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Indice

Tema n.2:

L'Impero e l'Altro. Contaminazioni e paranoia in alcuni racconti di Rudyard Kipling

Kipling e il colonialismo / Una personalità in conflitto con se stessa / "Testualità" della colonizzazione / I racconti di Kipling sull'altro / Il fardello dell'uomo bianco / Due racconti / Colonizzatori e colonizzati / Paure e visioni / L'ammutinamento del 1857 / Spaesamento e orrore di fronte all'Altro / Britannici e indiani / Oltre i limiti (1888) / Alterità come esotismo / Oriente e Occidente

Kipling e il colonialismo


In un saggio contenuto nella raccolta Patrie Immaginarie, Salman Rushdie dichiara apertamente che nessuno scrittore occidentale ha mai conosciuto l'India al pari di Rudyard Kipling ed è proprio questa particolare conoscenza dei luoghi e dei dettagli che innalza i racconti dello scrittore anglo-indiano ad un innegabile valore artistico. Ciò che Kipling descrive con competenza e passione, a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, è la realtà del colonialismo britannico in India, la macchina apparentemente infallibile dell'Impero, di cui egli stesso è componente attiva.


Una personalità in conflitto con se stessa


Kipling appartiene alla comunità degli inglesi trapiantati nelle colonie, trascorre la prima infanzia in India e viene mandato a studiare in Inghilterra all'età di otto anni. Il periodo inglese è definito, dallo scrittore stesso, di oscurità e dolore, vive lontano dalla famiglia, dal caldo e dall'ambiente esotico a cui si era affezionato dalla nascita. Il ritorno nel subcontinente, nel 1882, lo porta a lavorare come giornalista a Lahore, presso la Civil & Military Gazette; un incarico del genere gli permette di esplorare la realtà che lo circonda, gli avvenimenti mondani, i fatti di cronaca, le feste e le sommosse indigene, l'amministrazione imperiale al pieno delle sue funzioni. La posizione del giornalista è decisamente atipica rispetto alle più diffuse figure di ufficiali, soldati e amministratori che componevano l'apparato burocratico e militare dell'Impero. Si tratta, infatti, di un ulteriore elemento che colloca lo scrittore in una posizione intermedia, al di qua e al di là di un confine, a contatto e, allo stesso tempo distante, da un'alterità connotata di mistero e preoccupazione. A questo proposito, Salman Rushdie, nello stesso saggio, riconosce come l'influenza dell'India su Kipling abbia contribuito al formarsi di una personalità in conflitto con sé stessa, essendo egli in parte "ragazzino dei bazaar, in parte "sahib"[1].


"Testualità" della colonizzazione


L'era vittoriana di espansione dell'Impero doveva essere sostenuta da un corpus di scritti, documenti, atti legislativi, istituzioni scolastiche, missioni e opere di cristianizzazione che potessero giustificare, legittimare l'impresa coloniale e la relativa sottomissione delle popolazioni indigene. La "testualità"[2] ricopriva un ruolo fondamentale nella costruzione di un'impresa necessaria e civilizzatrice quale la colonizzazione britannica nel subcontinente. L'influenza del socialdarwinismo, i vantaggi economici del dominio, la paura di perdere i territori conquistati e le tensioni che questo poteva comportare, hanno portato ad una graduale degenerazione dei rapporti fra colonizzatori e colonizzati, di cui Kipling è portavoce straordinario e diretto testimone.


I racconti di Kipling sull'altro


La scelta di analizzare i primi racconti, scritti fra il 1884 e il 1891, agli albori della carriera letteraria del giornalista di Lahore, trova giustificazione nella scoperta di interessanti spunti che conducono ad una riflessione sulla questione delle tipologie di rapporti con l'Altro. Si è proceduto alla scelta di quelle storie che evidenziano con chiarezza almeno due fra gli atteggiamenti possibili che vengono ad instaurarsi fra il potere dominante e coloro che si trovano ad esserne vittime: senso di paranoia da luogo alieno e orrore del contagio[3].

I racconti in questione contengono senza dubbio elementi del sovrannaturale e del fantastico, ma non di rado Kipling è stato ignorato dai cultori di questo genere letterario, se non per le opere favolistiche e allegoriche per ragazzi come i due Libri della Giungla. Kipling è comunque vissuto fra il 1865 e il 1936, periodo considerato il momento d'oro della ghost-story, con rappresentanti che vanno dai racconti fantastico-psicologici di Henry James a Conan Doyle, Rider Haggard e il fantastico esotico misto a racconto d'avventura di Bret Harte. Le influenze di questi scrittori sono presenti nei fantasmi e nei deliri delle storie del primo Kipling, come oscuro riflesso delle distorsioni dell'ideologia tardo vittoriana e delle contraddizioni insite nella politica imperialista. L'uso del fantastico permette allo scrittore di rendere paradossalmente più credibili e "reali" le situazioni che si vogliono raccontare, in quel particolare ambiente e in quel preciso momento storico. Il reale è espresso grazie all'elemento del perturbante, perché questo sembra costituire il mezzo più adatto per dipingere le conseguenze dell'incontro fra inglesi e indiani. Cyrill Falls, uno dei primi critici ad aver dedicato un volume intero allo scrittore, ha espresso un chiaro giudizio sul rapporto speciale fra Kipling, il fantastico e il reale e la sua affermazione introduce efficacemente i racconti che si vorranno esaminare: "Il signor Kipling ha scritto racconti di magia in cui l'orrore non c'entra, così come ha scritto racconti dell'orrore da cui resta fuori il sovrannaturale (.…). Molti di questi racconti sono narrati con una convinzione tale da obbligarci a credere che l'autore pensi davvero che il sovrannaturale interferisca con il destino degli uomini"[4].


Il fardello dell'uomo bianco


I territori dell'Impero sono decisamente lontani rispetto al mondo borghese della madrepatria e Kipling sa bene che la scrittura dalla periferia deve adattarsi a nuove forme, ad argomenti che esulano da quelli classici della narrativa vittoriana, quali la proprietà privata e l'unione matrimoniale, per passare, come afferma Silvia Albertazzi "al mondo tutto maschile dove trionfano il coraggio, il cameratismo, gli intrighi di potere, non quelli sentimentali. Le regole che governano l'esistenza umana sono le stesse su cui si fonda l'impero: lealtà, eroismo, servizio, disciplina, ma anche spirito d'avventura e capacità di sopravvivere senza cedimenti nella solitudine e al di fuori del consorzio umano borghese"[5]. Non vi sono dubbi che Kipling fosse concorde con l'idea del cosiddetto "fardello dell'uomo bianco", con il principio che questo dovesse inevitabilmente essere diffuso come ideologia, comportamento e linguaggio; ciò che risulta interessante notare è come, nell'adempimento di questa missione, la capacità di sopravvivere senza cedimenti contenga spesso profonde debolezze e spaesamenti.


Due racconti


Nei racconti che potremmo definire del delirio e della paranoia, ovvero La strana cavalcata di Morrowbie Jukes[6] e Il sogno di Duncan Parrenness[7], rispettivamente del 1885 e 1884, si avvertono incongruenze nell'ideale di coraggio e disciplina che il civil servant dell'impero doveva incarnare.

Il protagonista della prima storia è un ingegnere civile, "una testa fatta per planimetrie, distanze e cose del genere", il quale, a causa di un leggero attacco di febbre, vive un delirio preoccupante, al punto da decidere di volere uccidere a tutti i costi una bestia bianca e nera che lo disturba nella notte; per questo, si inoltra in un territorio desertico e sabbioso, in sella al fedele cavallo. Al contrario di ogni tipo di previsione, Morrowbie Jukes si ritrova in un luogo infernale, un cratere di sabbia in cui vivono persone morte ma che in verità non lo sono, perché si tratta di tutti coloro che, mentre erano trasportati verso la cremazione, si sono riavuti per un istante e, ancora in vita, sono stati condotti in quel cratere da dove non potranno mai fuggire. Un bramino conosciuto da Jukes in passato e ora abitante di quel posto terribile gli ricorda con ferocia che egli non può fare più nulla per salvarsi e dovrà attenersi alle regole degli indigeni senza protestare. "Ecco lì un Sahib, un rappresentante della razza dominante, indifeso come un bambino e completamente alla mercé dei suoi compagni indigeni"[8]. Questo è il pensiero del protagonista, il quale si sente sopraffatto da un terrore incontrollabile e da una rabbia folle, soprattutto per il fatto che ora le regole del grande gioco imperiale sono capovolte, egli è divenuto il colonizzato e gli indigeni i dominatori. Jukes vorrebbe ricreare, anche in una situazione di oggettiva difficoltà per l'uomo britannico, una sua condizione di privilegio, ad esempio, non procurandosi il cibo (le cornacchie), ma pagando perché altri lo facciano per lui. Nonostante i lamenti, le urla e le minacce, il bramino continua a ripetergli: "alla fine, e per molti anni, tu catturerai cornacchie e mangerai cornacchie, e ringrazierai il tuo Dio europeo di avere delle cornacchie da catturare e da mangiare"[9].


Colonizzatori e colonizzati


Il bramino parla bene inglese e riesce a fare dei giochi di parole con la lingua dello straniero: questo aveva stupito moltissimo Jukes in passato, visto che poteva rappresentare un elemento da temere, un'appropriazione eccessiva che al nativo non spetterebbe e che potrebbe ritorcersi contro i bianchi. A questo proposito è interessante riflettere sulla figura di Calibano, incarnazione archetipica del "cattivo selvaggio" nella Tempesta di Shakespeare, divenuto oggetto di studio e approfondimento nella critica postcoloniale, quale precursore letterario della condizione dell'individuo colonizzato e oppresso. Egli si rivolge a Prospero, colonizzatore e tiranno, affermando "M'hai insegnato a parlare, e questo è il frutto: so come maledirti, ora. Ti stermini la peste rossa per avermi insegnato la tua lingua!"[10].

Ad un certo punto si scopre che un altro inglese era capitato in quel posto e aveva cercato di fuggire progettando minuziosamente un piano che avrebbe potuto risultare perfetto, se il bramino non gli avesse sparato. La capacità d'ingegno del bianco è contrapposta all'istinto selvaggio e incontrollato dell'indiano. Nel finale, Jukes riesce a fuggire dal non-luogo di terrore grazie al servo fedele indigeno. Il bianco risulta vincitore grazie al rapporto di sottomissione del nativo, grazie cioè all'indiscussa relazione colonizzatore/colonizzato. All'inizio del racconto il narratore vuole assicurare il lettore del fatto che nulla è inventato; come suggerisce Giorgio Manganelli, "l'autore si attiene alle regole del gioco, non se le inventa… L'atrocità del villaggio senza nome e senza vita è semplicemente un esempio purissimo di ciò che era per Kipling il gioco atroce ed estremamente divertente dell'esistenza"[11].


Paure e visioni


La storia è emblematica se pensiamo al tipo di allucinazione che scaturisce dallo stato "leggermente febbrile" di Jukes, ma "il fatto è che chi vive sul limine, e tutti - sembra dirci Kipling - siamo coinvolti, non può permettersi la minima svista, non può concedersi la più piccola distrazione, pena il rischio di precipitare senza alcuna possibilità di risalita"[12]. Kipling si diletta nei primi racconti ("Il risciò fantasma", "La porta dei cento dolori") nel presentare funzionari e tecnici dell'Impero in preda a deliri che spesso sono conseguenza di ubriacature, debolezze sentimentali e altro. Il clima afoso, umido e destabilizzante, per chi non vi è avvezzo, aggrava lo stato di sospensione e irrazionalità del buon funzionario, in questo caso un ingegnere di tutta efficienza. Lo stesso avviene, nel secondo racconto preso in esame, a Duncan Parrenness, "scrivano presso l'Onorevolissima Compagnia delle Indie Orientali"[13], il quale, dopo una serata trasgressiva con i compagni del Forte, si corica in stato di ebbrezza e fa un sogno profondamente inquietante. E' significativo notare quante volte lo scrivano ripeta a sé stesso: "io non ho paura di nessuno" e come invece sia preda di una visione che lo spaventa a morte e che condizionerà tutta la sua esistenza. Egli vede entrare nella stanza un uomo dal viso simile al suo ma invecchiato, il quale gli comunica che se avesse voluto continuare a vivere nelle Indie ed essere un uomo coraggioso, avrebbe dovuto liberarsi di ciò che poteva infastidirlo nel corso della sua carriera, ovvero la coscienza di fanciullo, la spensieratezza. Per questa ragione l'uomo misterioso si prende una parte del cuore di Duncan e lo lascia tramortito, raggelato, nella più dolorosa condizione di adulto. Il protagonista accusa il luogo che lo circonda di essere causa delle azioni poco onorevoli che aveva compiuto negli ultimi tempi e di quello che gli è successo: "e mi resi conto di quanto l'anno vissuto in questo paese mi avesse arso e inaridito l'animo alla fiamma di mille passioni e desideri malsani, tanto che ero invecchiato di dieci mesi ogni uno alla scuola del Diavolo"[14].


L'ammutinamento del 1857


Entrambi i protagonisti delle storie vivono a contatto con un'alterità che inevitabilmente li avvolge e condiziona i loro stati d'animo, le pulsioni, i sentimenti; essi cercano di ignorare questo fatto e vorrebbero essere immuni da ogni tipo di compenetrazione degli elementi di quel territorio a loro alieno. Il modo di rapportarsi ad un Altro che potremmo identificare generalmente con l'India riflette l'atteggiamento generale del regime britannico che, dopo l'Ammutinamento del 1857, aveva potenziato nettamente il controllo sulla popolazione indigena, tramite un apparato militare e burocratico assai ampliato. L'Ammutinamento aveva visto la partecipazione di vari gruppi locali uniti nella lotta contro il nemico britannico; essi avevano mostrato i primi segni di un nazionalismo pan-indiano destinato a crescere e la rivolta, seppur repressa, aveva spaventato e indebolito la struttura ferrea del governo inglese. Dopo questo evento, come ricorda Edward Said nel capitolo da lui dedicato a Kipling in Cultura e Imperialismo, "in un simile clima di esaltazione nazionalista e auto-giustificatoria, essere indiani avrebbe significato avvertire una naturale solidarietà con le vittime delle rappresaglie inglesi. Essere inglesi significava provare ripugnanza e dolore - per non parlare dei virtuosi sentimenti di vendetta - di fronte all'orribile dimostrazione di crudeltà fornita dai "nativi", i quali non facevano che conformarsi al ruolo di selvaggi che era stato loro assegnato"[15].


Spaesamento e orrore di fronte all'Altro


Le ansie e il timore di essere sopraffatti da un Altro non conosciuto, oscuro e carico di un simbolismo ignoto ai dominatori, si erano già diffuse nei vari strati del Governo, tanto che Kipling, alla metà degli anni Ottanta del XIX secolo, è in grado di dipingere in modo autentico il tipo di paranoia che poteva colpire all'improvviso e provocare nell'inglese uno stordimento, uno stato latente di nevrosi legato a perdita di coraggio e virilità che, almeno sul piano psicologico, costituisce un primo sentore di sconfitta e abbandono. Il senso di spaesamento, assieme all'orrore e alle conseguenze del contagio sono ancor più evidenti nel racconto Il marchio della bestia[16], del 1890, in cui il conflitto colonizzatori/colonizzati si risolve tragicamente in una contaminazione dai caratteri grotteschi e perturbanti. Un proprietario terriero inglese, sempre al termine di una serata di bevute, entra impropriamente nel tempio del Dio Hanuman, una delle divinità più importanti del pantheon indù, e schiaccia il mozzicone del suo sigaro sulla fronte dell'immagine del Dio. Dal retro compare un lebbroso, "un uomo d'argento", che tocca il profanatore, il quale, da quel momento in poi, si trasforma gradualmente in licantropo e assume tutti i comportamenti di una bestia. Il fatto sconvolge e angoscia coloro che lo circondano e che sono decisi ad uccidere il lebbroso, considerato unica causa della rovina del signor Fleete; nel momento in cui lo trovano, lo costringono con la forza a restituire a Fleete le sembianze umane e, alla fine, ciò accade tra lo spavento e l'esasperazione dei presenti. Il racconto è pervaso da un'angoscia indicibile, in questo caso il contatto con la realtà "altra" avviene nel modo peggiore, ossia con una profanazione, una violazione dell'identità individuale e collettiva. L'elemento perturbante del misticismo e della religiosità indiana è temuto ma sbeffeggiato; allo stesso tempo non è possibile liberarsene, l'alterità violata reagisce al sopruso e punisce severamente. Come afferma Daniela Corona nel suo saggio Alla cattura dell'Altro sui rapporti tra fotografia, colonialismo e gender, l'ossessione del contagio è assai diffusa in epoca vittoriana e grazie all'appoggio delle teorie sulla razza, la separazione dall'Altro è giustificata dal terrore esasperato della degenerazione, "trasformando in angoscia pervasiva il contatto innanzitutto fisico con la diversità che, prima e più che il sangue, può avvelenare la mente e contaminare l'anima"[17]. Tutto ciò trova in questo racconto una rappresentazione emblematica.


Britannici e indiani


Se l'approccio con l'Altro non avviene secondo le tipologie che Tzvetan Todorov ha formulato all'interno del suo discorso sull'alterità, ovvero di incontro, conoscenza e amore, nel senso di avvicinamento positivo, impegno e partecipazione, allora l'incontro diventerà scontro e lo scontro avrà prima o poi conseguenze disastrose. La linea di demarcazione sempre più definita fra indiani e inglesi alla fine dell'Ottocento è conseguenza dell'atteggiamento del colonizzatore che conosce, prende e governa, in modo molto simile al comportamento individuato da Todorov in Cortès alla conquista dei territori sudamericani: comprendere, prendere e distruggere. Nonostante le complesse differenze rispetto ai due tipi di conquista e dominazione, il discorso del critico sulla relazione eguaglianza-ineguaglianza e assimilazione culturale si adatta bene all'analisi delle situazioni che emergono dai racconti di Kipling. In effetti, né l'impresa di voler assimilare l'Altro alla propria cultura, né il giudizio su di esso all'insegna dell'esotismo e dell'attrazione puramente estetica, senza conferimento di soggettività, pongono le basi di una vera conoscenza e di un incontro positivo. Se differenza significa inferiorità e pregiudizio e se il selvaggio che sconfina può solo fare sconfinare il bianco nel delirio e nel crimine, è venuta a crearsi da subito una falsa relazione d' incontro.


Oltre i limiti (1888)


Nel racconto Oltre i limiti[18], del 1888, il narratore afferma da subito "che i bianchi stiano con i bianchi e i neri con i neri. Allora, qualunque cosa accada, rientra nel normale corso degli eventi - non è né improvviso, né strano, né imprevisto"[19]. In questa affermazione si pongono le regole di una convivenza separata in cui il problema dell'Altro non è sottoposto ad alcun esame, visto che il problema stesso sembra non sussistere. Come abbiamo però notato nei racconti precedenti, lo strano e l'imprevisto possono verificarsi a prescindere da un contatto diretto o meno con l'alterità. Nel caso di "Oltre i limiti", comunque, il contatto avviene trattandosi di una storia d'amore fra un bianco inglese e una giovane vedova indiana.

La storia è caratterizzata da una serie di considerazioni che si possono ricondurre agli stereotipi dell'Orientalismo dei secoli XVIII e XIX, concezioni che tendevano a contenere l'Altro orientale entro le rigide categorizzazioni che Edward Said ha brillantemente cercato di scardinare nel suo saggio Orientalismo.

Nel racconto di Kipling infatti leggiamo: "Molto di ciò che è stato scritto sulla passionalità e l'impulso degli orientali è esagerato e frutto di informazioni di seconda mano; ma un poco è vero e, quando un inglese scopre quel poco, si accorge che è altrettanto sorprendente di una qualsiasi passione vissuta da un uomo della sua stessa razza"[20]. E' Trejago, il protagonista maschile della storia, a formulare questo pensiero: il suo oggetto orientale, conquistato per fascinazione dell'esotico, comincia a provocargli problemi quando si permette di parlare ed esprimere delle opinioni: fino a quel momento, la donna rappresentava per lui un piacere segreto, innocuo e assai divertente. La vicenda non ha un lieto fine: mentre Trejago ne esce indenne, a Bisesa vengono tagliate le mani come punizione per essersi spinta "oltre i limiti". Frantz Fanon, psichiatra martinicano e uno dei massimi teorici delle questioni coloniali e postcoloniali, ha dedicato un capitolo del suo celebre saggio Pelle nera e maschere bianche a "La donna di colore e il bianco"[21].


Alterità come esotismo


E' interessante leggere i vari casi che Fanon ha studiato riguardo a relazioni fra donne nere e bianchi in cui egli cerca di capire, come fine ultimo, in quale misura l'amore autentico rimarrà impossibile fintanto che non saranno espulsi il sentimento d'inferiorità sociale, economica e di genere che sembrano caratterizzare la coscienza nera. Se la donna di colore crede nella propria inferiorità rispetto all'Altro bianco e se questi la considera attraente solo come diversivo esotico, nessuno dei due potrà liberarsi dal gioco delle parti in cui sono stati inseriti e, di conseguenza, essi non riusciranno mai ad instaurare un rapporto di differenza vissuta nell'uguaglianza. Todorov, infatti, ricorda in Noi e gli Altri, che l'esotico concerne l'Altro nella misura in cui lo condanna a restare in una immota lontananza: idealizzare quell'alterità è come affermare il rifiuto della conoscenza dell'Altro.


Oriente e Occidente


Rispetto a tali questioni, lo stesso Kipling scrive nella sua autobiografia, al settantesimo anno di età: "Molto tempo fa ebbi occasione di affermare che "l'Oriente è l'Oriente e l'Occidente è l'Occidente e mai i due si incontreranno". Mi sembrava esatto perché avevo fatto prova di quello che dicevo; ma avevo anche enumerato con cura i casi nei quali quei due punti cardinali cessavano di esistere"[22].

In effetti, tutto ciò emerge con sorprendente lucidità nelle sue storie, le quali, non a caso, compaiono nelle raccolte di racconti "Dei confini e dei conflitti", "Della vendetta e della memoria".

I punti cardinali di cui parla l'autore, esistenti o meno, rappresentati nel linguaggio esplicito e ibridato che lo caratterizza, possono condurre il lettore al ritrovamento di spunti cruciali dai quali partire per la ricerca di riflessioni letterarie, filosofiche, antropologiche, volte ad indagare, colmare o addirittura eliminare, le distanze che vengono a formarsi all'interno della diversità umana.

Note:


[1] Salman Rushdie, Patrie Immaginarie, Milano, Mondadori, 1994, p. 83. (Ed. or. Imaginary Homelands, London, Granta, 1991). Per una biografia di Rudyard Kipling si vedano Kingsley Amis, Kipling, Milano, Leonardo Editore, 1989, (trad.it. a cura di Silvia Vignato) e Angus Wilson, The Strange Ride of Rudyard Kipling, London, Secker & Warburg, 1977.

[2] A questo proposito si veda il volume Elleke Boehmer, Colonial and Postcolonial Literature, Oxford University Press, Oxford, 1995; in particolare i capitoli I e II " Imperialism and Textuality" e "Colonialist Concerns". Si vedano inoltre, in riferimento alla letteratura anglo-indiana e all'opera di Kipling, Bart Moore-Gilbert (ed. by), Writing India 1757-1990. The Literature of British India, Manchester, Manchester University Press, 1996 e Richard Allen, Harish Trivedi, Literature and Nation. Britain and India 1800-1990, London, Routledge, 2000.

[3] Per un ulteriore approfondimento di questi temi in rapporto ai primi racconti di Kipling si vedano Zohreh T. Sullivan, Narratives of Empire: the Fictions of Rudyard Kipling, Cambridge, Cambridge University Press, 1993 e John McClure, Kipling and Conrad. The Colonial Fiction, Cambridge, Massachussetts and London, 1981, capitoli I-II-III.

[4] Cyril Falls, Rudyard Kipling. A Critical Study, Martin Secker, London, 1915, rist. Arden Library, Darby, 1980, pp. 125-126 e 129.

[5] Silvia Albertazzi, Lo sguardo dell'Altro, Roma, Carocci, 2000, p. 37.

[6] Il racconto e i successivi riferimenti ad esso sono contenuti nella raccolta Kipling. Racconti, Milano, Garzanti, 1993, pp. 75-100.

[7] Ibidem, pp. 138-144.

[8] "La strana cavalcata di Morrowbie Jukes" in Kipling. Racconti, cit. p. 86.

[9] Ibidem, p. 88.

[10] William Shakespeare, La Tempesta. Trad. it. di Salvatore Quasimodo, Milano, Mondadori, 1991, I, 2, p. 41.

[11] Giorgio Manganelli, "Quei ministri in lacrime sulla tomba di Kipling", Corriere della Sera, 17 gennaio 1986. Questo articolo è contenuto nella ricca rassegna stampa in Appendice al volume Giorgia Grilli, Emilio Varrà (a cura di), Il lama e il bambino. Giungle, fantasmi, frontiere, contrasti: l'irriducibile alterità di Kipling, Cesena, Il Ponte Vecchio Editrice, 1999, pp. 233-234.

[12] Emilio Varrà, "Il ponte e l'Infinito: la sospensione di Kipling tra la condanna della realtà e la fatica dell'ideale", in Emilio Varrà, Giorgia Grilli (a cura di), op.cit., p. 53. Riguardo al discorso su imperialismo e problema dell'alterità in Kipling, si vedano in particolare i saggi contenuti nel volume di cui sopra: Matteo Baraldi "Passaggi in India", pp.69-83 e Giorgia Grilli "Per una interpretazione dell'idea imperiale in Kipling", pp. 25-46, nonché il numero monografico dedicato a Kim della rivista Hamelin. Note sull'immaginario collettivo, n. 4, aprile 2002, anno 2.

[13] "Il sogno di Duncan Parrenness" in Kipling. Racconti, cit. p. 138.

[14] Ibidem, p.140.

[15] Edward Said, Cultura e Imperialismo, Roma, Gamberetti, 1998, pp.172-173. Ed. or. Culture and Imperialism, London, Chatto & Windus, 1993.

[16] Il racconto e i riferimenti ad esso si ritrovano nella raccolta Kipling. Racconti Anglo-Indiani. A cura di Alessandro Monti, vol.1, Milano, Mondadori, 1987.

[17] Daniela Corona, "Alla cattura dell'Altro" in Elio di Piazza (a cura di), Narrazioni dell'Impero. Saggi su colonialismo e Letteratura, Palermo, Università degli Studi, 1995.

[18] Il racconto si trova nella raccolta Kipling. Racconti, cit. pp 3-10. Per un' ulteriore analisi del racconto si veda Alessandro Monti "Il coltello del chirurgo e il laccio del Thug" in Mirella Billi (a cura di),Voci sull'India e dall'India 1947-1997, Viterbo, Sette Città, 2001, pp. 35-60. Nello stesso volume, riguardo al discorso su razzismo e imperialismo, si veda Elio di Piazza, "His chance in life": l'oltreconfine razziale di Kipling", pp. 75-85.

[19] "Oltre i limiti" in Kipling. Racconti, cit. p. 3.

[20] Ibidem, p.8.

[21] Frantz Fanon, Pelle nera, Maschere bianche, Milano, Marco Tropea Editore, 1996, pp. 37-57, ed.or. Peau noire, masques blancs, Paris, Editions du Seuil, 1952.

[22] Rudyard Kipling, Qualcosa di me, Torino, Einaudi, 1986, p.171, trad. a cura di Mario Vinciguerra. Ed. or. Something of Myself: for my Friends Known and Unknown, London, Macmillan, 1937.
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