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Tema n.1:

Inferni metropolitani.
Intervista a cura di Nicola Bonazzi

Via Libia, via Palmieri, via Paolo Fabbri...la “mitica” via Paolo Fabbri. Eccomi arrivato. Prima di suonare ricapitolo mentalmente le domande che mi sono ripromesso di fare. Non voglio che mi trovi impreparato. La leggenda ci ha consegnato l’immagine di un artista impegnato e indignato, sempre in lotta con i luoghi comuni e le sopraffazioni del potere, un cantautore che ha collocato il proprio lavoro dentro i rischiosi percorsi della dialettica giusto-ingiusto, bene-male. E’ per questo, credo, che Francesco Guccini merita più di altri il diritto di essere intervistato sul tema “inferni”. Nel frattempo ha aperto la porta: i modi cortesi contraddicono subito la leggenda di cui sopra. Mi conduce in uno studio ricolmo di libri e carte, come si conviene a chi un tempo, si è definito “burattinaio di parole”. Cominciamo.

Direi che un buon modo per cominciare è chiederle della situazione presente, che, a dispetto di tanti oroscopi che davano il nuovo millennio come epoca di pace e serenità, ci ha fatto balenare davanti l’inferno della guerra. Ho letto recentemente che lei avrebbe deciso di cestinare delle canzoni dopo l’11 settembre.

Canzoni non ne avevo. Avevo qualche idea e queste idee non mi sembravano aderenti al panorama che avevamo intorno. Non è che scelgo dei temi necessariamente legati ai tempi che viviamo, però, sì, questa volta sono rimasto bloccato. Aspetto un po’ per vedere, per fare un po’ di pulizia, di bilancio…

Questo riporta a una concezione etica dell’artista.

Deve esserci una veste etica. Adesso vedo un panorama della musica leggera in cui quello che era stato un po’ la peculiarità di certi cantautori - oltre a me parlo di De André, Vecchioni, De Gregori - è andata smarrita. Questa dimensione etica nella maggior parte dei giovani è sottaciuta , siamo tornati alla canzoncina, che non vuole essere necessariamente dispregiativo, ma insomma c'è un ritorno alla canzone per la canzone. Di solito il tema è l’amore, o altre frivolezze. Intendiamoci: l’amore non è un tema da poco, ma c’è modo e modo e modo di scrivere canzoni d’amore. Jacques Brel scrive certe canzoni d’amore e questi cantautori ne scrivono altre. La canzone come momento di riflessione, come modo per dire quello che uno pensa su un personaggio, un argomento, un fatto si è un po' persa.

Tornando alla guerra, pensavo al titolo di una sua canzone, dell'album Guccini: Schomér ma-mi-llailah...

Significa: sentinella a che punto è la notte. C'è anche la risposta: la notte sta per passare, ma il mattino deve ancora arrivare. E' un riferimento biblico, un verso di Isaia. Mi ha colpito perché di solito Isaia è un profeta che maledice, che insulta, mentre qui ha un’improvvisa apertura umana. Pone cioè per me quella che è la condizione dell’uomo: le risposte non ci sono, bisogna domandare, bisogna interrogare.

La condizione dell’uomo inserito in una storia di cui non sembra vedere mai la luce.

Sicuramente: vedere la luce credo che sia impossibile. Le risposte non ci sono. Certo qualcuno le ha, qualcuno che crede fermamente in qualche divinità o che so io...Pensiamo solo al grande conflitto ideologico dell'Occidente: da una parte il marxismo e dall’altra il cristianesimo. L'uno e l'altro però fornivano le proprie risposte. Se le promesse fossero state mantenute...beh, allora sì...si sarebbe realizzata la famosa età dell’oro, ma non è stato così, e ora finalmente la gente che non crede né in una cosa né nell’altra sa che le risposte non ci sono. Penso che sia fondamentale continuare a interrogarsi.

Sempre a proposito di inferni della storia, mi vengono in mente altre sue canzoni come Auschwitz o Lager

Quelli sono inferni veri, inferni sulla terra. Ieri sono stato al funerale di un mio amico (c’è un periodo in cui si va solo ai matrimoni, un altro in cui si va solo ai funerali…), così assisto a questo rito funebre con gesti che a un non credente possono sembrare anche folklorici, tutto sommato: la benedizione con l’acqua, la dispersione dell'incenso...Questo mio amico naturalmente non era credente, ma era una buonissima persona e ieri mi chiedevo: se per caso esistesse un inferno cristiano, lui sarebbe destinato a questo? Mi viene in mente un’obiezione che mi faceva un amico qualche tempo fa: come può Dio, nella sua grande bontà, permettere una punizione di questo genere? Perciò credo che l’inferno vero sia sulla terra: l’inferno di Auschwitz, l’inferno della tortura, del carcere dei non garantiti. Che dire poi delle condizioni di vita del sud del mondo? Noi ci vantiamo di avere una vita media molto più lunga di quella di un antico romano, ma in fondo ci sono milioni di persone che hanno ancora quella media di vita.

Esiste poi un altro tipo di inferno: quello della quotidianità, una quotidianità infestata dalla televisione e da falsi profeti. In Addio, l'ultima canzone dell'ultimo album, c’è un atto d’accusa molto esplicito.

Il discorso è leggermente diverso, perché si tratta di un inferno che molto spesso la gente subisce senza accorgersene. E gli inferni di questo tipo sono molti. Penso per esempio anche alle vacanze obbligate: negli anni ’40, dopo la guerra, pochi potevano permettersi di andare in vacanza e magari andavano qui vicino, nell’Appennino...tra l'altro ora, con la paura di volare seguita all'11 settembre, è tornato di moda... ma fino a qualche tempo fa la gente si sentiva obbligata ad affrontare delle fatiche disumane per poter dire “sono stato in vacanza”. E poi gli aeroporti sono scomodi, gli aerei sono scomodi, ritardi, file, valigie che si perdono, tutto di corsa …se lo facessero per lavoro sarebbe una protesta continua, invece lo affrontano con uno spirito di sacrificio encomiabile. E questa è una delle condizioni del nostro mondo attuale. Per non parlare dell'inferno del traffico: spesso capito per lavoro a Milano, vado in tangenziale e ogni giorno ci trovo un ingorgo! Un ingorgo al giorno! Se penso a uno che tutti i giorni deve andare al posto di lavoro... E poi i telefonini, con cui uno viene raggiunto continuamente! Ho preso un treno da Firenze a Bologna recentemente e telefonavano tutti. Mi domando: quando non c’era il telefonino cosa faceva la gente? Io peraltro il telefonino non ce l'ho…Sono tutti inferni che la gente si autoimpone…E i governi che parlano solo di PIL: cioè bisogna consumare, ma per consumare bisogna lavorare… un circolo vizioso. Qualche tempo fa parlavo con degli amici americani e mi raccontavano la loro situazione: là sono indebitati dall'Università fino alla pensione, perché l’Università costa moltissimo, la vita costa moltissimo, bisogna fare l’ipoteca per la casa, l’ipoteca per mandare il figlio all’università, perciò si lavora continuamente col terrore di essere licenziati perché se sei licenziato sei veramente sul lastrico.

Sempre a proposito di America…come è cambiato il suo rapporto con gli Stati Uniti?

E’ un rapporto cambiato tanti anni fa. La mia generazione è stata molto influenzata dall’America; io poi ho avuto gli Americani su a Pavana in tempo di guerra. E in quegli anni ci lasciarono le loro cose straordinarie. Io bambino di allora ricordo la Coca -Cola, i pancakes. Dopo la guerra sono arrivati i film, la letteratura, la musica, ci vestivamo con i Jeans, le T-shirt…Poi sono stato in America nel ’70 e lì ho avuto la prima schiarita, mi sono accorto che non era quella che pensavo...Tra l'altro dal 1965, per vent'anni, ho insegnato italiano in un istituto americano qui a Bologna: dopo vent’anni di insegnamento ho smesso perché non li sopportavo più. Non sopportavo, e non sopporto, le loro ipocrisie. Basta leggere fra le righe di tanti film, ricorre sempre una frase: «Vuoi parlarne?». Ma che significa? Adesso poi ho notato che nei film fumano soltanto i personaggi negativi. Ho lasciato molto tempo fa questo sogno adolescenziale.

L'America come un inferno, insomma…

Sì, per molti aspetti sì…

Ricordo un suo vecchio fumetto scritto per Bonvi, Storie dallo spazio profondo: la città di New York era chiamata Mega York ed era un luogo sovraffollato, abitato da gente completamente alienata.

La china è quella. Chissà, io forse sono retrivo da questo punto di vista...

In Addio lei parla di “saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria”. Ora Dante non significa necessariamente inferno…

E' vero però che imparavano soprattutto l’Inferno perché era la cantica più immediata, per così dire. Adesso onestamente non conosco giovani che sappiano Dante. Io li ricordo i vecchi della montagna quando si spostavano dall’ Appennino e andavano in Maremma, e in Sardegna, soprattutto, per fare il carbone di legna. Partivano attorno al giorno dei Santi o dei Morti e tornavano a primavera avanzata, quando riprendeva il lavoro qua. Intanto toglievano una bocca dalla famiglia e guadagnavano un po’ di soldi. Ricordo le capanne che si costruivano per vivere questi mesi praticamente alla macchia: erano capanne con un letto che chiamavano rapazzòla, che era poi un giaciglio di frasche. Per mesi mangiavano solo polenta e formaggio sardo: facevano due polente al giorno che diventavano tre quando le giornate si allungavano; tre perché lavoravano di più. Polenta e acqua di fonte. E nella loro sacca mettevano, oltre a due o tre maglie e due o tre paia di scarpe, un Orlando Furioso o un Inferno di Dante. Lo leggevano e rileggevano e dopo un po’ lo sapevano a memoria. Li cantavano addirittura.

Li cantavano?

Sì, su un modulo fisso, che era sempre quello dell’ottava rima. E li ho sentiti discutere se era meglio l’Orlando furioso o la Gerusalemme Liberata.

Ora la cultura orale si è persa.

Sicuramente. Molti mi dicono che ho una memoria di ferro, ma è perché ho partecipato di quella cultura, dove i vecchi si tramandavano le cose a memoria. Una volta un’anziana signora mi recitò quaranta ottave scritte da un suo cugino. Oh, quaranta ottave!

E la cultura orale si ritrova molto nella sua opera: parlo dei dischi, ma anche dei romanzi.

L'oralità fa parte del mio bagaglio culturale. L'oralità del racconto che si fa all'osteria, che si fa con gli amici.

A proposito di osteria, giusto per tornare al tema di partenza: ricordo un brano di un suo vecchio disco, Opera buffa, dove c'era un Lucifero un po' dispettoso. Si chiamava Genesi, se non ricordo male.

Sì. sì, quello che c'è nel disco è un quinto di quello che facevo dal vivo, nel disco hanno tagliato, e c'è questo Lucifero che è una presenza maliziosa più che maligna, è un rompiballe, e c'è la figura di Dio che questo vecchietto iroso. Era un brano che facevo all'osteria delle Dame. C'era un dialogo continuo col pubblico, con alcune battute che ormai francamente trovo obsolete.

Era un Lucifero che trovo molto vicino a certa cultura padana, nutrita anche di oralità, come si diceva prima. Mi viene in mente il Baldus di Folengo, con l'eroe principale che finisce all'inferno, ma è un inferno un po' da ridere.

In realtà bisogna distinguere. La cultura nordica è più gotica, tutto sommato, quindi più cupa. Però è vero che, almeno ai miei tempi, l'inferno non veniva vissuto con terrore. Onestamente non ricordo che i miei vecchi mi abbiano mai parlato dell'inferno o della paura dell'inferno. Era più una specie di superstizione, c'era un senso di magico, più che di religioso. Per esempio, quando durante un temporale estivo si sentiva suonare, qualche zia, o mia nonna, diceva: "Senti, è il diavolo che tira le ciabatte dietro a sua moglie perché gli ha fatto i necci troppo cotti".

I necci?

I necci sono delle cialde di farina di castagne. Si trattava insomma di un diavolo brontolone; sposato, tra l'altro. E poi ci sono le storie del diavolo burlato. Per esempio il diavolo decide di costruire un ponte. Sfida un prete dicendogli che lui è in grado di costruirlo in una sola notte e che rapirà l'anima del primo che ci passerà sopra. E il prete, quando il diavolo ha finito l'opera, si apposta per far passare un cane. Riesce a beffare il diavolo. Tuttavia, non ostante queste storie, i montanari costruivano sempre delle edicole con una madonnina, ai trivi o presso un ponte.

Restava la superstizione.

Eh, beh, col diavolo non si sa mai...

L'intervista è finita. Guccini si accende una sigaretta e dice: “Anche questo è un inferno. Non l'inferno della droga, per carità, ma insomma, è un vizio e in quanto tale ha a che fare con Lucifero”. Sulle scale mi sorprende una vecchia stampa che reclamizza i bagni di Porretta Terme. Porretta sta proprio sotto Pavana. Io, per averne conosciuti parecchi, esprimo il mio apprezzamento per i porrettani. Li trovo più cordiali di tanti altri. Dico che forse è una caratteristica di chi abita in provincia. Guccini coglie la palla al balzo: "E' perché hanno meno vizi". Allora capisco che è proprio la città con i suoi ritmi assurdi, il suo traffico, la sua gente incollata alla televisione e desiderosa di farsi una vacanza per il solo gusto di farla, uno degli inferni che più devono irritare questo cantautore-letterato. E' per aver vissuto l'infanzia a Pavana che Guccini è così "apocalittico" e così poco "integrato". Via Paolo Fabbri è una strada silenziosa e tranquilla. Poco più il là, anche la paciosa Bologna apre le sue fauci di cemento, allestisce il suo quotidiano circo di apparenza e inganni. E mentre mi allontano in direzione inferno, penso che il vero paradiso è quella che uno sa costruirsi col coraggio delle proprie scelte:

Io dico addio
alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni e ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati ,
a questo orizzonte di affaristi ed imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l'unica fede in cui sperare.
(Francesco Guccini, Addio, 1999)

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