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Tema n.3:

Le funzioni della fisiognomica da Della Porta a Lombroso

L'interesse per la fisiognomica nasce da una curiosità per così dire filosofica circa il nesso tra corpo e anima, esteriorità e interiorità, che costituisce uno dei processi di tematizzazione più complessi della cultura occidentale. Bisogna anzitutto prestare attenzione alla teoria della percezione, così come suggerito tra gli altri da Rudolph Arnheim e Ernst Gombrich [1] . Si comprende allora che l'occhio non registra tutti i dati visivi, ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che riconosce gli elementi più semplici (nel senso di marcati, che risaltano con evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge, una serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza di economia percettiva. La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé: non per caso nelle Lezioni americane, alla voce Visibilità, Italo Calvino si diceva convinto che «la nostra immaginazione non può che essere antropomorfa» [2] . Ecco allora che la selezione operata dall'occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde al bisogno di attribuire un senso coerente a ciò che circonda. E poiché difficilmente si accetta di avere sbagliato, Gombrich ha parlato di un vero e proprio «pregiudizio fisiognomico».

Con questa base teorica diviene possibile individuare una serie di funzioni che la fisiognomica ha svolto nel corso della sua storia plurisecolare e che rispondono al bisogno di economia e coerenza, nel senso di un dominio sulla complessità del reale che riporti l'ignoto al noto (è economico che ogni fisionomia nuova venga ricondotta entro schemi precostituiti), e l'invisibile al visibile (è coerente che ogni carattere-anima possa essere conosciuto attraverso i segni del corpo). Si cerca così in ogni modo di evitare lo spaesamento dinanzi al nuovo, reso inoffensivo attraverso una serie di schemi di riconoscimento ben collaudati.

Per illustrare quanto detto conviene fare riferimento al trattato che Giambattista Della Porta ha edito nel 1586 e ampliato nel primo Seicento. Si tratta di un testo di letteratura comparata, anche per quanto riguarda la ricezione europea dell'opera. Il titolo latino è De humana physiognomonia, quello italiano Della fisonomia dell'uomo [3] . E' un'opera di sintesi del pensiero classico-medievale sull'uomo, il suo aspetto fisico e il carattere, che comprende anche la chiromanzia e l'astrologia. Rispetto alle fonti, non ci sono elementi nuovi, se non una certa preoccupazione circa l'affidabilità della fisiognomica: se l'uomo finge - si chiede Della Porta che è anche autore di testi teatrali - la fisiognomica è in grado di smascherarlo? Anche di là dalla simulazione, per Della Porta resta vero che un carattere può cambiare nel tempo, con l'età. Come Socrate del quale si diceva che aveva saputo modificare un temperamento predisposto al vizio (che corrispondeva al suo aspetto fisico deforme) attraverso l'esercizio quotidiano della virtù. Non sempre perciò i belli sono buoni, e i brutti cattivi.

Questi problemi (la finzione del comportamento, la trasformazione del carattere) non incidono sul successo della fisiognomica che risponde a un bisogno innato di orientamento nel mondo, soddisfatto a mio avviso sotto quattro punti di vista che corrispondono alle quattro funzioni della fisiognomica aristotelico-dellaportiana:

1. Chiamo la prima funzione previsionale o temporale, perché la lettura del corporeo utilizza le competenze della medicina prognostica e dell'astrologia per dominare il tempo. Già i babilonesi, gli arabi e poi Pitagora e Tolomeo cercavano di indovinare il futuro; Della Porta propone anche delle terapie alchemiche e dunque scientifiche per sanare i difetti psicofisici, a garanzia di un futuro eticamente migliore.

2. La seconda funzione è quella topografica o spaziale, perché la lettura del corporeo tenta di connettere ordinatamente ogni presenza terrena entro il sistema degli elementi-umori-temperamenti per semplificare la comprensione del reale. Anche in questo caso Della Porta prende le mosse dal mondo greco, in cui la fisiognomica era legata alla medicina degli "umori" e dei "temperamenti", nata con Ippocrate (un medico un poco più vecchio di Aristotele). E' noto che la sistemazione della materia avvenne nel II secolo d.C., grazie a Galeno che definì lo schema dei temperamenti sulla base dei quattro elementi che si credeva costituissero la realtà (acqua, aria, terra, fuoco). Galeno assicurava di avere derivato questi dati dall'osservazione, dall'esperienza medica. Questo schema più o meno identico restò valido sino alla fine del Cinquecento. E anche chi manifestò qualche perplessità verso la fisiognomica (ad esempio Leonardo da Vinci) finì poi con accettarla perché questo schema medico-fisiognomico permise di ordinare le forme visibili, evitando la sensazione di spaesamento dinanzi a corpi nuovi e sconosciuti.

3. Chiamo la terza funzione simbolica o paradigmatica, volendo usare una categoria linguistica, perché la congettura sul corpo-carattere diviene giudizio di valore secondo alcuni paradigmi che caratterizzano la cultura occidentale. E' una funzione assai importante dal punto di vista letterario: la fisiognomica studia il rapporto tra esterno e interno, tra corpo e carattere. Si muove dunque tra valori estetici (bellezza) e valori etici (bontà), cercando di organizzare un discorso coerente che colleghi questi fattori. Come spiega Della Porta, sin dal mondo antico, in ambito platonico e poi stoico, il corpo viene sottoposto a giudizio: alcune parti vengono giudicate migliori di altre, in particolare - attraverso un'analisi di tipo simbolico - ciò che sta in alto sarebbe più nobile di ciò che sta in basso. Così nel corpo umano la testa e il volto (e in esso soprattutto gli occhi) esprimerebbero l'anima. Tra un bel volto e un bel corpo, bisognerebbe preferire dunque il primo caso, perché mostrerebbe un buon carattere. A questo proposito - passo dunque a considerare l'interiorità - l'ideale greco, e poi occidentale, è basato sul concetto di medietà, di ragionevolezza. Ciò significa che il carattere migliore è quello che vince l'irrazionalità dell'istinto, evita gli eccessi, e si comporta in modo equilibrato. Questa è la kalokagathia greca che ritroviamo nello studio caratterologico di Teofrasto e, dopo molti secoli, in quello di La Bruyère. Per meglio definire un modello di medietà psico-fisica la fisiognomica ha elaborato un criterio di confronto fra uomo e animale (che a mio avviso definisce la quarta funzione): quando un uomo presenta un aspetto simile, troppo simile, a un animale, sembrando deforme, significa che in lui prevale l'aspetto irrazionale del comportamento, quello più lontano dalla medietà. Questo tipo di uomo è da evitare.

4. E dunque si può definire la quarta funzione analogica o sintagmatica, perché la congettura sul corpo-carattere combina giudizi su uomini e animali, differenziati solo da un grado diverso di complessità psicologica (solo gli uomini infatti possono fingere). Jurgis Baltrusaitis ha parlato in questo caso di aberrazione, analizzandone gli sviluppi nell'ambito figurativo della caricatura [4] . Ma anche la letteratura si avvale di questa funzione analogica, ad esempio nel genere letterario della favola esopica che, nella teoria di Gotthold Eprhaim Lessing, risulta strettamente legata alla fisiognomica zoomorfica.

Queste quattro funzioni a volte sono presenti in uno stesso autore (è il caso del Della Porta); a volte una prevale sull'altra (basta pensare a Lessing teorico della favola). Spesso la letteratura registra la prevalenza della funzione simbolica in base alla quale il corpo viene considerato un ostacolo che copre la scoperta dell'interiorità. Conoscere sé significa rimuovere il soma a favore della psiche. Conoscere gli altri significa osservare la loro anima attraverso una «finestra sul cuore» (secondo il topos attribuito a Socrate da Vitruvio) allestita appunto dalla fisiognomica che però su questa strada entra decisamente in crisi. Non per caso nell'Italia seicentesca si scrivono solo semplici rifacimenti di Della Porta. Certo, l'accento sull'interiorità posto dalla religione controriformista non rende facile un'indagine naturalistica sul corporeo. E così occorre attendere Cesare Lombroso per avere un dibattito sulla leggibilità del corporeo a livello europeo, mentre nel XVIII secolo il centro della riflessione si sposta in Germania.

I protagonisti sono il pastore protestante zurighese Kaspar Lavater e il docente di fisica dell'Università di Göttingen Georg Lichtenberg: il primo scrive un'opera sulla fisiognomica tradizionale, recuperando Aristotele e Della Porta, intitolata Frammenti fisiognomici (1775), apprezzata tra gli altri da Balzac; il secondo attacca il pensiero di Lavater in numerosi scritti nei quali nega alla fisiognomica la possibilità di conoscere l'interiorità dell'uomo attraverso l'analisi dell'aspetto esteriore [5] : come ricorda Hans Blumenberg, per Lichtenberg la fisiognomica è una disciplina fondata sul pregiudizio: a seguire le regole di Lavater, si rischia di impiccare i bambini prima che abbiano commesso qualsiasi colpa, solo sulla base del loro aspetto fisico [6] .

Colpisce il fatto che, con Lavater, la fisiognomica sia divenuta un vero fenomeno sociale, anche grazie all'uso delle silhouettes, i profili del corpo su sfondo bianco, per i quali Lavater inventa anche una macchina, una sorta di strumento fotografico che permette di fissare i profili delle persone. Da tutta Europa gli giungono disegni, silhouettes, incisioni, di persone che vogliono conoscere il loro carattere. Filosofi e scrittori lo vanno a trovare ammirati (Goethe, ad esempio). Ma proprio questo entuasismo preoccupa Lichtenberg che sottolinea il fatto che l'uomo finge, si maschera, nasconde le sue deformità fisiche e psichiche. E questi meccanismi di finzione dovrebbero essere analizzati. Così Lichtenberg propone di sostituire la fisiognomica con la patognomica, cioé lo studio delle passioni transitorie che deformano i corpi nelle varie circostanze della vita. E' un sogno antico (già Aristotele, poi Della Porta ne avevano parlato). Il fatto è che la complessità della patognomica impedisce di giungere a regole chiare e semplici come quelle della fisiognomica. Lichtenberg ha un'abbondante produzione critica nei confronti di Lavater, mentre risulta meno ricca a sua parte costruttiva.

Sembra facile dire che Lichtenberg ha ragione. Bisogna però rinunciare a intepretare ciò che vediamo. E ciò non è possibile. Abbiamo infatti bisogno della fisiognomica come orientamento nel nostro essere uomini sociali. La patognomica è faticosissima: presuppone un'attenzione capillare ai dettagli che un volto presenta in tutti gli attimi in cui lo osserviamo. E non ci fornisce alcun sistema di riferimento sicuro: non ci sono misure del cranio, non c'è proporzione del volto e del corpo, cui fare riferimento. Tutto si gioca sull'interazione, sull'incontro tra me e un altro che devo analizzare presuppondendo anche la sua finzione.

Se la fisiognomica si basa sul risparmio della fatica percettiva e garantisce uno schema di riferimento sicuro, la patognomica moltiplica il dispendio psichico e giunge al relativismo (perché l'occhio dell'osservatore è sempre in qualche modo affetto da pregiudizi, mentre il corpo dell'osservato è in contnuo cambiamento). Lo scontro tra Lavater e Lichtenberg è molto importante anche per il discorso sulle funzioni della fisiognomica. In questo caso propongo di adottare il punto di vista della critica letteraria. Lavater sostiene infatti che il fisionomo è un poeta perché è capace di esprimere attraverso le parole la verità del carattere e l'armonia del cosmo, che sfuggono alla vista della maggior parte delle persone. Lichtenberg condivide questa opinione, ma la condanna in nome della scienza: accusa infatti Lavater di scambiare dei ritratti inventati con delle descrizioni vere, di costruire dei personaggi adatti alla letteratura senza osservare chi gli sta a fronte. Per Lichtenberg bisogna distinguere quella che, sulle orme di Freud, il critico italiano Giovanni Bottiroli ha di recente definito «rappresentazione di parola» (un reale stereotipato, veicolato dai luoghi comuni del linguaggio) e la «rappresentazione di cosa» (un reale altro, inatteso, non etichettabile con parole abituali) [7] . Lichtenberg accusa perciò Lavater di proporre una teoria della rappresentazione che svolge una funzione diegetica (per parlare in termini di critica letteraria), raccontando ciò che un uomo può diventare; ad essa Lichtenberg vuole sostituire una teoria dell'espressione, che si occupa solo di ciò che un uomo è in ogni determinata situazione, sulla base funzione mimetica della patognomica.

Il romanzo ottocentesco che nasce proprio per raccontare storie compiute con un inizio e una fine, con personaggi riconoscibili perché semplificati, utilizza la fisiognomica lavateriana. Balzac ne è un esempio, anche se non semplice. Sembra infatti di capire che dal punto di vista della teoria letteraria Balzac sostenga la capacità mimetica della patognomica (mi riferisco all'introduzione a Facino Cane, 1836) per poi applicare invece gli schemi fisiognomici nella descrizione dei personaggi. E anche qui non sempre in modo meccanico: il romanzo La vieille fille (1836) è una vera discussione sulla fisiognomica [8] .

Ma nell'Ottocento si sviluppa anche una settima funzione della fisiognomica, quella sociale, a proposito della quale risultano utili i suggerimenti di Jean Baudrillard sul «delitto perfetto» che il linguaggio avrebbe compiuto ai danni del corporeo [9] . Essa interessa soprattutto i secoli della moderna sensibilità, dal Sette al Novecento, nei quali il discorso psicofisico ha teso alla sovrapposizione di analisi naturale e culturale, codice descrittivo e normativo, ai fini di un controllo collettivo del comportamento. Il caso italiano più importante da questo punto di vista si trova verso gli anni Ottanta dell'Ottocento con l'antropologia criminale di Cesare Lombroso, un medico militare che comprese la necessità dell'analisi fisiognomica dei corpi durante le visite di leva fatte ai giovani soldati. Nel suo testo più famoso, L'uomo delinquente (1876) lo studio dell'aspetto esteriore dell'uomo permette di riconoscere la predisposizione a commettere crimini [10] . E' evidente l'importanza sociale di questo pensiero: sostenendo che il corpo condiziona l'anima, si limita la libertà dell'uomo e si discrimina una parte della società, quella degli esseri fisicamente sfortunati. Questo pericolo era già stato segnalato da Lichtenberg.

La ricerca lombrosiana risulta particolarmente interessante perché è nata dall'incontro di un uomo del nord Italia (Lombroso è nato a Verona) con la realtà arretrata del sud, dove era appunto medico militare. Il mondo criminale si confonde dunque con quello delle fisionomie altre, selvagge, straniere. E questo pregiudizio di natura etnica può essere verificato anche oggi, dal momento che viviamo per la prima volta in un mondo "multifacciale", per il quale non abbiamo strumenti adeguati di interpretazione. Basta pensare alla difficoltà di leggere i tratti somatici delle altre razze, distinguendo ad esempio i volti dei cinesi da quelli dei giapponesi; o le fisionomie dei neri. Non solo in Italia, da qualche decennio questa incapacità provoca un crescente disagio, perché genera insicurezza, almeno ad ascoltare illustri sociologi come Zygmunt Bauman o Alessandro Dal Lago [11] . Sappiamo o crediamo di sapere interpretare lo sguardo di simpatia o minaccia di un europeo, ma ci sentiamo impauriti dinanzi a volti che parlano un altro linguaggio. Vorremmo dunque uno schema semplice come quello della fisiognomica dei temperamenti. Dimentichiamo però che lo sguardo fisiognomico è fatto di pregiudizi (parola di Gombrich), e che non ci permette mai di conoscere qualcosa di nuovo, ma ci costringe a riconoscere gli schemi nei quali siamo cresciuti. Da tempo l'argomento ha interessato gli studi postcoloniali e interculturali e l'imagologia di Hugo Dyserinck, Daniel-Henri Pageaux, Benedict Anderson e Joep Leerssen [12] . Ma c'è ancora spazio per l'approfondimento della questione sotto il profilo fisiognomico.

Questa ricerca permetterebbe tra l'altro di verificare la permanenza della fisiognomica nel mondo contemporaneo. Sembra di capire che a livello alto la nascita della psicoanalisi ha determinato la crisi della fisiognomica come scienza. Fisiognomica e psicoanalisi considerano infatti fondamentale il rapporto tra esterno e interno, ma in modo quasi opposto, almeno per tre motivi. 1. La fisiognomica osserva e giudica attraverso lo sguardo, l'occhio indiziario che osserva alcune tracce e ricostruisce un'identità psicosomatica; la psicoanalisi è fondata sull'ascolto, sulla comprensione delle parole; 2. La fisiognomica, anche nella più recente versione lombrosiana, afferma che il corpo condiziona l'anima, cioé che un uomo fatto in un certo modo ha molto probabilmente un dato carattere; per la psicoanalisi invece i turbamenti psichici si impongono al corpo, e non per caso si parla nel linguaggio comune di somatizzazione, cioé di incarnazione dei problemi della psiche. 3. La fisiognomica azzarda previsioni psicofisiche, affermando che un dato corpo avrà un dato destino (anche se tanto l'antica astrologia quanto la moderna antropologia criminale parlano solo di inclinazione); la psicoanalisi è fondata invece su un metodo regressivo, guarda all'indietro, sino all'infanzia.

Naturalmente il fallimento della fisiognomica è legato anche allo sviluppo delle scienze naturali, sempre più specialistiche, contro la natura enciclopedica della fisiognomica. Basta pensare alla scoperta dei microbi della fine dell'Ottocento. Cosa può dire la fisiognomica a questo proposito? Può parlare di carattere?

Ma nell'immaginario collettivo, cioé a livello medio-basso le cose sono diverse. Direi che fino agli anni Cinquanta del Novecento resta vera l'idea che il corpo condiziona il comportamento, essendo entrambi fattori legati alla natura. Proprio questa ipotesi ha giustificato tra l'altro i pregiudizi razziali. Dopo la seconda guerra mondiale, si fa lentamente strada l'idea che il corpo sia modificabile; molti fattori contribuiscono a questo nuovo modo di concepire il corporeo, tra cui lo sviluppo degli studi medici; le migliori condizioni economiche; la volgarizzazione della psicoanalisi, con cui abbiamo imparato a non vergognarci della fisicità. Ecco allora che dedichiamo moltissima attenzione al corporeo: non solo con la palestra o la moda, ma con la chirurgia plastica, le diete possiamo diventare ciò che vogliamo, o crediamo di volere. Dal punto di vista dell'osservazione, sembra che abbia avuto ragione Lichtenberg; nel secondo Novecento la patognomica è stata più importante della fisiognomica. Il corpo viene osservato come fattore culturale, simbolico, più che naturale. Non si giudica una persona solo per il suo aspetto fisico, ma anche per la cura che ha di se stessa, per il modo di fare, insomma per la patognomica.

Questo però ci ha reso più insofferenti verso le forme di diversità: dinanzi a un corporeo da plasmare vorremmo vedere sempre rispettati una serie di pregiudizi di tipo estetico-culturale elaborati dall'Occidente. Per trovare una verifica, è sufficiente leggere i settimanali maschili e femminili e le brochures dei cosmetici che costituiscono una sorta di paraletteratura con molte indicazioni fisiognomiche che rispondono, a livello divulgativo, al bisogno di mettere in relazione i dati somatici con quelli interiori. Concludo rammentando che questa necessità corrisponde all'esigenza di dominare ciò che ci circonda, evitando la sensazione di spaesamento che coglie dinanzi al nuovo. Lo sguardo fisiognomico è infatti capace di collocare ogni nuova fisionomia entro uno schema di interpretazione e di giudizio che aiuta a riconoscere il nuovo attraverso il vecchio, ma non a conoscere il nuovo di per sé stesso. Questa sua funzione limitata, ma tranquillizzante costituisce precisamente la ragione della secolare fortuna della fisiognomica.

Note:


[1] Cfr. R. Arnheim, Visual Thinking (1969), trad. it. Il pensiero visivo. La percezione visiva come attività conoscitiva, Einaudi, Torino 1974; E.H. Gombrich, Meditations on a Hobby Horse and Other Essays on the Theory of Art (1963), trad. it. A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell'arte, Einaudi, Torino 1971.

[2] Cfr. I. Calvino, Lezioni americane, Einaudi, Torino 1993, p. 101.

[3] Cfr. G.B. Della Porta, Della fisonomia dell'uomo, Guanda, Parma 1988.

[4] Cfr. J. Baltrusaitis, Aberrations. Quatre essais sur la légende des formes (1957), trad. it. Aberrazioni. Saggio sulla leggenda delle forme, Adelphi, Milano 1983.

[5] Cfr. J.K. Lavater, La fisiognomica, Atanor, Roma 1988; Id., Frammenti di fisiognomica, Theoria, Roma 1989; G.C. Lichtenberg, Osservazioni e pensieri, Einaudi, Torino 1975; Id., Lo scandaglio dell'anima. Aforismi e lettere, BUR, Rizzoli 2002; J.K. Lavater, G.C. Lichtenberg, Lo specchio dell'anima. Pro e contro la fisiognomica. Un dibattito settecentesco, il Poligrafo, Padova 1991.

[6] Cfr. H. Blumenberg, Die Lesbarkeit der Welt (1981), trad. it. La leggibilità del mondo. Il libro come metafora della natura, il Mulino, Bologna 1984.

[7] Cfr. G. Bottiroli, Teoria dello stile, La Nuova Italia, Firenze 1997.

[8] Cfr. H. de Balzac, La Comédie humaine, Gallimard, Paris 1977, VI, pp. 1019 (Facino Cane), e ivi, IV, pp. 813-935 (La vieille fille).

[9] Cfr. J. Baudrillard, Le crime parfait (1995), trad. it. Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina, Milano 1996.

[10] Cfr. C. Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

[11] Cfr. Z. Bauman, Ponowoczesnosc. Jakozrodlo cierpien (2000), trad. it. Il disagio della postmodernità, B. Mondadori, Milano 2002; A. Dal Lago, Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999.

[12] Cfr. N. Moll, Immagini dell' "altro". Imagologia e studi interculturali, in A. Gnisci (a cura di), Letteratura comparata, B. Mondadori, Milano 2002, pp. 185-208.
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