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Indice

Tema n.1:

Inferni quotidiani.
Una scelta di poesie da Lettere stagionali

La sconfitta, lo scacco esistenziali - quando non si limitano allo sfogo privato, magari per il mancato conseguimento di obbiettivi "vuoti", passivi o mercantili - sono motori decisivi del fare poesia. Molti testi poetici, infatti, nascono da due spinte divergenti: una regressiva, di rimpianto per ciò che è venuto meno o che è sempre mancato. Ed è legittimo indirizzare tale sentimento a un corpo, a una voce, a una possibilità di lavoro, a una situazione o a una prospettiva esistenziale: al di fuori dell'etica, perfino a un piacere assoluto e smodato, che non sia socialmente né praticamente attingibile sempre e comunque. L'altra spinta è invece progressiva, utopica anche nel senso etimologico della parola. Ma non è detto che il nostro senso di sconfitta, nella chiave creativa che permette di arrivare alla comunicazione poetica, sia sempre provocato dalla lotta contro i mulini a vento di un Male assoluto in ogni circostanza distinguibile da un Bene altrettanto assoluto: questo, ovviamente, da un punto di vista laico. Più dell'eticità data di uno scopo, ad essere produttivo è l'atto in sé del porsi contro, dell'aprirsi alla percezione e all'emozione anche quando l'opacità, l'Indifferenza, l'inattingibilità del nostro oggetto di desiderio appaiono consolidate. Se non fosse vero un tale assunto, non si spiegherebbe la grandezza di Céline né tantomeno quella di Leopardi, filosofo materialista e nichilista quant'altri mai, che dal suo ferreo sistema di pensiero ha saputo trarre una poesia "melodica", struggente, mossa spesso da un rapimento assoluto dell'emozione. E' l'inestinguibilità del desiderio a divenire occasione di poesia, molto più e prima della sua qualità esistenziale. Non a caso, la poesia per me più interessante di questo scorcio finale di secolo/millennio allinea i nomi di Sereni, dell'ultimo Montale e di Caproni, che sono partiti da eventi precisi, comuni, spesso di estrazione "bassa", quotidiana, per poi trasporli in una dimensione altra.

Vorrei però dare anche qualche esempio concreto, che mi riguarda da vicino. Trascrivo di seguito una delle mie poesie cui sono più affezionato (cosa che non garantisce del suo valore artistico), pubblicata nel libro Lettere stagionali, del '96, ma composta - mi pare - nel '93. L'iniziale M seguita da tre asterischi è la forma ambigua dietro cui il grande narratore Antonio Delfini nascondeva il nome di Modena, trasformando il toponimo della "piccola città bastardo posto" in uno scenario metafisico:

M*, febbraio


Non ho insetti in cui rappresentarti
mio angelo con i capelli neri
tu che detesti tutti gli animali
e i soprammobili in genere.
Matisse Pianista e giocatori di dama


Ma se sfioro dico sfioro un incidente
in nebbia periferica di ghiaccio
non posso fare a meno di pensarti
all'angolo bianco del divano
che al videogame preferito di tuo figlio
giochi la mia salvezza, e la vinci
con l'improbabile certezza
dei mille tuoi esami quotidiani
sui quali un giorno scommettevo baci:
oggi da un tempo smisurato di poesie
li osservo - conferenze
ippodromi o bridge da principiante.


Farfallina bianca e nera - unico insetto
e unici colori che almeno in paragone
puoi accettare - ti elettrizzano
lo stress, le vite diseguali
che fulmini in te
quell'attimo solo
prima di sera.




Può la poesia, in taluni (e - a parere di chi scrive - non illimitati) frangenti, assumere lo stesso valore della preghiera? L'esperienza di scrittura di questo testo parrebbe proporre una risposta affermativa. L'evento da cui si sono prese le mosse è rigorosamente vero: un incidente stradale soltanto sfiorato nella nebbia padana di febbraio e il pensiero che va immediatamente a una persona lontana, nel fisico ma non nello spirito e nella scrittura, giacché è una delle interlocutrici predilette dell'autore, forse proprio per la sua irraggiungibilità (telefono a parte). La preghiera, quindi, è una sorta di ringraziamento laico e scaramantico che, a posteriori, riconosce l'angelo nella sua routine domestica, con i suoi ritmi e le sue idiosincrasie (gli animali d'ogni specie, i soprammobili), con le sue scommesse proiettate non alla finalità autoriflessa, fanciullesca, del gioco, ma alla sua natura seria di intervento preciso e razionale, forte e positivo sulla realtà.

Dall'altra parte, l'Io - qui una maschera fin troppo vicina alla personalità biografica dell'autore - continua a rifiutarsi di crescere, a praticare i suoi giochi quotidiani con le persone e le passioni, tra svaghi e lavoro, le carte i cavalli i sogni le altre donne, ma anche la poesia a riscattare e a tenere insieme queste spinte centrifughe che senza quel riscatto, quel lavoro simbolico rimarrebbero gratuite e fuorvianti, oltre che meramente piccolo-borghesi. Ma l'angelo potrà più realisticamente presentarsi sotto le spoglie di una farfallina, l'insetto più grazioso e leggero, nei colori assoluti del bianco e del nero, e ci sarà tempo per occuparsi di lei, della sua fragilità e della brevità del suo volo, perché il compito di redentrice laica affatica e prosciuga, ha bisogno di una piccola poesia in offerta e in dono (si pensi alla Mosca degli Xenia di Montale) per giungere alla sintesi, trasformando in energia salvifica l'esperienza faticosa e frantumata della vita quotidiana.

Ma anche altri due miei vecchi testi in forma di lettera possono possono venir subito chiamati a testimoni di una poetica dello scacco (nelle due accezioni della mossa decisiva alla scacchiera e della sconfitta "manovrata" nella vita), il primo di marca più direttamente esistenziale, il secondo invece orientato a una situazione latamente percettiva:

M*, febbraio

Il tempo o forse
solo il suo battito dentro
il cuore, le vene
vedranno arrugginito l'apriscatole sul tavolo
il brivido aureo che t'imperla
e con te l'ironia dell'ora
in penombra, le feritoie
i tonfi del condominio intorno - fatica
o poco meno a cena, i ruoli
le valvole di sfogo...
Così l'assoluto pallore del volto
la raucedine e sul muro
un'astratta resistenza di rami
e persiane a metà, niente più che il fuoco
pallido di un poster, Matisse
a Zurigo, la sua stanza rossa
la neve sulle viole...

Il motivo conduttore di questo testo risiede nell'intreccio percettivo di uno spazio che è quello di un interno borghese (una cucina) e di un tempo che coincide invece con l'ora in cui si sta preparando la cena (certo non destinata a colui che nel testo dice io), in un tardo pomeriggio invernale. Non ci sono barriere fra "interno" dei corpi stessi ed elementi esterni, oggettivi: è il tempo, lentissimo e silenzioso, a fungere da elemento di unione tra le due dimensioni. Correlativo oggettivo della situazione è "l'apriscatole sul tavolo", che sarà visivamente percepito in tutta la sua ruggine dalle vene (con un effetto di sinestesia, vale a dire di due campi sensoriali distinti, ma fusi nella medesima immagine), che forse stanno anche loro veicolando un sangue usurato, arrugginito dal trascorrere del tempo e dal processo di disumanizzazione, se non addirittura di meccanizzazione (un'ascendenza futurista al negativo piuttosto che al positivo?), subito dal soggetto.

Ma anche la cena dell'Altra, del Tu, non si preannuncia facile, traccia semmai di un rito stantìo, che reclama il rispetto rigoroso dei ruoli, li usa per riproporre lo "sfogo" di un silenzio o di una chiacchiera casuale e solipsistica. L'involucro più ampio della scena, il condominio borghese, assiste non impassibile all'immobilità e all'atonìa dei personaggi, ma appare come luogo fortificato, di feritoie per eventuali sentinelle (anche di un decoro abitudinario e di facciata?) e di tonfi sinistri, spaventevoli nel loro effetto di sorpresa, immotivato. Nella seconda strofa viene ripristinata la giusta distanza tra i protagonisti: e l'Io può osservare l'oggetto del proprio desiderio nel suo pallore e nella raucedine che ne distorce e in definitiva ne impedisce la parola, fissando, nella penombra, le trame astratte dei rami spogli sul muro e dei reticoli della persiana.

Così, gli sovviene un altro effetto di fuoco pallido, consunto (effetto di ossimoro, la figura retorica che unisce nel medesimo sintagma due elementi di significato contrapposto): quello, tutto culturale (traccia di una memoria comune, di un viaggio o di una esperienza condivisa?), di un poster che riproduce un quadro celberrimo di Matisse - il pittore francese appartenente al movimento dei fauves (belve) prediletto dal protagonista: appunto La stanza rossa, conservato a San Pietroburgo, che raffigura una scena simile a quella descritta dalla poesia. Nel quadro, c'è solo il personaggio femminile e, dominando il rosso, ci si trova in una situazione di miglior luminosità: ma la prospettiva ellittica, il rifiuto della legge prospettica e la qualità assoluta, non impressionistica né tantomeno realistica, del rosso di Matisse proiettano sulla quotidianità della scena raffigurata un effetto di straniamento talmente accentuato da potersi dire a pieno titolo metafisico. Così, viste le diverse proporzioni qualitative tra i due oggetti artistici, la poesia potrà essere letta innanzi tutto come un commento o una variazione sul tema proposto dal capostipite figurativo. E ancora:

M*, marzo





Le cose dal vero mi fanno paura
mi stanano in crepe o appigli di memoria

Le cose che guardo
scoprendone i nervi
e quelle che sfioro coi denti
come case catturano la luce
per meglio scomporre la grana
perlacea, l'ordito di polvere e foglie

Così mi annienti, se provo
a deliziarti di cronache minute
a dirti come sei viva
in questa mezzanotte di vento
in cui non ammetti nemmeno
la mia ombra alla tua bocca
alle parole che assediano il respiro
Sì e no una voglia
domenicale accende il finale
forse una nuvola resiste
dei pollini allo spigolo del viso






Quest'altro testo, che pure risale ai primi anni '90, pone in modo diretto, ben poco rappresentativo, ma con un intento piuttosto conoscitivo, il problema della percezione minuta degli oggetti, dunque dell'esperienza basilare della realtà. Il rapporto con le cose non è automatico né mimetico, per l'Io, travolto dalla loro qualità centripeta, che apre buchi, feritoie, vie di fuga, nella memoria e nella psiche. L'effetto è di esclusione del mondo, dalla casa della coscienza, semmai di sua ricostruzione in forme e linee semplificate fino alla scarnificazione, fino alla grana originaria della luce e a una polvere o cellula vegetale che viene dai primordî. Quindi il procedimento è quello dell'astrazione, in poesia mai troppo facile né scontato.


La situazione si complica quando, alla terza strofa, entra in scena il Tu, qui traccia di una divina Indifferenza (proprietà assoluta e imprevedibile del Femminile più autentico), capace di smascherare ogni finzione autocelebrativa o messinscena di dolcezza e disponibilità del soggetto maschile che mira ad ammantarsi di nostalgia per poi scattare verso effetti entropici più violenti e immotivati. di contatto fisico con gli elmenti naturali più fragili e fuggevoli, ma anche meglio disposti allo scatto e alla riproduzione della vita: la nuvola, con la sua promessa di pioggia, dunque di rinascita (la pioggia è simbolo tutto positivo nella poesia e anche nella vita di chi scrive); i pollini che invadono la cifra più unica e segreta della nostra individualità, il viso, e garantiscono - nel passaggio dalla natura umana a quella vegetale - il pegno di una rinascita possibile.

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