografica di famiglia (realizzando un prodotto che per qualità è l’opposto di quello scadentissimo messo insieme, quasi contemporaneamente, per le tragedie dell’Alfieri),[7] ma, oltre che molti esponenti delle diverse accademie locali,[8] attiva i suoi contatti con personaggi di varia provenienza ben noti alla repubblica delle lettere. Tra i contributori della raccolta figurano così i napoletani Saverio Mattei e Antonio Di Gennaro, mentre l’Arcadia romana è rappresentata al più alto livello dal Custode generale Gioacchino Pizzi e da Luigi Godard, e non mancano poi, accanto a quelli dei suoi antichi collaboratori Aurelio de’ Giorgi Bertola e Francesco Zacchiroli, già compilatori del «Giornale letterario» da lui edito nel 1776-77, i nomi di Vincenzo Monti e di Lorenzo Fusconi. I festeggiamenti prevedono anche la rappresentazione di un dramma giocoso nel teatro dell’accademia degli Intronati e l’esecuzione di una cantata commissionata in patria dal Brignole al maestro Luigi Cerro.[9]
Rientrati a Genova, gli sposi continuano a coltivare la comune passione per il teatro e per la musica, e nelle ville della Torrazza e di Voltri, che ospitano due attivissimi teatrini privati, mettono in scena opere buffe e farse. Anna Pieri prende parte come attrice dilettante a varie rappresentazioni, insieme al marito e ad altri membri della famiglia, e nel frattempo prende lezioni di violino. Tra i frequentatori assidui del cenacolo ci sono i fratelli Sauli: Cristoforo, Luigi, e il più celebre Gaspare, protagonista, con gli altri patrizi ‘giacobini’ Gian Carlo Serra e Luca Gentile, tutti habitués del medesimo salotto, della cosiddetta ‘cospirazione antioligarchica’ del 1794.[10] Intorno alla «bella donna» convergeva insomma una «brillante società composta da persone di spirito» all’ombra della quale si nascondeva quel «germe di democrazia»[11] che si manifesterà apertamente dopo il maggio del 1797 con la ‘rigenerazione’ della Repubblica, ma che la diplomazia francese aveva già da tempo e con cura coltivato con l’obiettivo di schierare Genova a proprio favore. Andava in questo senso la convenzione col Direttorio stipulata il 9 ottobre 1796, cui fece seguito a poca distanza la visita di Giuseppina Bonaparte, che giunse in città accompagnata da Gian Carlo Serra (riparato a Milano dopo i fatti del ’94) e per la quale Anna Pieri organizzò a Palazzo Rosso una splendida festa, allietata dai consueti intrattenimenti teatrali e musicali.[12] La presenza della nobile dama si farà poi notare nelle varie iniziative patriottiche che si moltiplicano dopo la caduta del regime aristocratico. Tra di esse si segnalano le feste che hanno luogo al Circolo Letterario Ligure, ad alcune delle quali due dei suoi figli prendono parte in veste di musicisti,[13] e che impegnano letterati a lei molto vicini, come lo scolopio Celestino Massucco, editore di una raccolta di inni e poesie patriottiche declamati e cantati in quella sede,[14] oltreché noto «traduttore e divulgatore del nuovo verbo francese, dal Rousseau del Contratto sociale ai versi tragici di Marie-Joseph Chénier».[15] Ma la democratizzazione della Repubblica ha effetto anche su altri membri della sua cerchia amicale non privi di ambizioni letterarie: tra questi Gaspare Sauli, che si fa autore per il teatro S. Agostino di un Melodramma patriottico per solennizzare la rigenerazione della libertà dedicato «ai cittadini liberi della Liguria».[16]
Un vero e proprio patronage fu però, come è noto, quello offerto dalla Brignole all’improvvisatore Francesco Gianni, rifugiatosi sotto le sue ali fin da quando era fuggito da Roma in seguito all’assassinio di Bassville, e che grazie a lei e ad altri protettori genovesi[17] poté dare alle stampe, nel 1794, una raccolta di versi estemporanei declamati in alcune conversazioni cittadine, raccolta destinata a far molto clamore anche a causa delle tesi sull’arte dell’improvvisare che qui erano per la prima volta divulgate.[18] Tutta la carriera di Gianni si svolse sotto l’astro di Napoleone, del quale aveva subito intrapreso a cantare le gesta e continuato a contrappuntare ogni impresa da Parigi, dove era approdato già alla fine del 1799,[19] e dove una vecchia conoscenza genovese, il conte Gian Carlo Serra, era stato pronto ad aprirgli le porte della propria conversazione.[20] E da quella distanza, stavolta in casa del cittadino Giuseppe Fravega, ministro plenipotenziario della Repubblica Ligure, aveva evocato lo strazio e l’eroismo di Genova assediata in un poemetto estemporaneo in ottave, su tema assegnato da Annetta Vadori, l’intrigante ‘Aspasia veneziana’ sua coinquilina, ben inserita nel mondo di quegli esuli italiani che, come lui, gravitavano nell’orbita dei favoriti dal Primo Console.[21] La stessa fedeltà a Napoleone improntò la vita di Anna Brignole, la quale, dopo essersi distinta durante l’assedio per l’assistenza ospitale prestata agli ufficiali francesi che aveva accolto nel suo palazzo,[22] si sarebbe stabilita a Parigi una volta rimasta vedova nel 1802. Essendo da lunga data nelle grazie della famiglia Bonaparte, diventerà dama di palazzo di Maria Luisa, sarà insignita del titolo di contessa dell’Impero, e finirà i suoi giorni nella reggia di Schönbrunn dove aveva seguito l’imperatrice dopo Waterloo.
Il ruolo di interlocutrici privilegiate dei poeti che a Genova spettava alle donne ebbe modo di esprimersi anche nella situazione eccezionale determinata dall’assedio, in tempi, cioè, a prima vista sconvenienti al gioco letterario. Proprio «Alla cittadina Annetta Brignole nata Pieri» era infatti dedicato il Saggio di poesia leggera che Angelo Petracchi pubblica nell’ottobre del 1799 presso la stamperia della «Gazzetta nazionale», il giornale diretto da Cottardo Solari, giureconsulto di orientamento moderato, già membro della commissione legislativa che nel 1797 aveva redatto il progetto di costituzione della Repubblica democratizzata.[23] E appunto il suo giornale nell’annunciare l’uscita del libretto si compiace del fatto che «malgrado le calamitose circostanze, che hanno afflitto quasi tutti i belli ingegni Italiani, pure le Itale Muse non languiscano, e anzi vi sia chi s’interessi ad aumentarne i vezzi, ed i pregi»:[24] una considerazione che in effetti fotografa quanto stava avvenendo allora nella città ligure, divenuta un presidio di «belli ingegni Italiani» scampati ai bruschi cambi di rotta della storia.
Del proprio approdo a Genova dopo la caduta della Cisalpina Petracchi offre una versione romanzesca, che fa perno sul racconto del salvifico incontro col suo soccorritore, il finanziere Giuseppe Fravega (un importante borghese capitalista in stretti rapporti d’affari con i comandi militari francesi):[25]

Io fuggivo da Milano l’inondazione Austro-Russa, meco portando la mia piccola fortuna. I masnadieri di Pozzuolo pensarono di alleggerirmene, e rimasto così colla sola mia tranquilla indifferenza, v’incontrai nella bella strada di Polcevera. Voi sentiste da me l’infelice accidente, mi stendeste la mano, e stringendo la mia mi diceste: «Ricordati che hai un amico». Né giammai stretta di mano della più vaga fanciulla del mondo, commosse tanto l’anima ad alcuno, come a me fece la vostra. Dopo questo eloquentissimo discorso di quattro parole voi seguitaste a galoppare sul vostro bellissimo cavallo bajo, e la buona azione, che venivate di fare, e che galoppava con voi, tenne, senza dubbio, col vostro cuore in quel momento una conversazione ben deliziosa.[26]

È probabile che l’ammanto fiabesco copra l’evidenza di una solidarietà di tipo massonico, allusa attraverso molteplici indizi: dalla «tranquilla indifferenza» che non si lascia scalfire dal trauma della spoliazione, alla stretta di mano rivelatrice di una indelebile amicizia, della quale forse egli aveva già fatto esperienza a Milano in virtù della frequentazione del pittore Andrea Appiani, uomo di loggia di antica e solida militanza.[27] Ad ogni modo, qualunque sia stato il tramite che lo ha facilitato, l’inserimento nei salotti genovesi di Petracchi, così come di Foscolo, Ceroni e degli altri, magari più occasionali, poeti-soldati (il capitano Antonio Gasparinetti, il generale Giuseppe Fantuzzi) sembra avvenire sotto gli auspici di una buona stella, che si manifesta nella loro rapida elezione a cantori ufficiali delle più influenti bellezze femminili cittadine.
Il Saggio di poesia leggera nasce da un suggerimento rivolto all’autore dalla Brignole: un invito a cimentarsi in quella maniera di far versi che i francesi chiamavano ‘poésie fugitive’ e che le risultava ancora intentato in Italia.[28] Si potrebbe attribuire questa idea alla sola volontà di compiacere i molti rappresentanti della nazione sorella presenti nel suo come in altri entourages di nobili dame, ma non va neppure esclusa l’ipotesi che della poésie fugitive la Pieri avesse avuto originariamente notizia frequentando nei suoi soggiorni toscani le conversazioni letterarie cui prendeva parte Giuseppe Pelli Bencivenni, un sicuro amatore di questo genere, in cui si erano cimentati tra gli altri anche Voltaire, Gresset, Saint-Lambert, il cardinale de Bernis, Claude Joseph Dorat.[29] Nel discorso premesso alla fortunata raccolta di quest’ultimo intitolata Mes fantaisies il modello della poesia fuggitiva era fatto risalire ad Orazio, definito «Poete Philosophe» per la sua capacità di far passare la ragione attraverso il badinage, senza dogmatismi né austerità. Voltaire è presentato in queste pagine come il miglior erede dell’abate Chaulieu, del suo epicureismo stavolta sapientemente associato al persiflage, ovvero a quell’uso dell’ironia che consiste nella «décomposition des objets imposans réduits à leur juste valeur» e che mai degenera nel piacere di nuocere, dal quale è esente l’«ame sensible»: le sue opere ‘fuggitive’ colpiscono infatti l’altezzosità indecente della cortigiana, la presunzione del vanesio ignorante, il ridicolo della dama in età che si dà alla metafisica per sopperire alle sue bellezze sfiorite, il poeta di teatro presuntuoso che si crede un Sofocle perché ha letto in Aristotele le parole peripezia, protasi e catastrofe.[30]
La poésie fugitive iscrive se stessa nel campo della letteratura volante, appartenenza sottolineata nelle Fantaisies di Dorat dalla citazione virgiliana che accompagna il titolo: Ludibria ventis, oppure, in un’altra raccolta, l’Élite de poësies fugitives, da un eloquente verso di Gresset: Les Muses sont des Abeilles volages.[31] I testi (in prevalenza madrigali, epigrammi, epistole in versi, ma anche odi di ispirazione anacreontica o oraziana, e persino poemetti)[32] vogliono sembrare sfuggiti o addirittura rubati al portefeuille degli autori, e dunque liberi da ogni forma di autocensura, come ribadisce la stessa definizione che si legge nell’Encyclopédie (Tome VII, 1757):

On appelle pièces fugitives, tous ces petits ouvrages sérieux ou légers qui s’échappent de la plume e du portefeuille d’un auteur […] Rien ne peint si bien la vie et le caractère d’un auteur que ses pieces fugitives: c’est là que se montre l’homme triste ou gai, pesant ou léger, tendre ou sévère, sage ou libertin, méchant ou bon, heureux ou malheurex.

La veste effimera copre insomma una piacevole poesia «di società», non priva di una vena di sorridente ironia, che presuppone nella maggior parte dei casi dei destinatari ben individuati e che si presenta volentieri nella forma dell’omaggio galante: non a caso l’Élite de poësies fugitives aveva dato ampio spazio a «les Eloges des Dames illustres de notre Siècle par la naissance, l’esprit et la beauté».[33] Petracchi, chefino ad alloradal suo portefeuille aveva (per quanto ci è noto) fatto uscire solo pochi versi patriottici, come l’ode indirizzata all’amico Andrea Appiani quando questi aveva fatto i ritratti «del Gen. francese Bonaparte e della cittadina sua sposa»,[34] e che dopo Marengo riprenderà velocemente la vecchia strada,[35] a Genova inclina invece verso questa musa meno austera, spronato – dice nella dedicatoria alla Brignole – dal solo desiderio di piacere alla «vaga Annetta»:

   Un tuo cenno, o vaga Annetta,
rinnovò l’antiche prove,
che Vulcan fé coll’accetta,
quando aprì quella di Giove.
Colla sola differenza,
ch’ei produsse la sapienza;
e la debol testa mia
sol produsse la follia.


Attraverso una scherzosa allusione erotica presenta poi i suoi parti poetici come figli di un platonico connubio con la dama:

   E acciocché l’impertinente
gente avvezza a dir del male,
non ti critichi insolente:
io dichiaro formalmente,
che i figlioli che abbiam fatto,
venner fuor tutto ad un tratto
sol per copula mentale
senza talamo nuziale.
[36]

E alla fine, dopo aver paragonato, con una bizzarra similitudine mitologica, quei figlioli che giocano a nascondersi fra le pieghe delle vesti della madre con l’oca di Filemone e Bauci, che trovò rifugio sotto il sedile di Giove, si dice rassicurato dalla benevola protezione garantitagli dall’amica:

   Un tuo sguardo, Annetta bella,
assicura alla mia prole
quel medesimo conforto,
che suol dare amica stella,
al nocchier che cerca il porto
quando in ciel mancato è il sole.
[37]

Nel primo testo presentato nel Saggio, Tirsi a Fille (sottotitolo: Il commercio),[38] Petracchi, parodiando i modi della poesia arcadica pastorale, fa parlare un Tirsi che, avendo deciso di darsi al redditizio mestiere del negoziante, vuole indurre l’amata Fille a mettere in comune i capitali per costituire una società della quale lui terrà l’amministrazione mentre lei dovrà svolgere tutte le altre mansioni, sollevandolo da ogni fatica. Tirsi esibisce una cinica mentalità mercantile (certo non sconosciuta in una città come Genova), e anziché vagheggiare la mitica età dell’oro vede davanti a sé solo un futuro in cui «resi più fecondi / dall’assidua, e attenta cura / i comuni nostri fondi / frutteranno a dismisura, / e fia nota allor fra mille / la ragion di Tirsi, e Fille».[39] Galanteria e sorridente satira politica si intrecciano invece nel secondo testo, Il ramo di cipresso, indirizzato alla cittadina Cecchina Fravega, la quale «preferì per un’intera estate un ramo di cipresso a tanti fiori odorosi che beano il clima della Liguria».[40] Qui Petracchi immagina, come farà Casti con gli animali protagonisti del suo poema eroicomico,[41] che i fiori si riuniscano in congresso per prendere provvedimenti, ovvero decidere come reagire alla «manifesta ingiuria» perpetrata contro di loro dalla Cecchina, che ha osato posporli al «guardian di campi santi / di tombe e cimiteri», privandoli così del piacere di andare a ornare «un seno delicato» e di «toccar le carni ignude» di qualche bella. L’assemblea si tiene a Cipro, residenza della «rosea Maestà», che nel discorso inaugurale paventa che il cipresso stia fomentando una rivoluzione dei ceti floreali più bassi:

   Le piante più umili,
inonorate e vili,
gli alberi li più alpestri,
i virgulti silvestri,
e fino ogni arboscello
di fiume, e di ruscello
a fare si dispone
una Rivoluzione.
[42]

I fiori che prendono la parola dopo di lei mantengono il carattere che Ovidio aveva assegnato ai personaggi di cui sono la trasformazione. Perciò il girasole e l’incenso, accecati dalla gelosia di Clizia e di Leucotoe, vorrebbero subito dichiarare guerra al cipresso, memori dell’«antico osceno amore» che aveva legato Ciparisso ad Apollo, loro ex-amante. L’ipotesi della vendetta omofoba è però calorosamente respinta dal giacinto, al quale Petracchi affida la parte del filosofo libertino politicamente radicale:

   Ai due preopinanti
s’oppose con calore
il Giacinto, che innanti
d’esser cangiato in fiore
dell’emulo Cipresso
seguì il costume istesso.
Egli a mostrar inclina
con libera dottrina,
che ogni Ente vegetabile
puote a sua propria voglia
con libertà disporre
di suo fior, di sua foglia;
che la natura abborre
come il maggior delitto
l’ineguaglianza in dritto;
che sono tirannie
e regni, e monarchie;
disse insomma tai cose
sì calde, e imaginose,
quel fervido oratore,
che ognuno con stupore
diceva al suo vicino:
Per Bacco, è Giacobino!
[43]

Dopo di lui prende la parola «il fiore cortigiano»: la violetta doppia, voce appunto del doppiogiochismo di chi fa e disfa in modo sleale le alleanze, la quale propone di stipulare un trattato col cipresso per poi romperlo al momento opportuno. A prevalere, alla fine, sarà invece il piano del moderato geranio notturno, che suggerisce di inviare alla Cecchina un abile ambasciatore, capace di farle comprendere che ha commesso un grave torto «dando la preferenza / a rami senza odori / su tanti vaghi fiori», e, se questo argomento non dovesse convincerla, pronto ad avanzare una seria minaccia: «di ritener celato / quel olezzo sì grato, / che tanto ogn’uom consola, / non solo ad essa sola, / ma a tutti i viventi / compresi i discendenti».[44]
La profumazione è dunque la prerogativa che rende i fiori preziosi, e di questo si era particolarmente vantata la rosa quando aveva rivendicato il diritto a sedere sul trono ricordando che si trattava di una «vetusta concession di Venere» e sottolineando la sua discendenza in linea diretta dalla rosa che aveva ferito il piede della dea. Ma tra i vanti della regina dei fiori c’era anche quello di potersi trasformare in balsamo odoroso, antesignano dei balsami odorati usati per curare la ferita di Venere che Foscolo vorrà, di lì a poco, vedere apprestati per Luigia Pallavicini:[45]

   Ed io, che per vetusta
concession di Venere,
siedo regina augusta
de’ fiori d’ogni genere;
io, che fra mille eletta
scendo per linea retta,
anzi da madre in figlia,
da quella bianca rosa
che diventò vermiglia
da che una spina ascosa
ferì con punta rea
il piè di Citerea;
io, che son sempre grata,
o fusa, o distillata,
o in unguento prezioso,
o in balsamo odoroso,
o in polvere, o in liquore,
nei misteri d’amore;
[…]
[46]

Al Ramo di cipresso seguono Il Paradiso e L’Inferno, indirizzati a due altre dame genovesi, che sono, rispettivamente, la cittadina Marina Villavecchia e la cittadina Antonietta Costa. Il primo è un omaggio alla bellezza sensuale di Marina, inquadrata sullo sfondo del «Paradiso in terra», cioè la residenza nobiliare, denominata appunto ‘il Paradiso’, che la famiglia Saluzzo possedeva sulla collina di Albaro, qui trasfigurata poeticamente nella reggia di una dea della quale Petracchi ritrae nei dettagli e non senza malizia le incantevoli doti fisiche, per poi giocare sull’effetto ambivalente, in bilico tra la riverenza devota e la «genial concupiscenza», che suscita su di lui «un bello sì perfetto»:

   Un bello sì perfetto
fecea nascere in petto
unita a riverenza
genial concupiscenza;
talché restai perplesso,
e incerto, se dovea
gettarmi genuflesso,
o la vezzosa Dea
in amoroso eccesso
stringer con dolce amplesso.
[47]

E proseguendo su questa falsariga, della commistione irriverente tra sacro e profano, il poeta saluta la sua ospite con un «Ave Marina» che, se fosse interpretato in senso evangelico, potrebbe spaventarla come annuncio di una gravidanza inaspettata:

   Deh scaccia, o Dea, dal petto
l’ingiusto tuo sospetto,
Angelo, è ver, son io,
ma l’Ave che ti dico
non ha il valore antico,
né vuo’ annunziar, perdio!
che senza tua saputa
sei incinta divenuta.
[48]

Sciolto l’equivoco, Angelo viene accolto da Marina e introdotto «nell’interiore del loco», dove impara da lei «i più veraci e schietti / teologici precetti», ma di una teologia non confessionale, finalizzata unicamente a renderlo partecipe dei piaceri che si godono in «sì bel soggiorno»:

   Né m’offuscò la mente
con certe parolone
di transustanzazione,
di grazia efficiente;
ma con modi chiarissimi,
con detti semplicissimi
m’apprese la maniera,
invero alquanto austera,
con cui potessi un giorno
goder sì bel soggiorno.
[49]

I versi che seguono imprimono un senso inaspettato all’omaggio galante, poiché l’ambìto soggiorno rivela connotati molti simili a quelli di una loggia massonica. Il poeta ci confida infatti che in quel «beato loco», pur senza offendere la religione cattolica, non si fa però distinzione alcuna di professione di fede, e che per accedervi occorre essere capaci di conquistarsi, compito non facile, «la grazia intera» della dea che vi presiede. Un privilegio che è riservato a pochi:

   Se alcun di voi desia
d’apprender quale sia
quest’unica maniera,
purché fede sincera
mi dia d’esser discreto,
glielo dirò in segreto.
Per or saper vi basti,
che senza far contrasti
col Prete, e col Curato,
è stato già deciso,
che un dritto ben fondato
ha ognuno al Paradiso,
sia Turco, sia Cristiano,
Scismatico, o Pagano,
o Protestante, o Ebreo,
Quacchero, o Manicheo.
Però non ci vuol poco
a aver la grazia intera
della Diva, che impera
in quel beato loco;
talché verificati
trovi gli antichi detti,
che molti son chiamati,
ma ben pochi gli eletti
.[50]

In pendant con questo Paradiso troviamo l’Inferno indirizzato ad Antonietta Costa,[51] altra dama circondata di attenzioni da parte di molti adoratori, oltreché del suo cicisbeo ufficiale, Ippolito Spinola.[52] Anche in questo caso Petracchi si muove nell’ambito di una poesia di società, rivolta a un gruppo d’ascolto piuttosto smaliziato:

   Attenta dunque ascolta,
e voi, che l’attorniate,
amici perdonate,
se per una sol volta,
me solo a udir dispone
tutta la sua attenzione:
che il mio infernale ostello
diverso è assai da quello,
in cui quell’Eremita
con anima pentita
più d’Ilarione, e Pavolo
gìa rimettendo il Diavolo:
cheti perciò soffrite,
e i miei strambotti udite.
[53]

Non priva di ironia risulta dunque la maledizione scagliata contro gli atei, che non credono all’esistenza «di un sommo facitore, / da cui tutto dipende, / che tutto vede e intende, / e fabbricò fecondo / questo, e qualch’altro Mondo»;[54] mentre ha poco di ironico il pereat successivo, che prende di mira coloro che hanno voluto avvolgere di mistero le opere di Dio: «Pèra quel menzognero, / che scaltro in suo desio / velò d’alto mistero tutte l’opre di Dio». Il poeta invita Antonietta a far sua l’idea che in tutto ciò che cade sotto la vista dell’uomo non c’è niente di oscuro e imperscrutabile, ma che «tutto cammina, e va / con tal semplicità, / che nulla in lui prevale / di soprannaturale». È l’idea che la luce della ragione, come avevano insegnato Newton e Galileo, Copernico e Linneo, possa penetrare le leggi della natura ordinata da Dio:

   Né per concluder questo
a prove io già m’arresto,
che il capirai di volo
con il buon senso solo,
se attenta osserverai
della ragion coi rai
Neutono, e Galileo,
Copernico, e Linneo
spiegare ad ogni istante,
senza verun ostacolo
quel che pareva innante
stranissimo miracolo.
[55]

Dopo questa premessa, e dopo aver scherzosamente affidato lo sviluppo degli argomenti teologici a un trattato di tre o quattro tomi in folio che promette di scrivere («di un utile infinito, / più di Giovan Gersone, o del Prato fiorito»),[56] Petracchi torna a parlare dell’inferno, la cui esistenza in quanto luogo di pena voluto da Dio viene negata per affermare il concetto «che premio, o pena intera, / o Paradiso, o inferno / ha ognuno nel suo interno». «La cieca Umanità», aggiunge, si è immaginata di volta in volta una diversa scena nella quale collocare la pena o il premio: i «mitologi» hanno chiamato questa scena Tartaro e Eliso; i «teologi» Inferno e Paradiso; Pitagora ha posto la pena nella trasmigrazione dell’anima «in succido animale» e il premio nella rinascita in un animale «più degno»; ma premio e pena, ovvero la felicità del giusto e il tormento del malvagio, risiedono invece nel cuore dell’uomo.
Per rendere chiari alla sua interlocutrice questi principi di morale stoica il poeta si serve dell’invenzione, già usata in maniera irridente nel Riccio rapito (altro famoso libretto ‘per dame’), del sistema dei Silfi, accompagnatori invisibili di ogni azione degli uomini:

   Or dunque ti figura,
che intorno ogni creatura
abbia l’eterno fato
disposto e situato
certi esseri invisibili,
all’uomo impercettibili,
che giudici imparziali
de’ miseri mortali
sian pronti ogni momento
a prender nuovo aspetto
per distillarci in petto
la doglia, od il contento.
Chiamar questi potrai
come tu più vorrai,
o Silfi, o Diavoletti,
o Spiriti folletti,
angeli familiari,
o Farfarelli, o Lari
.[57]

Impugnando la lanterna di Diogene, Antonietta potrà dunque scorgere il Folletto dell’ambizione che corrode il cuore di un potente e il Farfarello dell’avarizia che morde le viscere di un riccone; ma quella stessa lanterna, sorretta dal poeta e accostata allo specchio, le rivelerà, nascosta nei suoi tratti, una famiglia di Silfi pronta a colpire con pene di varia specie i maschi che la attorniano, qualora questi si macchino di qualche peccato:

   Osserva fiso fiso
i tratti del tuo viso,
cerca dentro gli anelli
de’ biondi tuoi capelli,
guarda nelle fossette
delle gote divine,
sovra le tumidette
tue labbra porporine,
infra l’avorio schietto
di quel celeste petto,
fra i peli delle ciglia,
e fin dentro i tuoi rai
formicolar vedrai
di Silfi una famiglia
che sovra l’ali eretta
cupidamente aspetta
che faccia alcun di noi
un qualche gran peccato,
per darci in seno poi
tormento smisurato.
Ciascun di tal genìa
varia di nome, e aspetto,
un chiamasi dispetto,
un altro gelosia,
chi barbara incostanza,
chi amor senza speranza,
chi amor da solo a solo,
chi disperato duolo,
freddezza, resistenza,
gelata indifferenza,
occasion, pericolo,
e fin sprezzo, e ridicolo
.[58]

Per chi invece nel suo cuore nutre solo rettitudine, quegli stessi Silfi formeranno la beatitudine dell’amore fortunato, «prendendo la sembianza / d’estasi di piacere, / di tenera costanza, / di dolci abbracciamenti, / di raccommodamenti, / di caldo amor sensibile, / di gioia inesprimibile». Perciò, per concludere in leggerezza, il poeta si rivolgeva di nuovo alla cerchia dei suoi uditori maschi dando loro una lezioncina di galanteria, ancora costruita sul contrasto, totalmente laicizzato, tra inferno e paradiso:

   Cari, e diletti amici
s’esser volete ognora
lietissimi, e felici,
con lei che v’innamora
siate discreti, e buoni;
pesate giudiziosi
tutte le vostre azioni;
e quando desiosi
mirate que’ begli occhi
da tema, e gioia tocchi
ripetete alla mente,
che in essi è permanente
o immensità di pene,
o immensità di bene.


Trascorse poche settimane dalla divulgazione del Saggio, Petracchi si proponeva di nuovo allo stesso genere di pubblico con la Galleria ligure, annunciata dalla «Gazzetta nazionale della Liguria» del 14 dicembre 1799 come un evento mondano di sicuro, se non addirittura travolgente successo:

Preveniamo i nostri lettori, che da questa Stamperia uscirà domani, e forse questa sera una Galleria di Ritratti: Collezione preziosa delle più vezzose, e brillanti figlie di Giano. Le Belle, delle quali si presenta il ritratto sono in numero di ventuno; né vi sono anche tutte. – E come mai tante belle? – Ma, mio caro lettore, volete sdegnarvi per questo? E se tutte le fanciulle fossero belle com’Elena, ne sareste voi malcontento? E voi, Cittadine, andereste forse in collera, se tutti i giovinotti fossero come Paride? Io dico di no, e la ragione… voi la sapete, o dovete saperla.
Questa stessa ragione ci ripromette un esito prodigioso di questo Volumetto; ed è perciò, che per evitare una specie di attruppamento, che non mancherebbe di formarsi alla porta della Stamperia, dalla folla degli adoratori, e curiosi, che saranno sicuramente impazienti di confrontare il ritratto coll’originale, preveniamo il Pubblico, che si dispenseranno anche in Piazza nuova dal Cartaro Albani. Piaccia al Cielo però (sia detto con buona pace dell’Autore) che quest’opera non sia il pomo della discordia delle Belle![59]

La presentazione mette in piena luce il motivo d’interesse extra-letterario del volumetto: la curiosità di «confrontare il ritratto coll’originale», riaccendendo quel gioco di società che Mademoiselle de Scudéry aveva lanciato con grande successo in Francia il secolo precedente.[60] E a questo gioco ben si prestavano le forme della poésie fugitive, che tra i suoi micro-generi aveva sempre coltivato anche quello del portrait.[61] Petracchi si pone su questa scia, dando vita, tra gli altri, al ritratto di Luigia Pallavicini non ancora sfigurata dalla caduta da cavallo:

A Natura Cupido:
«O Nonna mia, ti sfido
a far bellezza tale
che non conosca eguale:
abbia tra bionda, e nera
la tersa capigliera;
sotto un arcato ponte
abbia due luci in fronte,
che glauche, e sempre in calma
tolgan la pace a ogn’alma;
sulle gote vezzose
nascan ligustri, e rose;
e vago e senza emenda
per mezzo il naso scenda;
dolce respiri, ed abbia
l’ambrosia sulle labbia,
che mostrin sorridenti
l’avorio de’ bei denti;
mani e braccia di latte
sembrino al torno fatte,
e sian le bianche poppe
turgide, ma non troppe;
abbia pietoso il cuore…»
Volea più dire Amore,
ma a lui Natura: «O stolto,
mira Luigia in volto,
e resterai convinto».
E Amor sorpreso: «Hai vinto».
[62]

Nello stendere i suoi ritratti Petracchi ebbe certamente presente la Galleria di ritratti poetici di Francesco Gianni, uscita tre anni prima a Firenze,[63] nella quale era accordata una netta preferenza ai soggetti femminili, e dove tra i personaggi raffigurati spiccavano alcuni nomi di genovesi, sia donne che uomini. Accanto all’avvocato Giuseppe Cambiaso (per il quale Gianni conia l’appellativo di «ligure Demostene», ripreso da Petracchi nel ritratto di Marina Carmarino),[64] troviamo infatti il matematico padre olivetano Luigi Serra, la marchesa Argentina Doria Spinola e un anonimo Ritratto di ninfa ligure dietro il quale con ogni probabilità si cela il profilo di Annetta Brignole.[65]65 E come Gianni, anche un altro letterato ben introdotto nelle conversazioni liguri, e anche lui noto improvvisatore, Gaspare Mollo,[66] assecondava la moda dei ritratti in versi sia nella sua versione ‘in presa diretta’ che in quella mediata attraverso il portrait pittorico, modalità da lui sperimentata fin dal 1792 nella miscellanea L’originale e il ritratto, la plaquette di omaggi poetici ispirati al ritratto di Isabella Teotochi realizzato dalla pittrice Elisabeth Vigée Lebrun.[67]
Il motivo topico della competizione tra poesia e pittura, tra mimesis letteraria e mimesis figurativa, si affaccia anche nei ritratti di Petracchi. In quello di Annetta Brignole, ad esempio, è ripreso attraverso l’immagine della Fama ‘pittrice’:

   Capei più biondi delle bionde spiche;
alta statura; maestoso aspetto;
candide poma infra di lor nemiche;
azzurre luci; roseo labbro schietto;
la miglior tra le madri, e tra le amiche;
gran core; alma divina; alto intelletto;
così la Fama Annetta dipingea,
eppur, ch’il crederia? Poco dicea.
[68]

In quello di Antonietta Costa segue invece il modulo, altrettanto sperimentato, dell’interlocuzione col pittore, che in questo caso è Antoine-Jean Gros (qui indicato col nome di Legros),[69] ben noto a Genova come autore di numerose miniature e portraits mondains (oltre che del celebre ritratto di Bonaparte al ponte di Arcole). La posa nella quale il pittore è invitato ad atteggiare la dama è quella di una danzatrice di valzer, il ballo del momento, raffigurata, però, sul modello delle pitture ercolanensi, in veste di ninfa danzante:

   Pingi, o Legros, coi fervidi
armonici pennelli
biondo tesoro ondivago
di lucidi capelli
fra cui vezzeggi Amor.
Sotto un arcato ciglio
pingi due rai cilestri,
che avvezzi sempre a vincere
in saettar maestri
feriscano ogni cuor.
Le fresche gote imporpora
col minio del mattino.
Fiammeggi il labro tumido.
Il seno alabastrino
l’eguale non avrà.
Potessi tu dipingerlo
col moto delle fronde,
quando soave Zeffiro
ai scherzi lor risponde,
e tremolar le fa!
Poi Valsatrice atteggiala
qual da maestra mano
pinte le svelte Driadi
nei cavi d’Ercolano
la nostra età mirò.
Poi dì: Antonietta è l’unica
che bella fra le belle
in sé riunisce, e cumula
quel che infelice Apelle
in tante ricerco
.[70] 

La grazia con cui danzano o la bella voce che spiegano nel canto sono tra le doti più rimarcate nelle ventuno dame ritratte da Petracchi, ma a queste competenze, particolarmente apprezzate nelle donne, poteva sommarsi anche l’arte ‘virile’ (come avrebbe detto Foscolo) del cavalcare, che ritroviamo, insieme alle altre, nel ritratto di Annetta Cesena:

   Fosca, e bruna capigliera
più dell’ombre della sera;
occhi cari, e risplendenti
più di vive faci ardenti;
bianca gota dove spunta
fresca rosa d’Amatunta;
labro interprete d’amore
che se canta, canta al cuore;
nivei denti, auree maniere;
membra armoniche, e leggiere;
dotta in ballo seducente,
e in salir cavallo ardente;
vaga ogn’opra, vago ogn’atto:
ecco Annetta il tuo ritratto
.[71]

Ma prima di concentrarsi sull’incidente occorso alla Pallavicini, la rimeria galante torna a proporsi nel Pappagalletto di Giuseppe Giulio Ceroni,[72] un apologo zoomorfo nel quale il poeta ha scelto di «coprire col velo dell’allegoria» i nomi delle belle di Genova ritraendole «sotto la specie di animali la più volubile, e la più leggiera del mondo»,[73] cioè di uccelli. Nonostante la natura «spiritosa ed elegante» (così nell’annuncio comparso sulla «Gazzetta nazionale della Liguria») della nuova prova letteraria, l’autore non sveste del tutto neppure in queste ottave i panni di Timone Cimbro, ovvero del poeta patriota, già indossati nella sua precedente produzione.[74] L’apologo si apre infatti con la scena della disfatta degli Augelli cisalpini, costretti a ritirarsi in seguito alle vittorie dell’Aquila austro-russa del 1799, e prosegue, nella stanza successiva, con una accusa, evidentemente rivolta ai responsabili del tradimento di Campoformio, lanciata contro i «foschi Nibbi, e gli Avoltoi» che, pur essendo in condizione di meritarsi il nome di eroi, avevano invece ceduto al «predator talento», avevano rinunciato a combattere il nemico, o si erano «venduti per cupa fame / della nemica alle orgogliose brame»:

   Dal soggiogato pian l’Aquila altera
col doppio rostro, e coi rapaci artigli
degli Augelli fugata avea la schiera,
e Trebbia, Adige, e Po fatti vermigli;
e s’eran questi con costanza fera,
biechi insultando agli ultimi perigli,
sparsi de’ monti sulle alpestri vette
a meditar l’italiche vendette.


   Avean già primi il disugual cimento
lasciato i foschi Nibbi, e gli Avoltoi,
che all’ugne adunche, al predator talento
poteansi il nome meritar di Eroi,
resi imbelli da un ozio ignavo e lento,
colpa, tiranno Amor, de’ strali tuoi,
o venduti per cupa ingorda fame
della nemica alle orgogliose brame.
[75]

Scompigliate le fila del propri battaglioni, i soldati italici, tra i quali non regna una perfetta concordia di vedute riguardo alle prospettive politiche di una situazione talmente compromessa, trovano rifugio a Genova, dove la loro infelice condizione di esuli e il loro fascino di combattenti audaci unito alla qualità di poeti, fanno breccia nei cuori delle «Beltà dell’ospite Paese»:

   Gli Augei, diversi di color, di torme,
e non men di pensar che di sembianze,
al Ligustico lido in varie forme
scendeano fra i timori, e le speranze;
e qui stagione ai voti lor conforme
aspettavano intesi a tresche, a danze,
lor disastri pingendo, e loro imprese
alle beltà dell’ospite Paese.


   L’ira ingiusta di un barbaro destino,
le belligere palme, il nome altero,
l’ali gemmate, il becco porporino,
ed il flebile canto lusinghiero,
o il Fato, che antepor nel suol Latino
volle sempre l’audace, e lo straniero,
in sì teneri cor destaron mille
di amore e di pietà sensi e faville.
[76]

Ceroni raffigura se stesso in forma di pappagalletto,[77] pieno di virtù e fierezza repubblicane, e perseguitato per la sua indomabile coerenza:

   Tra lo stuol de’ Pennuti iva soletto,
sprezzator de’ potenti, e della sorte,
del Brasile un altier Pappagalletto,
forte di rostro, e d’animo più forte,
che quanto fremer si sentia nel petto
tacciuto non avrebbe in faccia a morte;
trista virtù che reca oltraggi, e danno
in sì miseri tempi a quei che l’hanno.
[78]

Racconta poi come, vinto dalle insistenze degli amici, fosse anche lui entrato negli «aerei crocchi» della vita mondana, frequentati da Belle di ogni specie:

   Eran quivi le fugaci Spipolette,
colle incostanti grigie Calandrine,
l’Anitre, le Colombe lascivette,
e colla Grù l’egizie peregrine,
la Cingallegra, che ogni studio mette
a specchiarsi nell’onde cristalline,
e v’erano l’Oche dal senile orgoglio,
tanto un giorno famose in Campidoglio
.[79]

Per farsi strada in questo affollamento, che lo lascia alle prime sbalordito, il pappagalletto si avvarrà della guida di un cigno, «spirante aurea dircea», che si incarica di presentargli tutte le pennute, ritraendole una per una. Sfilano così davanti ai nostri occhi la Pica, la Canaria, la Filomena, la Velia, la Tortorella, la Damigella, la Cola-nuda, la Boarina… e via dicendo: nomi dei quali in qualche caso si è riusciti a svelare la chiave,[80] individuando, ad esempio, per la sua somiglianza con il ritratto di Petracchi, nella Capinera Annetta Cesena, attorniata da una turba di spasimanti, tra i quali si segnala il «Fringuello dell’Adria», in cui si è voluto riconoscere Ugo Foscolo:

   Capinera, e qual fia ch’ora mi accenne
memor’estro lodar, se tu non sei?
Tu che al brillar dei sguardi, e delle penne,
imbellisci leggiadra i versi miei;
te pregò e prega, e non ottien, né ottenne,
la mobil turba de’ bramosi Augei;
sola intorno, e d’altrui, vagar ti mira
il Fringuello dell’Adria, e ne sospira
.[81]

Giunto al termine della rassegna, il cigno dirceo fa considerazioni di carattere generale sulla condizione degli Augei riparati a Genova, e ce li mostra completamente catturati e resi imbelli dal corteggiamento delle dame:

   Se qui giugne un Augel dalle remote
indiche regioni, o americane,
le varie sorti chi descriver puote,
e gli atti industri, e l’arti nove e strane?
Chi allunga il collo, chi i bei vanni scote;
altre docili sono, altre inumane;
questa è per bile a conquistarlo accinta;
quella si applaude, o vincitrice o vinta.


   Di che alcuno minaccia, alcun si lagna,
e l’ore tristi d’amarezza intride;
chi, saggio più, dall’infedel compagna
con acerbi rimbrotti si divide;
questi romito va per la campagna,
quei tra le fronde svolazzando stride:
così all’aquilonar soffio Tirreno
turba le imperversanti acque nel seno
.[82]

L’omaggio spiritoso alla bellezza femminile si trasforma così in reprimenda politica contro l’assuefazione italica al giogo straniero:

   Ahi che involarsi dall’Ausonia terra
gli aspri costumi e la virtude antiqua,
e sol senza pudor gavazza ed erra,
cinta di Mirti, la Licenza iniqua!
Se alcun libero move al vizio guerra,
guatasi con cipiglio e fronte obliqua:
curvi intanto al crudel giogo straniero,
siamo favola e scherno al mondo intero
.[83]

E il cigno dichiara di voler tornare a cantare le «politiche procelle», anziché stancare la sua cetra, già temuta dai potenti, celebrando con vena facile le belle:

   D’altre ancor ti direi; ma in Cielo muta
spunta la notte, e cadono le stelle;
né stancar voglio i carmi a muta a muta,
su facil plettro, a celebrar le Belle.
Me la Musa, dai grandi ognor temuta,
richiama alle politiche procelle,
il dì a eternar, in cui lacera esangue
perda l’Aquila rea gli artigli e il sangue.
[84]

Dall’ultima stanza, dove sono allusi certi i suoi versi («Cangiato in Cigno, riderò dei stolti / figli del fango: senza nome intorno / errar dovrete del fatal soggiorno / corvi insepolti»),[85] si evince che il cigno che ha parlato è Giovanni Fantoni, nel quale Timone Cimbro continua a individuare il proprio maestro di poesia patriottica. Sebbene questo non significhi che per il pappagalletto il gioco di società si conclude qui. Ceroni desidera sfidare ancora il chiacchiericcio dei salotti, producendosi, «per giovanil talento e per diletto», in altri omaggi galanti, come infatti di lì a poco, insieme ai suoi commilitoni, farà per la Pallavicini:

   È fama che l’altier Pappagalletto,
che si pascea delle femminee risse,
per giovanil talento e per diletto,
vari d’altre Beltà casi squittisse:
di che n’ebbero molte onta e dispetto,
e molte gioia, poiché il vero udisse.
Sepper poi tutte che il gracchiar maligno
davano i Corvi: il canto era del Cigno.
[86]


Pubblicato il 09/05/2018
Note:


[1] Cfr. S. Rotta, «Une aussi perfide nation». La «Relation de l’Etat de Gênes» di Jacques de Campredon (1737), in C. Bitossi e C. Paolocci (a cura di), Genova 1746: una città d’antico regime tra guerra e rivolta, Atti del convegno di studi in occasione del 250° della rivolta genovese (Genova, 3-5 dicembre 1996), Genova, Archivio di Stato, 1998, pp. 645-646.

[2] «Nella città di Giano il fior dell’arte / imparai ne’ miei primi anni gagliardi»: così ancora dice di sé il cavalier servente veterano protagonista del Prologo delle Satire di Alfieri (vv. 62-63).

[3] Sulla funzione sociale del cicisbeismo cfr. R. Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Roma-Bari, Laterza. 1997. L’espressione virgolettata nel testo appartiene ai Ragionamenti di Paolo Mattia D’Oria indirizzati alla signora d. Aurelia d’Este duchessa di Limantola ne’ quali si dimostra la donna, in quasi che tutte le virtù più grandi, non essere all’uomo inferiore (Francfort, 1716) ed è citata da C. Farinella, La «Nobile servitù». Donne e cicisbei nel salotto genovese del Settecento, in M.L. Betri ed E. Brambilla (a cura di), Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine Seicento e primo Novecento,Venezia, Marsilio, 2004, p. 104. Il pensiero di Doria sul fenomeno del cicisbeismo è analizzato da Bizzocchi, Cicisbei, pp. 41-43.

[4] Cfr. C. Farinella, La «Nobile servitù»…, cit., pp. 108-116.

[5] Sulla Spinola Balbi cfr. S. Rotta, L’ Illuminismo a Genova: lettera di P. P. Celesia a F. Galiani, II, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp. 40-42 e R. Sabbatini, Giovanni Attilio Arnolfini ed il Trattato Del ristabilimento dell’Arte della Seta, Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2001, pp. 45-47.

[6] Cfr. Poesie all’eccellenze loro il marchese Anton Giulio Brignole Sale patrizio genovese e Anna Maria Pieri patrizia sanese nelle loro felicissime nozze dedicate da Giuseppe Pazzini Carli, Siena, Vincenzo Pazzini Carli e figli, 1783.

[7] Su questa edizione alfieriana cfr. R. Turchi, Dalla Pazzini Carli alla Didot, in G. Tellini, R. Turchi (a cura di), Alfieri in Toscana, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Firenze, 19-20-21 ottobre 2000, Firenze, Olschki, 2002, I, pp. 51-70. 

[8] Tra i quali figurano Anton Maria Borgognini, Maria Fortuna, Luigi Lanzi, Giuseppe Bottoni, Pietro Crocchi, Romano Lavajani, Francesco Mastacchi, Livia Accarigi, Pietro Paolo Sarti, Pietro Giacomo Belli, Giacomo Pagliai.

[9] I Brignole ricorrono sovente all’opera del maestro genovese Luigi Cerro. Sugli interessi musicali della famiglia cfr. M. R. Moretti, Interessi musicali della famiglia Brignole Sale, in C. Bitossi (a cura di), Erudizione e storiografia settecentesche in Liguria, Atti del Convegno (Genova, 14-15 novembre 2003), Genova, Accademia Ligure di Scienze e Lettere, 2004, pp. 256-298.

[10] Cfr. C. Bitossi L’antico regime genovese, in D. Puncuh (a cura di), Storia di Genova, Genova, Società Ligure di Storia Patria, 2003, pp. 500-502.

[11] Cfr. [P. Bastide], Libere riflessioni sulla rivoluzione di Genova, Paris, 1798, p. 30.

[12] Cfr. M.R. Moretti, Interessi musicali…, cit., p. 284. 

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] F. Arato, L’erudizione letteraria, in Erudizione e storiografia settecentesche, p. 310. Su Celestino Massucco cfr. anche E. Villa, Genova letterata e giacobina, Genova, La Quercia, 1990, pp. 15-50.

[16] Su Gaspare Sauli cfr. E. Villa, Genova letterata…, cit., pp. 51-70. Insieme a Giorgio Viani e Gaspare Mollo, Sauli aveva scritto e pubblicato a Genova nel 1788, sotto il nome di Vittorio Alfieri, il Socrate, una fortunata parodia dello stile tragico dell’astigiano (cfr. S. Rotta, L’Illuminismo a Genova…, cit., II, p. 234 e A. Fabrizi, Fra lingua e letteratura. Da Algarotti ad Alfieri, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2008, pp. 176-178). Suoi versi, così come di Girolamo Serra e di Massucco, figurano nelle antologie di poeti liguri viventi uscite a Genova nel 1789, sulle quali cfr. lo studio di F. Arato, La musa ligure. Due antologie poetiche di fine Settecento, in J. Costa Rostagno (a cura di), Loano 1795. Tra Francia e Italia dall’Ancien Régime ai tempi nuovi, Atti del Convegno, Loano, 23-26 novembre 1995, Bordighera, Istituto Nazionale di Studi Liguri, 1998, pp. 397-412.

[17] Tra coloro che strinsero rapporti stretti con Gianni vanno in particolare ricordati Giuseppe Cambiaso, Luigi Corvetto, Nicolò Ardizzoni e Gian Carlo Di Negro.

[18] Cfr. Versi estemporanei di Francesco Gianni raccolti da alcuni suoi amici, t. I, Genova, Tessera, 1794. A suscitare l’aspra discussione fu la Legislazione poetico-estemporanea preposta dal Gianni ai suoi versi. Su questo dibattito cfr. A. Di Ricco, L’inutile e maraviglioso mestiere. Poeti improvvisatori di fine Settecento, Milano, Franco Angeli, 1995, pp. 51-87.

[19] La «Gazzetta nazionale della Liguria» del 28 dicembre 1799 dava notizia (p. 232) della presenza di Gianni a Parigi, dove, in casa del generale Brune aveva improvvisato un’ottava per celebrare le sue imprese militari in Olanda.

[20] Il 26 Piovoso dell’anno ottavo (15 febbraio 1800) Gianni aveva declamato un improvviso patriottico, Gli eroi francesi in Irlanda, che poi confluirà nel Parnasso democratico, in casa del Serra, alla presenza di Giambattista Casti e di un gruppo di esuli italiani.

[21] Cfr. L’assedio di Genova. Argomento proposto dalla cittadina Annetta Vadori, in Versi estemporanei di Francesco Gianni colla traduzione improvvisa di Faustino Gagliuffi cantati nella conversazione letteraria de’ 22 Fruttifero in casa del cit. Giuseppe Fravega Ministro plenipotenziario della Repub. Ligure, Parigi, Didot, anno VIII, pp. 19-25. Sulla Vadori cfr. S. Tatti, Le tempeste della vita. La letteratura degli esuli italiani in Francia del 1799, Paris, Honoré Champion, 1999, pp. 47-48 e G. Cosmacini, Il medico giacobino. La vita e i tempi di Giovanni Rasori, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 140-144.

[22] Cfr. A. Petracchi, Istoria del blocco di Genova nell’anno 1800 dell’Era francese VIII, Genova, Stamperia Porcile, 1800, pp. 86-87.

[23] Cfr. G. Assereto, La Repubblica ligure. Lotte politiche e problemi finanziari (1797-1799), Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975,p. 85.

[24] «Gazzetta nazionale della Liguria» n. 21 del 2 novembre 1799, p. 176.

[25] Cfr. G. Assereto, La Repubblica ligure…, cit., p. 55.

[26] Cfr. A. Petracchi, Galleria ligure, Genova, Stamperia della Gazzetta Nazionale, 1799, Anno III Repubblicano, pp. 3-5.

[27] Notizie sull’affiliazione di Appiani e di Petracchi si ricavano dallo studio di R. Sòriga, Il primo Grande Oriente d’Italia, «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», XVII, 1917, 1-4. Appiani risulta affiliato alla loggia «La Concordia» fin dal 1783, mentre Petracchi, divenuto nel frattempo funzionario del Ministero delle Finanze, appare inquadrato nel 1805 nella gerarchia del Grande Oriente d’Italia, controllato dal governo francese e posto sotto la presidenza del viceré Eugenio di Beauharnais.

[28] «Voi eccitaste il mio prurito poetico, o impareggiabile Annetta, a rivolgersi verso questo ramo di poesia, che chiamaste intentato dagli Italiani. Acceso dall’idea di mostrare che la nostra bella lingua era propria ad ogni specie di versificazioni, io mi sarei accinto a provarmi; ma la sola volontà non sarebbe stata sufficiente; vi voleva uno sprone maggiore, e questo lo trovai nella voglia di piacervi» (Saggio di poesia leggera, Genova, Stamperia della Gazzetta Nazionale, 1799, Anno III Repubblicano, pp. 4-5). Su questo genere letteraria cfr. N. Masson, La poésie fugitive au XVIII e siècle, Paris, Honoré Champion, 2002.

[29] Per le frequentazioni toscane della Pieri cfr. A. Fabrizi, Fra lingua e letteratura, cit., pp. 174-175. Della lettura (attenta e curiosa, come di consueto) di poésies fugitives da parte di Pelli Bencivenni resta traccia nelle sue Effemeridi, dove, alla data del 6 giugno 1764, è citata la raccolta, fresca di stampa, dell’Élite de poësies fugitives (apparsa con la data di Londres, 1764). Gli autori citati nel testo sono tutti presenti nei tre tomi di questa copiosa scelta.

[30] Cfr. [C.-J. Dorat], Mes fantaisies, troisieme édition considérablement augmentée, La Haye [Paris], Delalain, 1770, pp. 30-41.

[31] Il verso è tratto dal Vert-Vert, il fortunato poemetto satirico che conobbe più di una traduzione anche in Italia.

[32] Nell’Élite de poësies fugitives compaiono ad esempio Le quatres parties du jour e Les quatre saisons di Bernis.

[33] Élite…, cit., p. VIII.

[34] Cfr. Ad Andrea Appiani egregio pittor milanese in occasione di aver fatto i ritratti del Gen francese Bonaparte e della cittadina sua sposa, l’amico Angelo Petracchi romano. Ode. Il testo non reca data né indicazioni tipografiche, ma è di poco posteriore all’ingresso di Napoleone a Milano (maggio 1796).

[35] Ne sono testimonianza l’ode al generale Brune e l’inno alla pace di Luneville che compaiono sul Parnasso democratico.

[36] Saggio…, cit., p. 4.

[37] Ivi, p. 7.

[38] Ivi, pp. 9-16.

[39] Ivi, pp. 15-16.

[40] Ivi, p. 17.

[41] Su questo testo cfr. A. Di Ricco, Gli animali parlanti di Giovan Battista Casti, in C. Mordeglia (a cura di), Animali parlanti. Letteratura, teatro, canzoni, Firenze, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2017, pp. 133-154.

[42] Saggio…, cit., p. 21.

[43] Ivi, pp. 25-26.

[44] Ivi, pp. 28-29.

[45] «I balsami odorati» è la lezione del primo verso dell’Ode nell’Omaggio, dove, rispetto alle edizioni successive a quella genovese, sono invertiti i due aggettivi (odorati e beati) riferiti rispettivamente ai balsami e ai lini.

[46] Saggio…, cit., p. 22.

[47] Ivi, p. 40.

[48] Ivi, pp. 40-41.

[49] Ivi, p.41.

[50] Ivi, p. 42.

[51] Si tratta della futura amica e corrispondente di Vincenzo Monti, il quale, in occasione delle nozze del figlio di lei, le dedicherà il Sermone sulla mitologia, stampato la prima volta sulla «Gazzetta di Genova» nell’agosto 1825.

[52] Nel Saggio, in calce alle poesie, compaiono anche alcuni Estemporanei fatti a tavola, tra i quali sono riprodotte due quartine rivolte alla coppia.

[53] Saggio…, cit., pp. 45-46.

[54] L’allusione alle tesi eterodosse di Bruno e Fontenelle è qui evidente.

[55] Saggio…, cit., pp. 47-48.

[56] Si riferisce a due capisaldi della letteratura edificante: l’Imitazione di Cristo attribuita a Gersone di Vercelli e il Prato fiorito di Valerio da Venezia.

[57] Saggio…, cit., p. 53.

[58] Ivi, pp. 56-57.

[59] Cfr. «Gazzetta Nazionale della Liguria», n. 27 del 14 dicembre 1799, p. 218.

[60] Sul «gioco dei ritratti» in voga nei salotti francesi nel Sei e Settecento cfr. B. Craveri, La civiltà della conversazione, Milano, Adelphi, 2001, in particolare le pp. 222-242.

[61] Cfr. N. Masson, La poésie fugitive…, cit., pp. 425-432.

[62] Galleria ligure…, cit., pp. 23-24.

[63] Presso la stamperia di Giuseppe Luchi.

[64] Cfr. Galleria ligure…, cit., p. 14.

[65] Cfr. Galleria di ritratti poetici…, cit., pp. 5 e 11-13.

[66] Genova era stata lo scenario dell’aspra polemica insorta tra i due a proposito dell’arte dell’improvvisazione (cfr. A. Di Ricco, L’inutile…, cit., pp. 67-87).

[67] Sul significato di questa miscellanea cfr. F. Fedi, L’originale e il ritratto (1792): strategie di una miscellanea, in Ead. Artefici di numi. Favole antiche e utopie moderne fra Illuminismo ed Età napoleonica, Roma, Bulzoni 2004, pp. 137-158. Vari esempi di ritratti, dell’una e dell’altra maniera, si leggono in G. Mollo, Scelta di poesie liriche, Parigi, Didot, 1811.

[68] Galleria ligure…, cit., p. 10.

[69] In una nota Petracchi lo definisce «Giovane pittore Francese, di cui può dirsi veramente ‘Quanto giovin d’età, vecchio di merto’» (ivi, p. 16).

[70] Ivi, pp. 16-17.

[71] Ivi, p. 15.

[72] L’annuncio della pubblicazione si legge sulla «Gazzetta nazionale della Liguria» dell’8 marzo 1800, alla p. 316.

[73] Così nella dedicatoria alla cittadina Antonietta Costa. Il testo del raro opuscolo è riprodotto in appendice a L.T. Belgrano, Imbreviature di Giovanni Scriba, Genova, Tipografia del R. Istituto Sordo-Muti 1882, pp. 323-338. La citazione è qui a p. 324.

[74] Un profilo del Ceroni poeta giacobino in U. Carpi, Odi, slanci e sciolti di Timone Cimbro: ancora sul celebre affaire del capitano Giuseppe Giulio Ceroni, in S. Levati (a cura), L’affaire Ceroni. Ordine militare e cospirazione politica nella Milano di Bonaparte, Milano, Guerini e Associati, 2005, pp. 121-201.

[75] Il pappagalletto…, cit., stanze I-II, p. 325.

[76] Ivi, stanze IV-V, p. 326.

[77] Nelle scelta di Ceroni di immedesimarsi nel pappagalletto può esserci l’intenzione di richiamare la figura del pappagallo protagonista del Vert-Vert di Gresset, che in Italia viene tradotto anche col titolo Il Parrocchetto. Il pappagallo di Gresset si muove infatti in raffinate comunità di suore, così come quello di Ceroni in eleganti crocchi di dame.

[78] Il pappagalletto..., cit., stanza VI, p. 327.

[79] Ivi, stanza IX, p. 328.

[80] I nomi si leggono in L.T. Belgrano, Imbreviature…, cit., pp. 337-338.

[81] Il pappagalletto…, cit., stanza XXII, p. 332.

[82] Ivi, stanze XXVI-XXVII, pp. 333-334.

[83] Ivi, stanza XXVIII, p. 334.

[84] Ivi, stanza XXIX.

[85] Sono i vv. 21-24 dell’ode Ad alcuni critici (1781).

[86] Il pappagalletto…, cit., stanza XXX, p. 335.
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION