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Indice

Tema n.1:

Morte, materia, riso:
l'inferno secondo Leopardi

Se nell'autunno del 1842 un parigino curioso, o attento a non farsi sfuggire libri pericolosi ed eretici che non potevano essere pubblicati in Italia, fosse entrato al numero 3 del Quai Malaquais nella «Libreria europea» gestita dall'editore Baudry, avrebbe forse potuto sfogliare una delle rarissime copie di un'opera degna di figurare, magari a fianco di alcune autobiografie d'arcangeli, nei vertiginosi scaffali della Biblioteca di Babele. Si tratta di un breve poema eroicomico a cui un materialista convinto e conseguente come il conte Giacomo Leopardi aveva consegnato, tra l'altro, la sua disincantata e paradossale rappresentazione burlesca dell'inferno. Ma l'ipotetico lettore avrebbe dovuto possedere una cultura ed una sottigliezza non comuni per destreggiarsi fra i tanti tranelli predisposti da un'opera variegata e sfuggente, che gioca a dissimularsi fin dal titolo, Paralipomeni della Batracomiomachia, come la fatica singolare e démodée di un erudito bislacco o di un filologo verboso.

Paralipomeni della Batracomiomachia, ovvero «continuazione della guerra tra le rane e i topi», se traduciamo quei grecismi tecnici e pomposi che suonavano all'epoca non meno volutamente inattuali di come sono risuonati alle orecchie novecentesche altri titoli, quali Hermaphrodito, Hilarotragoedia o Sinagoga degli iconoclasti (rispettivamente di Alberto Savinio, Giorgio Manganelli e Juan Rodolfo Wilcock). Dunque continuazione di un apocrifo burlesco, quella parodia animalesca dell'Iliade che qualche letterato dell'età ellenistica compose per attribuirla falsamente ad Omero, e che si chiude sulla rovinosa disfatta dei topi, sbaragliati dal mostruoso esercito dei granchi, inviato da Giove in soccorso delle rane messe a rischio di estinzione dalla sconfitta. Questo sequel si apre senza prologhi o preamboli sulla vorticosa fuga dei topi, paragonata non senza malizia a quella dell'esercito papalino davanti ai francesi repubblicani, del 1797, e a quella dei liberali belgi di fronte ai monarchici olandesi (Lovanio, 12 agosto 1831). Un narratore dalle molte facce, propenso alle parentesi, agli interventi più diversi ed alle digressioni, un poco come Tristram Shandy ed un poco come gli autori dei cantari e dei poemi cavallereschi, racconta poi le peripezie dei topi vinti. Tutto teso a conseguire inediti effetti di alternanza tonale, avvicenda registri comici, lirici, eroici, grotteschi, sublimi e tragici, saccheggiando il repertorio lessicale e tematico della tradizione letteraria antica e moderna, con una spiccata propensione per i classici dell'epica, i cicli cavallereschi, gli Animali parlanti (poema satirico allora molto celebre del settecentesco abate Casti), ma anche per i Canti, le Operette morali, i Pensieri (e l'ancora ignoto Zibaldone) del suo alter ego Giacomo Leopardi. A più riprese sostiene di attingere il materiale per le sue ottave da antichissime pergamene (non diversamente da Pulci, Boiardo o Ariosto ma anche dall'autore dei Promessi sposi), che sul più bello finiranno però col rivelarsi irreparabilmente monche.

Dato che dobbiamo arrivare rapidamente all'inferno, non ci serve ripercorrere qui in dettaglio le peripezie dei topi. Basti dire che, morto in battaglia l'antico re, si riorganizzano in una monarchia costituzionale, trattano un'ambigua pace coi granchi, mettono in atto una serie di riforme liberali (c. I-IV). Poi, nonostante l'inatteso diktat degli inaffidabili vincitori, si rifiiutano di abrogarle e di ripristinare l'ordinamento politico di diritto divino, scendono in campo contro i granchi ma fuggono immediatamente, abbandonando il loro capitano ad una morte eroica (c. V), e lasciando così che la loro capitale, Topaia, venga occupata dal nemico e l'intero stato sia di fatto sottoposto al governo autoritario e tirannico dell'emissario di Senzacapo XIX, sovrano dei retrogradi crostacei. Se il nostro ipotetico lettore avesse potuto unire alla curiosità, alla cultura e all'acume una certa informazione sulla storia recente degli stati italiani, forse avrebbe saputo riconoscere, dietro le silhouettes comiche ed irreali di granchi e topi, una caustica rappresentazione satirica degli austriaci assolutisti e dei patrioti liberali italiani. Avrebbe così indovinato, in quelle avventure eroicomiche, una libera e impietosa reinvenzione in chiave di parodia (che oggi diremmo fantapolitica) dei moti liberali che nel 1820-'21 e nel 1830-'31 tentarono senza fortuna di ribaltare, in varie zone della penisola, l'artificioso e retrivo ordinamento politico e statuale imposto dalla Restaurazione.

A un certo punto però la trama del poemetto prende una piega inaspettata, e dalla satira eroicomica della storia recente vira repentina verso il fantastico, non quello perturbante e demonico che in Hoffmann, Eichendorff e in tanto Romanticismo d'oltralpe affronta i buchi neri dell'io, ma quella doppia sospensione dell'incredulità, tra meraviglioso e fiabesco, proposta al lettore da scrittori come Luciano, Ovidio, Ariosto o Voltaire, e che nel '900 sarà tipica di un sottile lettore di Leopardi come Italo Calvino. Leccafondi, nobile «filotopo» dall'ingenuo fervore progressista, viene esiliato dai reggitori reazionari di Topaia, che lo proiettano così, fuori dalla parodia storica, in uno spazio estraneo ed irreale, sospeso tra la fiaba e il mito. Sorpreso da una bufera che quasi lo uccide, il topo trova rifugio nel meraviglioso palazzo di un bizzarro personaggio, Dedalo (c. VI), unico uomo in quell'universo animalesco, coltissimo ed avventuroso misantropo, che per aiutarlo gli offre di condurlo a visitare l'aldilà degli animali (c. VII). Nelle sue parole, ironicamente chiosate dal sarcastico ed incredulo narratore, riconosciamo tutte le contraddizioni e i paralogismi che lo spiritualismo manifesta agli occhi impietosi di un illuminista radicale. Il lettore inizia a subodorare che quest'aldilà non è retto da credenze religiose o metafisiche ma è piuttosto un luogo fantastico, una costruzione paradossale e demistificatrice che punta a disgregare ogni credenza in una vita ultraterrena. Ma Leccafondi non dubita, almeno lui: così potrà interrogare i morti, come gli eroi dell'epica, e trarne suggerimenti ed auspici utili a rovesciare l'intollerabile dominio dei granchi. Eccolo indossare le ali posticce approntate da Dedalo (che non è, ci assicura sornione il narratore, quello del labirinto, padre del disgraziato Icaro) e spiccare il volo.

24

Così d'ali ambedue vestito il dosso,
su pe' terrazzi del romito ostello
il novo carco in pria tentato e scosso,
preser le vie che proprie ebbe l'uccello.
Parea Dedalo appunto un uccel grosso,
l'altro al suo lato appunto un pipistrello;
volàr per tratto immenso ed infiniti
vider gioghi dall'alto e mari e liti.

Volando verso Occidente, luogo del tramonto, simbolo della morte, all'uomo e al topo si aprono i paesaggi ora sereni ora tremendi di una remota infanzia del mondo: i monumenti delle antiche civiltà orientali, la torre di Babele, le tremende eruzioni che crearono la penisola italica, Atlantide tutta popolata di dinosauri. Sorvolano infine un oceano sterminato (il Pacifico?) dove iniziano a scorgere la loro meta che, come vedremo, appare decisamente simile alla «montagna, bruna/ per la distanza» scorta prima del naufragio dall'Ulisse di Dante, ma è frequentata da un popolo d'anime piuttosto diverso:



38

Nel mezzo della lucida pianura /
videro un segno d'una macchia bruna, /
qual pare a riguardar, ma meno oscura /
questa o quell'ombra in su l'argentea luna.
[...]

40

Altissima in sul mar da tutti i lati
quest'isola sorgea con tali sponde,
e scogli intorno a lor sì dirupati,
e voragini tante e sì profonde
ove con tal furor, con tai latrati
davano e sparse rimbalzavan l'onde,
che di pure appressarsi a quella stanza
mai notator né legno ebbe speranza.
[...]


44

Girava il monte più di cento miglia /
e per tutto il suo giro alle radici /
eran bocche diverse a maraviglia /
di grandezza tra lor ma non d'uffici. /
Degli estinti animali ogni famiglia /
dalle balene ai piccoli lombrici, /
alle pulci, agl'insetti onde ogni umore /
han pieno altri animai dentro e di fuore,

45

microscopici o in tutto anche nascosti
all'occhio uman quanto si voglia armato
ha quivi la sua bocca. E son disposti
quei fori sì che de' maggiori allato
i minori per ordine son posti.
Della maggior balena e smisurato
è il primo, e digradando a mano a mano
l'occhio s'aguzza in su gli estremi invano.


46

Porte son questi d'altrettanti inferni /
che ad altrettanti generi di bruti /
son ricetti durabili ed eterni /
dell'anime che i corpi hanno perduti. /
Quivi però da tutti i lidi esterni /
venian radendo l'aria intenti e muti /
spirti d'ogni maniera, e quella bocca /
prendea ciascun ch'alla sua specie tocca.

47

Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli,
ostriche, seppie, muggini ed ombrine,
oche, struzzi, pavoni e pappagalli,
vipere e bacherozzi e chioccioline,
forme affollate per gli aerei calli
empiean del tetro loco ogni confine,
volando, perché il volo anche è virtude
propria dell'alme di lor membra ignude.

Dopo la reinvenzione e la parodia delle rappresentazioni tradizionali dell'aldilà, ecco affacciarsi l'ironia sui pregiudizi -religiosi e no- che riservano all'uomo un posto speciale nell'universo dei morti così come in quello dei viventi:

50

[...]

Vuole alcun che le umane alme disciolte
in un di questi inferni anco sien chiuse,
posto là come gli altri in quella sede
che la grandezza in ordine richiede.

51

E che Virgilio e tutti quei che diero
all'uman seme un eremo in disparte
favoleggiasser seguitando Omero,
e lo stil proprio de' poeti e l'arte,
essendo del mortal genere in vero
più feconda che l'uom la maggior parte.
Io di questo per me non mi frammetto:
però l'istoria a seguitar m'affretto.

Ma in realtà il nostro invadente narratore non ha alcuna fretta di seguire le peripezie del suo protagonista: gli piace troppo cogliere qualsiasi occasione per farsi beffe delle idées reçues, e inizia l'ultimo canto, l'ottavo, chiedendosi perché mai i morti (o meglio, il loro «spirto immortal») dovrebbero trovarsi sottoterra come i corpi dei sepolti. Comunque, seppure con qualche difficoltà, Dedalo convince Leccafondi a scendere nell'aldilà dei topi. Ecco il conte progressista, spaurito e tremolante come Cassandrino (popolare marionetta romana) iniziare la sua discesa a degli inferi che appaiono come il doppio negativo di quelli tradizionali, continuamente evocati quasi solo per essere sottoposti ad un incessante, corrosivo rovesciamento:

7

Tacito discendeva in compagnia
di molte larve i sotterranei fondi.
Senza precipitar quivi la via
mena ai più ciechi abissi e più profondi.
Can Cerbero latrar non vi s'udia,
sferze fischiar né rettili iracondi,
non si vedevan barche e non paludi,
né spiriti aspettar sull'erba ignudi.

8

Senza custode alcuno era l'entrata
ed aperta la via perpetuamente,
che da persone vive esser tentata
la non può mai che malagevolmente,
e per l'uso de' morti apparecchiata
fu dal principio suo naturalmente,
onde non è ragion farvisi altrui
ostacolo al calar ne' regni bui.

9

E dell'uscir di là nessun desio
provano i morti, se ben hanno il come;
che spiccato che fu de' topi l'io,
non si rappicca alle corporee some,
e ritornando dall'eterno obblio,
sanno ben che rizzar farian le chiome;
e fuggiti da ognuno e maledetti
sarian per giunta da' parenti stretti.

10

Premii né pene non trovò nel regno
de' morti il conte, ovver di ciò non danno
le sue storie antichissime alcun segno.
E maraviglia in questo a me non fanno,
che i morti aver quel ch'alla vita è degno,
piacere eterno ovvero eterno affanno,
tacque, anzi mai non seppe, a dire il vero,
non che il prisco Israele, il dotto Omero.

Non seguiremo il nostro polemico narratore nell'ennesima digressione filosofica, dove punzecchia quanti difendono l'esistenza dell'aldilà sulla base di un fantomatico «consenso universale» intorno alla vita ultraterrena, comune agli antichi e ai selvaggi (che in realtà non sanno «nell'orba fantasia/ la morte immaginar che cosa sia», st. 15, vv. 7-8). Noi non possiamo esitare troppo a lungo sulla soglia estrema. Ci attende l'ultima sequenza di questa discesa agli inferi, il momento decisivo in cui si possono ottenere dagli scomparsi profezie e rivelazioni sulle verità ultime:

16

Son laggiù nel profondo immense file
di seggi ove non può lima o scarpello,
seggono i morti in ciaschedun sedile
con le mani appoggiate a un bastoncello,
confusi insiem l'ignobile e il gentile
come di mano in man gli ebbe l'avello.
Poi ch'una fila è piena, immantinente
da più novi occupata è la seguente.



17

Nessun guarda il vicino o gli fa motto. /
Se visto avete mai qualche pittura /
di quelle usate farsi innanzi a Giotto, /
o statua antica in qualche sepoltura /
gotica, come dice il volgo indotto, /
di quelle che a mirar fanno paura, /
con le facce allungate e sonnolenti /
e l'altre membra pendule e cadenti, /

18

pensate che tal forma han per l'appunto
l'anime colaggiù nell'altro mondo,
e tali le trovò poi che fu giunto
il topo nostro eroe nel più profondo.
Tremato sempre avea fino a quel punto
per la discesa, il ver non vi nascondo,
ma come vide quel funereo coro
per poco non restò morto con loro.

19

Forse con tal, non già con tanto orrore
visto avete in sua carne ed in suoi panni
Federico secondo imperatore
in Palermo giacer da secent'anni
senza naso né labbra, e di colore
quale il tempo può far con lunghi danni,
ma col brando alla cinta e incoronato,
e con l'imago della terra allato.

Le anime dei topi antichi e moderni, sgretolate dalla morte e dal tempo, proprio come se la loro metafisica esistenza spirituale fosse sottoposta alle stesse leggi atroci ed inflessibili che governano la materia fisica, nulla sanno di ciò che è avvenuto tra i vivi dopo la loro dipartita. Occorre quindi metterle al corrente di ogni dettaglio, prima di rivolgere loro la domanda decisiva: la vergogna e il dolore in cui è caduto il popolo dei topi saranno spazzati via dai numerosi alleati stranieri collezionati dal buon liberale Leccafondi?


24

Non è l'estinto un animal risivo, /
anzi negata gli è per legge eterna /
la virtù per la quale è dato al vivo /
che una sciocchezza insolita discerna, /
sfogar con un sonoro e convulsivo /
atto un prurito della parte interna. /
Però, del conte la dimanda udita, /
non risero i passati all'altra vita.

25

Ma primamente allor su per la notte
perpetua si diffuse un suon giocondo,
che di secolo in secolo alle grotte
più remote pervenne insino al fondo.
I destini tremàr non forse rotte
fosser le leggi imposte all'altro mondo,
e non potente l'accigliato Eliso,
udito il conte, a ritenere il riso.

Difficile per Leccafondi mantenere l'aplomb quando tutte le generazioni che lo hanno preceduto sulla terra si sforzano per non sganasciarsi dalle risa alla sua domanda. Difficile anche per noi non sentirci messi in causa, con tutte le nostre illusioni e speranze, da questa colossale non-risata che si affaccia sull'universo dei vivi dal cuore del nulla. Ma il piccolo topo non può sottrarsi all'obbligo di chiedere ancora, non, come prima, una profezia rassicurante, ma almeno una qualche indicazione sulla condotta da tenere. Dalle anime corrose esce una voce torbida e impura, come quella di un vecchio liuto arrugginito, e gli suggerisce di seguire «in pensieri in opre ed in parole» ciò che gli avrebbe mostrato il generale Assaggiatore.

30

Era questi un guerrier canuto e prode
che per senno e virtù pregiato e culto
d'un vano perigliar la vana lode
fuggia, vivendo a più potere occulto,
trattar le ciance come cose sode
a genti di cervel non bene adulto
lasciando, e sotto non superbo tetto
schifando del servaggio il grave aspetto.

L'oracolo, elusivo ed enigmatico, è pronunciato. Resta la figura del generale, personaggio schivo e disilluso, che non accetta però di piegarsi all'oppressione: un alter ego di Leopardi? Privi come siamo di una risposta sicura, negataci anche dal narratore sornione, che troncherà il poemetto proprio quando Assaggiatore sarà sul punto di rispondere alle assillanti domande di Leccafondi, altro non ci resta che volar via con quest'ultimo dalle tenebre infernali:


34

Riviver parve al semivivo, uscito /
che fu del buio a riveder le stelle. /
Era notte e splendean per l'infinito /
ocean le volubili facelle,/
leggermente quel mar che non ha lito /
sferzavan l'aure fuggitive e snelle, /
e s'andava a quel suono accompagnando /
il rombo che color facean volando.

Pochi anni prima il protagonista di un poema più celebre e decisivo per la cultura occidentale, Faust, aveva affrontato la sua discesa agli inferi, offrendoci una versione moderna, tutta giocata sul registro sublime, della nekuia omerica. Coll'aiuto decisivo del demonio il famoso mago si reca nelle profondità della terra per incontrare le Madri, raffigurate da Goethe, per bocca di Mefistofele, come le custodi arcane di tutte le forme possibili, ad incarnare l'archetipo della verità ultima del divenire. Anche questa, compiuta dal ridicolo topolino progressista, è una nekuia moderna, una discesa alle Madri, ma all'insegna di una modernità diversa e alla scoperta di un'altra verità ultima, quella dell'essere. Una modernità diversa perché nell'optare per il poema Leopardi sceglie di puntare su una forma morta da tempo, per sottolineare, tra manierismo ironico e parodia, la dimensione inattuale della narrazione in versi e della poesia stessa, e mescolare continuamente le carte del sublime e del grottesco, del comico e del tragico. Una verità altra perché ciò che si rivela, nell'incontro coi morti, non è come nel Faust la regola segreta di ogni accadere, la matrice arcana di tutte le forme, ma è la struttura materiale dell'essere e il suo destino di annientamento completo. Leccafondi, colle sue comiche paure e i suoi grotteschi rossori nascosti dal pelame, giunge alla scoperta della completa materialità dell'esistenza universale. Non lo attendono (non ci attendono) anime immortali o forme che continuano a mutare nelle infinite combinazioni dei possibili, ma l'annientamento completo, il nulla: anime morte nel senso pieno del termine, "anime" putrefatte, che non possono elargire nessuna profezia, nessuna rivelazione, se non una colossale risata trattenuta a fatica. Questa è la loro rivelazione, la rivelazione che la morte è uno sterminato sghignazzo trattenuto sulle nostre illusioni e sulle speranze nell'aldilà, che la nostra vita è fatta di materia e si consuma per intero nel breve spazio di tempo che ci è concesso, e che il nostro destino e la nostra dignità resta nelle nostre mani, dipende da noi, dalle nostre scelte individuali, come sa testimoniare il dignitoso comportamento del generale Assaggiatore. Ma soprattutto, avremo appreso a ridere di tutto, anche della nostra fragile consistenza, del nostro illuderci. La morte e il riso si toccano: dissoluzione di ciò che è materiale la prima, dissoluzione di tutto ciò che è spirituale il secondo. Per questo il riso non teme di affrontare nemmeno la dissoluzione assoluta, gioca a metterla in scena, e così a mettere in causa pure lei, senza arrendersi neppure di fronte alla propria estrema insensatezza. Come annotava Leopardi nel suo Zibaldone il 17 dicembre del 1823: «Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto».

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