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Indice

Tema n.1:

Inferni, mari, isole

Il tuffatore di Paestum / La Tomba della caccia e della pesca di Tarquinia / Acete e il riconoscimento di Dioniso / Polene tra acqua e terra / Ceice e il mare

Il tuffatore di Paestum


Il fondo è bianco, evoca l'infinito, due alberelli definiscono la scena: un giovane si tuffa da una costruzione di blocchi squadrati, verso uno specchio d'acqua. Il blocco solido da cui si stacca è un trampolino, luogo di confine tra terra e acqua, ma luogo particolare: non fa accedere al mare salpando, o immergendosi a poco a poco, ma con un balzo. Lo specchio d'acqua si distende tra l'albero di sinistra e il trampolino, lì si immergerà il giovane tuffatore, reso con linea agilissima e nervosa. E' una delle grandi opere pittoriche  di tutti i tempi, forse la prima pittura greca non vascolare giunta fino a noi,  risalente a autore di Grecia o Magna Grecia, datata tra il 480 e il 470 avanti Cristo. E' la Tomba del tuffatore, così la battezzò l'uomo che la scoprì, nel 1968, il grande archeologo Mario Napoli.
Lo specchio d'acqua verde-azzurra è il mare. Lago, palude stigia che sia è interpretato come mare dal pittore, scrive Napoli, e che sia mare dimostra la curva con la quale chiude in alto lo specchio d'acqua, l'orizzonte marino, e la rende, prosegue l'archeologo, con un moto ondoso: "E' in uno specchio d'acqua, quindi sentito e reso come l'aperto mare e che si distende verso l'infinito dell'orizzonte, che si lancia il giovane tuffatore."
Che cosa significa questa scena, non sola ma inscritta in un contesto di altre pitture della stessa tomba? La pittura rappresenta "il transito dell'anima verso la vita ultraterrena, un tuffo verso l'al di là. E lo specchio dell'acqua rappresenterebbe l'infinito del mare, o la palude Stige."
Così la pittura greca rappresenterebbe in forma simbolica l'eterno, prosegue lo scopritore.
Il soggetto spicca per la straordinaria nettezza artistica, e rappresenta il modello esemplare di una iconografia diffusa nel mondo italico e generalmente indeuropeo. 
Il tuffatore è l'anima del morto, che torna all'acqua da cui tutto ha origine, e intraprende un misterioso viaggio di ritorno.

Un giovane naufrago si sveglia sulla riva, miracolosamente salvo. Ricorda solo una improvvisa e furiosa tempesta, la nave sbattuta dai marosi, gli alberi schiantati e poi lo scafo squassato, montagne d'acqua ribollente. Sulla riva lo desta una voce, che canta come soffiando:

" Tuo padre giace nel fondo, a cinque tese,
e già le sue ossa sono corallo,
perle quelli che furono i suoi occhi.
Niente di lui è destinato a svanire
ma a subire un mutamento dal mare,
in qualche cosa di ricco e strano.
Ogni ora le ninfe del mare
suonano a morto la campana per lui."


La voce è quella di Ariele, spirito del vento, demone celeste della leggerezza, che agisce per conto di Prospero, il mago che vive nell'isola.
La tempesta che ha schiantato la nave e affogato i suoi occupanti è in realtà un inganno, un sortilegio di Prospero. Ferdinando, figlio di Alonso, re di Napoli, si risveglia sulla riva e immagina di essere l'unico superstite.
Qui Shakespeare affida al demone del vento un messaggio magico che allude ai segreti del fondo oceanico, e non a caso la voce si rivolge a un figlio il cui padre è (o almeno così egli crede) affogato. Nel fondo del mare agisce una trasformazione profonda, l'illusione del corpo si dissolve, ma non la sua vita, l'esistenza: si dissolve a favore di una realtà più duratura e profonda. Le labbra diventano corallo, gli occhi perle. Sia il corallo sia le perle sono sostanze dure, immediatamente percettibili come resistenti al tempo, al contrario della nostra carne di viventi. Non immaginiamo perle e corallo sottoposti alla cruda legge del divenire, all'invecchiamento, alla senescenza, alla morte, alla disgregazione finale in polvere. La trasformazione del corpo operata dal fondo marino, dal cuore del mistero, dal calderone d'origine, conduce a una realtà più gemmea e durevole.
Ma nello stesso tempo corallo e perle appartengono al reame della vita e della metamorfosi: imparentati per durezza e lucentezza ai diamanti, agli smeraldi, ai rubini, che splendono di smaglianza assoluta nelle viscere oscure della terra, non sono a loro congiunti da parentela, poiché appartengono al regno dei viventi: il corallo è un animale, la perla é l'esito di una trasformazione nata nell'interno, nel grembo di una bivalve.
Il mistero della trasformazione marina è quindi il mistero della compresenza di durata e metamorfosi, di permanenza e divenire, eternità e vita.
Ma il mutamento è in corso, né Ariel canta le fasi successive. Niente di lui è destinato a svanire, ma a subire un mutamento in qualche cosa di ricco e strano. Qualche cosa di ricco e strano, è l'esito della nostra avventura terrena dopo la morte, ricco perché legato a una durata oltre la morte stessa, strano perché misterioso e indefinibile. Verso quella metamorfosi sta già viaggiando il tuffatore di Paestum, le ninfe scampanano a morto per lui, perché nel regno delle acque marine il morto non è solo, ma immerso in una realtà che partecipa della sua venuta.
La Tempesta è la storia di una grande illusione, di un totale incantesimo, che, alla fine, si dissolverà, E a quel punto il mago, Prospero, spezzerà la bacchetta per lasciarla cadere in mare, restituendola all'abisso e alla sorgente di ogni magia. Il luogo verso cui il tuffatore sta muovendo, portato dalle correnti sottomarine, è la sede di ogni prodigio. Prospero giunge, al culmine della sua esperienza, alla reale conoscenza del mago.
Torneremo a questa storia e alle vicende dei suoi personaggi. Per ora ci limitiamo all'inzio e alla fine. Ma si può anticipare solo un fatto: Prospero, il mago, aveva progettato e previsto tutto, in ogni dettaglio, meno un particolare: che sua figlia Miranda si sarebbe innamorata, ricambiata, del naufrago Ferdinando, figlio di Alonso, il perfido re di Napoli, uno dei due che lo avevano deposto, ordinando di ucciderlo, uno dei due per cui viveva esule in un'isola lontana da ogni civiltà. Prospero non aveva previsto l'amore tra la stirpe della vittima e quella del colpevole, l'amore muta il corso del suo incantesimo, da vendetta in purgatoriale riconciliazione. Ora, ora che la magia è stata contaminata dall'amore, Prospero è un vero mago, un vero sapiente, sa che il mago è tramite e depositario, non autore dei prodigi, per questo restituisce al mare la bacchetta. Prospero si accomitaa, esce di scena dicendo che la magia, come la poesia, ci è data in prestito.
La Tomba del Tuffatore non è una pittura isolata, ma si inscrive in un complesso di pitture murarie, che rappresentano scene diverse, in cui ricorre il simbolo dell'uovo. La connessione tra queste uova nelle scene di vita e l'acqua in cui sta tuffandosi  l'anima del morto è stretta: il motivo dell'uovo cosmico è molto esteso. Nella teologia egizia, in principio sorge un uovo dall' acqua,  posatosi sulla collina primordiale, ne nasce il dio del sole, Ra, che poi scivola sulle acque sotto forma d'oca. In India vediamo le acque dare origine all'uovo d'oro. La cosmogonia dell'uovo è estesa in Polinesia, Indonesia, Perù, e si ritrova in molte altre parti del mondo. Il destino del tuffatore, il suo viaggio, si inscrivono quindi in una cosmogonia, in una rappresentazione delle origini, e indicano un esito ultraterreno, congiungendo passato e futuro nel presente della percezione della pittura, nell'istante in cui vive ai nostri occhi l'immagine dipinta.


La Tomba della caccia e della pesca di Tarquinia


Alla stessa tradizione iconografica si richiama un'altra tomba scoperta in Italia, questa volta etrusca, la celebre Tomba della caccia e della pesca di Tarquinia, scoperta nel 1873 e dipinta tra il 510 e il 500 a.C. La tomba è costituita di due camere: nella prima alberelli e danzatori, nella seconda scene di caccia e pesca, un mare smeraldo, rocce, isolette, barche con cacciatori e pescatori. Uccelli di palude, esseri volanti che adombrano un viaggio verso più eteree dimensioni, delfini, il cui nome in greco significa matrice, utero, e allude quindi alla generazione della vita. Uomini intenti alla pesca su una barca, uno dedito alla caccia su una roccia: pare una rappresentazione delle origini, tra acqua e cielo, benedetta dalla presenza dei delfini e degli uccelli. Sulla parete accanto un tuffatore, simile a quello di Paestum (anche se artisticamente non così perfetto: la mano etrusca non può eguagliare quella greca). Il tuffatore è nudo, a mezz'aria e in questo istante fissato tra i tre regni della terra, dell'aria e dell'acqua, vediamo di lato una figura di un altro giovane in tunica arrancare per salire sul naturale trampolino e seguire il giovane nudo nel tuffo. La scena indica una fatalità universale, e non a caso da una barca nell'acqua tre uomini guardano verso il tuffatore a cui tendono le braccia. I barcaioli remano verso il luogo dove si pensa riemergerà: il quadro rappresenta un rito, come ben scrisse in un libro memorabile Anita Seppilli. Che concludeva: "Sarà un caso che tutt'intorno alla scena del tuffatore gli stormi di uccelli volanti, e l'enorme delfino, siano rappresentati in un movimento proteso verso l'alto? O non vi è anche qui espresso un auspicio di anabasi?"


Acete e il riconoscimento di Dioniso


Nel terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio incontriamo Acete, e restiamo catturati dalla sua storia. Si tratta di un'esperienza vissuta dall'uomo in mare, su una barca. Il suo racconto inizia con una breve autopresentazione: nato in Meonia, Acete è di umili origini. Il padre non gli ha lasciato campi da arare, né greggi o armenti, ma solo il mare, che non appartiene a nessuno, la sua arte, l'abilità di pescatore, con una povera canna. Con umile eredità anche Acete diviene un pescatore e ogni giorno trae dal mare il suo sostentamento. Un'eredità povera, ma vasta e immensurabile. "Tu che sei continuatore del mio lavoro e mio erede,-gli aveva detto il padre in punto di morte-. prendi quel poco che posseggo." E, morendo, nulla a me lasciò, all'infuori delle acque: queste soltanto potrei chiamare eredità di mio padre."
Col tempo, per non restare sempre legato alle stessse scogliere, il giovane pescatore acquista una piccola barca e si spinge a pescare in mare, imparando a orientarsi nel buio, rendendo familiari ai suoi occhi le costellazioni, le Iadi, l'Orsa, le dimore dei venti e gli approdi adatti alle navi.
Una sera si fermò sulle sponde della terra di Chio, dove con i suoi compagni dormì.  All'alba, mentre mandava il mozzo ad approvigionarsi d'acqua alla sorgente e, pronto a salpare, studiava i venti, si accorse che i pescatori avvicinandosi alla barca portavano un giovane, considerandolo chiaramente una preda. Lo issarono sulla barca dove il ragazzo incespicò e si rialzò barcollando, ebbro di vino per una evidente libagione notturna. Nonostante l'aspetto stravolto dall'ubriachezza, Acete  riconobbe istantaneamente e senza ombra di dubbio che per l'incedere e lo sguardo, per l'energia luminosa che emanava sotto le spoglie dell'ubriaco, quel ragazzo era un dio: subito gridò ai compagni, che già azionavano il timone e issavano la vela, mentre i due ai remi si allontanavano da riva, di restituire alle sponde quel giovane, perché era un dio, ma quelli lo derisero, cominciando a toccare il ragazzo. A nulla valse il suo richiamo all'ordine e alla sua natura di padrone della barca e capo dell'equipaggio, anzi, uno di loro, Licaba, in esilio per un orribile delitto, gli sferrò un pugno che l'avrebbe fatto finire in acqua se non si fosse aggrappato a una sartia.
Pregustandone il possesso, i pescatori cominciarono a deridere il ragazzo, il quale reagiva goffamente ai loro lazzi, come timido e intorpidito dai postumi della sbornia.A un certo punto cominciò a piagnucolare, mormorando: "Quale colpa ho commesso,  e che vanto per voi umiliare un bambino solo, in tanti, e tutti più grandi?"
Acete piangeva in un angolo, ma a un certo punto avvenne qualcosa di prodigioso che interruppe di colpo il suo pianto: la nave improvvisamente si paralizzò nel mare, come imprigionata dal fondo secco di un cantiere, i rematori muovevano i remi invano, mentre le vele restavano immobili ma senza effetto, e grovigli di edera saliti dal fondo bloccavano i remi fino a imprigionare scalmi, alberi e vele. Il volto del giovane era mutato, ma non per il padrone della barca, e ora con la fronte incoronata di grappoli d'uva faceva comparire tigri, linci, maculate pantere. Gli uomini, terrorizzati, volevano tuffarsi in acqua per cercare scampo, ma prima che ciò accadesse avveniva in loro una trasformazione. Per primo Medonte cominciò a annerirsi e a piegarsi con la spina dorsale che si curvava a vista d'occhio. E Licaba, mentre cercava la fuga, sentì la bocca allargarsi e il naso incurvarsi, mentre la pelle si induriva coprendosi di squame, e Libbis vide le proprie mani rapidamente contrarsi fino a divenire pinne. Un altro, cercando di dar di braccio alle cime contorte, si trovò senza braccia e così monco si tuffo in mare in forma di delfino.
In breve dei venti uomini dell'equipaggio uno solo era intatto, mentre gli altri danzavano nelle acque guizzando, soffiando dalle ampie narici l'acqua marina. A quel punto Dioniso, il giovane dio dell'ebbrezza, si rivolse a Acete e sorridendo gli disse: "Libera il tuo cuore e fai rotta per Dia."
Il racconto di Acete è la storia di un uomo che a differenza di altri riconosce il divino sotto le mentite spoglie, ne percepisce la potenza irradiante. Dioniso, dio dell'ebbrezza e della vite, un dio votato al sacrificio del proprio sangue e alla rigenerazione del mondo, opera il suo prodigio in mare, e nel regno delle acque tramuta gli uomini in pesci, riportandoli alla condizione originaria, facendoli regredire alle origini nella scala evolutiva. Non solo: mentre tramuta i predatori in prede, ripristina una verginità che l'uomo aveva corrotto. Li punisce, ma anche li purifica, li sottopone a millenni di rigenerazione, di lenta evoluzione, nel regno delle acque. Significativo che quegli uomini fossero rematori, timonieri, marinai. L'uomo che ha riconosciuto il dio e chiede pietà per la propria barca è un pescatore, a cui il padre aveva lasciato come unica eredità il mare infinito. La storia conosce altri pescatori che sapranno riconoscere, sotto le spoglie umane, lo spendore divino.


Polene tra acqua e terra


Le navi dei primi navigatori del Nilo avevano occhi, simili a quelli di falco, quasi l'imbarcazione dovesse vedere. Erano scolpiti ai lati della prua, incutevano paura e sbigottimento nelle tribù straniere, quando il legno si avvicinava a costa, come scrutando la terra da attraccare. E' probabile che il conseguimento di questo effetto fosse una delle motivazioni per cui gli Egizi apposero occhi alle loro navi, ma non poteva essere la principale. Passati sbigottimento e paura, i nemici potevano comunque attaccare. Più probabile che fosse la necessità di dare luce alla prua, di affrontare con gli occhi l'oscurità del regno acquatico. Il centro della religione egizia era il Sole, la sua luce irradiava splendore divino e la maschera d'oro apposta sul volto del Faraone sepolto all'atto del congedo ne avrebbe garantito il passaggio al regno divino del sole, portando con sé il proprio popolo, nel tempo dello splendore immortale.
Non temevano il buio, necessario come tutti i cunicoli, i tunnel, i passaggi, le fasi intermedie, ma il viaggio nel buio aveva  il significato di una tappa verso la luce.
Dare occhi, dare luce alla nave, significava attrezzarla per affrontare ritualmente, correttamente il viaggio sulle acque. Che era un viaggio su una sostanza misteriosa e oscura. Nelle acque del Nilo era il segreto capace di generare la terra con le inondazioni e produrre messi. Questo segreto, questo principio vitale, doveva essere rispettato e lasciato ai suoi misteri. Gli occhi dovevano guardare lontano, all'orizzonte, verso la luce. Altri navigatori del Mediterraneo imitarono gli occhi di falco delle navi egizie, apportando delle varianti: prolungarono le prue con le immagini degli dei e degli eroi: leoni, serpenti, buoi, femmine dai lineamenti di pietra. A poco a poco alle immagini divine se ne accostarono di umane, che ricordavano, in mare, nell'elemento nullificante, la città, la tribù da cui si era partiti, il mondo lasciato alle spalle salpando. Le polene nascono dalle prue occhiute dei legni egizi e divengono statue apposte alla prua. Per secoli e secoli proteggono quella parte della nave che punta alla meta spezzando le onde, con le immagini degli dei e della tribù.
La polena può essere definita quindi l'immagine di un simbolo, scolpita quasi sempre nel legno, e infissa sulla prua di una imbarcazione. Dai primi esempi attestati nel mondo egizio, in dipinti risalenti al 1200 a.C., alle polene fenice, greche e romane la popolazione del mare cominciò a solcare le sue rotte con un simbolo augurale affisso alla prua.
L'età d'oro delle polene abbe inizio nella prima metà del XVII secolo e durò fino alla fine di quello successivo. Galeoni e vascelli inglesi, spagnoli, olandesi, francesi e portoghesi mostravano figure sospese a prua sempre più grandi e plastiche, sempre vistosamente colorate, quasi a combattere il bianco annichilente del regno equoreo con la memoria della terra multicolore, per dissolversi nell'Ottocento, a causa dell'uso del ferro nelle  costruzioni navali e dell'affermarsi della navigazione a vapore.
Nonstante il diffondersi di soggetti civili, la polena rappresenta prevalentemente soggetti di forte valenza mitico-simbolica: dagli occhi degli antichi navigatori egizi alle divinità fenice e greche, al predominio, nell'età d'oro delle polene, che coincide con la nascita del barocco, di figure femminili sempre tornite, piene, e sirene. Non è difficile intuire le ragioni che ispiravano il  primo dei due soggetti: la condizione principale del marinaio è la mancanza di donne, la vita in una comunità esclusivamente maschile, e la la donna non è quindi soltanto oggetto di nostalgia e desiderio, ma la parte mancante in quel micromondo che è la nave, la parte che è stata lasciata alle spalle e che attende oltre l'orizzonte, la terra. Il primo dei grandi navigatori della letteratura  vaga sulle onde del Mediterraneo per tornare a una donna, Penelope, e alla sua terra. Il viaggio per mare lascia una parte del cosmo per riattraccarvi, dopo la traversata, l'avventura, la guerra, l'acquisizione di nuove conoscenze. La presenza delle sirene invece sembra rievocare piuttosto lo spirito apotropaico dei primi navigatori del Nilo: come quelli apponevano occhi alla prua, così la polena-sirena ha una funzione esorcistica: le sirene, nella loro duplice rappresentazione di orridi uccelli di morte dai grandi artigli o di donne pesce bellissime emergenti dal fondo a incantare con la loro voce i marinai, sono sempre esseri portatori di morte.
Protezione o esorcismo, la polena è sempre simbolo visibile e palpabile del timore che accompagna l'uomo nel viaggio sulle acque, rispetto dei misteri e dei pericoli che si celano nel fondo.
La polena, non caso affissa alla prua, all'avamposto della nave che ne indica e traccia e la rotta, era quindi il punto d'incontro rituale tra i due mondi dell'acqua e della terra, il mondo misterioso dell'origine e quello edificato della storia, il mondo a cui attinge Prospero e quello delle piramidi e dei templi, e il simbolo a volte fu trasportato a terra: i mascheroni di Genova che protraggono i suoi grandi palazzi sul vuoto, fino a schiacciare nella loro ombra il passante, come incombenti dalle fiancate delle navi su cui in origine i genovesi le avevano issate, mostrano l'opposta e complementare faccia della stessa realtà simbolica. Come la polena (che a Genova fu detta, appunto, mascherone) getta sul mare fluttuante il simbolo immobile di una divinità salda e protettrice, così il mascherone turba la città del fremito abissale, muove le vie di ondeggiamenti incostanti, ricordando la presenza incombente del mare, il destino che attende chi si aggiri per le vie di quella città bastimento.
In Moby-Dick troviamo una situazione del genere, espressa molto esplicitamente: è il pulpito di padre Mapple, un pulpito su cui il sacerdote ex marinaio sale per la scaletta di legno a piombo, come quelle di bordo, e che in tutta la stupenda scena della predica si configura come una prua, un'irruzione del mare nel luogo di religione e raccolta, e, prosegue Melville, "Come trovare qualcosa più pieno di significato? Perché il pulpito è la parte prodiera della terra, tutto il resto vien dietro, il pulpito guida il mondo.  E' di lì che si avvista l'uragano dell'ira fulminea di Dio, e la prua deve resistere al primo urto. E' di lì che si invoca il il Dio delle brezze amiche o avverse, perché mandi venti favorevoli. Sicuro, il mondo è una nave al suo viaggio di andata, non un viaggio completo. E il pulpito è la prua."
La prua su cui si stagliava la polena era il luogo dello scontro con le onde, il luogo dove "si invocava il dio delle brezze amiche o avverse", un luogo sacro per il marinaio: incontreremo presto la storia di una nave dannata, paralizzata in mare da una bonaccia che pareva eterna. Il capitano di un'altra nave, salito in visita, colpito dalla realtà allucinata di un comandante malato e barcollante, noterà subito che in luogo della polena penzola uno straccio: "Se poi la nave avesse una polena o un semplice rostro, non era chiaro, perché un telo avvolgeva tutta quella parte, sia per proteggerla intanto che le davano una ripassata, sia forse per nascondere decentemente il suo stato."
In realtà scopriremo che il telo copre lo scheletro del proprietario, assassinato dagli schiavi ammutinati, e la terribile scritta, "seguid vostro jefe", che spunta da sotto quel telo, era un avvertimento all'equipaggio. La nave maledetta, in preda al male, sostituisce al simbolo divino o votivo uno scheletro, la testimonianza di un assassinio: quella è la direzione verso cui tutti devono guardare, a bordo, quella la prua, la traccia della rotta, il destino dell'imbarcazione.
E, profanata la nave, bestemmiata la polena, l'immutabilità degli elementi marini assume la sua irrevocabile valenza di dannazione e perdita, il capitano di quella nave non si riprenderà mai più. Rivolgendosi a Benito Cereno, ormai languente a terra e prossimo alla morte, il collega americano gli dirà: "Il passato è passato. Perché farci sopra della morale? Dimenticate, guardate, il sole che là risplende ha dimenticato ogni cosa, e così il mare e il cielo azzurro: hanno voltato pagina, loro."
"Perché non hanno memoria-risponde scoraggiato Don Benito. -Perché non sono umani."
Così si conclude Benito Cereno di Hermann Melville, la storia di una nave dannata, di una bonaccia, di una polena sconsacrata.

Nel libro undicesimo delle Metamorfosi, Ovidio ci racconta una storia d'amore e rigenerazione avvenuta in mare. L'evento culminante avviene sulla superficie delle onde, al confine col cielo, tra acqua e aria, ma uno dei due protagonisti si lancia da riva, da terra, come accade, non sappiamo con quale esito, per il tuffatore di Paestum. E' interessante, e doloroso, notare che nella sua vita Ovidio, dopo aver scritto le Metamorfosi e altri grandi libri, fu condannato a una fine triste attraverso un viaggio per mare. Per mare fu mandato in esilio a. Tomi, sul Mar Nero,  nell' 8 avanti Cristo, per un decreto, le cui ragioni appaiono ancora oggi imperscrutabili, dell'imperatore Augusto. E' certo, comunque, che un sovrano che pretendeva di essere considerato divino e di fatto promosse le opere di alcuni dei più grandi poeti dell'umanità, con questo decreto getta un'ombra  indelebile sulla propria credibilità.  A che serve sostenere il sommo Virgilio e tutti gli altri fuoriclasse,  se sotto il suo reame morirà in modo misterioso Lucrezio, il grande, religioso cantore dell'anima del mondo e degli elementi, e Ovidio, il poeta che scoprì un dio di metamorfosi più buono e potente di quelli cartapestacei del Pantheon, e di quello teatrale di Augusto, finirà la propria vita su una terra brutale, bagnata da un mare cupo e melanconico, lui, il poeta delle trasformazioni dell'acqua, della natura equorea e mercuriale del creato? 
Da lì, ogni giorno, guardava dalla riva verso l'orizzonte, sperando che arrivasse una nave con la moglie, rimasta a Roma e da lui divisa per decreto imperiale. Quella nave non arrivò mai, Ovidio morì esule accanto al mare senza poter rivedere la sua sposa che a Roma inutilmente lottò per rivederlo, nella capitale o in esilio, e non le fu concesso.
La storia tra terra e mare narrata da Ovidio, la storia che ora rivedremo,  anticipa con un lieto fine la sua, quella che, almeno a livello storico, non finì bene.
Spero che, come pensano gli indiani, la storia sia un inganno, e ci racconti solo una parte falsa in quanto parziale della realtà.

Il fatto che i grandi poeti del passato raccontino non dovrebbe passare inosservato: potrebbe darsi che l'età della lirica pura sia estenuata e che il ritorno al poema sia necessario e possibile. D'altro già nel  secolo trascorso alcuni dei massimi esiti poetici attingono annche  all'epica e  richiamano il dramma: La terra desolata, Gli uomini vuoti di Eliot, i Cantos di Pound, per fare solo due esempi.
Ma torniamo al mito narrato dal poeta latino.


Ceice e il mare


Ceìce regnava nella terra di Trachìne. Sconvolto da eventi luttuosi e presagi oscuri, decise di partire per consultare un oracolo. Ordinò di allestire una nave per salpare verso Claro, poiché in quel periodo l'oracolo di Delfi era inaccessibile. Qui accade un fatto importante: Ceìce comunica all'amatissima moglie Alcione la sua intenzione di partire, e lei oppone un disperato rifiuto. L'aspetto più interessante di questo rifiuto è che, oltre al dolore e alla preoccupazione per i pericoli del viaggio, oltre al bisogno di avere il marito accanto, Alcione esprime angoscia per il viaggio per mare. Una oscura premonizione le detta con certezza che il viaggio per mare non consente rittorno, che adombra in realtà un viaggio verso la morte. Avendo compreso che non riuscirà a trattenere il marito, convinto della necessità di consultare l'oracolo, così gli si rivolge: "Che male ho fatto, carissimo, che ti si è stravolta la mente? Dov'è finito tutto il bene che prima mi volevi? Siamo dunque al punto che che te ne parti tranquillamente lasciando Alcione? Che ti dai ai lunghi viaggi? Che ti sono più cara distante? Però,vogli o sperare, andrai per via di terra: almeno proverò dolore, sì, ma non anche paura, soffrirò ma senza troppe ansie. E' il mare quello che mi spaventa, e la visione delle sue tristi distese, e anche poco fa ho visto sulla spiaggia rottami di qualche naufragio, e più volte ho letto su delle tombe un nome senza che ci fosse il corpo. E non farti illusioni per il fatto che tuo suocero è il figlio di  Eolo, che imprigionerebbe i forti venti e placherebbe il mare quando gli pare. Una volta che i venti, scatenati, sono diventati padroni del mare, possono fare di tutto, e non c'è più terra, non c'è più tratto di mare che non sia sconsigliato. (...) Ma se non c'è preghiera che possa distoglierti dal tuo proposito, marito caro, e se sei proprio deciso a partire, portami con te! Almeno saremo sbattuti insieme , e avrò paura soltanto di ciò che vedrò. Insieme sopporteremo tutto quello che ci capiterà, insieme correremo per il vasto mare!"
Le parole di Alcione rivelano un vero e proprio divieto a partire per mare, un divieto che la donna percepisce nettamente in virtù della sua natura semidivina: è figlia di Eolo, conosce dall'infanzia i venti, ha confidenza insomma con gli elementi, e la sua percezione è di ordine superiore. La moglie addolorata e proccupata teme la mancanza del marito e i pericoli del viaggio, la figlia del re dei venti teme con sicurezza il mare, luogo di morte e non ritorno. Inoltre, aggiunge, chi affoga in mare non può avere sepoltura, e nulla è più terribile per l'anima del morto che la mancanza di sepoltura.
Ma vediamo una strana correzione a questa certezza: se i due partiranno insieme, allora il viaggio per mare sarà pericoloso ma possibile, cessa il divieto, vien meno la certezza di un esito ferale. In parte si tratta  di naturale retorica di una donna che comunque preferisce restare col marito, viva o morta, retorica spontanea, dettata dal sentimento di una donna innamorata, in parte la donna, che attinge le sue conscenze sul mare dalla sua natura semidivina e dalla consustanzialità con gli eleenti dell'atmosfera, sta facendo un'affermaziolne molto importante: il mare è morte certa, affogamento, cancellazione della vita se chi parte lo fa da solo, lasciando alle spalle la terra e la donna che lo vorrebbe con sé. Il mare è morte se è separazione, non è morte, non lo è necessariamente, se chi parte porta con sé l'altra parte del proprio essere.
Chi parte per mare deve insomma farlo su una base di concordia: o con la sua donna (con il mondo della terra) o con il suo consenso. Ma non può farlo senza questo consenso col mondo: separato senza consenso (cioè senza armonia e riti)  l'uomo nel mare incontra solo desolazione e morte.      
Allo sfogo e al pianto della figlia di Eolo il marito si commuove, ma non desiste dal  viaggio per mare allo scopo di consultare l'oracolo: quasi non sentisse nella insistenza ossessa e certa della moglie, nel presentimento della femmina, qualcosa di realmente, naturalmente oracolare. Lo strazio della moglie, il dolore profondo del marito che pure non rinuncia al proposito, suggeriscono tra le righe (anzi, tra i magici versi di Ovidio) che la partenza per mare sia frutto di un'insana volontà di ricerca della verità, del verdetto, oltre il mare, oltre l'orizzonte, quando la verità, sul mare, sui venti, su quanto sta per accadere, è sancita dalle labbra sibilliche di  una semplice donna innamorata. Ceìce non sa riconoscere l'oracolo, che gli è accanto, in forma di donna piangente, e parte maschilmente, virilmente, eroicamente, vale a dire tappandosi le orecchie alla voce della natura e del profondo, alla volta di un tempio lontano, oltremare, oltre l'orizzonte. Non riconosce il tempio del cuore di Alcione, della sua donna, non per cattiveria ma per incapacità di ascolto: quanto accadrà, non in mare ma in terra, a Romeo, sempre in anticipo sul tempo, sempre bruciato da un amore che gli impedisce l'attesa e l'ascolto.
  Il marito non l'ascolta subito, anche se soffre nel perseguire il proposito, anche se nel profondo qualcosa del pianto di lei lo lacera. Ceìce qui  non anticipa solo i grandi innamorati incapaci di ascolto, i maschi prigionieri della determinazione e della fretta, ma ci sembra adombrare l'uomo che si rovina calamitato da un canto di sirena salente dal fondo, da un paradiso laggiù oltre l'orizzonte. Certo è anche l'onesto e innamorato Romeo, l'onesto e innamorato Otello, che non riesce a sentire la voce di Desdemona, irretiti dalla seduzione logica, dialettica, del mondo maschile: Jago rappresenta il fondo stregonesco del femminile, devastante, infernale come le streghe di Macbeth, ma infinitamente più pericoloso, perché vestito da maschio, perché rimosso e assunto entro la logica dialettica, logica, argomentativa, del mondo maschile.
Armano la nave, di nuovo Alcione ha un presagio e nel vederla pronta all'arsenale rabbrividisce, piange ancora, gli dice: "Addio."
A questo punto accade qualcosa di imprevisto: Ceìce si mostra turbato, vorrebbe indugiare: l'oracolo non ufficiale ma profondo della moglie comincia a agire in lui, ma quando oramai gli uomini si stanno imbarcando. Ceìce vorrebbe, ma non ha la forza di tornare indietro.
Alcione lo abbraccia piangendo e gli dice "Vale", che significa "Addio". Questa parola ha su di lui un effetto infinitamente più forte delle pur chiare previsioni funeste di prima. Questa parola sancisce un distacco che Ceìce registra  con sgomento. Ma è tardi, non può deludere l'equipaggio, diremmo oggi, perdere in termini di immagine verso i suoi subalterni. Vedremo come perderà l'immagine, in senso letterale, e come questa ritornerà in scena interpretata da un sogno.

E' interessante questa esitazione e questa debolezza, perché incontreremo presto un uomo, non meno innamorato di lui, che ricevuto l'ordine di  non voltarsi, non indugiare, sarà incapace di rispettarlo e perderà, con la donna amata, se stesso.
Già i remi fendono le onde e le vele vengono issate. Inutile raccontare il resto, già presagito: in pagine memorabili Ovidio racconta di una furiosa tempesta, che dopo aver scosso e sbattuto a suo piacimento la nave la schianta, e vediamo Ceìce aggrappato a un legno negli ultimi istanti in cui riesce a respirare, sommerso da onde altissime: grida il nome di Alcione ma la sua voce è soffocata dall'acqua, che gli entra in bocca e nei polmoni, mentre ha tempo di pentirsi di non essere con lei, di morire lontano da terra e insepolto, di non avere luogo dove almeno lei lo possa piangere. L'acqua lo colma mentre inutilmente cerca di pronunciare il suo nome, Alcione.
Intanto a terra Alcione attende il ritorno del marito e ogni giorno si reca al tempio di Giunone a pregare per lui  in viaggio, perché stia bene, perché torni sano e salvo, perché non si innamori di un'altra: quest'ultima, soggiunge amaramente Ovidio, l'unica preghiera realizzabile.
La dea non tollera che sia pregato come vivo un morto, un morto insepolto, che il suo altare sia macchiato di quel sangue, e allora si rivolge a Iride, sua messaggera, incaricandola di scendere alla reggia di Sonno, affinché il dio del torpore invii qualcuno a comunicare la verità alla moglie che non sa di essere vedova.
Iride indossa il suo velo di mille colori, descrivendo un arco nel cielo si reca come ordinato alla reggia del Sonno, nascosta sotto un a coltre di nebbie. Verso il paese dei Cimmeri c'è una spelonca profonda, una montagna cava, dove mai penetra un raggio di sole: è la dimora occulta del Sonno, coperta perennemente da nebbie e foschia. Non vive nei paraggi un gallo dal verso che all'alba risveglia, né un cane i cui latrati possano destarti all'improvviso nella notte. Non si ode suono, solo il mormorio frusciante dell'acqua che sgorga da Lete, il fiume dell'oblio, un mormoorio cullante che genera sonnolenza. Nessuna porta, per evitare il cigolio di cardini, nessuno di vedetta sulla soglia velata dai fumi nebbiosi. In mezzo alla reggia, su un letto con sopra un morbido materasso di piume, dorme languidamente il Sonno. Sarà lui a scegliere tra i suoi mille figli quello che, come richiede Iride, dovrà assumere le forme di Ceìce e presentarsi in sonno ad Alcione, rivelando la verità del suo stato. Ovidio affida al sonno la rivelazione della realtà del lutto, per mezzo di un messaggero del Sonno, un sogno: Morfeo è il prescelto, per il suo straordinario talento nell'assumere forme umane. Spesso, quindi, possiamo inferire, le persone che vediamo nei sogni  non sono che maschere di Morfeo, non sono persone ma sogni in forma di persona, il loro messaggio  però è veritiero. Il sogno, mascherato, o meglio sotto falsa veste, non è però necessariamente ingannevole.
Il sonno comunque è indistricabilmente legato alla morte  e le sue verità riguardano i morti. Nel mondo dei vivi, che lottano per giungere al porto, alla meta, Sonno significa rallentamento, ottundimento, infusione di Oblio.
Morfeo vola per le tenebre con le ali che non fanno il minimo fruscio, in breve appare a Alcione nel sonno, non come lei  aveva lasciato il marito, ma come è ora, si presume, Ceìce: la barba inzuppata, i capelli fradici e stillanti. Le sue parole sono uno dei momenti più alti e toccanti delle Metamorfosi, e uno dei punti topici della ricerca umana della sopravvivenza nell'amore, dello strazio della finitudine, Non so perché, ma nel volto piangente del marito, già morto, che parla al volto dormiente della donna, sento qualcosa di simile ai momenti fatali di Romeo e Giulietta, alla loro tragica fine articolata su sonno, risveglio, inganno ipnotico, morte.
"Sono morto, Alcione, non sperare: i flutti hanno riuempito la mia bocca che invano gridava il tuo nome."
Lei nel sonno scoppia in lacrime e inutilmente cerca di abbracciare l'ombra di Cèice, ma il suo stesso strazio la sveglia. La nutrice vede la sua padrona urlare piangendo, strapparsi le vesti e i capelli. Grida che Alcione è morto, che un sogno vero per opera di un dio glielo ha annunciato. Poi si rivolge a lui, ormai stremata: se non ho potuto morire con te almeno ti raggiungerò, se le nostre ossa non potranno giacere le une accanto alle altre nella stessa tomba, almeno i nostri nomi saranno uniti per sempre sotto lo stesso epitaffio. E corre, disperata e discinta, sulla spiaggia, nel punto dove lo aveva abbracciato l'ultima volta. E' mattino, il mare comincia a prendere luce. E mentre lei rivede tutti i particolari dell'ultimo incontro,  scorge nell'acqua, lontano, qualcosa di informe, ma che avvicinandosi, portato dalla corrente, si rivela un corpo umano, il corpo di un affogato. Alcione, che ormai dal risveglio monologa, gli grida la sua pietà per lui, sconosciuto, e la pietà per la sua moglie a terra, chiunque sia. Ma quando ancora il corpo si avvicina lei lo riconosce: è Cèice. Allora si lancia verso di lui, da una piccola piattaforma edificata. Si lancia per morire con lui, ma sta volando, e le sue braccia sono ali, ormai, e il viso allungato in un becco, e i il piumaggio bello e bianco come quello di un elegante uccello marino. Alcione scende su di lui e lo bacia, e a quei baci del becco il morto si ridesta mutandosi in un bianco uccello. Insieme si levano in volo dalla quieta superficie del mare, insieme tornano a terra, nidificano, avranno prole, la loro vita coniugale proseguirà felice nella mutata forma di uccelli marini.
Il mare che aveva sancito la rovina per il navigatore partito aritualmente, cioè senza il consenso e il patto con la terra, si rivela magico creatore di rigenerazione di fronte alla potenza dell'amore: forse è in quella potenza il segreto dell'abisso, dell' origine e del senso finale, forse era lo stesso segreto compreso da Prospero, che rinunciò agli incanti e spezzò la  bacchetta, forse questo sta cercando,  sospeso in volo, tra cielo e mare, ormai staccato da terra, come Alcione, il Tuffatore di Paestum.


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