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Indice

Tema n.2:

"Un vero inglese dalla testa ai piedi, o quasi":
L' "Altro ibrido" nell'Inghilterra di Hanif Kureishi

Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese dalla testa ai piedi, o quasi. La gente tende a considerarmi uno strano tipo di inglese, magari di una nuova razza, dal momento che sono il prodotto di due culture. Io però me ne frego, sono inglese ( non che me ne vanti ), vengo dalla periferia meridionale di Londra e voglio arrivare da qualche parte. Forse é stata la bizzarra mescolanza di sangue e continenti, di qui e là, di senso di appartenenza e non, a rendermi irrequieto e facilmente annoiato [.....]. E' sufficiente dire che ero in cerca di guai, della prima occasione di movimento, di azione e di curiosità sessuale e questo perché l'atmosfera in casa mia era così opprimente, tetra e noiosa; lo sa il cielo perché. Ad essere sincero tutto questo mi buttava giù, ecco perché ero pronto a tutto. [1]

Attraverso l'ormai famoso incipit del romanzo Il Budda delle periferie, lo scittore anglo-pakistano Hanif Kureishi dipinge il ritratto di una nuova figura di inglese, frutto dell'ondata di immigrazione iniziata dopo il 1947, anno in cui l'India ottenne l'indipendenza dal dominio britannico. Gli ex sudditi del subcontinente indiano non avevano resistito al canto delle sirene della propaganda inglese che li invitava a trasferirsi nell'isola. Esiste un romanzo, All About H. Hatter, scritto nel 1948 dall' autore anglo-indiano G.V. Desani, il quale fotografa perfettamente l'immigrato della prima ora e il suo senso di solitudine. Desani all'interno del libro "gioca" con un'icona della tradizione letteraria inglese, il famoso inno all'Inghilterra tratto dal Riccardo II di Shakespeare, facendone la parodia per mettere in scena un nuovo avvenimento: l'arrivo dell'immigrato. Il nuovo arrivato è salito sul palcoscenico che diventerà uno spazio dove si potrà mettere in scena un nuovo "spettacolo teatrale", uno spettacolo che parla di immigrazione e di una nuova "conquista": la "conquista" dell'Inghilterra. La poetessa caraibica Louise Bennett ha parlato a questo proposito di una "colonizzazione alla rovescia", ma in realtà gli ex colonizzati si ritrovano in quello che E.P. Thompson ha definito "l'ultima colonia dell'Impero britannico". Scrive Salman Rushdie nel saggio intitolato Il nuovo impero in Gran Bretagna:

Talvolta sembra che le autorità britanniche, non più in grado di esportare il loro modo di governare, abbiano scelto al contrario di importare un nuovo impero, una nuova comunità di popoli sottomessi che essi considerano e trattano nello stesso modo in cui i loro predecessori consideravano e trattavano "le genti agitate e selvagge", quei "popoli scontrosi appena conquistati, per metà demoni, per metà bambini", che costituivano, secondo Kipling, il Fardello dell'Uomo Bianco. [2]

Scrittori anglo-indiani come Desani, ma anche caraibici come Sam Selvon o indo-caraibici come V.S.Naipaul, nei loro romanzi hanno messo in luce le difficoltà di cui parla Rushdie nel saggio sopracitato, per loro si trattava infatti di avventurarsi in un territorio a conti fatti alieno. Karim, il protagonista de Il Budda delle periferie, invece fa parte della seconda generazione di immigranti, generazione appartenente alle "nuove etnie" di cui parla Stuart Hall. Queste nuove etnie danno vita ad una nuova Inghilterra, abitata da personaggi che fanno dell'ibridismo la propria bandiera. Sostiene Kureishi a questo proposito nel saggio autobiografico "Il segno dell'arcobaleno":

Sono gli inglesi, gli inglesi bianchi, a dover imparare che essere inglesi non è più la stessa cosa di prima. Ora è più complicato, e coinvolge elementi nuovi. Per cui dev' esserci un modo nuovo di vedere la Gran Bretagna e le scelte che si trova a fronteggiare. E, dopo tutto questo tempo, deve nascere un nuovo modo di essere inglese. Per comprenderne la necessità ci vorranno molte riflessioni, discussioni e autoanalisi, come per capire che cosa implichi questo "nuovo modo di essere inglesi " e quali difficoltà si possano incontrare per arrivarci. [3]

Karim è perfettamente cosciente di essere un "elemento nuovo" all'interno della realtà britannica e inizia il suo percorso esistenziale all'insegna di un senso di smarrimento. E' alla ricerca di un'identità che lo definisca e la sua irrequietezza è un sintomo di questa ricerca. Diciassettenne figlio di un pakistano e di una inglese, Karim lascia la provincia inglese e si trasferisce nel "centro delle cose", nella Londra degli anni Settanta . Si avventura così nel cuore pulsante della città e comincia il suo viaggio in questo "posto nella mente" ( "Londra sembrava una casa con cinquemila stanze, tutte diverse. Il trucco era di scoprire come si collegavano, e alla fine attraversarle tutte." [4] ). Nel saggio DissemiNazione lo studioso indiano Homi Bhabha afferma che attualmente la nazione e la metropoli vengono raccontate da quanti ne occupano le zone marginali: donne, immigrati, soggetti coloniali. Gli scrittori come Kureishi, soggetti ibridi e figli di una "nuova Inghilterra", concorrono, attraverso la propria scrittura, a creare quelle che Bhabha chiama "contronarrazioni" [5], in grado di scardinare il discorso ideologico sotteso alle narrazioni canoniche. In questo modo l'Inghilterra e nel caso specifico Londra, vengono narrate da un soggetto "altro" che "disturba quelle manovre ideologiche attraverso cui alle 'comunità immaginate' sono attribuite identità di tipo essenzialista" [6]. Londra, raccontata dall'"Altro", viene raffigurata come una città ambivalente, dai confini mobili, fluttuanti. E "fluttuante" è anche Karim, desideroso di attraversare tutte le cinquemila stanze di questa metropoli . Karim passa da una casa all'altra, dalla nuova casa del padre a Kensington alla casa dove vivono i suoi amici indiani Jamila e Changez, ridefinendo così i confini di una città sempre più ibridizzata. Mentre è alla ricerca di una propria identità Karim si imbatte nel mondo del teatro. E' sintomatico che una persona come lui che appartiene a due culture arrivi alla decisione di intraprendere la carriera di chi per mestiere impersona continuamente diversi ruoli.

Il vuoto di identità diventa un pieno di finzioni e la decisione di interpretare ruoli "altri da sé" è uno dei traguardi al quale il ragazzo approda cercando una propria definizione. Ma ci sono subito le prime difficoltà: entra in gioco quello che Fanon ha chiamato "il problema nero" [7] e gli inglesi (in questo caso l'inglese è il regista finto progressista Shadwell), dall'alto del loro colonialismo mentale hanno già posto dei limiti ai ruoli che Karim dovrà interpretare, relegandolo così ad un'identità stereotipata ed imposta. Shadwell incasella Karim nel ruolo dell'eterno indiano e il primo ruolo che gli offre è quello scontatissimo di Mowgli da Il libro della giungla:

"Sto cercando un attore proprio come te." [...]
"Davvero?" Dissi con entusiasmo. "In che senso un attore come me?"
"Un attore che possa andar bene per la parte."
"Quale parte?"
[...] "La parte nel libro."
[...] "Quale libro?"
[...] "Il libro che ti ho chiesto di leggere, Karim." [...] "E' Il libro della giungla, Kipling,
L'avrai sicuramente letto." [8]


Nel romanzo Versi satanici di Salman Rushdie, si legge a proposito degli inglesi: "Loro ci descrivono [….] Loro hanno il potere della descrizione e noi soccombiamo di fronte alle pitture che loro costruiscono." [9] Shadwell costruisce una pittura orientalistica su Karim, descrivendolo secondo i parametri con i quali gli occidentali hanno sempre definito l'Altro, visione della quale parla ampiamente Edward Said nel suo volume Orientalismo. Un riflesso deformato e ambiguo fa raccontare l'Altro e lo imprigiona in stereotipi che sopravviveranno all'epoca coloniale. Il Budda delle periferie é ambientato negli anni Settanta e risale proprio a quegli anni ( 1971 ) un dibattito girato per la BBC con protagonista Stuart Hall dal titolo "Black Men, White Media" ( "Uomini neri, media bianchi" ), nel quale Hall faceva notare come i media rappresentassero i black [10] seguendo proprio le categorie di cui parla Said e soprattutto secondo la rappresentazione che si aspettava il middle man, ovvero l'uomo medio, bianco e borghese. E' esattamente la stessa rappresentazione che il regista Shadwell vuole dare dell'indiano, facendo sembrare Karim ancora più scuro di quello che è e ordinandogli di parlare con un accento dalle forti tinte indiane. Sarà l'amica Jamila, ragazza fortemente politicizzata, a fare notare a Karim la rappresentazione dell'indiano che egli ha contribuito ad avallare:

[...] La commedia è completamente neo-fascista. Ed era rivoltante, l'accento e la merda che ti eri spalmato addosso. Stavi solo arrendendoti ai pregiudizi. […] E i cliché sugli indiani. E l'accento- mio Dio, come hai potuto farlo? Te ne vergognerai, spero. [11]

Alle prime timide resistenze del ragazzo il regista gli rivela perché lo ha scelto: "Karim, tu sei stato scritturato per l'autenticità e non per l'esperienza" [12] . Come afferma Silvia Albertazzi: "Questo concetto di autenticità é molto importante nel mondo di Kureishi. E' impiegato con un duplice significato, sia per indicare valori indigeni positivi ed originali, sia per indicare un'immagine negativa e stereotipata dell'alterità." [13] . Ma autentico é un aggettivo che non si addice a Karim, frutto dell'unione tra due culture e che viene ad occupare uno spazio ibrido, non spazio propriamente definito quanto piuttosto "territorio concettuale, nel quale avviene uno scambio culturale" [14] . Questo concetto di ibridismo é stato impiegato anche da Homi Bhabha che parla di third space, ( terzo spazio ), uno spazio in-between, che si viene a collocare nel mezzo, tra colonizzato e colonizzatore "all'interno del quale stanno il significato, la traduzione e la negoziazione" [15] . Il regista Shadwell racconta in questo modo l'ibridismo di Karim:

Che razza di individui sono nati da duecento anni di imperialismo. Se ti potessero vedere i pionieri della Compagnia delle Indie. Come sarebbero disorientati. Scommetto che la gente ti guarda e dice: "Un ragazzo indiano. Com'è interessante. Com'è esotico. Chissà quante storie di zie e di elefanti avrà da raccontarci." E invece tu sei di Orpington. […] Oh Dio, che strano mondo. Il migrante è l'uomo qualunque del ventesimo secolo.

Gli inglesi come Shadwell vorrebbero un mondo diviso in due blocchi monolitici, l'oriente e l'occidente e fanno fatica ad accettare l'esistenza di figure che si pongono tra più territori e tra più culture, rifiutano, in breve, quella che Paul Gilroy ha definito la "controcultura della modernità" [16] .
In un saggio molto interessante intitolato "Bradford", Kureishi ritrae la città inglese come un simbolo di quella che egli chiama "un'Inghilterra allargata" [17] , formata da tassisti pakistani che parlano con l'accento dello Yorkshire, da scuole musulmane femminili o maschili e dove si intrecciano miriadi di lingue "impure", fra cui l'inglese dello Yorkshire, quello anglo-asiatico, l'urdu e il punjabi. Ma molti inglesi rifiutano e ignorano queste "città allargate", negazione del concetto monolitico di etnia ( Rushdie a proposito della Londra multiculturale aveva parlato di "una città visibile ma non vista" [18] ) e rimangono ancorati al concetto di un' Inghilterra "pura", come quella descritta da GeorgeOrwell e T.S. Eliot. A fare le spese della diffidenza di certi inglesi nei confronti delle nuove etnie é Chad, personaggio del romanzo di Kureishi The Black Album : ragazzo di origine pakistana adottato da una coppia di inglesi, egli si sente un perenne outsider proprio a causa della sua "doppia coscienza". La sua storia viene raccontata in questo modo da una sua insegnante:

Una volta si chiamava Trevor Buss [...] E' stato adottato da una coppia bianca. La madre era una razzista , ce l'aveva coi pakistani e ripeteva sempre che erano loro a doversi adattare [...]. Ha conosciuto le classiche case di campagna inglesi e i loro ancora più tipici abitanti [...]. In ogni caso il senso di esclusione l'ha fatto quasi impazzire [...]. A quattordici anni si è accorto di non avere radici, di non avere nessun rapporto coi pakistani, di non conoscere neanche la lingua.
Così è andato a lezione di urdu. Ma quando a Southall chiedeva il sale, tutti scoppiavano a ridere per il suo accento. In Inghilterra i bianchi lo guardavano come se stesse per rubargli la macchina [...]. Ma in Pakistan lo guardavano con diffidenza ancora maggiore [...]. Una volta mi ha detto: "Sono senza casa." E io: non hai un posto dove dormire?" "No", rispose, "non ho una patria" [...]. Così non so neanche cosa voglia dire essere un cittadino normale." [19]


Chad non é accettato nemmeno dai pakistani, poiché il suo urdu rivela un forte accento inglese, il suo é un linguaggio ibrido che viene guardato con sospetto anche da coloro i quali hanno le sue stesse radici, ma che si rinchiudono in comunità omogenee non accettando elementi ibridi come Chad. Il romanzo The Black Album é ambientato alla fine degli anni Ottanta, in seguito all'uscita dei Versi satanici di Rushdie e durante la condanna del libro da parte dei giovani fondamentalisti islamici che vivevano in Inghilterra . Nel libro Kureishi racconta come possa essere possibile che un ragazzo nato in Inghilterra si converta all'Islam e accetti tutte le restrizioni che questa religione impone. Chad é l'esempio paradigmatico di quello che può "scattare" nella testa di questi giovani: non sentendosi accettato né dagli inglesi né dai pakistani diventa un fondamentalista islamico, assumendo un'identità non nazionale, bensì transnazionale. In questa veste egli si sente accettato, poiché nessuno gli chiederà mai la sua nazionalità. Chad é semplicemente un "fratello", un "fratello islamico", ma la cosa più importante é che egli non sarà più considerato un "paki". "Non sono più un paki, io sono un musulmano" [20] , afferma Chad con orgoglio, non più "paki", appellativo di sapore razzista, ma orgogliosamente "musulmano". Ma il suo é un atteggiamento assolutista e separatista, allo stesso modo in cui erano assolutisti e separatisti gli afro-americani come Elijah Muhammad, l'uomo che si autoproclamava "il messaggero dell'Islam" e che alla metà degli anni Sessanta andava predicando che il potere dei "diavoli bianchi" avrebbe avuto fine nell'arco di quindici anni, nel nome di Allah e della Nazione islamica. Al concetto di "transnazione islamica" dei fondamentalisti come Chad bisogna opporre una convivenza definita post-nazionale dall'antropologo indiano Arjun Appadurai [21] , "fondata sulla solidarietà, sulla reciprocità, sul riconoscimento e la valorizzazione della differenza" [22] . In questo modo anche la Bradford ibrida descritta da Kureishi non verrebbe più ignorata e il suo interculturalismo sarebbe valorizzato da tutti i suoi abitanti.
Concludo questo saggio riportando un'affermazione che Hanif Kureishi ama molto fare e che testimonia l'appartenenza, sua e di molti personaggi dei suoi romanzi, ad una Londra ibridizzata: "Sono cresciuto a Londra. E' la mia città. Non sono inglese, ma londinese." [23]

Anche Kureishi, come Karim, è "un inglese dalla testa ai piedi, o quasi."

Note:


[1] Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie, Mondadori, 1995, p.3, traduzione di Alberto Pezzotta. ( The Buddha of Suburbia, London, Faber and Faber, 1990 )

[2] Salman Rushdie, "Il nuovo impero in Gran Bretagna", da Patrie immaginarie, Mondadori, 1994 , p.142, traduzione di Carola di Carlo. ( Imaginary Homelands, London, Granta Books, 1991 )

[3] Hanif Kureishi, "Il segno dell'arcobaleno", in My Beautiful Laundrette, Baldini & Castoldi, 1994, pp. 53-54 , traduzione di Paolo Lagorio ( "The Rainbow Sign", in My Beautiful Laundrette and The Rainbow Sign, London, Faber and Faber, 1986 )

[4] Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie, p.126

[5] Homi Bhabha, "DissemiNazione", in Nazione e narrazione, Roma, Meltemi, 1997 ( "DissemiNation", in Nation and Narration, London, Routledge, 1998 )

[6] Ibidem

[7] Frantz Fanon, Pelle nera maschere bianche, Marco Tropea Editore, 1996, p.98, traduzione di Mariagloria Sears ( Peau noire, masques blancs, Editions du Seuil, 1952 )

[8] Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie p.140

[9] Salman Rushdie, Versi satanici, Mondadori, p. 168 ( The Satanic Verses, Vintage, 1988 )

[10] Il termine black negli anni Sessanta e Settanta include tutte le sfumature del colore e viene ad assumere una valenza politica, una posizione basata sulla differenza. Tutto ciò coincide con l'affermazione di Stuart Hall:"Presentarsi come black é un ulteriore riconoscimento di se stessi attraverso la differenza." ( Stuart Hall, "Minimal Selves", in Identity: The Real Me;Post-Modernism and the Question of Identity, ed. Luisa Appignanesi ( ICA Documents 6; London: ICA, 1987 ), p. 44

[11] Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie, p. 157

[12] Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie, p. 147

[13] Silvia Albertazzi, "Under Eastern Eyes", in Translating India- Travel and Cross – Cultural Transference in Post-Colonial Indian Fiction in English, CLUEB, Bologna, p. 113

[14] Simonetta Lelli, "Interculturalità", in Abbecedario Potcoloniale II, Biblioteca di letterature omeoglotte, Quodlibet, 2002, p. 117

[15] Ibidem

[16] Paul Gilroy, The Black Atlantic, Roma, Meltemi, 2003 ( The Black Atlantic, London, Routledge, 1993 )

[17] Hanif Kureishi, "Bradford", Granta, 20, Winter 1986, pp. 149-69

[18] Salman Rushdie, Versi satanici, p. 243

[19] Hanif Kureishi, The Black Album, Milano, Bompiani, 1997, pp. 106-108 , traduzione di Alberto Pezzotta ( The Black Album, Faber and Faber, 1995 )

[20] Ibidem, p. 128

[21] Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001 ( Modernity at Large. Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1996 )

[22] Silvia Albertazzi, "Migrazione", in Abbecedario Postcoloniale II, p. 129

[23] Hanif Kureishi, "Un po' di tempo con Stephen", Sammy e Rosie vanno a letto. La sceneggiatura e il diario., Milano, Baldini & Castoldi, 1988, p.138, traduzione di Alberto Pezzotta ( "Some Time with Stephen", in Sammy and Rosie Get Laid. The Script and the Diary, London, Faber and Faber, 1988 )
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