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Indice

Tema n.4:

I nomi del nemico:
appunti sul lessico classico

1. Dividere il nemico.


Il 13 novembre 1792 Louis de Saint-Just pronunciò alla Convenzione un discorso giustamente celebre, tanto efficace quanto semplice nell'impianto argomentativo: non osassero i deputati considerare Luigi XVI – questo il nocciolo dell'argomentazione – un cittadino sottoposto a giudizio; il re che ha fatto il male del proprio popolo è straniero al proprio popolo; come tale, nella circostanza presente, egli altro non è che «un ribelle» e un « nemico» [1]. Si intenda ovviamente: un hostis publicus , o addirittura un pubblico criminale. Quando, nel 1950, Carl Schmitt dà alle stampe Il nomos della terra , non è fra gli ultimi obiettivi del libro la reazione a un analogo, e fortunatissimo, effetto di manipolazione terminologica: la trasformazione del nemico nazista in criminale di guerra; dell' hostis , potremmo dire, in praedo [2]. Tale manipolazione, com'è noto, ha ispirato fra l'altro il monstrum giuridico di Norimberga: e cioè quella tecnica di 'processo al nemico' – correlato inevitabile, come argomenta Schmitt, del preteso bellum justum [3] – su cui è tornato a riflettere recentemente Demandt [4]. E non c'è dubbio che si tratti di un'autentica deflagrazione concettuale, la cui eco non manca di farsi sentire a ogni crisi (vera, presunta, o abilmente orchestrata) dello ius internazionale: non a caso, uno dei più agguerriti teorici neocon , Robert Kagan, ha evocato più volte lo spettro della Conferenza di Monaco per esortare i paesi europei a non lasciar mano libera al nemico (e lo «spirito di Monaco» ha sentito aleggiare più recentemente, con sincero allarme o deliberato allarmismo, Marcello Pera [5]). Quel che in tanta fanfara resta vago – ha osservato a ragione Roberto Ciccarelli – è proprio lo statuto giuridico di tale 'nemico'; sicché gli stati occidentali si trovano dinanzi a una «alternativa difficile: considerare il terrorista "un nemico politico" oppure [...] un semplice bandito» [6]. Alternativa difficile, è vero, ma certo non inedita, perché destinata a rinnovarsi dinanzi a ogni manifestazione di ciò che usa definire «terrorismo»: un 'termine-ombrello' che mira a comprendere, com'è noto, fenomeni tanto diversi quanto inconciliabili – dalla resistenza all'omicidio politico, dalla guerriglia allo stragismo [7] – fra i quali non sembra potersi riconoscere che un solo ed esiguo minimum commune : il fatto di sottrarsi a quella regola di 'frontalità' che definisce i concetti di guerra e di nemico per ampia parte della storia occidentale [8]. Almeno da questo punto di vista si potrà seguire la prospettiva di Baudrillard, che nel fenomeno del «terrorismo» – la cui concettualizzazione tradizionale egli recepisce in toto , e per molti aspetti rincara – intravede la definitiva implosione dell'idea di 'nemico' (e di 'guerra') elaborata dall'Occidente [9].

Che tale idea sia comunque idea plastica per eccellenza, e sottoposta a continue e interessate manipolazioni – ben prima di Kegan, ben prima di Schmitt e ben prima di Saint-Just – è fuori da ogni dubbio: la comoda descrizione echiana del «discorso ideologico» quale selezione di sèmi parziale e orientata – ovviamente utilitatis causa [10] – si applica al 'nemico' come a poche altre nozioni chiave della politologia o della propaganda. Nell'88 a.C., quando Silla fa dichiarare hostes alcuni influenti membri della fazione mariana [11], lo scopo evidente è quello di poter assumere, a loro danno, ogni sorta di misura offensiva: una definizione, uno scarto semantico, equivale in tal caso a una pratica di autolegittimazione giuridica [12]. Ma la stessa parola hostis , lungi dall'essere chiara e distinta, si presta a non pochi abusi propagandistici in virtù della sua innegabile plurivocità: è la strategia retorica di Cicerone, che la impiegherà con fortuna nei confronti di Catilina, con fortuna assai minore nei confronti di Antonio [13]. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati: ma è bene piuttosto soffermarsi sulla ricca gamma terminologica che le lingue classiche – e il latino in ispecie – hanno offerto alla riflessione, e alla rielaborazione ideologica, dei moderni. A cominciare proprio dal diffuso, problematico hostis .


2. Hostis , hospes e altri paradossi.


«Prova dell'antico odio nazionale» – appuntava il Leopardi in data 13 giugno 1821 – «presso gli antichi latini o romani, "forestiero" e "nemico" si denotavano colla stessa parola hostis » ( Zibaldone , 1163). Sullo stesso argomento il Recanatese si era intrattenuto quasi un anno prima ( Zibaldone , 205-206 [10 agosto 1820]), soffermandosi sul significato della parola « Oste albergatore, ed anche ospite, ossia albergato, appresso gli antichi italiani». Non dissimilmente, in Scienza Nuova II 5,2, scriveva il Vico: «l'altra divisione [ scil . oltre a quella «di sappienti e di volgo»] fu di "civis" e "hostis". E "hostis" significò "ospite" o "straniero" e "nimico", perché le prime città si composero di eroi e di ricevuti a' di lor asili». La polisemia di hostis , l'intrinseca ambiguità che dalla nozione di 'nemico' guida a quella di 'ospite', non ha mancato di incantare i moderni, dopo aver fornito il destro ai giochi paronomastici agli antichi [14]: ed è quasi inutile chiedersi in che misura tale pretesa equivocità, condotta sino al limite dell'enantiosemia, rinfocoli i luoghi comuni che finiscono per sostanzializzare ed eternizzare, facendola coincidere tout court con il "Politico", la dialettica amico/nemico [15].

Ad oggi, la più celebre trattazione dedicata alla semantica di hostis e di hospes rimane quella di Émile Benveniste [16], e da essa conviene ripartire per qualche marginale osservazione. Il termine latino hospes , annotava il grande linguista, «è un antico composto. L'analisi degli elementi che lo compongono permette di chiarire due nozioni distinte e che finiscono per ricongiungersi: hospes rappresenta *hosti-pet-s . Il secondo membro pet- è in alternanza con pot- che significa 'signore', di modo che hospes significherebbe propriamente 'il signore dell'ospite'» [17]. Mostrata la derivazione del componente -pet-/-pot- da una radice che indica al contempo l'identità al grado sommo e il grado sommo dell'autorità, Benveniste prosegue: « hostis del latino corrisponde al gasts del gotico e al gost? dell'antico slavo, che presenta inoltre gos-pod? 'signore', formato come hospes . Ma il senso del got. gasts , a. sl. gost? è 'ospite', quello del lat. hostis è 'nemico'. Per spiegare il rapporto tra 'ospite' e 'nemico', si ammette di solito che l'uno e l'altro derivino dal senso di 'straniero' che è ancora attestato in latino; da cui 'straniero favorevole > ospite' e 'straniero ostile > nemico'» [18]. In realtà – argomenta Benveniste – l'uso arcaico di hostis mostra come in esso non sia mai questione di uno «staniero» in senso generico. La celebre formulazione delle XII Tavole – aduersus hostem aeterna auctoritas esto – era citata e commentata come segue da Festo (p. 414 L.): «gli antichi li chiamavano hostes perché godevano di diritti pari a quelli del popolo Romano ( quod erant pari iure cum populo Romano ), e hostire aveva lo stesso significato di aequare » [19]. Tale valore di hostire è ancora in Plauto ( Asin . 377 promitto hostire contra , «ti prometto di contraccambiare») e si percepisce chiaramente nei rari hostimentum («compenso di un beneficio»: Enn. Trag . 133 J., citato ap . Fest. p. 334 L. [20], e Plaut. Asin . 171 par pari datum hostimentumst ), hostus (la quantità d'olio che corrisponde a una sola torchiatura, secondo Varr. RR I 24,3: «il prodotto come contropartita», chiosa Benveniste), hostorium ( lignum quo modius aequatur , «bastone per uguagliare il moggio», secondo Prisciano, GL II p. 215), nonché nel teonimo della Dea Hostilina (su cui Agostino, De civ. d. IV 8) e soprattutto nel fortunato hostia , «la vittima che serve a compensare l'ira degli dèi» [21]. Se ne ricava che il denotato originario di hostis dovette essere lo straniero legato al cittadino da un particolare vincolo di 'parità' e da una particolare legge di compensazione: quella che presiede all'arcaico istituto del dono e del contro-dono – giusta la classica analisi di M. Mauss [22] – e che trova nelle relazioni di ospitalità una nitida istituzionalizzazione: «l'ospitalità si chiarisce con il riferimento al potlatch di cui è una forma attenuata. Essa si basa sull'idea che un uomo è legato a un altro ( hostis ha sempre un valore reciproco) dall'obbligo di compensare una certa prestazione di cui è stato il beneficiario» [23]. Il passaggio dal valore originario di hostis , «ospite», a quello recenziore di «nemico», coincide per Benveniste con il tramonto delle istituzioni arcaiche ( in primis le relazioni 'sovrapolitiche' fra clan, anteriori e per molti aspetti inconciliabili con le regole di una civitas ormai nazionale) e con la riduzione semantica di hostis a puro termine per il nemico. Lo spazio semantico lasciato libero da hostis sarebbe stato allora occupato da un suo composto, * hosti-pet-s > hospes appunto. «Così – conclude Benveniste – la storia di hostis riassume il cambiamento che si è prodotto nelle istituzioni romane. Allo stesso modo xénos , così ben caratterizzato come 'ospite' in Omero, è divenuto più tardi semplicemente lo 'straniero', il non-nazionale […]. Ma xénos non è passato al senso di 'nemico' come hostis in latino» [24].

L'analisi di Benveniste ha goduto e gode tuttora di enorme fortuna: ma essa è tanto suggestiva quanto problematica, come ha dimostrato a suo tempo – in un contributo troppo spesso dimenticato – Philippe Gauthier [25]. Perché proprio hostis (lo straniero legato da un vincolo di ospitalità), e non piuttosto il generico peregrinus , avrebbe dovuto evolvere nel valore di 'nemico'? E fino a che punto è convincente il rinvio allo sviluppo delle istituzioni romane, dal momento che l' hospitium – e in genere le relazioni sovrapolitiche fra clan nobiliari – sono pratiche vive pur all'interno della matura civitas ? E in ogni caso hospes , quale composto (per di più intensivo) di hostis , può davvero aver conservato «la valeur de sens que le terme simple […] aurait non seulement perdue mais inversée?» [26]. Invero, il punto di partenza più solido sembra l'accezione iperonimica di hostis , «straniero», di cui le fonti classiche e postclassiche hanno mantenuto piena consapevolezza: da Cicerone ( De off . I 12 hostis enim apud maiores nostros is dicebatur, quem nunc peregrinum dicimus , «i nostri antenati chiamavano hostis colui che ora chiamiamo peregrinus ») a Varrone ( De ling. lat . V 1,3 tum eo verbo [ i.e. hostis ] dicebant peregrinum, qui suis legibus uteretur, nunc dicunt eum quem tum dicebant perduellem , «con questa parola [ hostis ] si indicava allora lo straniero che aveva leggi proprie, ora si indica colui che allora si chiamava perduellis ») sino al citato Festo, che attinge, com'è noto, all'augusteo Verrio Flacco. Che hostis non sia mai stato totale sinonimo di peregrinus è probabile, ma solo da un valore comune quale «straniero» – sostiene Gauthier – si lasciano comprendere sia l'evoluzione semantica che conduce al significato di «nemico», sia la comparsa di un composto hospes con il valore di «ospite»: «les hostes sont, du fait de leur situation privilégiée, des hôtes en puissance» [27], esattamente come accade agli xénoi greci, giacché sin da Omero – contrariamente a quanto suggerisce Benveniste – i due valori di «straniero» e di «ospite» appaiono vieppiù indistinti e compresenti [28]. A partire da hostis «straniero» si spiegherà hospes < *hosti-pet-s , quasi «lo straniero in sé», lo «straniero per eccellenza», ed è con una certa verosimiglianza che Gauthier pensa a quei particolari hostes che furono, rispetto alla Roma arcaica, i membri della Confederazione Latina: prima «stranieri» affatto speciali, e al limite pari iure rispetto al popolo Romano; poi, nella lotta per il dominio sul Lazio fra V e IV sec. a.C., «nemici» per eccellenza.

Come si vede, la questione resta per molti aspetti aperta: a quale altezza si deve presupporre una qualche distinzione fra hostis e peregrinus ? Sono i valori originari di hostire e affini che spiegano hostis quale «ospite», o proprio dalla differenziazione fra hostis e peregrinus traggono essi la connotazione, dunque secondaria, di 'eguaglianza' e 'parità'? Hospes e hostis convivono e in qualche modo si oppongono sin ab origine [29], o la fortuna del primo deriva solo dalla posteriore evoluzione, in malam partem , del secondo? In altri termini: dobbiamo partire da una opposizione hostis (= hospes) vs peregrinus (Benveniste), oppure da un'opposizione tutta interna al semema 'straniero', con hostis (= hospes) = peregrinus , e con una successiva specializzazione imputabile alle particolari vicende politiche del Lazio arcaico (Gauthier)? Nel primo caso, rimane la difficoltà di giustificare un'evoluzione in contrarium del termine hostis , che non avrebbe toccato il composto hospes . Nel secondo, permane l'incognita sulle accezioni di hostire e affini, con il loro inequivocabile rinvio alla nozione di 'parità'. Coloro che da ultimo hanno tentato una sintesi del problema – Bettini e Borghini – hanno fatto riferimento al modello antropologico degli indiani Nambikwara, per i quali, duce Lévi-Strauss, «esiste […] una continua transizione dalla guerra agli scambi e dagli scambi agli inter-matrimoni» [30]: sicché anche per la Roma arcaica parrebbe lecito pensare a un'incompleta o assai precaria distinzione fra nemico e amico, fra guerra e scambio, che «si presentavano in qualche modo come sincronici: nel senso, almeno, che un termine è sempre reversibile nell'altro» [31]. Con il che la questione appare risolta su un piano metastorico, non implausibile a priori , ma certo difficile a documentarsi, se gli unici esempi ivi addotti sono il ratto (e il patto) sabino, l'ostilità della coppia gemellare Romolo/Remo, o l'apparente enantiosemia implicita nella coppia similis/simultas [32]. A tutto ciò si aggiunga – ed è questione, per il tema qui trattato, più importante – che hostis continuerà a indicare non solo una classe particolare degli 'stranieri', gli stranieri appunto «nemici» (una chiara climax in Liv. I 35,2 Tatium non ex peregrino solum sed etiam ex hoste regem factum ), ma altresì una sottoclasse particolare all'interno dei molti, possibili 'nemici'. Proprio quest'ultimo dato potrebbe suggerire di dare ragione – quasi pari iure – tanto a Benveniste quanto a Gauthier: e di ipotizzare un'evoluzione che proceda in qualche modo da un hostis indicante originariamente una classe privilegiata dei peregrini , a un hostis indicante comunque una classe privilegiata degli inimici . Con il che, inutile nasconderlo, resterebbero oscuri sin troppi passaggi di una questione che andrà considerata – al di là dei facili anacronismi e delle attualizzazioni, spesso poste a servizio di un'idea programmaticamente polemologica della politica – affatto aperta.


3. Sinonimie e antonimie oscillanti.


Un canonico punto di partenza per l'analisi del campo semantico qui considerato è il passo ciceroniano cui si è già avuta occasione di riferirsi ( De off . I 12): un notevole gusto eufemistico mostrarono i maiores – scrive Cicerone – nel chiamare i «nemici» semplicemente «stranieri», ossia hostes nell'accezione originaria di peregrini . Davvero una prova di mansuetudo , chiamare tam molli nomine colui con il quale si fa guerra, mentre oggi il termine – prosegue Cicerone – si è fatto decisamente durius , e hostis altro non significa che colui qui arma contra ferret , «che muove in armi contro di noi». Ma esiste nemico e nemico, tuttavia: «quando ci si misura per la supremazia [ de imperio decertatur ] e con la guerra si cerca la gloria, è però necessario che vi siano sempre quelle cause che poco sopra [I 11] ho definito "giuste cause di guerra". Ma tali guerre, che hanno per fine la gloria della supremazia, devono essere condotte con minore asprezza. Così come, nel caso di una contesa fra cittadini [ cum civiliter contendimus ]], si contende in un modo contro un nemico [[ inimicus ]] e in un altro con un rivale [ competitor ] – con questo ci si disputa l'onore e il titolo [ certamen honoris et dignitatis ]], con quella la vita e la reputazione – ugualmente con i Celtiberi e con i Cimbri si fa guerra come con veri nemici [ inimicis ], per stabilire chi viva e non chi comandi, mentre con i Latini, con i Sabini, con i Sanniti, con i Cartaginesi e con Pirro si combatte per la supremazia». Duplice, dunque, la diairesis semantica presupposta da Cicerone. Sul piano del conflitto 'civile', ovvero dello scontro interno alla civitas : da una parte l' inimicus , il nemico personale, e dall'altra il semplice rivale, il competitor . Sul piano del conflitto esterno: da una parte ancora l' inimicus , il nemico che mette a repentaglio l'esistenza stessa di una nazione (e gli esempi dei Cimbri e dei Celtiberi alludono, come si sa, a vere e proprie invasioni); dall'altra quei nemici con i quali oggetto del contendere è il primato politico, l' imperium , senza implicare perciò l'annullamento (giuridico, se non effettivo) dell'avversario. Cicerone non impiega per questi ultimi il termine hostes , ma hostis è il vocabolo che, nel paragrafo successivo (I 13), scandisce gli esempi di leale rispetto ( fides ) fra nemici. È una distinzione semantica, questa fra inimicus e hostis , che troviamo altrove applicata e valorizzata dallo stesso Cicerone: per es. nell'orazione in Pis . 80 vides me tibi non inimicum, sed hostem , oppure Cat. I 33 homines bonorum inimicos, hostis patriae, latrones Italiae , oppure ancora Manil . 28 Pompeius saepius cum hoste conflixit quam quisquam cum inimico concertavit , Phil . 2,2 non existimavit suis similibus probari posse se esse hostem patriae, nisi mihi esset inimicus e 11,3 statuit ille non inimicos, sed hostes . In tali esempi è chiaro che hostis e inimicus si differenziano per il diverso grado di 'ufficialità' ascrivibile al primo in opposizione al secondo, che si connota piuttosto quale nemico privato e personale. Chiarissimo Cic. De domo sua 101 domum meam eversam non ab inimico meo sed ab hoste communi . Ma si può parlare davvero di un discrimine fermamente codificato sul piano della langue ? In astratto, parrebbe lecito ricostruire il seguente modello semantico, facile a sintetizzarsi nella forma di un 'quadrato di Greimas'[link 8] [33].

Ma se questo non è che un modello astratto, ovvero deduttivo [34], non resta che verificare pur brevemente sui testi l'effettiva messa in opera delle opposizioni da esso tracciate.

Il semema A 1 (nemico esterno legale) si suppone in genere coincidente, lo si è visto, con il lessema hostis [35]: e ciò almeno dalla codificazione fornita in Pompon. Dig. L 16,118 hostes hi sunt, qui nobis aut quibus nos publice bellum decrevimus; ceteri latrones aut praedones sunt , con chiara distinzione operata – secondo il nostro schema – sull'asse dei contrari. A un esame capillare condotto entro il corpus arcaico (indicativamente fra Nevio e Accio) [36], il lessema hostis evidenzia almeno le seguenti caratteristiche d'impiego: 1) il valore generico di 'nemico', senz'altra specificazione esplicita, appare dominante in passi quali Naev. frr. 32, 45, 66 Strz. (= 22, 36, +58 Mar.) [37], Enn. Ann . 162, 288, 379, 474 Sk., Plaut. Amph . 135, 186s., As. 104, Capt . 92, Epid . 29 e passim , Acc. 525 D. (= 427 R.); nella maggior parte di tali esempi, tuttavia, il nemico si lascia facilmente riconoscere quale nemico 'esterno', affrontato in guerra aperta e legittima: si tratti dei Cartaginesi in Nevio o in Ennio [38], e dei Teleboi in Plauto; nemico 'esterno', senza dubbio, è ancora, per es., quello paventato da Medea in Acc. 492 D. (= 415 R.) exul inter hostis [39]; 2) altrove il carattere esterno dell' hostis è evidenziato dall'opposizione rispetto a civis : cf. per es. Enn. epigr . 3 V. nemo civis neque hostis [40], Trag. fr. 8 J. serva cives, defende hostes [41], Plaut. Pers . 753 hostibus victis, civibus salvis (e implicitamente Poen . 524 in re populi placida atque interfectis hostibus , Truc . 74 re placida atque otiosa victis hostibus , che orecchiano il più tradizionale formulario politico-giuridico), Trin . 1033 hostisne an civis , e già XII Tab . IX 5 ( ap . Marcian. Dig. XLVIII 4,3) lex duodecim tabularum iubet eum, qui hostem concitaverit quive civem hosti tradiderit, capite puniri . Particolarmente chiaro il pronunciamento di Annibale in Enn. Ann. 234s. Sk. hostem qui feriet † erit (inquit) mi † Cartheginiensis / quisquis erit : e se in quisquis è da vedere, con l'ultimo editore, la corruzione di un originario civis [42], il contrasto sarebbe vieppiù netto; 3) hostis , tuttavia, e sin da età arcaica, si lascia impiegare quale sinonimo del semplice inimicus , ponendosi cioè – almeno apparentemente – sul piano delle relazioni interpersonali: se qualche dubbio può rimanere per Acc. 259 D. (= 132 R.), dove hostis è semplice antonimo di amicus , chiaro sembra Plaut. Bacch . 534, dove meus sodalis si oppone appunto a meus hostis ; istruttivi in proposito i numerosi esempi in cui hostis è affiancato, in dittologia sinonimica, a inimicus (con annullamento dell'opposizione A- A ), come avviene per es. in Lucil. 94 e 1334 M. o in Cic. Verr . II 2,48, Ov. Fast . II 581, Heroid . 1,106 (cf. v. 109) [43], o i casi in cui di inimicus – privato e personale – hostis diviene completo sinonimo: per es. in Hor. Epod . 6,14 acer hostis Bupalo Hipponax , o spesso nel lessico amoroso (cf. ThlL VI 6269ss.).

Questo breve specimen [44] mostra come il semema costitutivo di hostis sia soggetto a oscillazioni che talora smorzano o attenuano il sèma 'legalità/illegalità', talora addirittura producono una sorta di conflazione semantica fra asse dei contrari e assi dei subcontrari, ripristinando l'opposizione costitutiva a livello di una generica contrarietà 'amicizia'/'inimicizia'. Ciò non toglie che almeno a partire dalla seconda metà del II sec. a.C. la polarità A 1 -A 2 possa concretizzarsi, a livello sintagmatico, in un'antitesi lessicale assai marcata; è questo il caso di Acc. 434 D. (= 192 R., dall' Atamante ), dove Ino, in preda alla disperazione, così si interroga: hostem ut profugiens inimici invadam in manus? [45].

È chiaro che i sèmi della 'legalità' e dell''estraneità' entreranno variamente in gioco nelle manipolazioni retoriche cui andrà soggetto, e con estrema frequenza, il lessema hostis ; e se esso può indicare «cives seditiosi […] qui ceteros cives pro hostibus habentes bellum civile commovent vel commovere arguuntur» (così il ThlL VI 3057, 35ss.), sarà opportuno precisare che spesso, in questo caso, è la valenza di 'nemico esterno', non già quella di 'nemico legale', che viene posta in primo piano: l'operazione ideologica sorge qui da una doppia manipolazione, giocata sia sugli assi della contrarietà (con smorzamento del contrasto A 1 -A 2 ) che su quelli delle deissi (con identificazione fra le categorie semiche A- A ). Così si spiegano luoghi come Cic. Cat . 1, 13 intus est hostis , Cat . 4, 16 seditiosi Romam non patriam suam, sed urbem hostium esse iudicaverunt , Mur . 84 hostis est non apud Anienem … sed in urbe, in foro , Phil . 14, 12 isti hostes domestici , ma anche studiate inversioni qual è quella di Cic. Verr. I 38 omnium est communis inimicus, qui fuit hostis suorum [46], e brusche equiparazioni condotte sull'asse dei contrari e capaci di annullare la differenza fra 'nemico esterno legale' e 'nemico esterno illegale': in luoghi come Cic. Verr. II 17 communis hostis praedoque [47], Sull . 19 hosti ac parricidae Autronio , Phil . 4, 5 hostem … et latronem et parricida patriae , Dom . 11 nefarius hostis praedoque Clodius , solo la climax conserva la distinzione A 1 -A 2 , e tuttavia appare prioritaria, e prioritariamente funzionale all'effetto retorico, l'opposizione A- A ; proprio perciò la climax può subire anche una sorprendente inversione: si veda in particolare Cic. Pis . 96 cives Romani … te … suum sociorumque depeculatorem, vexatorem, praedonem, hostem venisse senserunt , un passo che non si comprenderebbe se non si ammettesse il completo smorzamento del sèma 'legalità'.

Se si escludono dunque i casi di automatica o intenzionale ristrutturazione dello spazio semantico – da tenere a loro volta, com'è ovvio, ben distinti – possiamo apprezzare la valenza di hostis soprattutto quand'esso sia posto a esplicito paragone di lessemi quali inimicus , adversarius , competitor , rivalis , praedo, latro , nonché all'arcaico e stilisticamente sostenuto perduellis . Quest'ultimo – hanno argomentato Bettini e Borghini – dovrebbe indicare, giusta la formazione da per intensivo-negativo e dal raro duellis (* d w ell , cf. bellum ) [48], «un nemico nella sua versione 'forte'» [49]. Sostiene l'ipotesi la speculazione etimologica registrata in Fest. p. 58 L. qui pertinaciter retinet bellum , ma non l'uso effettivo documentato a partire da Ennio ( Scaen . 367 J.), attraverso luoghi quali Plaut. Amph . 643, Cist . 199, Mil . 222, Pseud . 578, il carmen citato ap . Liv. XXV 12,10 o il pronunciamento senatoriale ap . Liv. XLV 16,7, dove nulla autorizza a ritenere perduellis altro che un sinonimo di hostis : tale sinonimia, del resto, è esplicitamente testimoniata da Cic. De off. I 12,37 e Varr. LL VII 3, sicché sarà da accogliere con molta cautela l'ipotesi che perduellis (opposto a hostis nella sua valenza arcaica e presuntivamente anfibologica di «amico/nemico») indicasse «un hostis che non accetta di evolvere in socius o in amicus (la faccia positiva di hostis ), che non accetta l'accordo e lo scambio, ma intende regolare i propri conti esclusivamente con la guerra» [50]. È anzi significativo un luogo ciceroniano ( De off. III 29,107), in cui si precisa che nei confronti di criminali quali i pirati non esiste obbligo di tener fede al giuramento: nam pirata non est ex perduellium numero definitus, sed communis hostis omnium , dove – com'è facile vedere – perduellis ha il senso forte di 'nemico esterno legale', e hostis , in virtù di communis e omnium , diviene emblema di un'inimicizia indiscriminata, quasi in humanitatem , decretando la sospensione dei comuni vincoli di fides che regolano i rapporti di guerra. Del resto, occorrerà attendere la letteratura cristiana per incontrare tale presunto valore intensivo 'originario' di perduellis , evidentemente suggerito proprio dal per -: cf. fra i diversi possibili Lact. Div. Inst . VII 26,2 perduelles et impios populos , o Aug. Contra Iulian . I 48 tam excors, tam trux, tam oblitus dei et aequitatis, barbarus perduellis . Nel vocabolario giuridico, invece, perduellis diviene ben presto quasi sinonimo di rebellis , indicando colui che si pone hostili animo adversus rem publicam vel principem (Ulp. Dig . XLVIII 4,11): sicché pare doversi supporre uno slittamento del lessema dalla posizione A 1 alle posizioni A 2 o (indifferentemente) A 1 , confermato dalla comune accezione di perduellio quale 'alto tradimento' o crimine contro lo Stato, per lo più difficilmente distinguibile dal reato di lesa maestà ( maiestas ) [51]. Se e in quali termini sia mai stata operativa un'opposizione sincronica hostis/perduellis , con hostis già evoluto nel significato di 'nemico', la nostra documentazione non induce né a negare né ad affermare.

Se torniamo invece all'opposizione di hostis ('nemico esterno' o 'comune') e inimicus ('nemico interno' o 'personale'), alcune osservazioni appaiono ora possibili. Eccezioni a tale antitesi, lo si è visto, non mancano, né è raro che inimicus si applichi a nazioni, popoli o sovrani per i quali ci attenderemmo piuttosto la definizione di hostes , e dove tuttavia si sottolinea più l'«animus hostium» che lo «status hostilis» [52]. Ma l'opposizione di tali termini è resa vistosa, oltre che dai passi ciceroniani citati sopra, da luoghi come Corn. Nep. Alc . 4,6 non adversus patriam, sed inimicos suos bellum gessit, quod eidem hostes essent civitati , Liv. V 8,11 ne quam opem ab inimico videretur petisse, vinci ab hoste quam vincere per civem maluit oppure Liv. XXXVIII 47,5 hostem omnino non vidisse inimici iactabant [53]. Diremo allora che si tratta, più che di opposizione fermamente codificata, di un'opposizione latente, disponibile a impieghi retoricamente orientati e a manifestazioni sintagmatiche sempre dipendenti dal contesto pragmatico dell'espressione: e proprio perché inimicus indica in generale una disposizione d'animo, mentre hostis designa – per problematico che ne sia l'etimo – una condizione giuridica, è facile comprendere come l'opposizione dei due lessemi possa stabilirsi secondo la relazione fra asse dei contrari ( A ) e asse dei subcontrari ( A ).

Più sfuggente, sia in relazione a hostis che a inimicus , appare invece adversarius . Se esso può indicare semplicemente il nemico come 'colui che si oppone, sta di fronte' (cf. l'etimologizzante Enn. Trag. 255 J. adversum adversarios [54], nonché gr. antaîos ed enantíos , «nemico», su cui infra ), e se può ricoprire dinanzi a hostis lo stesso ruolo ricoperto da inimicus (chiarissimi Cic. Phil . 12, 17 ego semper illum appellavi hostem, cum alii adversarium, semper hoc bellum, cum alii tumultum , oppure Liv. XXII 39,4 infestior hic adversarius quam ille hostis ), proprio la trasparenza etimologica del termine tende a favorirne un impiego, se non generico, certo assai variabile, designando esso volta a volta i nemici personali, i rivali politici o addirittura gli avversari militari [55]. Tuttavia, adversarius acquisisce ben presto una spiccata connotazione tecnica in àmbito giudiziario: a partire dal II sec. a.C. ( e.g. Ter. Phorm . 237 causam tradere adversariis ), con ampia messe di esempi sino alla più tarda antichità, il termine si specializza a designare la controparte in un processo; e in luoghi come Cic. Pro Val. Fl . 23 hi vivunt cum inimicis, adsunt cum adversariis, habitant cum accusatoribus , sarà dato cogliere una climax che procede dal termine giuridicamente meno pregnante ( inimicis ) a quello che, perdendo in densità sotto il profilo psicologico, ne acquisisce invece sul piano propriamente giuridico, incrementando così il vigore della denuncia; la climax opposta sembra del resto offrire lo stesso Cicerone in Pro Sext . 138 huic hominum generi fateor … multos adversarios, inimicos, invidos esse , dove i termini dell'elencazione ascendono una scala d'intensità psicologica che dal tecnico adversarios sale fino al vago – ma perciò più ampio e comprensivo – invidos [56]. E in effetti, è innegabile la tendenza di adversarius a distinguersi da inimicus – laddove il contrasto sia esplicitamente realizzato – secondo un'opposizione tutta interna all'asse dei subcontrari: si vedano luoghi come [Caes.] Bell. Afr. 32, 4, dove Cesare prega i dissidenti Getuli ne suis inimicis adversariisque dicto audientes essent , oppure Cic. In Verr. 2, 135 omnium adversarios, omnium inimicos diligenter cognoscere colloqui attemptare e 2, 149 ergo aratores inimici omnes et adversarii ; ciò non toglie – e il dato invita alla cautela – che in numerosi casi la distinzione appaia imputabile a semplice desiderio di variatio , e che il contesto non lasci percepire alcuna differenza sul piano dei referenti ( e.g. [Caes.] Bell. Afr. 26,3; Corn. Nep. Dion 8,2; Att. 9,2; Cic. De orat . II 72 amicus adversario et inimicus tibi , da confrontare con Quint. IV 1, 18 aut nobis inimicus aut adversariis … amicus).

Un'ultima osservazione – se non altro per l'esplicita menzione in Cic. De off. I 12, da cui siamo partiti – merita il sostantivo competitor , che giusta la distinzione ciceroniana dovrebbe stare a inimicus (ma, si può aggiungere, anche ad adversarius ) come hostis sta a praedo o latro . Il che è facilmente verificabile sui testi: il termine, inattestato prima dello stesso Cicerone, conta non più di settanta occorrenze fra I sec. a.C. e IV sec. a.C., tutte puntualmente riferite a rivali politici in gare elettorali; non a caso, ben 11 volte il termine ricorre nel Commentariolum petitionis di Quinto Tullio.


4. Una postilla: su alcuni nomi greci del «nemico»


Ricchissimo, fino allo sperpero, il vocabolario greco dell'inimicizia. Una cernita minimale basterà, in questa sede, per suggerire l'ampio ventaglio di sfumature connotative veicolate da un lessico così vario e – in virtù della composizione – così fertile. È da dire subito che il greco non offre alcuna Spaltung semantica paragonabile a quella che si è vista operare, pur fra oscillazioni, all'interno del lessico latino, se non per una netta e del resto ovvia inclinazione di polémios a indicare l' hostis , il "nemico di guerra". Per il resto, differente appare l'organizzazione di un campo semantico che attraversa contesti epocali, e soprattutto sociali, assai disomogenei, registrando, al variare di questi, variazioni semantiche di ampio rilievo.

Si prenda, per cominciare, il caso istruttivo di echthrós , aggettivo corradicale di echthaíro («odio»), che mantiene nell'epica arcaica una netta connotazione personale e relazionale: non a caso, quattro delle sette occorrenze omeriche sono marcate dalla presenza di moi , «a me» ( Il . IX 312, 378, Od . XII 452, XIV 156), a sottolineare una pregnanza psicologica soggettiva («odioso per me»: cf. Ebeling, LH , s.v. ) che certo non è assente dal più diffuso lessema omerico per «nemico» ( dusmenés , dove risuona chiaro lo psiconimo ménos ), né da altri termini costruiti a partire dal semema dell''odio' (per es. palínkotos in Pind. N. 4,96, Aesch. Suppl . 376, Ar. Pax 390) o dell'inimicizia (per es. il litotico áphilos in Aesch. Sept . 522 o Soph. OC 186), ma che in echthrós condiziona più che altrove valori e impieghi. Un ulteriore esempio omerico del termine ben esemplifica tali connotazioni, e con esse le possibili evoluzioni semantiche dell'aggettivo: echthroí mèn pántes , «sono tutti ostili» – o semplicemente «odiosi» – dice Penelope alla serva Eurinome ( Od . XVII 499) a proposito di quei Proci che kakà mechanóontai , «tramano mali» ( ibid .); quei Proci che, come si sa, godono di uno statuto ambiguamente sospeso fra l'inimicizia personale nei confronti di Odisseo (o di Telemaco) e la pubblica ostilità, quasi aperta rivolta, al potere costituito: uno statuto la cui oscillazione si gioca fra gli estremi dell'assemblea legittimamente convocata da Telemaco (libro primo) e la vendetta non meno legittimamente agognata, a quanto pare, dai parenti dei Proci uccisi (libro ventiquattresimo) [57]. E così, se echthrós è indubbiamente il nemico personale ancora in Esiodo ( Op . 342: si inviti a pranzo l'amico, non l' echthrós ) e in numerosi luoghi della lirica arcaica, da Archiloco (fr. 23,15 W. 2 ) a Saffo (fr. 5,7 V.) a Solone (fr. 13,5 W. 2 ), per non dire delle numerosissime occorrenze teognidee (vv. 92, 363, 575, 641, 813, etc.), appare tuttavia impossibile distinguere l'oggetto dell'odio personale e l'avversario politico, poiché lo stesso contesto sociologico di tali enunciazioni – fra hetairia aristocratica ed elitario simposio [58] – promuove la fatale interferenza dei due àmbiti. Sarà da sottolineare, semmai, l'indecisa diatesi dell'aggettivo, potendo indicare echthrós tanto colui che si odia, quanto colui che ci odia, come appare chiaramente dal verso archilocheo tòn phil [ éo ] nta mèn ph [ í ] lein , / [ tò ] n d' echtròn echthaírein (fr. 23,14s. W. 2 ) [59], o dal citato Hes. Op . 342, dove ugualmente echthrón è posto in parallelo all'attivo philéonta , «colui che ci ama»; diatesi indecisa, o meglio indifferente, quasi che oggetto e soggetto d'odio risultassero fatalmente corrispondenti, giusta la norma di reciprocità che regola in età arcaica la circolazione dei sentimenti almeno quanto quella dei beni [60]. È ad ogni modo sulle connotazioni psicologiche soggettive del termine che si può fondare la diaresis semantica presupposta dal detto toû démou echthrón polémion nomízein , «si consideri un nemico [ i.e. di guerra: un hostis ] chi avversa il popolo» [61]. Da basi connotative non dissimili parte Platone, in una celebre distinzione fra pólemos e stásis ( Resp . V 470b): «quando […] combattono Elleni con barbari e barbari con Elleni, diremo che guerreggiano e che sono per natura nemici [ polemíous phúsei ]], e questa inimicizia [ échthran ] va chiamata guerra [ pólemon ]; ma quando Elleni contro Elleni facciano ciò, diremo che per natura sarebbero amici [ phílous ]], ma che l'Ellade è in tal caso inferma e agitata da lotta intestina [ stasiázein ], e lotta intestina [ stásin ] va appunto chiamata una inimicizia [ échthran ] di tal fatta» (trad. di F. Gabrieli); dove si vede bene come il sostantivo échthra si situi a monte della distinzione fra 'nemici interni' e 'nemici esterni' [62]: se questi ultimi sono esplicitamente designati polémioi , i 'nemici interni' rimangono piuttosto una categoria indefinita. La pregnanza psicologica di echthrós , del resto, non ne impedisce il ricorso in contesti bellici, dove non è in gioco l'odio personale o addirittura soggettivo, bensì l'ostilità conclamata e per così dire ufficiale: si pensi solo all' echròn sùn echthrôi stésomai di Eteocle in Aesch. Sept . 675 – dove pure è questione di duelli individuali – o ancor meglio alla ricorrenza del termine nei Persiani dello stesso Eschilo (vv. 328, 451, 1034). Ampia documentazione, per questa attenuazione delle originarie valenze psicologiche, si troverà nella letteratura successiva [63]; si pensi solo alle circa quaranta occorrenze del termine in Tucidide, dove echthrós oscilla fra la designazione di un'ostilità 'costitutiva' o 'strutturale', prebellica e dipendente dalla ferrea disposizione delle forze in campo [64], a quella di un'ostilità conclamata ed effettiva, in cui gli echthroí sono i concreti «nemici» o polémioi che si affrontano sul campo; significativo Thuc. I 41,3: «Tale nostro aiuto – ricordano i Corinzi agli Ateniesi, rievocando la spedizione di Atene contro Samo – si produsse in circostanze nelle quali gli uomini affrontano i propri avversari [ echthroús : i concreti nemici del momento] incuranti di tutto pur di vincere: e ritengono amico [ phílon : alleato nella circostanza presente] chi li aiuta, anche se prima era un nemico [ echthrós : virtualmente, più che concretamente ostile]] –, e nemico [ polémion : nemico del momento, avversario sul campo]] chi li contrasta – anche se per caso è un amico [ phílos : un tradizionale alleato]» (trad. di L. Canfora); altrettanto interessante Thuc. III 39,8: «se falliremo – dice Cleone all'assemblea, a proposito della defezione di Mitilene – avremo nuovi nemici [ polemíous : nemici effettivi, hostes ]] oltre quelli che già ci sono, e, nel tempo in cui occorre contrastare i nemici attuali [ toîs nûn kathestekósi … echthroîs : i nemici effettivamente schierati contro di noi]], dovremo combattere contro i nostri stessi alleati» (trad. di M. Cagnetta). Come si vede, echthrós e polémios si affiancano e si differenziano per sfumature non sempre rigidamente determinabili: ciò non toglie che il primo possa sempre riferirsi a nemici personali ( e.g. Thuc. IV 27,5; IV 47,3; VI 89,2), come del resto, più raramente, il secondo [65]; ma innumerevoli rimangono gli esempi di applicazione a nemici politici ufficiali, si tratti di ostilità 'sul campo' o di più strutturale avversità entro un reticolo di alleanze e opposizioni (Atene vs Filippo, per es.: cf. Dem. Ol . 3,17 e 28; Phil . 1,50; Phil . 2,6) 'geometricamente' determinate dalle rispettive politiche internazionali dei contendenti. Da questo punto di vista, la ben nota analisi schmittiana dell'evangelico «amate i vostri nemici» ( Mt . 5,44; Lc . 6,27), dove echthr ó us rimanda senza dubbio a 'nemici personali', merita di essere attenuata almeno nella pretesa di far coincidere integralmente e fatalmente il lessema greco con il latino inimicus , vietando ogni abusio politico-militare del precetto [66].

Un'analoga attenuazione del dato soggettivo, personale o psicologico è precocemente attestata, del resto, per l'omerico dusmenés , sopra evocato, giacché nessuna risonanza soggettiva o personale si dovrà sentire nella diffusa iunctura epica ándrasi dusmenéessi ( n ) o nel semplice dusmenées : il termine, che assomma in Omero a 35 occorrenze, sopravviverà soprattutto in poeti omerizzanti (dagli elegiaci arcaici, e.g. Callin. 1,8 W. 2 , Tyrt. 12,21 W. 2 , sino per es. ad Ap. Rh. IV 397) e mostrerà sempre una certa disponibilità alla generalizzazione semantica, divenendo talora sostanziale sinonimo di echthrós (da Thgn. 1218 sino a Dem. Or . 25,82, per non citare che due esempi fra i molti possibili), talaltra invece di polémios (cf. per es. Soph. Phil . 1323 [67]).

Ampio e differenziato è il novero degli aggettivi e dei sostantivi ricavati da una base ant- , a indicare semplice 'opposizione'; si ricorderà innanzitutto il diffuso enantíos , che in Omero rimane assai prossimo al valore etimologico, designando – nel ricorrente enantíoi éstan ( Il . V 497, VI 106, XI 214, XVII 343) – coloro che 'si oppongono' o 'tengono testa' agli avversari nella concreta circostanza della battaglia. Analogo valore mostra il termine nel corpus esiodeo (cf. Th . 646, Sc. 184), mentre il primo impiego sostantivato con il significato di «nemici» data a Solone (fr. 36,23 W. 2 ), dove si indicano senza dubbio gli avversari politici del legislatore [68]. In séguito, il termine continuerà ad applicarsi ora ai nemici politici ( e.g. [Xen.] Ath. Pol . 1,4), ora, più frequentemente, ai nemici bellici, ovvero, come echthrós , agli avversari contrapposti entro un determinato scacchiere internazionale ( e.g. Ar. Eq . 569, Thuc. I 34,3, I 49,4, II 84,1, III 77,1, Xen. Hell . II 3,43, Isocr. De pac. 59, etc.). Accanto a enantíos , gli affini antaîos (che compare in Aesch. Ch . 588), antíbios (di uso esclusivamente poetico, e di valore affine a enantíos [69]), antídikos (che fa la sua comparsa in Aesch. Ag . 41, dove già risuonano le connotazioni legali che ne faranno un fortunato tecnicismo giuridico [70]), antípalos (il più diffuso e fortunato, a partire dall'età di Pindaro, e per molti aspetti il più ambiguo [71]), antistátes (che indica opposizione sul campo in Aesch. Sept . 519, mentre il verbo antistatéo denota piuttosto ribellione e opposizione politica: e.g. Hdt. III 52,4), per non dire del poetico anthámillos (che tende a indicare rivalità personale: Eur. Ion 606, Lycophr. 429), del recenziore antízelos (usitato a partire dai Septuaginta ), dell'unicismo ántathlos (Meleagr. AP XII 68,4) e via schedando.

Ma queste non sono – inutile precisarlo – che spigolature arbitrarie e prive della benché minima sistematicità, a cui molto si potrebbe aggiungere (per es. l'impiego del semplice allótrios , con radicale e significativa antonomasia [72]) e che altro non intendono suggerire se non la straordinaria ricchezza e plasticità del lessico greco afferente al campo semantico dell'inimicizia. Se in questo caso, come già per i lessemi latini, si è preferito insistere sulla varietà e sulla variabilità semantica dei termini considerati, che non di rado riluttano a una ferrea codificazione per assi categoriali contrapposti, è per sottolineare la distanza che intercorre fra usi linguistici ed astrazioni politico-giuridiche, a scongiurare la tendenza che troppo spesso fonda la validità (metastorica) delle seconde sulla pretesa costanza (se non addirittura sulla 'verità etimologica') dei primi. Come si è visto, il caso rappresentato da hostis – e così dai suoi antonimi e dai suoi sinonimi – induce piuttosto alla prudenza: se la dottrina etimologica dovrà concludere per un prudente non liquet , ciò che potrà darsi per acquisito – e che una più capillare analisi del lessico greco confermerebbe – è lo stretto legame fra evoluzione degli istituti politici antichi ed evoluzione della relativa terminologia; ivi compreso un certo margine di nebulosità semantica, che mostra – nelle continue intersezioni e sovrapposizioni fra hostis , inimicus , adversarius – come ogni forma di segmentazione giuridica non possa fondarsi su un semplice appello alla langue in sé. In questa prospettiva non c'è spazio, naturalmente, per ipotesi che insistano, a partire da una base meramente linguistica, sull'originaria coessenzialità di 'amico' e 'nemico', o su una forzata concezione dell' hospitium quale pura e semplice 'sospensione di ostilità' [73]. L'inesauribile ricchezza semantica che sfuma o complica la rigida contrapposizione Freund/Feind consente sì ogni sorta di manipolazione retorica e propagandistica, ma mette in guardia da un binarismo che sin troppo facilmente trascorre dal piano linguistico al piano giuridico-politologico: e da questo, non di rado, al piano propriamente politico e militare.

Note:


[1] Cf. L. de Saint Just, Discorsi alla convenzione , a c. di P. Besevi, Milano, Universale Economica, 1952, pp. 15-23, in part. pp. 16, 18 e 22.

[2] C. Schmitt, Il nomos della Terra nel diritto internazionale dello «ius publicum Europaeum» , trad. it. Milano, Adelphi, 1991; si veda in proposito C. Galli, Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno , Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 877-889; più recentemente, G. Marramao, Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione , Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 123-142.

[3] Schmitt, o.c. , pp. 164ss., 179ss., 315ss. e passim ; cf. Galli, o.c. , pp. 886s.: «la mondializzazione della politica è […] accompagnata da ideologie internazionalistiche, giuridicistiche e pacifistiche che […] producono inevitabilmente, nella loro pretesa di eliminare la guerra, il ritorno della guerra giusta, come guerra ideologica, della guerra discriminatoria, come operazione di polizia internazionale». Si veda anche, a margine del pensiero schmittiano, J.-F. Kervégan, Diritto, etica e politica. Riflessione storica sulla guerra giusta , «Filosofia Politica» II (1992) pp. 273-293. Osservazioni acute e ampie informazioni anche in E. Di Rienzo, Guerra civile e "guerra giusta" dall'antico regime alla Rivoluzione , «Studi Settecenteschi» XXII (2003) pp. 41-74; Id., Bellum civile e iustum bellum. Contributo al lessico politico europeo dall'antico regime alla rivoluzione , in AA.VV., I linguaggi e la storia , a c. di A. Trampis-U. Kindl, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 209-241.

[4] AA.VV., Processare il nemico: da Socrate a Norimberga , a c. di A. Demandt, Torino, Einaudi, 1996.

[5] Cf. per es. «La Repubblica», 9 ottobre 2004. La rievocazione della resistenza europea e degli spettri hitleriani è ormai un cliché delle gesta occidentali in Iraq (o in Kossovo): sulla ricorrenza dell'argomento nella propaganda del 1991 si veda A. d'Orsi, I chierici alla guerra. Note sugli intellettuali italiani e la guerra del Golfo , «Giano» XXVII (1997) pp. 111-126, e più recentemente Id., Intellettuali nel Novecento italiano , Torino, Einaudi, 2001, pp. 33-35.

[6] R. Ciccarelli, «il manifesto», 8 sett. 2004, p. 14.

[7] Per una recente, sintetica riflessione sul concetto di 'terrorismo', cf. A.M. Dershowitz, Terrorismo , trad. it. Roma, Carocci, 2003, con la bibliografia ivi citata.

[8] Cf. V.D. Hanson, L'arte occidentale della guerra , trad. it. Milano, Garzanti, 2001: ma non va dimenticato che la cultura greca, eletta da Hanson a paradigma di una guerra intesa come codifica di 'ostilità', riconoscimento reciproco, preliminare definizione di un campo comune, non ha mancato di concettualizzare – per antitesi – forme di guerriglia del tutto anticonvenzionale: cf. per es., sulla krupteia spartana, P. Vidal-Naquet, Le chasseur noir. Formes de pensée et formes de societé dans le mond grec , Paris, Maspero, 1981, pp. 161-163. Quanto alla concreta condotta dei Romani sul campo di battaglia – al di là delle dichiarazioni di principio e dell'elaborazione di un diritto bellico destinato a durata secolare – si può vedere G. Achard, Bellum iustum, bellum sceleratum sous les rois et sous la république , «BStudLat» XXIV/2 (1994) pp. 474-486. Un buon quadro d'insieme offrono AA.VV., Problèmes de la guerre en Grèce ancienne , sous la direction de J.-P. Vernant, Paris, Mouton & Co., 1968, e AA.VV., Problèmes de la guerre a Rome , sous la direction de J.-P. Brisson, Paris, Mouton & Co., 1969.

[9] Cf. in particolare J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo , trad. it. Milano, Cortina, 2002, passim e in part. p. 45: «la guerra come prolungamento dell'assenza di politica con altri mezzi»; per le odierne rappresentazioni del «nemico-fantasma» si veda anche C. Galli, Sulla guerra e sul nemico , in questo stesso numero di «Griselda», .

[10] U. Eco, Trattato di semiotica generale , Milano, Bompiani, 1975, pp. 359-371.

[11] Cf. per es. Cic. Brut . 168; Liv. Per . 77; Val. Max. I 5,5; Flor. II 9,8; App. BC I 60,271. Si veda in proposito l'informata sintesi di J. Gómez-Pantoja, L. Cornelius Sulla: 25 años de investigación (1960-1985) , «Polis» III (1991) pp. 63-100 = .

[12] Cf. R.A. Bauman, The hostis declarations of 88 and 87 B.C. , «Athenaeum» LI (1973) pp. 270-293, importante per la problematica distinzione fra «hostis declaration » e senatus consultum ultimum . Per il conflitto fra senatus consultum ultimum e lex Sempronia de provocatione (123 a.C.), cf. anche A. Guarino, I Romani, quei criminali , «Labeo» XXXIX/2 (1993) pp. 234-238; in prospettiva più generale, L. Labruna, "Ennemis et non plus citoyens". Réflexions sur la "Révolution romaine" et les rapports gouvernants-gouvernés dans la crise de la République , in AA.VV., Mélanges Pierre Lévêque VII . Anthropologie et societé , éd. par M.-M. Mactoux et E. Geny, Paris, Les Belles Lettres, 1993, pp. 161-168.

[13] E il paragone con Catilina resterà un topos millenario: adibito, fra gli altri, dal Saint-Just citato sopra (cf. o.c. , p. 23). Cf. A. Drummond, Law, Politics, and Power. Sallust and the Execution of the Catilinarian Conspirators , Stuttgart, Steiner, 1995, con l'ampia recensione di R. Seager, , nonché R. Galligani, Cicero infestissimus Antoni hostis , «Latinitas» XLIV/2 (1996) pp. 115-138.

[14] Cf. per es. Plaut. Bacch . 253 tun hospitem illum nominas hostem tuom? , Liv. I 58 hostis pro hospite , Ov. Fast . 287 hostis ut hospes . Si vedano, da parte di Didone, le definizioni di Enea prima hospes (v. 323) poi hostis (v. 424) in Aen . IV, con le osservazioni di A.S. Pease, Publi Vergili Maronis Aeneidos Liber Quartus , Cambridge, Mass., Cambridge UP, 1935, p. 352.

[15] Oltre a C. Schmitt, ovvio richiamare almeno J. Freund, Il terzo, il nemico, il conflitto. Materiali per una teoria del politico , a c. di A. Campi, trad. it. Milano, Giuffré, 1995 (cf. in part. p. 51: «vi è politica solo là dove vi è un nemico»).

[16] E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee , trad. it. Torino, Einaudi, 1976, pp. 64-71. Da essa dipendono, più o meno strettamente, le successive discussioni sul tema: cf. per es. l'interessante sintesi fornita da M. Bettini-A. Borghini, La guerra e lo scambio: hostis , perduellis , inimicus, in AA.VV., Linguistica e antropologia . «Atti del XIV Congresso Internazionale di Studi. Lecce 23-25 maggio 1980», a c. del Gruppo di Lecce della Società di Linguistica Italiana, Roma, Bulzoni, 1983, pp. 303-312, sul quale torneremo; o la trattazione di S. Rocca, Sistema lessicale e sistema culturale: un gioco di specchi per una didattica integrata , «Methodos. Revista Electrónica de Didáctica del Latín», . Al di fuori dell'àmbito dell'antichistica, si veda per es. AA.VV., Amicus (inimicus) hostis. Le radici concettuali della conflittualità privata e della conflittualità politica . Ricerca diretta da G. Miglio, Milano, Giuffrè, 1992.

[17] Benveniste, o.c. , pp. 64s.

[18] Benveniste, o.c. , p. 68. L'ipotesi evocata da Benveniste si può trovare, per es., in Ernout-Meillet, DELL , s.v. hostis .

[19] Ad esso va aggiunto l'altro frammento delle XII Tavole citato e commentato da Cic. De leg . I 12 aut status dies cum hoste , «il giorno fissato [ scil . per un giudizio] con uno straniero», evocato già da Plaut. Curc . 3 (e quindi ripreso e illustrato da Gell. NA XVI 4,4, Fest. pp. 414 e 416 L., Macr. Sat . I 16,14). Su hostis nelle XII Tavole si veda la dottrina giuridica sintetizzata e discussa in F. De Martino, Storia della costituzione romana , Napoli, Jovene, 1954, pp. 15-18.

[20] Dal dossier di Benveniste andrà eliminato Acc. 433 D. (= 194 R.), dove il gravem hostium dei codici era audacemente corretto dal Grotius (seguito su questo punto dal Ribbeck) in hostimentum ; granum tostum propone invece l'ultima editrice, la Dangel, sulla scorta di Varr. RR I 48,1.

[21] Gli esempi riportati sono discussi con maggior dovizia di dettagli dallo stesso Benveniste in Problemi di linguistica generale , trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1991, pp. 381-383.

[22] M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società primitive , trad. it. Torino, Einaudi, 2002. La prospettiva maussiana è stata ripresa e approfondita da J.P. Godbut, Lo spirito del dono , trad. it. Torino, Bollati Boringhieri, 1993, 2002 2 .

[23] Benveniste, o.c. , p. 69.

[24] Benveniste, o.c. , p. 71.

[25] Cf. P. Gauthier, Notes sur l'étranger et l'hospitalité en Grèce et à Rome , «AncSoc» IV (1973) pp. 1-21.

[26] Gauthier, o.c. , pp. 2s.

[27] Gauthier, o.c. , p. 17.

[28] Cf. anche LFrGrE , s.v. xénos , nonché O. Hiltbrunner, Hostis und xénos, in AA.VV., Studien zur Religion und Kultur Kleinasiens. «Festschrift für Karl Doerner zum 65. Geburtstag am 28. Februar 1976», hrsg. v. S. Sahin et al., Leiden, Brill, 1978, pp. 424-446 e in part. 443ss., che ipotizza una diretta influenza della xen í a greca sulla pratica, e sulla stessa terminologia, dell' hospitium romano. Il canonico confronto fra hostis «ospite» e l'equivoco xénos era già in Serv. ad Aen . IV 424.

[29] Ad una alternanza del tipo attivo/passivo («ospitato»/«ospitante») pensa, per la coppia hostis/hospes , R. Degl'Innocenti Pierini, in Enciclopedia Virgiliana , Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1985, p. 860, s.v. hospes .

[30] C. Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela , trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1969, p. 119.

[31] Bettini-Borghini, o.c. , p. 306. A una soluzione non dissimile perviene Hiltbrunner, o.c. , pp. 426ss., che rinvia – con maggior dovizia di riscontri entro l'àmbito indoeuropeo – a una presunta ambivalenza originaria del nemico e della sua potenza magica: con il che non spiega, tuttavia, perché l'oscillazione enantiosemica debba interessare soltanto il gruppo di hostis e dei suoi affini, e non ogni termine per 'straniero', a cominciare da peregrinus .

[32] Bettini-Borghini, o.c. , pp. 307s. Con il che, peraltro, non si vede ragione di prendere le distanze da una prospettiva alla K. Abel ( ibid ., p. 306), se non per dimostrare ulteriormente che l'ipotesi del maltrattato linguista – che tanto piacque a Freud – circa l'autoantonimia delle «parole primitive», se non è vera sul piano diacronico, è spesso verificabile sul piano sincronico: cf. in proposito G. Lepschy, Freud, Abel e gli opposti , in Id., Sulla linguistica contemporanea , Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 349-378; G. Basile, Sull'enantiosemia. Teoria e storia di un problema di polisemia , Cosenza, Università degli Studi della Calabria, 1996. Anche per simultas si potrà del resto ipotizzare un'evoluzione in malam partem da un valore iperonimico originario, «fait d'être ensemble» (Ernout-Meillet, DELL , s.v. ).

[33] Per il modello del «quadrato semiotico», rinvio alle trattazioni canoniche di A.J. Greimas, Del senso , trad. it. Milano, Bompiani, 1996, pp. 143-163; A.J. Greimas-J. Courtés, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio , trad. it. Fi­renze 1986, La Casa Usher, pp. 275-78. Giova ricordare la terminologia correntemente impiegata: gli assi A 1 -A 2 (contrari) e A 2 - A 1 (subcontrari) stabiliscono fra i rispettivi poli (sèmi) relazioni di contrarietà, ovvero di presupposizione re­ciproca; gli assi A 1 - A 1 e A 2 -A 2 (contraddit­tòri) stabiliscono fra i rispettivi poli (sèmi) relazioni di contraddittorietà, ov­vero di esclusione reciproca; infine, gli assi A 1 - A 2 e A 2 - A 1 (complementari) stabiliscono fra i rispettivi poli (sèmi) relazioni d'implicazione reciproca (o, nel lessico di Greimas, «deissi»).

[34] Entrambe le categorie semiche (per il concetto cf. A.J. Greimas, Semantica strutturale , trad. it. Roma, Meltemi, 2000, pp. 45ss.) potrebbero essere altrimenti definite: per es. 'pubblico/privato' in luogo di 'esterno/interno', o 'ufficiale/ufficioso' in luogo di 'legale/illegale'. La scelta non è senza conseguenze, ma nemmeno senza motivazioni: e si comprenderà in séguito come le antitesi costitutive siano volta a volta passibili di revisione a contatto con i dati concreti. Una recente critica del quadrato greimasiano – acuta ma, a mio avviso, non del tutto condivisibile – si deve a M. La Matina, Il problema del significante. Testi greci fra semiotica e filosofia del linguaggio , Roma, Carocci, 2001.

[35] Per il rapporto fra 'semema' e 'lessema', cf. Greimas, Semantica cit., pp. 48s.

[36] Non consideriamo qui i testi entro i quali hostis designa originariamente il peregrinus , o meglio, come si è visto, una classe particolare dei peregrini : e cioè, oltre ai documenti già citati, almeno Plaut. Curc . 5 (cf. Bettini-Borghini, o.c. , p. 304), Fest. p. 82 L. sic … lictor in quibusdam sacris clamitabat: hostis, vinctus, mulier, virgo exesto , nonché gli altri esempi citati in ThlL VI 3056, 45ss. Assai discutibile l'inserzione di Plaut. Rud . 434 (così Bettini-Borghini, o.c. , p. 305): cf. ThlL VI 3057, 25s.

[37] Per la dubbia attribuzione a Nevio del fr. 66 Strz., cf. S. Mariotti, Il Bellum Poenicum e l'arte di Nevio. Saggio con edizione dei frammenti del Bellum Poenicum, Pàtron, Bologna, 2001 3 , pp. 117s.

[38] Più precisamente, in Enn. Ann . 162 cogebant hostes lacrumantes ut misererent , si dovrà riconoscere verosimilmente «an appeal for mercy, made [...] by the inhabitants of a town captured by the Romans» (O. Skutsch, The Annals of Q. Ennius . Ed. with Introd. and Comm. by O. S., Oxford, Clarendon Press, 1985, p. 326); in 288 nunc hostes vino domiti somnoque sepulti , i nemici sono i Cartaginesi dopo la battaglia di Canne; in 379 gli hostes sono i marinai Antioco prima della battaglia di Mionneso; in 474 hostis è Pirro (cf. il luogo ciceroniano citato supra ).

[39] Medea augura qui a Giasone la propria stessa sorte: di finire «esule fra i nemici», com'è ora lei, prigioniera fra gli Sciti nell'isola di Peuké: cf. Accius. Oeuvres (fragments) , par J. Dangel, Paris 1995, p. 351.

[40] Per questa 'coppia polare' si veda J.B. Hofmann, Zum Wesen der sog. polaren Ausdrucksweise , «Glotta» XV (1927) pp. 45-53, in part. p. 51 n. 2, con numerosi paralleli.

[41] Si veda il commento di H.D. Jocelyn, The Tragedies of Ennius. Ed. with an Introd. and Comm. by H.D. J., Cambridge, Cambridge UP, 1967, pp. 173s.

[42] Skutsch, o.c. , adp. ad l . e pp. 414s. per la ricostruzione (non del tutto chiara nei dettagli storici) del contesto.

[43] Cf. anche la solenne preghiera di Scipione in Liv. XXIX 27,1 inimicorum hostiumque ulciscendorum copiam faxitis , con dittologia tipica dello stile eucologico.

[44] Cui si aggiungano ad esempio – per limitarsi al contrasto civis-hostis – Sull. fr. 3 P., Hor. Epist . 17,33, Publ. Syr. S, 38, Liv. II 43,5, IV 3,4, VI 27,7, IX 9,16, Cic. Par. Stoic . 4,30, Vell. Pat. II 23,1, Val. Max. III 2,9, Sen. De ira III 22,4, NQ VI 32,5, etc.

[45] Per tale opposizione si vedano Accio. I frammenti delle tragedie , a c. di V. D'Antò, Milella, Lecce 1980, p. 275; R. Degl'Innocenti Pierini, Studi su Accio , Firenze, Clusf, 1980, p. 77. Per la ricostruzione del contesto cf. Dangel, o.c. , p. 345. Uno studiato accostamento, peraltro, sembrerebbe di poter cogliere anche in Acc. fr. 7,1 Bl. hostem ferocem inimiciterque accensum , dove la ferocia, e la foga degna di un nemico ( inimiciter accensum ), rincarano la definizione dell' hostis .

[46] Cf. l'analoga inversione operata in Ad fam . XII 28,3 omnibus inimicis rei publicae esse me acerrimum hostem prae me fero : dove la sorprendente antitesi conduce a una brusca delegittimazione dell'avversario, e a una contemporanea elazione di Cicerone a legittimo e ufficiale rappresentante della Repubblica.

[47] A fronte di tale flessibilità semantica, ben si spiegano precisazioni di apparente ridondanza qual è quella di hostis communis (per la quale cf. e.g. anche Liv. III 7,4, XXIV 45,2; Cic. Pro Mil . 78,53).

[48] Il per della serie ius/periurus , fidus/perfidus , do/perdo (cf. Ernout-Meillet, DELL , s.v. per ) continua a costituire un problema: cf. in proposito, per es., C. Guiraud, La valeur de per- dans perdo , pereo , perfidus, etc. , «RBPh» LII (1974) pp. 29-35. Il semplice duellis , con l'astratto duellio , rimangono di rara e sospetta attestazione (cf. ThlL V 2180s.), dovendosi giudicare tutt'altro che improbabile un'artificiosa retroformazione a partire proprio dai composti perduellis e perduellio .

[49] Bettini-Borghini, o.c. , p. 309.

[50] Bettini-Borghini, o.c. , p. 309.

[51] Cf. C.H. Brecht, Perduellio . Eine Studie zu ihrer begrifflichen Abgrenzung im römischen Strafrecht bis zum Ausgang der Republik , München, Beck, 1938 – con la recensione di D. Daube, «JRS» XXXI (1941) pp. 180-184 – e Id., RE , s.v. perduellio ; si veda anche A. Magdelain, Remarques sur la perduellio, «Historia» XXII (1973) pp. 405-422.

[52] Così il ThlL VIII/1 1625s., con numerosi esempi.

[53] Altri esempi si troveranno in ThlL VIII/1 1624.

[54] Per la genericità del termine nel contesto, cf. Jocelyn, o.c. , p. 391.

[55] Cf. rispettivamente ThlL I 843, 844s., 845.

[56] Cf. l'analoga contrapposizione di Cic. Pro Cn. Planc . 1 cum autem audirem meos partim inimicos, partim invidos huic accusationi esse fautores .

[57] Sulla difficile definizione giuridica o istituzionale degli agenti coinvolti nella lotta per il trono itacese – indizio della stratificazione diacronica che caratterizza i poemi omerici o verace riflesso di una società effettivamente 'di transizione' – si veda il classico M. Finley, Il mondo di Odisseo , trad. it. Roma-Bari, Laterza, 1978.

[58] Per il simposio e per l'orizzonte politico che esso sottende, si veda la splendida sintesi tracciata da M. Vetta, Il simposio: la monodia e il giambo , in G. Cambiano-L. Canfora-D. Lanza (dirr.), Lo spazio letterario della Grecia antica , I, Roma, Salerno Editrice, 1992, pp. 177-218.

[59] Per tale precetto arcaico («ricambiare l'amore degli amici e l'odio dei nemici») e per la sua lunghissima fortuna, si veda per es. la nota di West ad Hes. Op . 353 ( Hesiod. Works and Days . Ed. by M.L. W., Oxford, Clarendon Press, 1978, p. 245), nonché A. Dihle, Die goldene Regel. Eine Einführung in die Geschichte der antichen und frühchristlichen Vulgärethik , Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1962, pp. 13-40; M.W. Blundell, Helping Friends and Harming Enemies. A Study in Sophocles and Greek Ethics , Cambridge, Cambridge UP, 1989, pp. 26-59.

[60] Sul tema si vedano per es. B. Gentili, Il "letto insaziato" di Medea e il tema dell' adikia a livello amoroso nei lirici (Saffo, Teognide) e nella Medea di Euripide , «SCO» XXI (1972) pp. 60-72; M.G. Bonanno, Osservazioni sul tema della giusta reciprocità amorosa da Saffo ai comici , «QUCC» XVI (1973) pp. 110-120; E. Pellizer, L'eco, lo specchio e la reciprocità amorosa. Una lettura del tema di Narciso , «QUCC» XLVI (1984) pp. 21-35.

[61] Il detto è attribuito a Cleobulo da Stob. III 1, p. 172 (= Sept. Sap . test. 10 [73a] D.-K.)

[62] Cf. W. Foerster in GLNT , s.v. , p. 1305: « mîsos designa il sentimento da cui scaturisce il contrasto, l' odio ; échthra l'ostilità in sé, senza considerare il sentimento che è alla radice, né se questa ostilità assuma forma visibile o si limiti a un atteggiamento interiore». Per una panoramica sulla figura del «nemico» nella tradizione vetero- e neotestamentaria, si vedano J. Schreiner-R. Kampling, Il prossimo, lo straniero, il nemico , trad. it. Bologna, EDB, 2001.

[63] Cf. per es. Thuc. I 41,3, dove echthrós è utilizzato, per esigenze di variatio , quale sostanziale sinonimo di polémios ; per altri esempi si veda ThlG III 2606c-d.

[64] Cf. per es. (dai contrapposti discorsi dei Corciresi e dei Corinzi) luoghi come I 33,3, I 35,4 etc.

[65] Si consultino per es. E.-A. Betant, Lexicon Thucydideum , rist. Hildesheim, Olms, 1961 (ed. or. Genf 1847), p. 341; F.G. Sturz, Lexicon Xenophonteum , rist. Hildesheim, Olms, 1964 (ed. or. Leipzig 1802), II p. 595.

[66] Si veda anche l'energica presa di posizione di Freund, o.c. , p. 52.

[67] Cf. del resto, ai vv. 1303s. della stessa tragedia, la dittologia polémion / echthrón t' , con il commento di J.C. Kamerbeek, The Plays of Sophocles. Commentaries , VI, Leiden, Brill, 1980, p. 173. Per dusmenés cf. ThlG III 1767: «accipitur plerumque non tam pro inimico quam hoste».


[68] Cf. Solone. Frammenti dell'opera poetica , a c. di M. Noussia, Milano, Rizzoli, 2001, p. 362.

[69] L'aggettivo compare già in Omero ( e.g. Il . I 304) e perdura sino a Nonno (cf. e.g. D. II 508).

[70] Per es. Isocr. Panath . 1, Isae. Or . 1,29, 6,12, Aristot. Rhet . 1414b, Ath. Pol . 53,2, Dem. Cor . 1, etc.. Per il passo eschileo si veda E. Fraenkel, Aeschylus. Agamemnon , II, Oxford, Clarendon Press, 1967, p. 27, contro le interpretazioni che stemperano il lessema (qui applicato a Menelao in relazione a Priamo) nel generico valore di 'nemico'.

[71] Un termine, antípalos , che sembra mostrare l'inestricabile convergenza di due valori apparentemente contrapposti: 'avversità', 'inimicizia' (cf. e.g. Pind. N. 11,26) e 'parità', 'reciprocità' (cf. e.g. , per restare a Pindaro, I. 5,61); un valore, quest'ultimo, che parrebbe evolvere secondariamente da una generalizzazione semantica, stante l'inequivoca accezione ostile del componente pále («lotta», «scontro»). Agisce qui, evidentemente, un processo di consacrazione ufficiale e legale dell'avversità – in àmbito agonistico o bellico squisitamente aristocratico – non diverso da quello che ha fatto di hostis una specie affatto particolare di 'nemico', assai prossimo al ruolo di obbligata e riconosciuta controparte in un conflitto ritenuto pressoché fatale o naturale.

[72] Il valore di «nemico», per un aggettivo indicante null'altro che l'estraneità etnica o politica, non si può riconoscere prima del V/IV sec. a.C. ( e.g. Lys. 31,34): il che basta a mettere in guardia da facili rimandi a una arcaica, quasi originaria identificazione dell'estraneo e del nemico. Un'evoluzione analoga mostra del resto bárbaros , per cui si veda W. Nippel, La costruzione dell'«altro» , in AA.VV., I Greci. Storia cultura arte società , I, Torino, Einaudi, 1996, pp. 165-196.

[73] Su questo tema si veda ora A. Dal Lago, Introduzione a AA.VV., Lo straniero e il nemico. Materiali per l'etnografia contemporanea , a c. di A. Dal Lago, Genova, Costa & Nolan, 1998, pp. 5-23, in un volume ricchissimo di spunti e suggestioni.
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