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Tema n.2:

Don Chisciotte e l'insostenibile invadenza
di Alonso Quijano. Ovvero l’umoristica comprensione dell’altro dentro di sé

Io fui pazzo e or son savio: fui don Chisciotte della Mancia, e ormai, come ho detto, son Alonso Quijano il Buono.

Sostiene giustamente Segre che i parametri per valutare il pensiero di Cervantes [1] “sono inutilizzabili, in quanto le categorie contrastanti del buono e del malvagio, del bello e del brutto, dell’onesto e del disonesto, non danno vita a nessun processo dialettico, giacché coesistono in un rapporto di complementarità e di perfetta armonia con la natura delle trame e dei protagonisti” [2] . Ci ripromettiamo di osservare il riflesso di una simile considerazione nella configurazione del personaggio principale dell’opera, l’ingenioso hidalgo della Mancia, il cui comportamento contraddittorio e bizzarro raggiunge, diversamente da quanto afferma il critico, una sua particolare coerenza basata su un perfetto equilibrio di pesi e contrappesi. Nella lettura del don Chisciotte, la nostra capacità critica si confronta con un personaggio tanto sfuggente e enigmatico, quanto prevedibile e scontato, la cui personalità si complica in una serie di rifrazioni che si disperdono, e si rimandano, all’infinito. In questo scaltrito gioco di specchi, si staglia nella trama l’uomo modernamente inteso, tratteggiato in tutta la sua contraddittorietà fenomenica, nella sua pochezza e nella sua grandezza, nella sua eroicità e nella sua miseria, nella sua interiorità e nella sua apparenza, il che ci spinge sempre più a intravedere non solo un personaggio, bensì due: Alonso Quijano e don Chisciotte. Il primo è un placido signorotto di provincia, decaduto, che per evadere dalla noia che lo attanaglia si dedica avidamente alla lettura di libri di cavalleria, mentre il secondo, non è altro che la proiezione fantastica e leggendaria dei desideri più intimi del primo. Alonso Quijano lotta tanto acremente contro la propria banale anonimia di hidalgo di provincia fino al punto di inventarsi tutto, secondo un procedimento demiurgico o più semplicemente palingenetico: dapprima un nome d’arte (don Chisciotte) per poter accedere al mondo cavalleresco generato dalla sua fantasia malata, poi uno scudiero (affidando tale ruolo a un villico ignorante, il noto Sancio Panza), poi un’armatura (costruita tramite la tecnica del bricolage, nobilitando oggetti comuni) e infine delle avventure (rese possibili tramite un processo di continua deformazione del reale). Lo scarto tra questi due estremi la dice lunga sul percorso che seguirà la trama, sempre in bilico tra realtà e finzione, e sulla natura del protagonista che oscilla tra un’identità rifiutata e una recentemente acquistata. Ed è su questa alternanza, o meglio, su quest’alterità tra due io sempre in lotta tra loro, che si può rileggere l’intera parabola di don Chisciotte giungendo a conclusioni proficue e innovative. A confortare un simile approccio è certamente l’episodio emblematico della Grotta di Montesinos [3] , in cui l’eroe, in una sorta di discesa agli inferi, ritorna alla vita reale con una consapevolezza ampliata, seppur misconosciuta dall’eroe stesso. Infatti Don Chisciotte compirà un viaggio nel viaggio: una volta giunto nei pressi di una grotta, tra rovi e lo svolazzare di uccelli, si calerà con l’aiuto di una fune in una misteriosa e buia voragine. Come ricorda Percas Ponseti [4] , il primo significato durante Los siglos de oro del verbo calar era quello figurativo di “penetrare fino in fondo” e, parallelamente, quello di “comprendere l’essenza intima delle cose”, pertanto, già da una previa analisi etimologica, siamo sollecitati a rinvenire in questo passo se non il senso ultimo della parabola chisciottesca, almeno uno dei suoi significati più specifici e intrinseci.

Ma ritorniamo al mirabile brano. Passata mezz’ora, Sancio e lo studioso (i due accompagnatori del folle don Chisciotte) recuperano dall’oscurità della grotta il cavaliere, che appare immerso in un sonno profondo, e tentano di risvegliarlo. Una volta abbandonato il torpore che l’avvinceva, don Chisciotte intraprende il mirabolante racconto di quanto ha visto all’interno della caverna, lasciando i suoi due interlocutori esterrefatti per via dell’inattendibilità delle sue contraddittorie dichiarazioni. Innanzitutto, sul piano cronologico si crea una discrepanza difficilmente emendabile tra il tempo fisico di Sancio, la mezz’ora reale di attesa del ritorno del padrone, e il tempo soggettivo di don Chisciotte che ritiene di aver passato ben tre giorni nei meandri della buia voragine in compagnia di cavalieri e dame leggendari. Tuttavia questa non è che una delle inconciliabili “tensioni” che scaturiscono dal racconto, poiché ve ne sono almeno altre due, non meno rilevanti: la prima risiede nel contrasto tra il tono aulico con cui il cavaliere narra le proprie avventure e il contenuto triviale di tale racconto, il che provoca una frattura stilistica responsabile di quell’ironia e briosità che non è mai assente nel romanzo cervantino. La seconda riguarda la verità o la falsità del racconto: da una parte lo studioso considera l’avventura come un’esperienza vissuta e quindi reale, dall’altra Sancio l’immette chiaramente nell’ambito delle vicende immaginate e quindi fittizie. Tuttavia, per uscire dal fuorviante binomio verità/menzogna e per spingere la nostra analisi verso orizzonti più luminosi, non resta che imboccare la pista del sogno, dal momento che, come sostiene opportunamente Ruffinato, “di un sogno tutto si può dire, magari applicandogli le etichette di profetico, di menzognero, di misterioso, di inesplicabile […] tutto si può dire tranne che sia vero e falso” [5] . Una volta deciso che si tratta di un’esperienza onirica, potremo addentrarci nella descrizione del racconto affrontando con maggior consapevolezza tutte le incongruenze e assurdità che lo tempestano, avvertendo anticipatamente che non ci interessa offrire un’interpretazione simbolica, allegorica o metaforica dell’intero episodio, quanto piuttosto ci preme sottolinearne il risvolto umano, perché solo in questo modo giungeremo, a nostro giudizio, al senso occulto dell’avventura di don Chisciotte. Riteniamo fermamente che questo episodio rappresenti un caso atipico all’interno della diegesi romanzesca per il suo sorprendente realismo. Per la prima volta l’autore ci offre uno spaccato schietto e sincero, non tanto della società, quanto dell’inconscio del protagonista, permettendoci di entrare in contatto con l’essenza intima dell’eroe e indagare la veridicità dei suoi aneliti e dei suoi propositi, senza che questi vengano intaccati coscientemente né dalla volontà né dalle azioni. Don Chisciotte si compiace di narrare quanto gli è accaduto nella grotta, senza rendersi conto che ogni sua parola smentisce il valore e la fermezza dei suoi ideali dal momento che il mondo cavalleresco risulta intaccato dalla trivialità e dalla volgarità: i cavalieri nobili e valorosi su cui l’eroe cercava di modellare la propria esistenza vivono in un quietismo immobile vestiti alla stregua di accademici: al posto della spada, impugnano un rosario; allo stesso modo anche le loro splendide consorti, lontane dal possedere un’avvenenza leggendaria, risultano abbigliate con turbanti alla turca e con le vesti moresche degli infedeli! Persino Dulcinea, la donna ideale, pura e nobile per antonomasia, appare nel sogno come una volgare e rozza contadina, per giunta venale. Tramite una delle sue damigelle, supplicherà don Chisciotte “di prestarle […] sei reali […]” indispensabili per uscire da “brutte acque” [6] , ma, sciaguratamente, a questa richiesta che ormai non reclama più alcun gesto eroico da parte del fedele innamorato, il nostro cavaliere non potrà accordare che quattro reali, fallendo clamorosamente nel suo tentativo di esaudire, sempre e comunque, i desideri dell’amata. Don Chisciotte, pur non rendendosene conto, sta dichiarando la crisi dei suoi valori morali e del suo mondo, dal momento che il suo inconscio sembra ineluttabilmente riconoscere la debolezza tragica del suo operato, come si evidenzia anche nel dialogo tra Montesinos e Durandarte, ossia i due cavalieri sognati da don Chisciotte. Costoro sono vittime della magia di Mago Merlino e non possono allontanarsi dalla grotta in cui questi li ha rinchiusi, tuttavia Montesinos, sperando in un riscatto, suggerisce a Durandarte che nella grotta si trova il famoso don Chisciotte e che costui, novello eroe, li salverà dall’incantesimo che li tiene imprigionati. Ma l’interlocutore replica volgarmente: “Ove così non fosse, cugino, quello che dico è: pazienza e rimescoliamo le carte” [7] . Durandarte, il cavaliere leggendario, dubita seriamente dell’efficacia dell’azione di don Chisciotte, il cavaliere in carne e ossa. Questa riluttanza non è solo umiliante, ma persino tragica giacché un simile colloquio si svolge nel sogno e, quindi, nell’inconscio dell’hidalgo, pertanto questi dubbi non sono realmente di Durandarte, bensì assillano lo stesso eroe che ha ormai perso completamente la fede e la certezza nella sua prode missione. E come sappiamo il dubbio è già di per sé una paralisi della volontà del cavaliere, che comincia, almeno inconsciamente a vacillare. Infatti, se si legge attentamente il testo, ci si rende conto che l’uomo esce sconvolto dalla grotta, esprimendo tutta la sua debolezza e caducità per non essere in grado di valutare quanto gli è stato rivelato nel sogno: proprio per questa ragione si rifiuterà di aprire gli occhi, molto probabilmente per non accettare alla luce del giorno e nemmeno rivelare quello che ha visto dentro di sé. Una volta riaperti gli occhi, anche se è corroso dal dubbio fin dentro le proprie viscere, è spinto dalla sua grandezza e dal suo eroismo a non rinunciare alle sue aspirazioni, per quanto fasulle e inconsistenti siano [8] .

E’ ormai palese che don Chisciotte sia, almeno in minima parte, cosciente della futilità dei suoi propositi e della loro inconsistenza, perché non può esimersi dall’ascoltare la voce del suo acerrimo nemico che proviene dai meandri del suo inconscio, vale a dire, la cruda e raziocinante voce di don Alonso. Grazie al sogno e alla sua imponente carica umana, si getta luce sulla schizofrenia dell’individuo e sulla lotta intestina tra due personalità contrastanti: da una parte don Chisciotte afferrato ad un ideale a cui non vuole rinunciare e dall’altra Alonso Quijano [9] che concepisce chiaramente i fallimenti e che sostituirà l’altro a poco a poco fino a dominare nel letto di morte, dove l’eroe riacquista il senno perduto. All’interno di questo agguerrito combattimento tra identità in continua lotta per la supremazia, si evince chiaramente che a sognare è stato Alonso Quijano, mentre a risvegliarsi è stato don Chisciotte, il quale celermente ha saputo demistificare le crudeli visioni dell’altro dentro di sé, seppur con scarsi risultati. D’ora in avanti, difatti, don Chisciotte non sarà più quello di prima: vivrà assediato dall’incertezza, che a sua volta, è la più completa espressione di una volontà paralizzata che non sa trovare conforto se non nella divinazione. In due occasioni l’eroe s’abbasserà a consultare falsi indovini [10] per estirpare parte dei suoi dubbi e per aver la sicurezza che quanto ha sognato corrisponde a verità, anche se nessuno dei veggenti interpellati potrà dare all’eroe quella certezza tanto agognata. In seguito sarà persino obbligato, per riscattare la sua reputazione giudicata mendace, a stringere un ignobile patto con il suo scudiero: dopo che Sancio ha raccontato l’ennesima assurdità, il cavaliere gli si avvicina e gli sussurra: “Sancio, se volete che vi si creda per ciò che avete visto in cielo, io voglio che voi crediate me per ciò che vidi nella grotta di Montesinos. E non dico altro.” [11] Ormai solamente i ricatti possono riabilitare una condotta che appare sempre più ambigua e confusa, incalzata dalla offensiva scagliata dal suo doppio, che pian piano acquista terreno e forza. La dissociazione tra due identità diventa una sorta di motivo nascosto negli ultimi capitoli del romanzo e si evidenzierà ogniqualvolta l’hidalgo Alonso Quijano prenderà il sopravvento sulle fantasticherie chimeriche del cavaliere errante: ripercorrendo il testo si scoprirà l’apatia e la melanconia di don Chisciotte che invece di andare in cerca di avventure le subisce e si noterà, altresì, come il paladino sia diventato più giudizioso [12] e inesorabilmente “contaminato” dai sussulti, sempre più invadenti, dell’altro. Il più intimo e recondito significato dell’episodio della grotta è il velato riconoscimento da parte dell’eroe del suo assurdo e inconcludente stile di vita, visto che ormai Dulcinea non è più la dama ideale e gli epici cavalieri del ciclo di Carlo Magno hanno perso la loro “esemplarità”. Sono molte, in effetti, le avvisaglie che avrebbe consentito di giungere ad una simile conclusione: alla duchessa che gli chiede se Dulcinea sia fantastica o reale, l’eroe risponde: “Su questo ci sarebbe molto da dire. Iddio sa se c’è o no al mondo Dulcinea, o se non c’è, se è immaginaria o non è immaginaria; e non son cose queste la cui prova debba essere spinta fino in fondo” [13] . Questo atteggiamento circospetto non è certo privo di malizia e lo è fino a tal punto da farci, a volte, dubitare della facilità apparente con cui il cavaliere sembra lasciarsi ingannare. All’interno dell’abile gioco ordito dalla penna cervantina non si capisce più chi sia ingannato: se lo sia don Chisciotte o lo stesso lettore che non ha più appigli sicuri per decifrare la complessità del protagonista, nei suoi sbalzi di razionalità, di malizia e di follia.

Ma non è tutto. Resta da sottolineare l’umorismo dolceamaro che si sprigiona da questo episodio, così come dalle disastrose e controproducenti avventure di cui il cavaliere è sia vittima che artefice. I suoi nobili propositi, la sua fede cieca negli ideali più sublimi e, al contempo, la consapevolezza inconscia del suo fallimento (dal momento che il mondo della cavalleria si è inesorabilmente estinto), fanno si che il riso non sgorghi dalle fonti dell’ironia, ma da quelle dell’umorismo pirandellianamente [14] inteso. Il lettore è spinto a provare un duplice sentimento antitetico nel corso della lettura del romanzo, da una parte sorriderà, dall’altra percepirà il sentimento del contrario, ossia la disperazione e l’amarezza che muovono il riso verso la catarsi più sublime. Difatti, come non accordare la propria simpatia a un cavaliere che ha come unica e santa aspirazione la giustizia? Costui vuole proteggere i deboli, atterrare i potenti, vendicare i torti, difendere le fanciulle indifese, trasformarsi in un eroe; tutti i suoi atti, almeno nelle intenzioni, appaiono degni di approvazione e di elogio, anche se sono tragicamente votati al fallimento. Prevale, nella lettura del romanzo, quel “sentimento del contrario” che don Chisciotte sperimenta non solo nella grotta, bensì tutte le volte che il suo io viene sopraffatto dall’invadenza di Alonso Quijano, il quale severamente gli ricorda che sta recitando un copione falso, grottesco, desueto e inutile.

Per concludere, l’episodio della Grotta non fa che esasperare questa dissonanza tra identità, permettendoci di rinvenirne gli effetti anche in situazioni e momenti che non sospettavamo, obbligandoci, di conseguenza, a un ripensamento di tutta l’opera e del suo protagonista. Parimenti, il senso intrinseco di un simile episodio è, certamente, la sublimazione dell’umano, nella sua caducità e nella sua grandezza. Presumibilmente, lo scopo dell’autore non consisteva nella costruzione di un racconto ironico, bensì mirava a rendere manifesto il mistero e l’ambiguità della natura umana. Nella concezione cervantina dell’uomo la verità assoluta non esiste, esiste solamente la volontà, l’intelletto, il coraggio; al momento di entrare nella grotta, don Chisciotte si confronta con la sua solitudine cosmica, con gli antri segreti del suo inconscio e col mistero dell’uomo che coincide, forse, con l’assenza di verità, con il tramonto degli ideali e con l’impossibilità di conoscere razionalmente l’universo.

Come dimostra la visione onirica, gli ideali non sono altro che delle mere illusioni, seppur indispensabili per continuare a vivere e per dare un senso all’esistenza. L’eroismo di don Chisciotte consiste, dunque, nel sapere che la vita è ombra e sogno e, allo stesso tempo, nel tentare di vivere come se non lo fosse. L’eroe continuerà imperterrito fino alla fine dei suoi giorni il suo cammino, quando, con un ultimo atto di volontà, tornerà a trasformarsi in Alonso Quijano; tuttavia fino a quel momento il protagonista avrà tentato di vivere, con tutte le proprie forze, come in un’opera d’arte seguendo fedelmente i suoi ideali malgrado le beffe, gli inganni, e gli attacchi inattesi e repentini di Alonso Quijano. L’influenza occulta di quest’ultimo lo spinge a un mutamento graduale del proprio modo di essere, a cogliere l’insensatezza degli ideali, a vivere nella malinconia e nell’apatia, obbligandolo a intraprendere il cammino che conduce al desengaño, ossia alla disincanto e alla ritrattazione degli ideali che lo avevano sostenuto nella sua parabola esistenziale. Negli ultimi capitoli del romanzo la triste rassegnazione di don Chisciotte di fronte all’ineluttabilità degli eventi prelude al rinsavimento e al conseguente annullamento della sua figura dal mondo. Nel recuperare il senno sul letto di morte, il cavaliere della Mancia torna ad essere Alonso Quijano, spogliandosi di tutto e arrendendosi all’inevitabile. La morte di don Chisciotte suggella la vittoria di Alonso Quijano, dal momento che in ogni guerra che si rispetti, sempre vi sono morti e decessi e sempre vi sono vincitori. Tuttavia entrambi gli antagonisti appaiono perdenti: il ritrovato hidalgo non potrà sopravvivere senza quella parte di sé, fantasiosa e ingegnosa, che è stata rinnegata e ripudiata, perché la sua esistenza perderebbe significato tornando a essere monotona e piatta come un tempo. Fino alla fine, il protagonista rispecchia al meglio la considerazione con cui si apriva l’articolo, poiché in lui convivono due facce di una stessa medaglia, indispensabili l’una all’altra, che hanno convissuto, sorreggendosi e alternandosi secondo una gioco non facilmente delineabile, quasi insondabile, perché insondabile è la natura della realtà umana così felicemente ritratta da Cervantes nel suo capolavoro immortale.

Note:


[1] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi, Torino, 1957, pag. 1182

[2] Cesare Segre, Costruzioni rettilinee e costruzioni a spirale, Le strutture del tempo: narrazione, poesia e modelli, Einaudi, Torino, 1974, pag. 187

[3] Si tratta del celebre episodio della Grotta di Montesinos nel capitolo XXII° del II° tomo.

[4] Helena Percas Ponseti, La cueva de Montesinos, in Revista hispánica moderna, 24, 1968, pagg. 376-399

[5] Aldo Ruffinato, Cervantes, Carocci, Roma, 2002, pag. 76

[6] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, cit., pag.781

[7] Ivi, pag. 776

[8] Come, parimenti, era falso e fasullo il mondo cavalleresco sognato, giacché i nobili cortigiani di Carlo Magno vivevano nell’indigenza, nel degrado e in una solitudine asfittica.

[9] Tale era il nome del protagonista prima di armarsi cavaliere e prima di ribattezzarsi come don Chisciotte della Mancia.

[10] Ovvero la scimmia di Maese Pedro e la Testa del Duca di Barcellona.

[11] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, cit, pag. 922

[12] Gli osti non si tramuteranno più in duchi, né le sozze locande in castelli da mille e una notte, né le rozze locandiere in nobili cortigiane.

[13] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, pag 854

[14] Cfr. Luigi Pirandello, L’umorismo, Mondadori, Milano, 1992.
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