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Indice

Tema n.1:

Le "Fetide fogne"

Testi da
Piero Camporesi, La casa dell’eternità, Milano, Garzanti, 1987

Quando si compirà l’ultimo atto e gli elementi si separeranno, allora avverrà l’«ultima purgazione del mondo» e tutto ciò che vi era di puro e di nobile rimarrà a glorificare i beati mentre tutto il residuo impuro, tutto ciò che sulla terra rimaneva di «feccioso, d’ignobile e schifoso», colerà nel puteus Abyssi, nella voragine della morte. La colata nauseabonda scenderà a lordare un luogo di limitate dimensioni, stretto e angusto. La «prigione d’inferno»[1] nell’età barocca (e in parte nel XVIII secolo) aspira sempre più a contrarsi, a restringersi, a tramutarsi in una cloaca soffocante. Il puteus interitus tende a restringere progressivamente il suo perimetro, a riassorbire la sua area, a concentrarsi in uno spazio bloccato, a ridefinire la sua volumetria. Pur ridotto a poco più d’un punto geometrico, eviterà con cura la trasformazione in puro luogo dell’immaginario, la decomposizione in astratta figura simbolica. Conserverà una solida dimensione spaziale, seppur circoscritta, in cui i tormenti, pur diminuendo di numero e di varietà, non perderanno nulla della loro intensità. Forse si fa lentamente strada la percezione d’una pena, non diversa ma più intensa, più morale e psicologica che fisica, la prospettiva d’un tormento sempre più interiorizzato. Il crollo dei grandi spazi dell’inferno medievale (valle «multae latitudinis ac profunditatis, infinitae autem longitudinis»[2]), la perdita delle vaste pianure e degli altissimi dirupi dove il ghiaccio e il fuoco si alternavano nella distribuzione delle afflizioni, conduce alla coagulazione e al restringimento (e alla semplificazione) dei tormenti, accentuando sulla «pena di senso», la pena interiore, la «pena di danno», la «perdita infinita», la totale e irreversibile perdita di Dio. L’«inferno del medesimo inferno», come dirà Paolo Segneri.

Il restringersi degli spazi è funzionale alla intensità e soprattutto alla qualità della pena. Né è casuale che fossero soprattutto i gesuiti a far circolare presso i gruppi dirigenti e i ceti superiori questa immagine soffocante e ripugnante dell’inferno ristretto, privo di luoghi appartati e riservati, latrina comune a tutti, nobili e plebaglia. La misurazione analitica e minuziosa degli spazi, l’accertamento matematico dei numeri, rientrava nella strategia del terrore computerizzato.

Sarà quella carcere lontana da noi tre mila e cinquecento sessanta miglia e distante dugento quaranta milioni di miglia dal Paradiso; di spazio non più ampio d’una lega di quattro miglia italiane, quanto basta a contenere ottocento mila milioni di corpi, se tanti fossero; perché una tal lega, ch’è misura di venti mila piedi, multiplicata cubicamente è capace di numero sì grande: dandosi sei piedi quadrati a ciascun di quei corpi, che non si reggeranno su le piante loro, ma saranno uniti insieme, come carboni o pietre nella fornace o come grani d’uva nel torchio o come spighe di zizania ne’ fasci[3].

Sei piedi quadrati pro capite. Troppo poco per passarvi tutta l’eternità. Il padre Ercole Mattioli (1622-1710), conterraneo e contemporaneo del cosmografo Giovan Battista Riccioli, se pur rifiuta la parte di «temerario geografo» non presumendo di tracciare la «topografia esatta» della «terra incognita» situata agli «antipodi dell’Empireo», di quel «paese ove non ha commerzio veruno l’umano intelletto», non rinuncia però alla tentazione matematica per impartire una lezione sull’aldilà ai suoi nobili allievi del collegio gesuitico di Parma. Il calcolo preciso gli serve ottimamente a delineare, con la glaciale autorevolezza dei numeri, la pianta della prigione dove, come nei più famosi carceri dell’antichità in cui gli schiavi sentivano «dalla putredine internata nelle viscere staccarsi di giorno in giorno da sé un pezzo di sua umanità», il lezzo soffocante moltiplica il tormento dell’immobilità coatta.

Da tale angustia di luogo, pieno non solo di fumo solforato, ma d’ogni immondizia, d’ogni putredine, d’ogni veleno e d’ogni più abominevole schifezza, ne deriverà una pena d’intollerabile fetore, peggior di quello che scoprì di là dell’Eufrate l’imperadore Traiano, all’ingresso d’un antro, da cui usciva un alito così pestifero che soffrir non poteano né gli animali terrestri, né gli uccelli dell’aria, né meno nel passarvi sopra di volo, senza cader esanimi...; poiché in quel luogo eravi pur qualche apertura, onde esalasse e si dispergesse parte di quella maligna e dispiacevole qualità; laddove nell’inferno sarà quella peste sempre tutt’unita senza dissiparsi e senza verun esito, per cui traspirando di fuori si rallenti la contumacia del puzzolente e corrottissimo odore ch’infetterà in modo que’ corpi che, se un solo s’esponesse alla vista del giorno, cagionerebbe (dice il Serafico Bonaventura) una generalissima pestilenza nell’Universo. E nulladimeno, legati insieme que’ miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca l’uno dell’altro, saranno necessitati a respirare con nausea una mortalissima via o una vitalissima morte.
Aggiungasi che la strettezza della prigione cagionerà un altro strano tormento, cioè tra tanti dolori, l’esser affatto immobili, cosa ch’esaggerò per appendice d’ogni carneficina e per pruova d’invitta costanza, il teologo Nazanzieno nel martire Aretuso, quando tutto legato, con esser prima stato di mele intriso, fu esposto, senza potersi riparare, alle punture di crudelissime vespe
[4].

Per la «nobiltà dilicata», per i nobili rampolli avvezzi a vivere nei grandi palazzi aviti, a muoversi nei saloni spaziosi delle ville, a galoppare nelle cacce, a godersi una vita senza confini, uno spazio tanto ristretto, un habitat così abominevole doveva produrre sensazioni d’intollerabile angoscia. L’angustia opprimente dell’angolo cottura di sei piedi, l’immobilità forzata, la coabitazione immonda con gente ignota, equivoca, di basso rango, lurida e limacciosa, alito contro alito, pelle contro pelle con «miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca», appariva infinitamente superiore alle possibilità di sofferenza degli altezzosi signori, ancorché defunti. Per il controllo preventivo dello stato delle anime dei trapassati, la minaccia olfattiva offriva ai gesuiti un magnifico strumento di salutare spavento. Il fetore del povero, il respiro del suo lezzo, l’inalazione del suo odore sociale, lo stillicidio dei suoi umori escremenziali, quella cruda intimità vissuta contro voglia, quel terribile e audacissimo «bocca a bocca», quel bacio repellente, dovevano scatenare repulsioni viscerali, intensi disgusti classisti, rigetti violenti nei confronti di un troppo confidenziale e indecente contatto, di un inammissibile status promiscuo nel buio del sottosuolo, in quel puteus ignivomo e nefando dove tutti i liquami del mondo si riversavano a cospargere i corpi di laido miele nero. Quell’intimità era inaccettabile, la minaccia di quell’atroce bacio peggiore d’ogni contatto infetto, più orrendo di quel bacio disperato che gli incurabili (come raccontava Cesario d’Heisterbach) cercavano di strappare, in remote caverne, ai serpenti, medicamento estremo denso di «schifo, stomacagione e orrore all’umana natura».

E qual apprensione non dà l’offerirsi per piaghe incurabili alla grotta di qualche serpente, fidandosi ch’il bacio d’animal velenoso, che gli lambisca la fracidezza, gli abbia a giovare più che l’arte de’ cerusici, con ferire e avvelenare non altro che il morbo[5].

La transplantatio morbi non era praticabile all’inferno, in questa immortale latrina che i gesuiti aprivano davanti agli occhi (ma soprattutto davanti al naso) dei signori, consapevoli del trauma profondo che nelle regioni viscerali e negli apparati più nascosti avrebbe provocato. L’abbraccio intimo con l’uomo-lumaca, col miserabile straccione, piagato, lordo, fetido, col verminoso relitto delle strade, escrezione maligna del corpo sociale più corrotto, si presentava ai sensi dell’aristocratico come la peggiore delle possibili cadute in basso. Dagli aromi, dagli oli, dagli unguenti balsamici alla peste e ai bubboni aperti del sottosuolo.

La pena dell’olfatto, componente strutturale dell’infernalità, non era certamente sconosciuta agli aldilà medievali: il foetor incomparabilis[6] è presente ovunque ma diluito in grandi regioni dove le anime non si ammassano spremute come acini nel torchio. Nell’inferno barocco la claustrofobia mefitica diventa gigantesca oppressione collettiva. Ogni traccia di contrappasso, di rapporto fra colpa e castigo, scompare. Il fuoco fetido, uguale per tutti, incenerisce ogni residuo di personalità. Nelle sterminate colonie penali sotterranee l’anonimato promiscuo diventa legge generale, regolamento carcerario per tutti gli ergastolani. Un’ansia nuova, più sottile e impalpabile, rende lo stretto budello (non più puteus magnus come ai bei tempi di Beda il Venerabile) ancor più ributtante ed esizioso. Immobilità, intimità repellente, fecciosa, ignobile. Scomparsi i grandi spazi, finita la stagione delle cacce selvagge, delle bufere vorticose, delle corse rabbiose di folletti alla Gianni Schicchi, i voli aerei, gli scontri tumultuosi fra opposte schiere, i ludi diabolici, gli stratagemmi dei tormentati, le maliziose astuzie dei diavoli, le risse plebee e i risentimenti eroici, finita la magnanimità statuaria insieme agli alterchi basso-realistici e alle scudisciate verbali da taverna gotica, esaurito il repertorio di bestemmie e di gesti oltraggiosi, gli atteggiamenti tracotanti ed agonistici. Scomparsa ogni traccia di movimento, i corpi e le lingue, le mani e i piedi schiacciati e premuti da una folla confusa di dannati già sulla strada di diventare massa di dannati, preludio, si direbbe, a una dannata società di massa: il contenitore inferico barocco è progettato, infatti, per assorbire ottocento miliardi di corpi in uno spazio non più vasto di quattro miglia. Programmata razionalità di gusto moderno, anticipatrice degli stipati contenitori umani contemporanei, dei cimiteriali alveari di vivi delle attuali megalopoli. L’inferno di massa alla fine del Seicento è ormai alle porte e i gesuiti lo prevedono scientificamente, misurandolo con occhio aritmetico rivolto al futuro. La preveggenza dei figli di S. Ignazio non può non suscitare la nostra partecipe ammirazione, anche se le loro previsioni e i loro calcoli sembrano anticipare le città dei viventi più che gli ospiti dei (malamente) defunti. Avevano indubbiamente visto giusto, ma la loro profezia col passare del tempo si è completamente rovesciata: la loro mappa delineava minutamente non l’altra città, quella invisibile, ma le visibilissime rovine delle nostre moderne necropoli.

Lontano è ormai l’inferno-caos di San Pier Damiano, la «regio dura», la «terra afflictionis... turbinis et caliginis... in qua nullo ordo... ubi vinculorum fertilis multitudo, planctus et gemitus et alternantia mala impios sine pietate discerpunt»[7]. Qui né turbini, né varietà di dolori («alernantia mala»), ma una tetra invarianza di posizioni impossibili e dolorosissime. Scomparsi i diavoli cachinnanti di San Beda, scomparsi quelli di frate Giacomino da Verona, feroci predatori scatenati alla caccia dei dannati («corando como cani k’a la caça è faitai») che, dopo averli abbattuti, trascinano dentro la città maledetta con un laccio al collo «et un spago entro ’l naso», secondo la vecchia tecnica dell’uso venatorio. Per affumicarli poi sotto i camini (come i montanari usano ancora oggi con le carni di bue o di porco). «Vaccinae carnes – osservava Sant’Antonio da Padova in un sermone – suspenduntur ad fumum et ibi reservantur donec comedantur. Sic daemones carnes talium quae hic accuratae nutritae sunt, ad fumum infernalem suspendent usque dum transeant ad maiorem poenam incendii»[8].

Carni scelte di golosi e impenitenti adoratori del ventre (mediatorium latrinarum) che con troppo amore avevano atteso a selezionare con cura i migliori bocconi per i loro corpi di obesi intemperanti.

In questo iperrealistico inferno folclorico, il «furor rusticorum» sembra essersi trasferito nelle masnade dei selvaggi predatori d’abisso che si abbandonano a cacce plebee, ignobili, antinobiliari e antifeudali, impugnando (armi improprie) gli arnesi di lavoro dei campi come in una tumultuosa jacquerie contadina, guidati da «un gran vilan/ de lo profundo d’abisso, compagnon de Sathan,/ de trenta passi lungo con un baston en man,/ per beneir scarsella al falso cristian». Scenografie da ludi carnevaleschi, tolte, si direbbe, dalle rappresentazioni infernali di piazza nelle quali si ergevano colossali mascheroni di giganti brandenti mazze e randelli. Un inferno mosso, sanguigno e vitale, percorso dagli odori degli arrosti o da quelli delle carni appese ad affumicare sotto il camino, calato in un paesaggio agreste nel quale i giganteschi diavoli-villani sembrano reincarnare i «pilosi» satiri della Vulgata.

La gestualità scomposta di questi sguaiati demoni della selva, gli atteggiamenti canaglieschi, da bassa macelleria, che inturgidiscono in «gran furor» e «ira», il movimento frenetico, convulso di questi irosi «salvatici» scatenati in una caccia sanguinosa, simili a furibondi macellai posseduti dall’ansia del massacro e del linciaggio, che, segugi spietati, braccano l’uomo-bestia, il cinghiale umano per svenarlo, farne strazio, appenderlo con una corda infilata dentro il naso, si sono dissolti in una immobilità funerea.

Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
Ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni...
L’un diavolo cria, l’altro ge respondo,
l’altro bato ferro e l’altro cola bronço,
Et altri astiç a fogo, et altri corro entorno,
Per dar al peccaor rea noio e reo çorno
. . . . . . . . . .
Pur de li gran diavoli tanti ne corro en plaça
Ké quigi da meça ma no par ke se g’afaça,
Crïando çascaun: «Amaça, amaça, amaça!
ça no ge po' scampar quel fel lar falsa-capa».
Altri prendo baìli, altri prendo rastegi,
Atri stiçon de fogo, altri lançe e cortegi,
No fa-gi forza en scui né ’n elmi, né ’n capegi,
Pur k’i aba manare, çape, forke e martegi[9].

Una caccia convulsa e barbarica, senza regole, villanesca e plebea, una caccia-linciaggio, tumultuosa e ottusamente selvaggia:

Altri ge dà per braçi, altri ge dà per gambe,
Altri ge speça li ossi cun baston e cun stanghe,
Cun çape e cun baili, cun manare e cun vanghe,
Lo corpo g’emplo tuto de plagh molto grande.
En terra, quasi morto, lo tapinel sì caço;
No ge val lo so plançro ke perço igi lo lasso;
Al col ge çeta un laço et un spago entro ’l naso,
E per la cità tuta batando sì lo strasso.

La scena è profondamente cambiata. La stagione delle grandi cacce finita. I camini chiusi. Immobilità tombale, contatti viscidi, corpi repellenti, gocciolanti, mantecati da immondizie e lordure. Situato agli antipodi degli olezzanti luoghi edenici, a distanze abissali dal paradiso balsamico, l’inferno giace sprofondato nel fetore del liquame. I «conversi» di questi cupi e maleodoranti chiostri annusano un’aria molto lontana da quei piccoli, deliziosi paradisi terrestri, da quegli eremi che – secondo Pietro Damiano – ristoravano con gli aromi delle virtù i silenziosi contemplativi che si muovevano fra celle e chiostri fragranti.

Eremus est paradisus deliciarum, ubi tamquam redolentium species pigmentorum, vel rutilantes flores aromatum, sic flagrantia spirat odoramenta virtutum. Ibi siquidem rosae charitatis igneo rubore flammescunt; ibi lilia castitatis niveo decore candescunt, cum quibus etiam humilitatis violae dum imis contentae sunt, nullis flatibus impelluntur; ibi myrrha perfectae mortificationis exsudat et thus assiduae orationis indeficienter emanat[10].

Ospedale e prigione insieme, l’inferno barocco sarà totalmente privo di quei pur piccoli sollievi che a carcerati e a infermi portano qualche temporaneo ristoro. Paese dell’insonnia e del ricordo perpetuo, della prigione avrà la «strettezza», le «tenebre», il «fetore». Nell’Inferno aperto al cristiano perché non v’entri, «enchiridion» loyolano dove le «considerazioni delle pene infernali» vengono «proposte a meditarsi per evitarle», la vecchia regio gehennalis si è contratta in un piccolo affollatissimo carcere che l’«istesso Signore» ha fabbricato nell’infimo luogo dell’universo... perché s’allontanasse sommamente dal Cielo». In questa prigione che, diversamente dai calcoli del suo correligionario Ercole Mattioli, disterebbe dalla superficie della terra quattromila miglia anziché tremilacinquecentosessanta,

benché il luogo sarà pur troppo capace, tuttavia i dannati non avranno né meno quel sollievo che prova o un povero prigioniero passeggiando tra le sue mura, o un misero ammalato rivolgendosi nel suo letto... E questo sì per la moltitudine de’ condennati, a cui riuscirà angusta quella gran fossa; e sì molto più perché il fuoco medesimo servirà loro di ceppi e di catene... Per tanto quei miserabili non solo saranno ristretti, ma saranno anche immobili; e però se un beato (dice S. Anselmo nel libro delle sue Similitudini) sarà così forte che potrebbe ad un bisogno muovere tutta la terra, un reprobo sarà così fiacco che non potrebbe allontanarsi da un occhio un verme, che glielo rodesse. Avrà dunque quella carcere le sue mura grosse più di quattro mila miglia, cioè quant’è da noi all’inferno; ma pure sebbene le avesse sottili come una carta, saran così deboli i prigionieri che non potrebbero romperle e fuggirsene via[11].

In quella buca coleranno «tutte le immondezze della terra» e lo «zolfo stesso renderà una puzza insoffribile, ardendo sempre in una quantità sì prodigiosa. E finalmente i medesimi corpi de’ dannati spireranno un odore sì pestifero che un solo di loro posto nel nostro mondo... sarebbe bastante ad ammorbarlo»[12].

Qual sarà quell’alito pestilente che esalerà la caverna ove s’accoglie insieme la moltitudine di tutti i demoni tormentatori e tutti i corpi de’ tormentati ristretti in uno, senza respiro? L’aria stessa lungamente chiusa, senz’altra aggiunta, diviene insopportabile; giudicate che sarà mai una sentina di tante e sì stomacose immondezze, priva di esalo?... Questi sono i Palazzi superbi che si apprestano con la loro alterigia quei che dispregiano i poveri e gli ributtano da sé come fetenti[13].

La prospettiva d’essere costretti a coabitare col lezzo del povero in un imbuto soffocante, in una fogna di miserie, viene utilizzata anche da questo gesuita tosco-lombardo, fratello inseparabile di padre Segneri, per provocare un soprassalto di morale classista. La reazione provocata dal fetore degli straccioni, in un secolo, il XVII, in cui la marea pauperistica saliva soffocante e allarmante fino a lambire il piano nobile dei palazzi patrizi, suscitava un corto circuito fisico prima ancora che sociale, un rigetto istintivo da riflesso condizionato.

Tu non puoi ora patire il puzzo di un povero – ammoniva Paolo Segneri – il quale ti offenda leggiermente le nari in avvicinartisi. Che ti par dunque? Potrai tu reggere a quelle fetide fogne, dalle quali dovrai sentirti appestare, soffogare, aggravare d’eterna ambascia[14]?

La desolante ipotesi di coabitare per l’eternità con i rifiuti delle strade accatastati in una pila di lerci «picchiaporte», di rimanere in perenne, intimo contatto con la carne di «putridi vermi» umani e di «sordide lumache», di aspirarne l’alito, di assorbire attraverso i pori le loro infette esecrezioni; di sentirsi colare addosso la bava e la schiuma di uomini-insetto nutriti di schifosi rifiuti, faceva scattare la molla d’una ripugnanza illimitata. Come in un triste sogno innescato dal lento stillare di umori pituitosi gocciolanti muco e catarro, si avvicinava agli occhi dei nobili l’aborrito fantasma escrementizio dei miserabili contaminatori degli elementi e della pace sociale, gli inquinatori dell’aria e dell’acqua da tutti allontanati con ribrezzo, le sordide larve degli affamati razzolanti fra la spazzatura, dei pitocchi nutriti di escrementi, portatori di miasmi pestiferi e di lordure. Uomini del putrido, creature dell’immondo come i vermi, le mosche, i topi, i rospi, i pidocchi. Tanto più temute queste abominevoli presenze perché non schivabili laggiù, dove i corpi saranno «non soltanto ristretti, ma anche immobili», là dove il nobile reprobo colpito da una profonda, torpida cachessia non avrebbe avuto la forza di muovere un dito, incapace di allontanare «da un occhio un verme, che glielo rodesse»[15]>. Lo spettro della città-ospedale, della città contagiata da «la copia, il sudiciume e ’l lezzo d’innumerabili poveri vaganti giorno e notte per la città», su cui incombe «il puzzore intollerabile de’ poveri, degli infermi, e de’ cenciosi»[16], respirare «il fiato e gli aliti putridi»[17] della «minutaglia»[18], gli «aliti putridi tramandati da’ corpi già infermi e maltrattati dalla fame, dalla sporchezza e da’ disagi»[19]; l’incubo della città non ventilata, dall’aria corrotta come nell’«angustia degli ospedali»[20], per la «densità degli aliti maligni»[21], l’oppressione della turba, della moltitudine affollata e pigiata, del surriscaldamento provocato da «tanta gente calcata»[22]; il ribrezzo della «traspirazione comunicata da persona a persona, e di persone né pulite, né vestite che di cenci sordidi e putentissimi»[23], rispuntano nella città-inferno superaffollata e surriscaldata evocata dalle parole dei predicatori del XVII e del XVIII secolo. I ricchi «lautamente pasciuti»[24] avrebbero ritrovato all’inferno la medesima realtà quotidiana delle città in cui erano vissuti, lo stesso livido panorama umano, evitato con tanta cura, gli stessi «mendici e famelici... morti di languore»[25], gli stessi «aliti putenti de’ poveri provinciali»[26] che, chiusi nei palazzi o appartati nelle ville, avevano cercato di dimenticare annusando muschio, ambra e zibetto.

Questa ventilata promiscuità democratica post mortem doveva essere più temuta della morte stessa. Orrore fisico e cattiva coscienza rendevano insopportabile il pensiero d’un simile soggiorno, la minaccia d’una lercia coabitazione protratta per l’eternità.

Ospedale degli incurabili per un numero infinito di secoli, quest’inferno di corruzione fisica, di sanie e di tortura olfattiva si presentava sulla terra col volto ributtante del pitocco razzolante fra i rifiuti, dello straccione piagato e livido. C’era da riflettere e da meditare atterriti sulle pene non eroiche, degradanti, del mondo dei morti che proiettava, prolungata nell’aldilà, l’ombra dell’affollatissimo ospedale dei poveri, inferno dei vivi.

Chi poi voglia meglio intendere la forza del fiato putrido degl’infermi e particolarmente delle ulcere, piaghe sordide, parti mortificate e cancerose, rifletta che un sol uomo afflitto da ulcera maligna, colla sanie ivi generata e raccolta, produce intorno al suo corpo un’atmosfera putentissima, nauseosa e di tal efficacia che offende chiunque v’entri e la respiri; a tale che le persone non avvezze ad osservare tal sorta di malattie o di natura schifosette, cadano in deliqui. Quest’atmosfera corrompe l’aria vicina e successivamente tutto il resto dell’aria che riempie i piccioli stanzini, e quindi l’intera corsia dell’ospedale; onde contamina le vesti e in certo modo il pavimento e le pareti stesse[27]>.

Non è una interessata descrizione uscita dalla bocca di un predicatore afflitto da sindrome ospedaliera, ma il realistico referto tracciato da un medico napoletano operante nella capitale dei Borboni nel Settecento riformatore. L’inferno gesuitico, l’immagine della città corrotta, ripeteva, in una drammatica sinopia, l’affresco della metropoli dall’aria marcia, «mofeta» e «sentina» distemperata dalle innumerevoli presenze di «minutaglia» corrotta nel sangue e piagata nella carne.

La cupa realtà dell’ospedale, dove i processi di trasudazione, di putrefazione, accelerati dall’aria «condensata o più imbrattata di sordide esalazioni»[28] s’insinuavano nei corpi, dove gli «aliti degl’infermi son putridi e bevuti dei sani svegliano in costoro somiglianti malattie»[29], evocava quella, non molto dissimile, della maligna dimora infernale.

In realtà fra sani e malati, fra l’inferno dei vivi e quello dei morti, le distanze erano limitate, e la differenza più che altro quantitativa.

... è d’uopo aggiungere che la traspirazione de’ sani, benché in paragone molto men viziosa, tuttavolta è dell’istessa indole, o sia molto disposta a putrefarsi; talché tra la traspirazione di un sano e quella d’un infermo vi passa differenza di grado e non di genere[30].

In una realtà degradabile e corruttibile, la differenza fra stati di corruzione e di putrefazione – pensava Tommaso Fasano – era soltanto «di grado e non di genere», dal momento che la «natura degli umori animali... tende per se stessa al corrompimento» e lo stesso sangue «circolante ne’ suoi canali» porta con sé il «principio della corruttela»[31].

La materia che noi traspiriamo e tutti gli umori che dal nostro corpo sotto diverse forme si espellono hanno la qualità putrescente che ne’ morbi si esalta e divien manifesta. Così la stanza, in cui dorme una persona, acquista nella notte tal puzza che la persona stessa, se dopo essersi levata di letto ed esser passata in altra stanza, torni ad entrarvi, se ne disgusta; onde dà luogo all’aria esterna fresca e pura di subentrarvi e di espellerne la racchiusa e contaminata dalla traspirazione. Simili a questa è il lezzo de’ panni lini che usiamo a carne nuda, e de’ fazzoletti e delle tovagliuole che adoperiamo per rasciugarci e pulirci, per non far parola di altro. Il sudore stesso (né io parlo di quello delle febbri acute e maligne, ma de’ sani) è sovente puzzolentissimo; e pure non è diverso dalla materia che insensibilmente si traspira; né si può dire che sia umor travasato da’ canali, e perciò già ristagnato e corrotto. Vi ha persone il cui fiato nello stato naturale è fetidissimo e i cui umori talmente son viziosi che in breve tempo logorano le biancherie e le vesti col sudore; onde in tali soggetti giudicano i medici doversi temere di mal di petto o tisichezza, tosto che tal morbosa materia cessi di separarsi dal sangue e di venir fuori per mezzo della traspirazione cutanea.
Chi poi non sa che ne’ catarri, qualora sono maturi, l’umore scrementizio del naso e delle fauci si differisca pochissimo dalla vera marcia
[32]?

Gli incubi dell’aria non condizionata, perennemente guasta e corrotta, inspirata in una «cava piena di fuoco» in cui lo stesso fuoco sarà «quivi ristretto e senza esalo»[33], riconduce ancora una volta all’immagine della città inquinata e contagiata, appestata e dissenterica, dove i fuochi ardevano in continuazione nelle strade e nelle case, sia d’inverno che d’estate: bracieri da cui uscivano odori acri e pungenti, cataste di fiamme dentro le quali bruciavano legne aromatiche mescolate ad escrementi animali esalanti zaffate micidiali e fumi purificatori tanto violenti da ricacciare nel nulla gli spiriti volatili e il nemico invisibile che maligno si muoveva, inafferrabile, nell’aria. Già nel «tempo del sospetto» la città prendeva un’aspetto infernale: il fuoco anziché divenire strumento di deodorizzazione, inspessiva la siepe olfattiva, assecondando la strategia della odorizzazione forzata e profilattica dell’ambiguo elemento aereo. Il fuoco, come nell’inferno, diventava cupo, fetido, impuro e riprendeva quelle valenze demoniache insite e latenti nella sua doppia, bivalente natura.

Si verificava allora l’esatto contrario di quello che era stato ipotizzato astrattamente da Gaston Bachelard: «una delle ragioni più importanti della valorizzazione del fuoco è forse la deodorizzazione. È in ogni caso una delle prove più dirette della purificazione. L’odore è una qualità primitiva, autoritaria che s’impone con la presenza più ipocrita o più importuna. Viola veramente la nostra intimità. Il fuoco purifica tutto perché sopprime gli odori nauseabondi»[34]. E invece la città, grazie al fuoco inquinatore, diventava ancor più nauseabonda: venivano bruciate pelli, unghie di animali, zolfo, cuoio, sudiciume e sterco, tutto quanto poteva sprigionare acri, vomitevoli effluvi utili (così si credeva) a tener lontanti gli agenti segreti, gli spiriti volatili che filtravano attraverso i pori, gli aromi malefici che navigavano occulti nell’atmosfera.

Purificatore o inquinatore, potenza salvifica o ministro dell’ira divina, il fuoco coagulava nelle sue molteplici e discordanti qualità le opposizioni più inconciliabili. Ambiguo e polivalente, gli ermeneuti dell’occulto non avevano mancato di leggervi significazioni a doppia faccia, di mettere in luce un drammatico giuoco di contrasti e di opposizioni. Nella fiamma si celavano messaggi simbolici profondamente divergenti: «il spirito Santo e la vendetta, il buon desiderio e il fervore dello spirito, l’ardore della santità e l’impazienza, il lume della scienza e l’invidia, la virtù della carità e la lussuria, la concupiscenza e il buon desiderio, la pena eterna, il fuoco del Giudizio, l’eccellenza temporale e l’inganno dell’Anticristo, l’avarizia e la tribolazione»[35].

La città-fornace rappresentava la versione moderata e «civile» della «fornace sempiterna» (sul fetore tenebrosae fornacis aveva già insistito Beda) dove il «fiato dell’ira di Dio le serve di mantice per aumentare a dismisura la forza delle sue vampe»[36].

Nell’«infelice paese» i reprobi saranno

tutti come di fuoco imperocché quella fiamma sì viva e sì dilatata non ci affliggerà solo di fuori, come accade ora in terra, ma ci penetrerà nell’ossa e nelle midolle e nell’intimo dell’esser nostro... Sarà ogni dannato come un forno acceso, che ha le sue vampe dentro di sé, dentro il suo seno; onde bollirà quel sangue immondo nelle sue vene, il cervello dentro il suo cranio, il cuore dentro il petto, le viscere dentro quel corpo infelice[37]...

Ignis sapiens, solerte e dotto stupratore d’ogni intimità, ignis inesplicabilis, magico aiutante del signore, brucerà le carni senza consumarle. La «fiamma tartarea» non elargita prometeicamente «per benefizio dell’uomo», ma soffiata «per vendetta degli empi», accesa in «materia sulfurea e bituminosa», demolirà e nello stesso tempo imbalsamerà la carne dei dannati impedendo, come il sale, la loro corruzione: «abbrucierà senza consumare, e però è paragonato da Cristo al sale “Omnis enim igne salietur” (Marc. 9.48) perché tormentando con ardori impercettibili, come fiamma, vieterà a’ reprobi il corrompersi, come sale»[38].

Nella morfologia dell’inferno-tomba in cui il fuoco è protagonista assoluto, lo spazio ha confini, seppur ristretti, ora dilatati ora rinserrati, sempre comunque in movimento, componibili.

Sotto la sferza d’una fiamma immortale, impara a chiuder dentro a’ termini l’infinito e a render capace un centro indivisibile d’albergare l’interminata circonferenza d’una eternità di tormenti[39].

Un infinito ristretto, un punto dilatato e infuocato che miniaturizza l’immenso di una tomba, una immensità perimetrata in un «centro indivisibile», un punto dilatato fino a diventare «interminata circonferenza» nella quale l’eternità vi giacerà imprigionata.

Sotto le suggestioni della nuova fisica, si svilupperà nel Seicento il paradosso dell’infinità del finito: controllato delirio in cui geometria, astronomia, matematica innescano l’entusiasmante giuoco dei nuovi mondi, dei nuovi infiniti, degli spazi dilatati o contratti. La vertigine degli spazi contagia il perimetro buio e limitato del «regno dell’insonnia»: il secolo che ha impresso febbrile movimento alle forme, frantumando il cosmo tolemaico, nutrendosi di sogni d’infinito, ha tuttavia costruito un inferno gesuitico di finitissima misura. Ma la tentazione del movimento riaffiora, pennelleggiando un luogo punitivo flagellato da perenni ondate di fiamme, un mare perennemente agitato, sconvolto, come in certi paesaggi coevi, da furiose tempeste.

Il genovese Romolo Marchelli (1610-1688), generale dell’ordine dei barnabiti, un virtuoso del barocco sacro, dipinge uno scenario inferico mosso e concitato, molto lontano dal paese bloccato dei predicatori gesuiti.

Sorge dal fondo un Mar di fuoco, che non ha lido tributato da Flegetonti non favolosi, e sconvolto da perpetue tempeste; su le cui onde spumeggiando i furori, nuotando le Furie, portano in ogni parte nuovi tormenti, e alla preda delle vite corseggiandovi in ogni tempo la Morte, vi tiene spiegate tutte le sue insegne più dolorose, fuor che la Falce omicida.
Vive senza alimento il fuoco, se pur famelico di tormentare non si pasce delle altrui pene, ma dalla lunga astinenza irritato, accanisce di rabbia; e già che non può saziar la fame col pasto, che sempre morde coi denti, diventa de gli altrui martìri più affamato carnefice, e con crudeltà più che ircana ferocemente s’intigra. Con matrimoni ce la morte non può disciogliere, s’ammogliano con le fiamme i ghiacci; e serbandosi reciprocamente una fede spietata, attendono con capricciose libidini a figliuolar pene e tormenti che portando da’ seni materni ambe le somiglianze de’ genitori, sono ardori che agghiacciano e son geli che ardono. Ecco l’inferno
[40].

Regno del caos, della contraddizione, del rovesciamento, fin dai tempi dei Padri fondatori l’ordine vi è sconosciuto: «nullus ordo» – secondo Gregorio Magno governava l’abisso – «non quod Deus tormenta non ordinet secundum merita singulorum, sed quia in suppliciis propria rerum qualitas non servatur»[41]. Nel XVII secolo il regno del disordine diventa dominio dei contrari, delle antitesi, degli ossimori: violata ogni legge di natura, ogni proprietà delle cose («rerum qualitas») viene alterata, ogni geometria violentata.

Il luogo, che per legge naturale deve essere uguale al luogato, ristretto carcere, serra innumerabili prigionieri, angusto serraglio chiude più fiere di tutte le selve, piccola fornace alberga vastissimi incendi, penetrandosi i corpi la parte ristringe il tutto, capisce la circonferenza nel centro, lunghe linee trovan luogo in un punto, qualunque superficie entra in una linea e dentro ogni superficie s’ammirano profondità orribilmente abissate[42].

Tracciata da un Euclide impazzito, questa geometria delirante è perfettamente sintonizzata con le acrobazie sperimentali della più audace architettura barocca.

La morfologia medievale del Paese della paura, del formidabile regnum di senechiana memoria si sta sbriciolando sotto i colpi dei bene organizzati deliri di nuovi costruttori che scompaginano la topografia dei vetusti magazzini criminali dell’orrore. La struttura dantesca è terribilmente lontana, come se mai fosse stata innalzata e minuziosamente rappresentata. Di quell’ammirevole ordinamento nulla rimane. Il suo modello diventa tanto obsoleto e remoto come se fosse stato tracciato da un Euclide solitario, da un S. Tommaso astratto e tanto fantastico da smarrirne il progetto. Nessuna traccia delle bolge, degli strapiombi, delle lande, delle selve, delle paludi, dei fiumi, delle vallate, delle ghiacciaie, delle torri, delle «meschite», delle arche, dei castelli, delle città. Il «paese diverso» tutto si è dissolto in un indecifrabile, amebeico spazio, quasi più mentale che geometrico, in un luogo restringibile e dilatabile senza centro né periferia in cui, anzi, il centro può diventare periferia e dove «centrale» e «periferico» svolgono le funzioni di variabili intercambiabili: «la parte ristringe il tutto, capisce la circonferenza nel centro, lunghe linee trovan luogo in un punto, qualunque superficie entra in una linea». La strada per arrivare a un non-luogo ormai è aperta.

In questa polimorfa e transdisciplinare «scuola di tormenti» il fuoco diventa l’unico polivalente carnefice. Aemulus ignis, come voleva Tertulliano, la fiamma gareggia nell’inventare tutti i supplizi e nel sostituirsi a tutte le pene incorporandosi con tutti gli elementi. Ignis inexplicabilis, si trasforma nel grande manigoldo esperto di tutte le carneficine e dotto in tutte le discipline del dolore. Proteo tartareo,

con brutte metamorfosi alterna forme terribili e mostruosi sembianti. Acciò l’udito nel tormento non ceda, con mille urli di fiere e di mostri discordi, accorda spaventosi concerti. Acciò vinca l’odorato, svapora legati in un solo fetore tutti i fetori delle cloache più puzzolenti. Acciò il gusto non resti vinto, degli assenzi, dei fieli, delle mirre e de’ tossici distilla ne’ lor palati le quinte essenze più amare...
Quivi, non contento il fuoco d’aver imparato a torturare ingegnosamente gli spiriti, a fiammeggiar senza risplendere, a vivere senza cibo, ad ardere senza incenerir, ad occupar picciol luogo senza lasciar d’esser grande.. fatto emolo de’ condiscepoli tormentatori, gareggia con essi nel tormentare
[43].

In quel fuoco un Dio alchimista stillò una «quinta essenza d’ardori», condensando nelle fiamme una immensa, feroce energia. In spiritu ardoris, come aveva profetato Isaia. Mutatosi in un mago della serpentina, in un prodigioso distillatore, Dio distillerà «a i lambicchi dell’ira divina» ogni più sottile crudeltà. Stillator Iustitiae, quel fuoco «opererà sopra il genio, natura e potenza del fuoco», supra virtutem ignis.

Gran prodigio sarà che un sol fuoco contenga in sé eminenzialmente, a giudizio di gravissimi teologi, il freddo de’ ghiacci, le punture delle spine e del ferro, il fiel de gli aspidi, i veleni delle vipere, la crudeltà di tutte le fiere, le malignità di tutti gli elementi e delle stelle, approvando S. Girolamo che «in uno igne omnia supplicia sentient in inferno peccatores». Maggior prodigio però, et supra virtutem ignis, sarà che quel fuoco, benché d’una sola spezie, sappia far distinzione nel tormentare più chi più peccò, chiamandosi da Tertulliano sapiens ignis, e da Eusebio Emisseno ignis arbiter, perché dovendosi adeguare dalla grandezza e diversità de’ supplici la grandezza e diversità delle colpe, tanta enim est suppliciorum diversitas, quanta est diversitas peccatorum, come l’accennò Agostino, il fuoco, quasi fosse di ragione dotato e di piena cognizione, per discernere tra peccatore e peccatore, farà sentire più e meno l’acerbità de’ suoi rigori. Ma il massimo prodigio di quel fuoco operante, supra virtutem ignis, sarà il non contentarsi d’infierire ne’ soli corpi... mentre con tutta la sua materialità, si glorierà di penetrare spiriti incorruttibili... e s’avanzerà all’anime spirituali de’ reprobi[44].

Fiamma prodigiosa, veramente inexplicabilis, che aveva sbalordito San Doroteo e, dopo di lui, tanti altri santi.

Totalmente ignorato da teologi, moralisti, predicatori, il modello dantesco appare sempre di più come una solitaria cattedrale nel deserto, senza passato e senza futuro, lontano dalla tradizione patristica, estraneo dal dibattito teologale.
Sviluppando la traccia scritturale («Magnus furor Domini stillavit super eos») il Seicento degli alambicchi e delle «fonderie», dei tamburlani e delle quintessenze profumate, costruirà la sorprendente immagine del Dio distillatore di sottili ferocie, inventore della perfetta quintessenza del dolore stillato dall’alambicco dell’ira divina. Il gusto del secolo farà sentire la sua impalpabile presenza nella messa a punto, nell’apoteca dei veleni e degli spasimi, degli statuti, delle procedure, dei ricettari infernali. Vocabolario alchimistico e terminologia spagirica si fondono nel nuovo lessico del tartaro.

Ma fra tanti dolori e pene – si chiedeva il padre gesuita Ercole Mattioli – si darà mai colà l’introduzione, almeno alla mescolanza di qualche conforto? In quella che chiamasi da gli spagirici, «terra dannata», ch’è la feccia rimasta ne’ capi morti, più volte stati al tormento de’ chimici fornelli, si truova tal volta qualche vena di prezioso metallo che si riduce in verghe; e in quell’avanzo, ove le più nere fuliggini furono lambiccate, ho io veduto i colori bellissimi, quasi di lapis Lazzali, di color celeste e di diverso cangiante. E perché in quella terra realmente de’ dannati non avrà luogo qualche metallo d’allegrezza da formarne verga d’oro per guidar a gli Elisi di qualche piacere quegl’infelici condannati? E perché quelle misere anime non sapranno estrarre col magistero de’ suoi pensieri e amori qualche colore di oggetto grato, mentre il senso corporeo, più che capo morto, soffre un universale martorio? Trattando questa questione i teologi convengono nella decisione che niega al dannato qual si voglia allegrezza[45]...

La cultura degli speziali e degli apotecari soffia nel crogiuolo mentale degli uomini di Dio i suoi stillati e le sue quintessenze per perfezionare con l’«artificio dei distillatori» la nuova mappa dell’inferno alchimistico.

Dio, per più tormentar i dannati, fattosi distillatore, dentro a que’ lambicchi d’inferno racchiude i dolori delle fami più rabbiose, delle sete più ardenti, de’ freddi più gelati, degli ardori più accesi; i tormenti di quei che furono scannati da i ferri, strozzati da i capestri, inceneriti dalle fiamme e sbranati dalle fiere; le carni mangiate vive da’ vermi, divorate da serpenti, corticate da rasoi, lacerate da pettini; le saette dei Sebastiani, le graticole dei Lorenzi, i tori degli Eustachi, i leoni degli Ignazi; e mammelle svelte e ossa infrante e giunture disgiunte e membra smembrate; tutte le doglie più acute, tutte le angosce più veementi, tutti gli spasimi più gagliardi, tutte le agonie più lunghe e tutte le morti più lente, più stentate, più atroci.
E lambiccando tutti questi ingredienti, ne fa colaggiù un tal distillo, ogni cui stilla in una estratta quinta essenza contiene raffinati tutti i dolori, in guisa che ogni fiamma, ogni carbone, anzi ogni favilla di quel fuoco dentro a sé racchiude distillati in un solo tormento tutti i tormenti. In uno igne – disse san Girolamo – omnia supplicia sentiunt in Inferno peccatores
[46].

In questa dannata «officina», in questo sotterraneo laboratorio dove – come in una spezieria depravata – si distillano liquidi nefandi, i malcapitati, pressati e confusi, si torturano e si lacerano gli uni con gli altri. La «compagnia dei dannati» – come diceva il padre della Compagnia di Gesù Giovan Pietro Pinamonti – sarà un tormento in più, perché «come in Cielo tutti son pieni di carità e si amano al pari di se stessi scambievolmente: così nell’inferno tutti saranno ripieni di odio e si vorranno l’un l’altro male di morte, con una inimicizia che non potrà riconciliarsi in eterno; giacché perturbata ogni legge, sbandita ogni ragione, non vi sarà né sangue, né parentela, né patria, né vincolo, né motivo che possa mitigare quella rabbia disperata»[47]. Come in un vascello maledetto, la «ciurma nemica», carica d’odio, si strazierà vicendevolmente «non per una notte di poch’ore, ma per una notte sempiterna»[48]. Molto modernamente, l’inferno diventa l’altro.

Questa attiva partecipazione dei dannati, in prima persona, divenuti protagonisti delle pene, porta necessariamente al progressivo emarginamento dei diavoli, tormentatori esterni, seviziatori a contratto. La loro presenza si fa sempre più rara e secondaria a mano a mano che l’infernalizzazione s’incammina sulla strada della interiorizzazione delle pene, verso il «carcere mentale dello spirito»[49]. È un altro passo verso l’ammodernamento dell’abisso. Anche le scenografie infernali, i sontuosi scenari da ruggente melodramma che la tradizione dantesca aveva innalzato nel teatro sotterraneo dell’orrore, tende a ridursi, molto modernamente, in una scena piatta, spoglia, vuota, in uno spazio qualunque polivalente, dilatabile o restringibile a piacere, come in una forma creata con la plastilina o con materie inerti, sintetiche e polimorfe.

Il primato assoluto del fuoco che racchiude in sé tutti i tormenti e le malignità del mondo, sgombra la scena da tutti quei fondali che la regìa dantesca aveva maestosamente eretto e disseminato ovunque. Spoglio, uniforme nel difforme, desolato, questo inferno stipato, sotto vuoto, a chiusura ermetica, a porte bloccate, a orifizi sigillati, provoca una cupa angoscia da soffocamento. La claustrofobia sociale secentesca si rispecchia in questo spazio cimiteriale dalla morfologia larvale, informe, in cui la funzione diabolica viene espletata dagli stessi dannati. Essi sono i nuovi diavoli torturatori, gli efferati carnefici del loro prossimo, del loro vicinato, dei loro «cari». In questo sotterraneo macello collettivo a ciclo continuo i più selvaggi persecutori dei nuovi martiri diventano i dannati stessi, divorati da una insaziabile maligna febbre di crudeltà.

In quella moltitudine d’infelici le miserie degli uni vengono agli altri accomunate; al crescer di quella legna crescendo l’incendio s’accresce a tutti l’ardore; e aggravandosi un peso con molti pesi, geme ognuno sotto la carica non sua; ridondando da ogni parte i dolori, s’addolora ciascuno con le altrui pene e communicandosi reciprocamente le ambascie, tutti i cuori co’ tormenti di tutti agonizzano spasimanti. Anzi, in quella carneficina Unus clanabit ad alium – dice Bernardo – percute, dilacera, interfice. Uno si fa dell’altro carnefice, i figli tormentano i padri, le figlie lacerano le madri, i fratelli squarciano le sorelle, dalle mogli sono sbranati i mariti, da i servi tenagliati i padroni, arrotati i principi da i vassalli e dalle loro stesse amanti crudelmente smembrati i drudi. Paride tutto odio sempre accende un gran fuoco a quell’Elena che in lui accese quel gran fuoco d’amore. Inviperita con Marc’Antonio, Cleopatra, tutta veleno gli avventa alla vita quelle vipere da cui ella cercò il veleno e la morte. Ebra di furore Lucrezia dal suo petto trafitto cava il pugnale e lo sta immergendo nelle viscere di Tarquinio. Acab e Iezabelle, ambi già lacerati da i cani, or si fan cane e cagna per lacerarsi. Assiso Erode con la figlia d’Erodiade ad un nuovo convito, questa a lui trincia il capo, quegli a lei morde e divora quei piedi che ballando gli fecero troncar un capo innocente. Tutti in somma frementi, tutti infuriati, tutti baccanti, con odi scambievoli, con mutue persecuzioni, con crudeltà reciproche, gli uni raddoppiano agli altri e l’attività del fuoco e l’atrocità del tormento[50].

La pinacotheca imaginum secentesca addobba le turpi pareti del palazzo maligno con scene d’invenzione inedita, dove, rovesciati i soggetti tradizionali, i protagonisti si abbandonano a nuovi atti crudeli di segno invertito. Diavoli e Furie e Arpie appartengono ormai alla archeologia dell’inferno: nel nuovo ergastolo sono i dannati stessi che si scannano a vicenda, che si sbranano scambievolmente, che si smembrano fraternamente. Nel vecchio inferno dantesco erano diavoli e mostri e cagne ad azzannare e scuoiare i reprobi: ora, in un balletto sanguinolento, sono i dannati che, cagne fameliche, si straziano fra di loro.

Nel cuore della Controriforma incomincia ad aprirsi la piccola finestra che incomincerà a gettare un debole lume sui sedimenti oscuri dell’Io, sui labirinti che avvolgono i mostri latenti nell’inconscio. Centro di metamorfosi e di ribaltamenti, locus inversus, anche il rimosso sociale, insieme al represso individuale, esplode selvaggiamente: in una carnevalata sanguinosa, in una truce festa di violenza, si compiono laggiù, nel cuore della terra, nel centro nero dell’abisso, riti cruenti di violenza privata e di dissacrazione sociale. I padroni vengono attanagliati dai servi, i principi messi al supplizio della ruota dai sudditi, le mogli sbranano i mariti, i figli seviziano i padri, le figlie fanno a pezzi le madri, i fratelli squarciano le sorelle. Laggiù, nell’infelice paese, le frustrazioni e gli oltraggi accumulati e nascosti alla luce del sole, nelle amene contrade dei vivi, esplodono in tutta la loro ferocia troppo a lungo bloccata da leggi, norme, convenzioni, istituzioni, regolamenti, patti, compromessi.

Perfino gli animali, come è nella migliore tradizione del mondo alla rovescia, si ribelleranno a chi di loro aveva turpemente abusato per soddisfare le basse voluttà del gusto. Fagiani, pernici, cacciagione nobile, solita ad essere sacrificata alle «laidissime concupiscenze», alla «libidine e all’intemperanza» degli epuloni, povere creature al «servigio de’ peccatori», sospirano il giorno in cui, liberate dalla servitù dei presciti, riscattate dal «torto e dalla violenza continua», potranno finalmente sfogarsi su di loro. Quando gli antichi persecutori rotoleranno nell’abisso «non più saranno serviti dalle creature, ma sì da loro stracciati per tutta l’eternità»[51]. Un capitolo del De mortibus persecutorum che Tertulliano non aveva avuto il tempo di scrivere.

Nella «metropoli dei dolori» c’è spazio anche per i drammi metropolitani, per le difficili convivenze domestiche, per le tormentate vicende matrimoniali. Le mogli, normalmente, vi sbranano i mariti. Bisogna scendere nell’inferno ristrutturato e riconvertito dalla cultura gesuitica per rinvenire gli indizi di drammi uxorii, per svelare verità ufficialmente ignorate. Tutta l’enfasi postridentina del sacro matrimonio, il greve e dolciastro moralismo dei cristiani, i doveri inerenti allo stato coniugale, alla luce delle solfuree verità dell’inferno vengono visti con occhi diversi: scatenamento di odi repressi e rivincita di lunghe schiavitù finalmente spezzate. Come per gli animali, anche per le maritate scoccherà l’ora della sommaria giustizia.

È un dettaglio illuminante che il padre Pinamonti, per dare un’idea ai suoi lettori delle pene derivanti dalla compagnia dei dannati, riproponga il «luogo domestico» (il topos) della tormentosa megera domestica, flagello dei mariti, che Francisco de Quevedo riteneva un autentico «inferno portatile»;

... lo Spirito Santo ci assicura che è più tollerabile il vivere in un deserto con le fiere che il vivere con una donna collerica ed arrabbiata («melius est habitare in terra deserta, quam cum muliere rixosa et iracunda», Prov. 21). Un povero marito che non ode in casa se non grida e lamenti, non sa ridursi la sera all’albergo, e gli pare ognora mille d’uscirne. Giudicate ora voi, che sarà mai lo star sempre in compagnia de’ dannati[52]...

È sorprendente che questa non troppo allusiva rappresentazione dell’inferno casalingo, del drammatico giuoco matrimoniale e dell’infelicità coniugale sia presa ad esempio per tracciare il quadro raccapricciante del tormento insopportabile provocato dalla coabitazione eterna con un «prossimo» odioso, maleodorante, trasudante iniquità, odio, schifezza fisica e perversità morale; che la mésalliance e i cattivi umori muliebri vengano proposti a simbolo della condizione infernale, della sua assoluta invivibilità.

Questo inferno sondato col metro della pena esistenziale quotidiana, ridotto alla modesta dimensione d’un dramma d’incompatibilità domestica indica la possibilità d’una rappresentazione realistica, moderna, del dramma coniugale della vita in comune al quale il clero secolare e regolare, protetto e immunizzato dai sacri ordini, guardava con intima soddisfazione.

D’altra parte anche la Compagnia di Gesù (come tutti gli ordini regolari) doveva conoscere l’inesplorata sofferenza della coabitazione fra «compagni». La «compagnia dei dannati» non era soltanto quella tradizionalmente sepolta nei luoghi bui. Questo inferno conventuale (eccezion fatta per certi spiragli che trapelano dalla letteratura femminile veneziana secentesca come il clandestino Inferno monacale di suor Arcangela Tarabotti, morta nel 1652) costituisce un territorio inquietante ancora da esplorare. Può essere una tentazione irresistibile lo scendere non tanto nei sotterranei delle «case» e dei «collegi» e nelle «palestre» cruente (come indicava la voce comune) per il sangue degli esercizi di disciplina e per l’uso di sofisticati e crudeli «ordigni di austerità», quanto penetrare nei labirinti interiori e nei congegni di smembramento dell’io, nei deserti degli automatismi psichici e dei condizionamenti cadaverici.

Note:


[1] Ercole Mattioli, S.J. (1622-1710), La pietà illustrata. Accademie sacre, dove s’erudisce in ordine ad essa, un giovane nobile, Parma, A. Pazzoni e P. Monti, 1694, parte I, p. 228. La prima e la seconda parte sono contenute nel primo vol. La terza parte vide la luce nel 1696, la quarta nel 1700.
[2] Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica, in Patrologia latina, vol. XCV, col. 248.

[3] Mattioli, La pietà illustrata, cit., parte I, p. 229.

[4] Ibid., p. 230.

[5] Ibid., p. 223.

[6] Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica, cit., vol. XCV, col. 249.

[7] Sancti Petri Damiani, Sermo LIX, in Opera omnia,Bassano, Remondini, 1783, tomo II, col. 316.

[8] Sermo LXXXIX, in Horoy, Biblioteca Patristica, t. VI.

[9] Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali et eius turpitudine et quantis penis peccatores puniantur incessanter, in Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Milano - Napoli, Ricciardi, 1961, p. 642 et passim.

[10] Sancti Petri Damiani, Laus eremiticae vitae, in Opera omnia, cit., tomo III, col. 236.

[11] L’inferno aperto al cristiano perché non v’entri, in Opere del Padre Gio. Pietro Pinamonti della Compagnia di Gesù, Venezia, N. Pezzana, 1719, pp. 402-403.

[12] Ibid., p. 403.

[13] Ibid., p. 404.

[14] P. Segneri, Quaresimale, Firenze, L. Ciardetti, 1829, t. I, p. 452.

[15] Pinamonti, L’inferno aperto al cristiano, cit., p. 403.

[16] Tommaso Fasano, Della febbre epidemica sofferta in Napoli l’anno 1764. Libri tre, Napoli, Michele Morelli, 17832, p. 31.

[17] Ibid., p. 29.

[18] Ibid., p. 28.

[19] Ibid., p. 29.

[20] Ibid., p. 13.

[21] Ibid.

[22] Ibid., p. 12.

[23] Ibid.

[24] Ibid., p. 27.

[25] Ibid.

[26] Ibid., p. 28.

[27] Ibid., p. 30.

[28] Ibid., p. 21

[29] Ibid., p. 34.

[30] Ibid.

[31] Ibid., pp. 34-35.

[32] Ibid., pp. 35-36.

[33] Pinamonti, L’inferno aperto al cristiano, cit., p. 405.

[34] G. Bachelard, La psychanalyse du feu, Paris 1967; trad. ital., L’intuizione dell’istante. La psicoanalisi del fuoco, Bari, Dedalo libri, 1973, p. 227.

[5] Padre Sebastiano Ammiano, Discorsi predicabili per documenti del viver christiano, Venezia, Al Segno della Concordia, 1589, parte terza, c. 80 r.

[36] Pinamonti, L’inferno aperto al cristiano, cit., p. 406.

[37] Ibid., pp. 405-406.

[38] Ibid., p. 405.

[39] Romolo Marchelli, Prediche quaresimali, Venezia, G. Storti, 1682, p. 144.

[40] Ibid.

[41] Moralia in Job., IX, 39.

[42] Marchelli, Prediche quaresimali, cit., p. 145.

[43] Ibid., pp. 147-48.

[44] Mattioli, La pietà illustrata, cit., parte prima, p. 239.

[45] Ibid., pp. 232-33.

[46] Marchelli, Prediche quaresimali, cit., p. 149.

[47] Pinamonti, L’inferno aperto al cristiano, cit., p. 407.

[48] Ibid.

[49] Giacomo Lubrani, Prediche quaresimali postume, Padova, Stamperia del Seminario, appresso Giovanni Manfré, 1703, p. 250.

[50] Marchelli, Prediche quaresimali, cit., p. 147.

[51] Quirico Rossi, S.J., Lezioni sacre, Parma, F. Carmignani, 1781, parte I, p. 129. Q. Rossi prende spunto da una predica che il gesuita Cornelio Della Pietra (Cornelius a Lapide), belga di origine, morto a Roma in odore di santità nel 1627, scriveva d’aver sentito un giorno nelle Fiandre dalla bocca d’un famoso oratore sacro.

[52] Pinamonti, L’inferno aperto al cristiano, cit., p. 407.
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