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Indice

Tema n.1:

L'inferno è qui.
Un esempio di lettura lucreziana
(rer. nat. 3, 978-1023)

Traduzione / Interpretazione

Il passo sulle pene dell’aldilà è senza dubbio uno dei più appassionati e appassionanti dell’intero poema – può valere come specimen sia compositivo che concettuale del De rerum natura; infatti esso offre in sezione un campione significativo della scrittura di Lucrezio e in sintesi una piccola summa del suo pensiero.

Atque ea nimirum quaecumque Acherunte profundo
prodita sunt esse, in vita sunt omnia nobis

980 Nec miser impendens magnum timet aere saxum
Tantulus, ut famast, cassa formidine torpens;
sed magis in vita divum metus urget inanis
mortalis casumque timent quem cuique ferat fors.
Nec Tityon volucres ineunt Acherunte iacentem

985 nec quod sub mano scrulentur pectore quicquam
perpetuam aetatem possunt reperire profecto.
Quamlibet immani proiectu corporis exstet,
qui non sola novem dispessis fugera membris
obtineat, sed qui terrai totius orbem,

990 non tamen aeternum poterit perferre dolorem
nec praebere cibum proprio de corpore semper.
Sed Tityos nobis hic est, in amore iacentem
quem volucres lacerant atque exest anxius angor
aut alia quiavis scindunt cuppedine curae.

995 Sisyphus in vita quoque nobis ante oculos est
qui petere a populo fascis saevasque securis
imbibit et semper victus tristisque recedit.
Nam petere imperium quod inanest nec datur
[numquam,
atque in eo semper durum sufferre laborem,

1000 hoc est adverso nixatem trudere monte
saxum quod tamen summo iam vertice rursum
volvitur et plani raptim petit aequora campi.
Deinde ingratam naturam pascere semper
atque explere bonis rebus satiareque numquam,

1005 quod faciunt nobis amnorum tempora, circum
cum redeunt fetusque ferunt variosque lepores,
nec tamen explemur vitai fructibus numquam,
hoc, ut opinor, id est, aeva florente puellas
quod memorant laticem pertusum congerere in vas,

1010 quod tamen expleri nulla ratione potestur.
Cerberus et Furiae iam vero et lucis egestas
Tartarus horriferos eructans fancibus aestus,
qui neque sunt usquam nec possunt esse profecto.
Sed metus in vita poenarum pro male factis

1015 est insignibus insignis, scelerisque luella,
carcer et horribilis de saxo iactu’ deorsum,
verbera carnifices robus pix lammina taedae;
quae tamen etsi absunt, at mens sibi conscia factis
praemetuens adhibet stimulos torretque flagellis,

1020 nec videt interea qui terminus esse malorum
possit nec quae sit poemarum denique finis
atque eadem metuit magis haec ne in morte
[gravescant.
Hic Acherusia fit stultorm denique vita.


Esaminiamo il passo lungo tre direttrici: la traduzione, la scrittura, l’interpretazione.



Traduzione



Coadiuvato dal Canali, uno dei traduttori più autorevoli fra quelli recenti[1], propongo la seguente versione:

Senza dubbio le pene, che si dice vi siano
[nell’Acheronte
profondo, ci sono riservate tutte in questa vita.

980 Né Tantalo infelice, come si tramanda,
[paralizzato da un
inutile spavento, teme l’enorme macigno che
[incombe
sospeso nell’aria; ma piuttosto nella vita il vano
[timore
degli dèi incalza i mortali che temono le disgrazie
che a ciascuno possa la sorte arrecare.
Né uccelli penetrano in Tizio, disteso nell’Acheronte,

985 né davvero possono trovare dentro il suo vasto
[petto
qualcosa da frugare per un tempo infinito.
Per quanto si dilati con la smisurata estensione del
corpo, da ricoprire con le membra divaricate non
[solo nove iugeri
ma l’intero globo terrestre,

900 non potrà tuttavia tollerare eterno dolore
[né fornire per sempre cibo dal proprio corpo.
Ma Tizio è in noi, prostrato nell’amore, lacerato
[dagli
uccelli e divorato da una straziante angoscia
[o sbranato da
una qualunque altra passione o affanno.

995 Anche Sisifo è qui nella vita davanti ai nostri
[occhi
ostinato nel chiedere al popolo i fasci e le scuri
[crudeli
ed è sempre costretto a ritirarsi battuto e afflitto.
Infatti aspirare al potere che è vano e
[irraggiungibile
e per esso patire di continuo una dura fatica.

1000 ciò è spingere con grande sforzo, lungo
[l’erta di un monte,
un masso che tuttavia poi di nuovo rotola
[dalla vetta
e raggiunge precipitosamente la piana del campo.
Infine, alimentare sempre l’ingrata natura
[dell’animo,
ricolmarla di beni senza saziarla mai

1005 (cosa che fanno per noi le stagioni dell’anno,
[quando
ciclicamente ritornano e portano i frutti e i diversi
piaceri senza che tuttavia, mai, siamo pieni dei
[frutti della vita),
questo, io ritengo, è la favola delle fanciulle che
[nel fiore
dell’età raccolgono acqua in un vaso forato

1010 che in nessun modo può essere riempito.
Cerbero e le Furie poi e le Tenebre e il Tartaro che
[erutta
dalle fauci orribili vampe: questi non esistono
[in alcun
luogo, né certo possono esistere.
Piuttosto nella vita è la paura delle pene per le
[cattive azioni,
1015 ed essa è crudele è proporzionata ai delitti,
[e l’espiazione
della colpa, il carcere e il terribile lancio giù
[dalla rupe,
le frustate, i carnefici, la violenza, la pece,
[le lamine, le
torce; anche se tutti questi mali sono lontani, pure la
mente, consapevole dei misfatti, anticipando il
[timore,
applica a sé quei tormenti, brucia sotto la sferza
[dei rimorsi

1020 e intanto non vede quale termine ci possa
[essere a quei mali,
né quale sia infine l’interruzione delle pene.
e per di più teme che queste in morte si aggravino.
Qui infine s’avvera per gli stolti la vita dell’Inferno.



Interpretazione



Passando al piano del senso, s’impongono due considerazioni: la serialità dei dannati dell’inferno lucreziano e la spiegazione razionalistica dei miti.

Passando al piano del senso, s’impongono due considerazioni: la serialità dei dannati dell’inferno lucreziano e la spiegazione razionalistica dei miti.


La serie canonica dei dannati dell’Ade è la seguente: Tantalo, Tizio, Sisifo, Danaidi, Issione. In Lucrezio manca Issione, il re dei Lapìti condannato a girare vorticosamente e perennemente su una ruota infuocata. Completa è la serie delle cinque condanne in Ovidio (Ib. 175 ss.; met. 4, 457 ss. e 10, 41 ss.), Fedro (App. 5,1 ss.), Seneca (Herc. Oet. 942 ss.; Herc. f. 750 ss.). Di solito la serialita è incompleta: Sisifo manca in Tibullo (1, 3, 73 ss.); la Danaidi mancano in Properzio (3, 5, 42 ss.), Ovidio (Ib. 191 ss.), Seneca (Ag. 15 ss.; Thy. 3 ss.; Phaedr. 1230 ss.; Oct. 621 ss.), Stazio (Theb. 4, 537 ss.); Issione manca in ([Platone] Axioch. 371 e), Lucrezio (3, 980 ss.), nel Culex (287 ss. ); Tizio manca in Properzio (4, 11, 23 s.), Seneca (Med. 744 ss.); le Danaidi e Issione mancano in Omero (l 576 ss.), Platone (Gorg. 525 e), Orazio (epod. 17, 66 ss. [con Prometeo al posto di Tizio]); le Danaidi e Sisifo mancano nell’Aetna (80 ss.), in Boezio (cons. 3, m. 12, 34 ss.); le Danaidi e Tantalo mancano in Seneca (ep. 24, 18), Giovenale (13, 51); le Danaidi e Tizio in Seneca (lud. 14, 3); Issione e Sisifo mancano in Properzio (2, 1, 65 ss. [con Prometeo sostitutivo di Tizio]; Issione e Tantalo mancano in Orazio (carm. 2, 14, 18 ss.); Issione e Tizio in Pausania (10, 31, 9 ss.); Sisifo e Tantalo mancano in Orazio (carm. 3, 11, 21 ss.); le Danaidi, Issione e Tizio mancano in Cicerone (Tusc. l, 10), Properzio (2, 17, 5 ss.); le Danaidi, Tantalo e Tizio mancano in Virgilio (georg. 3, 38 ss.) Problematica è la Nekyia virgiliana (Aen. 6, 595 ss.), dove mancano le Danaidi e Tantalo, mentre a Issione (unitamente a Piritoo) è sorprendentemente assegnata la duplice pena di Tantalo (vv. 601 ss., invece ai vv. 616 s. la pena della ruota – che in georg. 3, 38 e 4, 484 è canonicamente assegnata a Issione – concerne dannati anonimi).


Alcuni editori e commentatori (Munro, Giussani, Ernout) hanno inferito una lacuna nel testo lucreziano, da un lato accreditando la testimonianza di Servio (secondo la quale Lucrezio avrebbe parlato anche di Issione: ad Aen. 6, 596 per rotam autem ostendit negotiatores qui semper tempestatibus turbinibusque volvuntur) e dall’altro presumendo aporie formali e grammaticali ai vv. 1011-1013 (l’asindeto lucis egestas, Tartarus; l’anacoluto determinato dall’assenza di un verbo principale; qui riferito a sostantivi di genere diverso). Contrario alla lacuna lo Heinze, per il quale non Lucrezio bensì Virgilio è soggetto dell’ostendit serviano. Sostanzialmente scettici in merito altri studiosi, per i quali l’improbabile lacuna issisonica andrebbe eventualmente collocata dopo il v. 1010 (il Bailey) o dopo il v. 1002 (il Kenney). A favore dell’integrità del testo lucreziano si possono addurre due argomentazioni: 1) l’omissione di Issione non è anomala (come si è visto essa compare anche nell’Axiochus 371 e e nel Culex 287 ss.); la , menzione serviana della rota di Issione si trova in un contesto nel quale lucreziana è l’interpretatio, ma virgiliana la narratio.


Per quanto riguarda l’interpretazione, la tradizione classica non conosce letture univoche: il masso sospeso di Tantalo è allegoria della paura degli dèi in Lucrezio (3, 982 s.) e Plutarco (superst. 170 f), della morte in Cicerone (fin. 1, 60), dell’afflizione degli stolti ancora in Cicerone(Tusc. 4, 35). dell’ambizione in Macrobio (Somn. 1, 10, 15); il fegato divorato di Tizio è allegoria della passione incontinente in Lucrezio (3, 992-994), Orazio (carm. 3, 4, 77-79), Servio (ad Aen. 6, 596). e dei tormenti interiori in Fedro (App. 5, 8), Macrobio (Somn. 1, 10, 12); la pena delle Danaidi è allegoria dell’insaziabile avarizia in Platone (Gorg. 493 b-c) e in Lucrezio (3, 1003 s.), della dissolutezza inconsulta in Fedro (App. 5, 12); La ruota di Issione e allegoria del turbinìo politico per Servio (ad Aen. 6, 596), dell’avvicendarsi del caso per Fedro (App. 5, 9) e Macrobio (Somn. 1, 10, 14), il sasso voltolato e rotolante di Sisifo è allegoria dello sforzo ambizioso e fallimentare del politico in Lucrezio e Servio (ad Aen. 6, 596) [2].


Precedente illustre dell’interpretazione delle pene dei dannati come proiezione dell’infelicità dell’uomo – in altre parole dell’equivalenza vita-inferno – può essere considerato Platone (Gorgia 525 d-e); esso tornerà nell`esegesi allegorica del neoplatonico Macrobio (Somn. 11 10, 12 ipasam quoque poenarum descriptionem de ipso usu conversationis humanae sumptam crediderunt [sc. theologi]).


Ma la lettura lucreziana trova propri antecedenti nella demitizzazione del materialismo e del razionalismo classico: in particolare di Democrito (“taluni, ignorando la dissoluzione della natura mortale, per la coscienza della loro malvagità nella vita passano infelicemente in mezzo a turbamenti e paure il tempo della vita. creandosi nella fantasia false cose per il tempo dopo la morte”, Vors. 68 13 297 Diels-Kranz) e di Epicuro (“il più grande perturbamento sorge nelle anime degli uomini... o nell’attendere o nel temere, prestando fede ai miti, qualche male eterno”, ep. Herod. 81; cfr. anche l’epicurea cantilena, di Sen. ep. 24, 18 = fr. 341 Us.); anche se – si aggiunga – non sfuggirà che l’intervento lucreziano, arcuito da toni aspri e sarcastici, è più determinato e frontale.


Una lettura, questa lucreziana dei miti infernali, che non rimarrà isolata, ma sarà ripresa da un sistematico restauratore e dichiarato ammiratore del De rerum natura: Marullo il quale nell’Epigramma a Giovanni Làscaris rinvia all’Ade lucreziano non solo per le sequenze strutturali e le consonanze linguistiche ma anche per la dichiarazione programmatica. Infatti, a ben vedere, i vv. 35-38 dell’epigramma richiamano naturaliter l’incipit (vv. 978 s.) e l’explicit (v. 1023) del passo lucreziano:

nec quae oliva veteres pii
commenti lacubus sub Stygis ultimae
cuncta extrema merentibus,
sentimus nos mala perpeti


“e quei supplizi che gli antichi pii già idearono per coloro che meritarono rutto il peggio, nei laghi dell’estremo Stige, non ci avvediamo di soffrirli noi, nel presente” (trad. B. Croce).


Ma il Marullo non era epicureo né materialista; per cui anche in un testo e contesto di alta densità lucreziana egli si fa sorprendere dissonante dal suo autore. Un solo esempio. All’ultimo verso dell’epigramma leggiamo: (donec) solvamus misera haec membra anima gravi (“financo che sciogliamo, per ferro nemico, queste misere membra dall’anima molesta”). Al lucreziano dissolvere, verbo della disgregazione materialistica (Lucr. 3, 437 s.; 3, 455 s.; 3, 470; 3, 578 s.), il Marullo sostituisce solvere, il verbo della sopravvivenza platonica e cristiana. Una prospettiva particolarmente cara al Marullo il quale nell’unica poesia in volgare da lui scritta sembra fare l’esegesi di se stesso: “salute fia se l’alma anderà fore/di queste membra in pena possedute” (vv. 3 s.).

Note:


[1] Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose, Introduzione di G.B. Conte, Traduzione di L. Canali, Testo e Commento a cura di I. Dionigi, Milano 2000, seconda edizione.

[2] Il riferimento antologico lucreziano molto probabilmente peserà su un’immagine della famosa lettera del Machiavelli al Vettori: “Io mi logoro, e lungo tempo non posso star così che io non diventi per povertà contennendo, appresso al desiderio arei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessimo cominciare a farmi voltolare un sasso”.
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