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Indice

Tema n.4:

Il “nemico di classe”:
concetto politico o metafora letteraria?

Questo breve scritto, è bene dirlo subito, non ha alcuna pretesa teorica; neanche quella di indicare, o soltanto di suggerire un determinato percorso concettuale o più latamente storico culturale. Né esso può presentarsi sotto le spoglie più rassicuranti di un'antologia, per quanto frammentaria e assai poco ragionata. Esso non è altro che l'esposizione anticipata di una tesi che, più a lungo e più a fondo indagata, sorretta da più numerosi e significativi documenti, potrà, da chi scrive (se ne avrà tempo) o da chi altri ne avrà voglia, essere dimostrata [1] .

La tesi (ma la si chiami pure impressione) è che i testi del marxismo "polemico" (in senso ovviamente etimologico), soprattutto quelli in cui prevalgono le note antistoricistiche e "strutturali", a fronte e, direi quasi a compensazione, della loro inapplicabilità politica, siano portatori di una tendenza espressiva (retorica?) a sfumare in un'alta e potente letterarietà.

Il concetto (o, appunto, la metafora) del "nemico di classe", così come si è venuto a formare in certa prosa e poesia degli anni '60-'80 del Novecento soprattutto italiano, sembra prestarsi bene all'esperimento. L'antecedente principe della tensione "polemica" del marxismo è, ovviamente, nella prima pagina del Manifesto del Partito comunista :

la nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici

La «tendenza brutalmente distruttiva del comunismo» (è sempre il Marx del Manifesto a parlare) mostrerà però i caratteri espressivi che qui si vanno cercando soprattutto nelle Réflexions sur la violence (trad. it., Bari, Laterza, 1974) di Georges Sorel:

L'idea di sciopero generale, prodotta dalla pratica di scioperi violenti, consente la concezione di un rovesciamento inesorabile. Vi è in ciò qualcosa di spaventoso, che diventerà più spaventoso ancora man mano che la violenza prenderà maggior posto nell'animo dei proletari. Ma imprendendo un'opera grave, temibile e sublime i socialisti s'innalzano sopra la nostra frivola società e si rendon degni d'insegnare al mondo vie nuove (p. 364)

Il libro è percorso, quasi a ogni pagina, da immagini belliche:

un numero enorme delle nostre idee politiche deriva dalla guerra" (p. 105)

quanto più la borghesia sarà ardentemente capitalistica tanto più il proletariato sarà vibrante di spirito guerresco...studiando, infatti, l'economia moderna non si può non ravvicinare la figura del capitalista a quella del guerriero" (p. 136)

gli scrittori militari odierni, pur discutendo sui nuovi metodi di guerra...non sono meno convinti che la guerra dovrà decidersi in battaglie grandiose...i sindacati rivoluzionari parlano dell'azione socialistica proprio come gli scrittori militari parlano della guerra...certo le peripezie del combattimento si svolgeranno in modo affatto diverso; l'esito, però, dovrà essere sempre la catastrofe del nemico (pp. 173-4)

La «rivoluzione catastrofica di Marx» trova il suo strumento e la sua rappresentazione nello sciopero generale, concepito da Sorel come «mito»

un organismo di immagini capaci di evocare, con la forza dell'istinto, tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra, impegnata dal socialismo, contro la società moderna (p. 183).

Questa sommaria e rapsodica ricerca degli antecedenti di una visione "polemica" del marxismo non può evitare l'incontro col Brecht drammaturgo ( Linea di condotta , è bene anticiparlo, sarà il sottotitolo dell'introduzione a Operai e capitale ), poeta di Sul muro

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico

ma anche col teorico, autore, ad esempio, di questa nota a una recensione della versione teatrale de La madre (in Teatro , II, Torino,Einaudi, 1963)

è necessario che a questo ceto possidente, cricca degenerata, sudicia, obiettivamente e soggettivamente inumana, si strappino di mano tutti i beni di carattere ideale...quel ceto va dichiarato decaduto da ogni diritto alla considerazione umana. Qualunque sia il significato che poi si darà a parole come "libertà", "giustizia", "umanità", "cultura"...prima che questi concetti non siano ripuliti di tutte le incrostazioni lasciate su di loro dal funzionamento nella società borghese, non sarà più lecito usarli. I nostri avversari sono gli avversari dell'umanità...Colui che è un lupo per gli uomini, non è un uomo, ma un lupo. Oggi che dalla semplice legittima difesa di masse enormi stiamo passando alla battaglia finale per il potere supremo, "bontà" significa distruzione di coloro che impediscono la bontà (p. 176)

A fronte del mito di una guerra rivoluzionaria catastrofica, da vincersi in una battaglia campale, la teoria gramsciana della "guerra di posizione", con le sue "trincee e casematte", combattuta sul serio, giorno dopo giorno, contro un nemico sfuggente e assai poco metaforico, teoria che fu, ed è tuttora, pilastro e nutrimento del pensiero marxista e "progressista", si presenta con caratteri evidentemente opposti. Per trovare in Italia un testo che, almeno sul piano letterario, sia ascrivibile al genere definito del "marxismo polemico", bisogna giungere agli anni '60, alla contrapposizione per certi versi astorica e "strutturale" di Operai e capitale (n. ed. accr., Torino, Einaudi, 1971) .

Le immani fatiche storicizzanti che, dal Marx del 18 Brumaio, al Lenin della Comune di Parigi, giungono fino e oltre il Risorgimento gramsciano, si dissolvono nel gran libro di Mario Tronti in una storia ridotta, potremmo dire con Croce ma non crocianamente, sotto il concetto dell'arte. Gli sforzi e le contorsioni del marxismo storicistico per adeguare la prassi alla storia precipitano, attraverso prove teoriche non meno audaci e affannose, anche qui come in Sorel, nella creazione di un mito: «l'immagine rivoluzionaria di un 1905 italiano»

Conosciamo le enormi differenze. Non ci interessa qui la filologia della storia. Le poche affinità sono decisive...le officine Putilov, questa volta con 100.000 operai, sono pronte per dare il segnale d'attacco. Una corazzata Potemkin è facile trovarla in una qualsiasi piazza Statuto. E il pope Gapon non è più e con lui abbiamo seppellito le sacre icone (pp. 108-9).

Così non ci si meraviglierà di imbattersi fin dalle prime pagine del libro in una prosa "mitologica" (nell' Avvertenza alla seconda edizione Tronti parlerà autocriticamente di un «modo tardo-romantico di porgere, nella forma, le cose»), fortemente improntata su un "immaginario" bellico, entro il quale si staglia l'immagine, appunto, dell' «oggetto/nemico»:

di fronte alla fiacca vecchiaia del pensiero borghese, il punto di vista operaio può vivere forse solo adesso la stagione feconda di una sua forte giovinezza. Per farlo, deve rompere violentemente col proprio immediato passato, deve negare la figura tradizionale che gli viene ufficialmente attribuita, sorprendere il nemico di classe con l'iniziativa di un improvviso sviluppo teorico, imprevisto, incontrollato (p. 12)

la grande industria e la sua scienza non sono il premio per chi vince la lotta di classe. Sono il terreno stesso di questa lotta. E finché il terreno è occupato dal nemico bisogna spararci sopra, senza lacrime per le rose (pp. 13-4)

la conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia. Ecco perché la classe operaia può sapere e possedere tutto del capitale: perché è nemica persino di sé stessa in quanto capitale (p. 14)

un libro oggi può contenere qualche cosa di vero ad una sola condizione: se viene tutto scritto con la coscienza di compiere una cattiva azione. Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro. Le parole, comunque le scegli, ti sembrano sempre cose dei borghesi. Ma così è. In una società nemica non c'è la libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni (pp. 17-8)

La ricerca dell'elemento "polemico" nei testi del marxismo italiano si rivela fino agli anni '70 così poco fruttuosa da far emergere il caso di Tronti come per molti aspetti eccezionale. Ma, dalla fine degli anni '70, il "nemico di classe" prolifererà nella sciatta e arida prosa dei teorici della lotta armata; ed è forse un dato significativo che veri omicidi politici (in Italia quasi mai eseguiti ai danni di un vero "nemico" come Hans Martin Schleier) siano stati progettati e rivendicati attraverso testi così "burocratici" e privi di tensione. Ma questo è un brutto capitolo di un'altra storia.

Sul versante letterario, e su quello della poesia nella fattispecie, l'elemento bellico e la metafora del "nemico di classe" mantengono intatta la loro vitalità, torcendosi e adattandosi al mutare dei contesti. La scelta dei testi (tra i moltissimi che si offrivano) obbedisce qui a un banalissimo criterio di rappresentatività "scolastica" (Pasolini, Sanguineti, Fortini), con l'aggiunta del testo tematicamente obliquo tratto da Raboni.

Prima però di presentare i quali è necessaria una brevissima premessa/ excusatio : e cioè che non è affatto semplice (e pertanto ci asteniamo dal farlo) negare o affermare l'esistenza di una relazione tra la tendenza espressiva che siamo andati cercando e la tesi dell'estremismo come "lievito" della poesia, succo di una domanda posta nel 1972 a un gruppo di "intellettuali di sinistra" dalla rivista «Nuovi argomenti».

Tra i numerosi documenti poetici della sofferta riflessione pasoliniana intorno al neocapitalismo (e al "neoproletariato"), scegliamo, come i più permeati di motivi "polemici" e insistenti sul tema del "nemico", le dodici Ballate della violenza (1962, in Tutte le poesie , I, Milano, Mondadori, 2003) e Vittoria (1964, in Tutte le poesie , I, Milano, Mondadori, 2003). Il primo componimento è tutto giocato sul rapporto di comprensione/ostilità che lega il «Democratico classista» (col « s uo Brecht» e la sua inutile sapienza), al popolo («deboli, nani, mediocri, falliti, anormali, servi, decadenti, miti, immorali, porci, miseri...che non sanno ciò che sono, e sono ciò che non sanno»); sul motivo (già presente in Linea di condotta ) dello "strabismo" e dell'ignoranza che non sa riconoscere, nel capitalista che sa di esserlo dell'ultima ballata , il vero "nemico di classe", e indirizza il suo odio contro il "falso" nemico.

Il secondo entra nel cuore del tema fin dai primi versi:

Dove sono le armi? Io non conosco
che quelle della mia ragione
......
Bene, mi sveglio per la prima volta in vita mia
col desiderio d'impugnare un'arma.
Il ridicolo è che lo dico in poesia

e più avanti, rivolto a Togliatti, «rivoluzionario attaccato all'onesta media dell'uomo»,

non riconosci il cuore
che diventa schiavo del suo nemico, e va
dove il nemico va, condotto dalla storia

Il testo di Sanguineti, 16 giugno 1944 (1977-79, in Stracciafoglio , Milano, Feltrinelli, 1980), di cui citiamo un brano significativo, si riferisce a un episodio avvenuto nel corso dell'occupazione tedesca: circa 1500 lavoratori del ponente genovese vennero arrestati dai nazisti. La rappresaglia fu determinata da una serie di scioperi e boicottaggi che intendevano impedire e comunque rallentare la produzione bellica. All'arresto seguì la deportazione nel campo di sterminio di Mauthausen.

in fabbrica mi deportano ogni giorno,
è il mio nemico di classe, il nemico:

La "prosa" di Fortini, Comunismo , nasce invece come articolo, pubblicato per la prima volta su «Cuore», inserto settimanale satirico dell'«Unità» del 16 gennaio 1989, poi recuperato dal suo autore in Extrema ratio: note per un buon uso delle rovine (Milano, Garzanti, 1990). Nel ripubblicarla Fortini la fa precedere da una nota in cui afferma di aver risposto con quel testo alla richiesta provocatoria di dire in quaranta righe che cosa egli intendesse per comunismo: dopo la trascrizione dell' incipit dell'omonima voce dell' Enciclopedia Garzanti , Fortini apre la sua "voce" con l'enunciato che «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo», e seguita:

Chi quella lotta accetta si fa dunque, e nel medesimo tempo, amico e nemico degli uomini. Non solo amico di quelli in cui si riconosce e ai quali, come a sé stesso, indirizza la propria azione; e non solo nemico di quanti riconosce, di quel fine, nemici. Ma anche nemico, sebbene in altro modo e misura, anche dei propri fratelli e compagni e di sé stesso; perché non darà requie né a sé medesimo né a loro, per strappare essi e sé stesso agli inganni della dimenticanza, delle apparenze e del sempreuguale.

A parzialissima riprova della vitalità e duttilità della metafora, ricordiamo infine il Raboni di Dolore (in A tanto caro sangue: poesie 1953-1987 , Milano, Mondadori, 1988), che si lamenta di essere guardato dal suo «altero amore»

come, ma sì, come un nemico di classe

Note:


[1] Elenco qui, nell'unica nota che il testo può sopportare, senza alcun riferimento bibliografico, le più ovvie tra le contestuali quaestiones teoriche: quella più generale della "crisi" del maexismo e del suo rapporto con la letteratura, quelle, specifiche e subordinate alla prima, della dialettica storicismo/struttura- lismo, e del cosiddetto dominio della retorica.
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