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Indice

Tema n.2:

Ebreo dopo. Angelo Fortunato Formiggini tra utopia e disinganno

Un curioso funerale / Un editore dimenticato / Angelo Fortunato Formiggini: la vita (parte prima) / Angelo Fortunato Formiggini: la vita (parte seconda) / Di fronte al fascismo: ironia e sottomissione / L'utopia umanitaria di Formiggini: il luogo di un'alterità possibile / Un preciso momento storico / Dall'utopia al disinganno: l'altro in sé / Un tentativo assurdo? / La "leggenda" di Formiggini

Un curioso funerale


Chi si fosse trovato a sostare, la mattina del 30 novembre 1938, nei pressi del cimitero di San Cataldo a Modena, avrebbe assistito al passaggio di un corteo funebre curiosamente affollato da poliziotti in divisa, una trentina, più o meno, incaricati di sedare eventuali disordini. Ne avrebbe visti altri, in borghese, scattare fotografie e annotare su taccuini i nomi degli intervenuti. Il loro compito, in realtà, è presto esaurito: in tutto quell'assembramento di gente, solo cinque sono parenti o amici lì giunti per seguire espressamente il feretro e tributare l'ultimo omaggio ad un uomo di cui tutto avrebbero potuto immaginare, tranne quella fine tanto assurda. In testa al corteo c'è la moglie, Emilia Santamaria: ha dovuto combattere una personale e triste battaglia per evitare che le esequie si svolgessero di notte, come richiedeva la questura. Persino la notizia del decesso è circolata clandestinamente, visto il rifiuto di tutti i giornali di pubblicare un necrologio, anche a pagamento. Solo la stampa antifascista all'estero ne dà l'annuncio, sottolineando che il fatto "non ha potuto comparire sui giornali italiani ove le leggi razziste impediscono di dar notizia dei decessi degli ebrei". Starace, uno dei gerarchi del fascismo, commenta pubblicamente l'accaduto con una feroce, tragica battuta: "E' morto da vero ebreo, senza volere nemmeno comprare il veleno per uccidersi". Chi si fosse trovato a sostare, quella fredda mattina del 1938, presso il cimitero di San Cataldo a Modena, avrebbe visto sfilare il corteo funebre di Angelo Fortunato Formiggini, uno dei più grandi editori del Novecento, morto suicida il giorno prima.


Un editore dimenticato


La damnatio memoriae imposta dal regime fascista sulla figura e l'opera formigginiana ha sortito il suo drammatico effetto, al punto che solo uno sparuto gruppo di adepti, oggi, conosce la vicenda umana e editoriale del modenese Formiggini e accetta per buona la qualifica prima attribuitagli di grande editore, anzi appunto uno dei più grandi del secolo appena trascorso. L'aggettivo non poteva comparire ancora nel titolo del benemerito convegno modenese del 1980, Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, perché si trattava in fondo del primo doveroso atto di scrutinio delle ragioni culturali, e, ancor più, umane, che stanno al fondo dell'imponente intrapresa formigginiana, nota soprattutto per la brillante collana dei Classici del ridere, apprezzata per lo più da qualche bibliofilo dedito al trovarobato editoriale (ancora oggi, infatti, sono volumi di poco pregio, non per la veste tipografica, eccellente, quanto per gli enormi quantitativi con cui, ad ogni uscita, inondavano il mercato librario). Spetta perciò a Luigi Balsamo e Renzo Cremante, i curatori di quel convegno, e ai relatori intervenuti, il merito di aver sollevato la pesante cortina di silenzio che gravava su una figura di alto profilo morale, il cui inesauribile entusiasmo ha portato a erigere in sistema di pensiero la luminosa cordialità del carattere. Prima di accostarci ai giorni estremi della vita di Formiggini, per sondare le ragioni di un gesto tanto eclatante quanto coerente con la tensione etica di un'intera esistenza, conviene fissare qualche data e qualche evento di quella vita, all'apparenza povera di fatti esteriori, in realtà ricchissima di umori altalenanti, tra l'esaltazione e l'avvilimento, all'impatto delle proprie iniziative con le mutevoli vicende pubbliche e politiche del primo trentennio del Novecento: la vita di un imprenditore della cultura, insomma, che del proprio lavoro, però, fa, più che un mestiere, una missione [1].


Angelo Fortunato Formiggini: la vita (parte prima)


Angelo Fortunato Formiggini nasce a Collegara, un borgo presso Modena dove sorge la casa avita, nel 1878. Le sue origini sono inconfondibilmente ebraiche: il cognome pare derivare da Formigine, un paese vicino Modena. L'adolescenza e la prima giovinezza sono spese tra maldestri tentativi poetici e la frequentazione assidua degli ambienti goliardici. Nel 1901 Formiggini consegua la laurea in giurisprudenza presso l'Università di Modena con una tesi intitolata La donna nella Thorà in raffronto col Manava-Dharma-Sastra. Contributo storico-giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita. Se anche, fino all'ultimo, egli non recederà dal proposito di tralasciare i riti e le credenze religiose dei padri, un titolo come questo non può non mettere in sospetto su quale bizzarro coacervo di opposti sentimenti si agitasse nell'animo di Formiggini. Nel 1906 si trasferisce a Roma per seguire in quell'Ateneo i corsi di filosofia di Antonio Labriola: lì conosce Emilia Santamaria, che sposerà il 16 settembre dello stesso anno; è un'unione senza figli, che conduce alla decisione, nel 1920, di adottarne uno, Fernando Cecilia, l'amatissimo "Puccettino". Condotta la famiglia a Bologna, vi consegue nel 1907 la seconda laurea con una tesi sulla Filosofia del ridere: si tratta di un lavoro importante perché, di là dalla padronanza mostrata verso le teorie positiviste e protonovecentesche sul riso e l'umorismo (il saggio di Pirandello è di là da venire, ma Formiggini, dell'autore siciliano, non manca di citare altro), indica in sotanza qual'è la disposizione mentale, e quali saranno in futuro il modus vivendi e la scelta di campo del futuro editore. Da un evento occasionale, ossia le feste mutino-bononiensi realizzate per celebrare l'anniversario della battaglia fra bolognesi e modenesi per il possesso della "famosa" secchia, nascono i primi volumi formigginiani: La secchia, zibaldone di componimenti giocosi del Tassoni e di autori moderni, e Miscellanea tassoniana, uno splendido volume di oltre 500 pagine, con contributi critici sul Tassoni da parte di alcuni dei migliori studiosi dell'epoca: Giulio Bertoni, Ludovico Frati, Arrigo Solmi, Albano Sorbelli, Giovanni Pascoli...Nasce così la ditta A.F. Formiggini editore, con sede prima a Modena, poi a Genova: il suo simbolo è uno scudo cinto d'alloro e accompagnato dal mottoAmor et labor vitast (cui si aggiungerà, qualche anno dopo, l'altra epigrafe Risus quoque vitast). Le prime collezioni sono Biblioteca di filosofia e pedagogia, Biblioteca filosofica e letteraria, Profili.


Angelo Fortunato Formiggini: la vita (parte seconda)


Nel 1912 esce il Satyricon, primo volume dei Classici del ridere, la collezione più nota e longeva, protratta fino al 1938. La prima guerra mondiale trova Formiggini in trincea, anche se per poco: rientrato a Genova decide di spostare a Roma la casa editrice, che verrà ospitata, ironia della sorte, in un'ala di Palazzo Venezia, da dove, qualche anno più tardi, si affaccerà il nuovo duce degli italiani. Nel 1918 dà vita alla sua creatura più cara, l'ICS, cioè L'Italia che scrive, un periodico di informazione libraria che, negli intenti dell'editore, deve occuparsi di tutte "le principali questioni inerenti alla vita del libro italiano in quanto esse sono essenziali alla vita spirituale della nazione". La rivista avrà un successo enorme, molto superiore alle aspettative iniziali, e per questo Formiggini commetterà l'imprudenza di darsi traguardi ancora più ambiziosi, come un Istituto per la propaganda della cultura italiana, il quale, nato come costola dell'ICS, avrà poi una sua forma giuridica e sarà retto da un Consiglio d'onore di cui faranno parte eminenti uomini di cultura. L'Istituto, ribattezzato Fondazione Leonardo, gli sarà sottratto attraverso oscuri maneggi burocratici, nei quali pare avere un ruolo di primo piano Giovanni Gentile, consigliere onorario della Fondazione, ma anche ministro della Pubblica Istruzione del governo Mussolini. Formiggini paga insomma la volontà di rimanere tenacemente al timone della Fondazione, nel momento in cui ogni organo di stampa e di propaganda, sia pure culturale, passa sotto il rigido controllo della dittatura. Formiggini, in realtà, è un ammiratore convinto di Mussolini: ritiene, cioè, come molti italiani, che sia l'uomo giusto per condurre alla "valorizzazione nel mondo dell'attività intellettuale italiana"[2] e anche ne La ficozza filosofica del fascismo, il libro autobiografico che scriverà nel 1924 per dare la propria versione di quella dolorosa vicenda, tutta la responsabilità della confisca è imputata a Gentile (è lui la "ficozza", cioè il bernoccolo, detto alla romana, spuntato sulla fronte del fascismo). Di Mussolini si parla sempre con deferenza, come se la filosofia del manganello fosse un prezzo da pagare alla facinorosità della base piuttosto che una tipologia d'azione voluta e approvata dal capo: "Purtroppo un Capo di Governo non può direttamente occuparsi di tutte le minuscole cose col suo personale ingegno e col suo alto cuore, e ci sono alle volte certi «consiglieri di stato» che consigliano allo Stato le più squallide fesserie, o che, poveracci, si trovano impigliati in situazioni così compromesse da far una figura da idioti pur essendo intelligentissimi"[3]. Seguono anni di alti e bassi editoriali: escono nuove collane, ma complessivamente l'azienda risulta in perdita e tra il 1930 e il 1934 Formiggini è costretto a vendere la terra di Collegara e la casa di Modena per sopperire ai debiti. Nel 1937 il regime decide di confiscargli anche la casa romana, in quanto si vuole procedere al risanamento edilizio della zona. Siamo così giunti al 1938, quando un evento capitale toglie per sempre a Formiggini il gusto di ridere, di sorridere, di far finta di niente: nel giugno di quell'anno, infatti, viene promulgato il Manifesto sulla razza, che sancisce anche in Italia l'entrata in vigore di misure violentemente antisemite. Esclusione degli ebrei dalle scuole e dagli uffici pubblici, allontanamento dalle forze armate, dai commerci, dalle industrie, dalle professioni, sia come lavoratori indipendenti che come lavoratori autonomi, limitazione delle proprietà immobiliari, proibizione di matrimoni misti: una serie di provvedimenti, insomma, che significano per Formiggini la completa rovina. Di più: significano il sacrificio di quell'attività cui ha dedicato amorevolmente anni ed anni di vita, l'olocausto delle speranze in un'umanità rinfrancata dal sorriso e dalla cultura, il disinganno feroce nei confronti di Mussolini, al quale l'editore ha delegato buona parte della sua fiducia per la costruzione di un mondo pacificato e attivo. La risoluzione che prende è immediata, drastica: ce lo confermano i tanti scritti (lettere ed epigrammi soprattutto) che redige in quattro mesi di amara, ma anche acida, presa di coscienza dell'orribile misfatto, e che saranno raccolti postumi in un volume intitolato Parole in libertà. Il 28 novembre 1938, giunto a Modena con un biglietto di sola andata e il pretesto, di fronte allo scetticismo della moglie, di dover presenziare a una riunione dei soci della tipografia, sale sulla torre della Ghirlandina e al grido di "Italia, Italia, Italia!", si getta di sotto. In ottemperanza alla sua volontà, lo spicchio di selciato dove viene ritrovato il corpo, sarà denominato "Al tvajol ed Furmajin", il "tovagliolo di Formaggino".


Di fronte al fascismo: ironia e sottomissione


Anche saggiando solo sommariamente la biografia formigginiana, ne risulta in piena evidenza la sorpresa di un disinganno tanto più feroce, quanto più inguaribile - e per dirla tutta anche un poco ingenuo - appare l'ottimismo che accompagna tutta la carriera dell'editore, legittimandone le scelte e articolandone il percorso intellettuale. Non ne giustifica ovviamente il gesto estremo che, in quanto tale, resta in parte insondabile e non può essere liquidato ricorrendo solo alla suggestiva, ma forse semplicistica, formula del "gesto di protesta", così subitaneo e repentino da indurre a ricercare un po' più indietro il germe di un malessere già al lavoro. Converrà perciò rifarsi al primo scritto formigginiano di un certo respiro, la bizzarra Ficozza filosofica del fascismo, per andare in cerca di certi sintomi, certe proteste neanche troppo larvate. Ne la Ficozza, e siamo solo nel '24, accanto alla sincera ammirazione per l'opera di Mussolini, convive un sarcasmo acido per i suoi tirapiedi, tanto che una proposizione come la seguente può nascere sotto il segno di due sentimenti contrapposti, di una lacerazione difficilmente ricomponibile: "Se taluno ha voluto spacciarmi agli occhi del Duce come un nemico del suo formidabile tentativo di dare all'Italia un'anima nuova e vibrante di fede, ha commesso una slealtà. Sarebbe ormai facile dimostrare al Duce di quali improvvisati fautori egli si è lasciato contornare"[4]. Dove non è chi non scorga, tra le pieghe di una retorica anche un po' atteggiata, una distorsione, un vizio di forma che nasce dal condannare un movimento assolvendone il capo. Ma le ultime battute del libro paiono contraddire poi quell'empito di convenzionale sottomissione ai valori della patria e della politica: qui infatti la polemica si fa più aspra, assumendo i modi addirittura di una satira politica severa e irridente contro certo linguaggio, certe formule compendiate a motto di retorica becera. Così si ride di gusto quando Formiggini dichiara di voler completare le due massime dello stemma tipografico (amor et labor vistast/risus quoque vitast) con la traduzione latina (atque mihi confricor) del "sacro motto" fascista me ne frego; e ancora quando, proprio in chiusura, immaginandosi nell'atto di innalzare, dai contrafforti del Gran San Bernardo, un ironico inno di giubilo "per il fascista Gentile", attacca col famigerato "Eja, Eja, Eja!", per concludere che "dalla Sicilia, dagli Appennini, dai mari, da tutte le valli e da tutte le cime, risponde un grido formidabile: A-LA-LAAA...RGA!"[5]. Sembra ora quasi impossibile che, solo tre pagine prima, sia il medesimo autore a parlare, laddove per dar conto dell'atteggiamento di corretta deferenza dell'ICS nei confronti del fascismo, ne riproduce un editoriale uscito a luglio 1923: "La tirannide o la dittatura politica non riguardano l'ICS, né all'ICS può interessare il pensiero politico dei singoli librai e dei singoli editori che essa, del resto, non conosce nemmeno. Come classe di lavoratori (nobilissima classe, mal compresa e negletta), editori e librai, tutt'al più, fanno un ragionamento semplicista: prima i treni non andavano e non si potevano spedire libri e giornali. Ora i treni vanno. Viva Mussolini! Prima le macchine tipografiche erano sempre ferme, ora vanno, Viva Mussolini che le fa andare! L'ICS, che ha una mentalità editoriale e libraria, fa a un dipresso lo stesso ragionamento. Se Mussolini va a inebriarsi d'umiltà sulla tomba di Garibaldi, l'ICS gli dice: «Bravo, tornaci almeno una volta al mese»! E se Mussolini dà prova di arguta genialità tenendo allegri i vecchioni della Camera Alta, il Fondatore della «Casa del Ridere»gli dice: «Bravo Mussolini, tieni botta, perché uomo allegro il ciel l'aiuta e nella giocondità di spirito starà la tua salvezza e quella del Paese». (...) Che se infine Mussolini trionfa sulle cento piazze d'Italia, l'ICS gli dice: «Mussolini, tu puoi darci un'Italia pacificata, daccela»! Ma, una tirannide dottrinale, tocca troppo da vicino l'ICS e tutta la vita intellettuale del Paese perché possa essere deglutita"[6]. La conclusione, dunque, è sulla "balordaggine di chi vorrebbe istituire una Filosofia di Stato", ovvero, ancora una volta, sul nemico Gentile.


L'utopia umanitaria di Formiggini: il luogo di un'alterità possibile


Tutto questo può sembrare, ed è in parte, professione di qualunquismo ante litteram. Ma, rileggendo il pezzo, e scrutinando a fondo tutta la Ficozza e gli altri scritti formigginiani, vagliandone la corrispondenza, come hanno fatto per primi i relatori del succitato convegno modenese, è impossibile non scorgere al fondo un'aspirazione, un progetto, magari solo un simulacro di sogno nei momenti di avvilimento, che rimanda a un mondo dove la politica è sconfitta dalla cultura o comunque, perché fondata su quella, disinnescata nelle sue manifestazioni più deleterie. Ovvia, anche in questo caso, la mancanza di prospettiva storica e, si vuol persino dire, di mero buon senso. Certo è che, in un'epoca in cui l'utopia, soprattutto quella rivoluzionaria, conosce i suoi esiti più clamorosi, anche Formiggini coltiva la propria personalissima, festevole utopia. "Uomo allegro il ciel l'aiuta e nella giocondità di spirito starà la tua salvezza e quella del Paese": è sotto il segno del riso e del buon umore che si consuma la bruciante tensione verso un "altrove" che deve fare i conti con le circostanze sempre mutevoli e deludenti del presente. Eppure questa tensione pare essere la cifra costitutiva dello spirito formigginiano, di ogni sua intrapresa, e l'utopia, l'opzione alternativa di un mondo tutt'altro che impossibile, rappresenta infine la modalità espressiva entro la quale essa si esplica. Da qui trae origine e prende consistenza "un'idea del ridere come fraternità universale, quell'ideale insomma di umanitarismo sociale tramite il comico esibito espresso dalla collezione" [7], quella famosa dei Classici del ridere. E si veda come Formiggini, in più di un'occasione, ribadisca le ragioni di questo suo pacifismo lieve e sorridente: "Nulla è più umano del ridere e nulla è più efficace a rendere benevoli gli uomini gli uni verso gli altri, e c'è il bisogno oggi di richiamare gli uomini ad una serena e lieta concezione della vita" (Circolare del 22-11-1912); "Io sono persuaso che sia altamente provvidenziale oggi il grande rivolo di giocondità che la mia collezione farà dilagare irresistibilmente su tutto il Paese: nulla è più umano del ridere, nulla è più fautore di affratellamento in questo mondo di cani ringhiosi, nulla è più conciliante con la vita in questo secolo di surmenage e di irrequietezza e di nausea" (Il «Cucùlo» ovvero l'Amoroso Commiato, estratto dalla «Rivista pedagogica», dicembre 1912); "L'Europa nuova che dovrà sorgere dalle rovine della vecchia Europa dovrà essere civile e fraterna; non vi potrà essere fraternità se vi sarà oppressione di un popolo sull'altro, ma nemmeno se non ci sarà comunione di cultura tra i popoli. E converrà soprattutto che i popoli si conoscano nei loro aspetti simpatici ed umani, cioè appunto nella loro peculiare gaiezza e nelle particolari colorazioni che presso ciascuno di loro assume l'amore alla vita: ridere è amore di vita" (1914, Trent'anni dopo); "L'affratellamento nel dolore pare che stia dichiarando bancarotta. Perché l'umanità nuova non potrà affratellarsi nella giocondità? Tentiamolo" (1918, Trent'anni dopo)[8]. E' un afflato umanitario che si esplica anche in senso pedagogico, quando Formiggini, per il breve tempo di un anno, sarà insegnante al Liceo privato Ungarelli di Bologna. In una lettera datata 21 giugno 1907, scritta per presentare il proprio programma al direttore, dice tra le altre cose: "Perché una guida etica civile (che per alcuni starà al fianco e si armonizzerà coi principi religiosi liberamente professati, e che potrà supplire a questi per coloro che, per tendenze individuali o per circostanze d'ambiente debbono vivere in una sfera realistica e refrattaria alle credenze trascendentali) è assolutamente necessaria a chiunque voglia nobilitare e sentire tutto il pregio della propria esistenza. E io credo che nella scuola di morale i giovani debbano essere educati a discutere sulle varie correnti di pensiero, perché solo con la libera discussione del pensiero altrui, essi potranno formarsi un pensiero proprio e conseguentemente una propria personalità (...). I giovani studiosi non debbono essere politicanti, ma il liceo è come la porta della vita, varcata la quale ciascheduno ha, non il diritto soltanto, ma anche il dovere di portare il proprio contributo di idee e di idealità alla cosa pubblica (...); e penso che tanti migliori frutti si potranno ottenere quanto più si educheranno i giovani al senso della tolleranza e del rispetto per tutte le opinioni e le credenze che si agitano e si urtano nel perenne dibattito che è proprio della nostra vita" [9].


Un preciso momento storico


Per tali e altre dichiarazioni, converrà riconoscere che bene ha fatto Gabriele Turi in diverse occasioni, non ultima l'intervento Editoria e cultura socialista negli atti del più volte citato convegno, a situare l'attività formigginiana dentro una precisa temperie storica e filosofica, anche per via dei molti collaboratori di militanza socialista dell'editore, o per certe scelte marcatamente popolari (alcune collane esplicitamente dedicate ai ceti meno colti, l'attuazione di una biblioteca circolante). Che poi il carattere di tali iniziative non avesse alcuna intenzione di inscriversi entro partiti o ideologie di sorta, è altrettanto certo, ma non impedisce, da parte di Formiggini, un'adesione diciamo così "sentimentale", o per forza di suggestione, alle correnti di pensiero d'inizio secolo fondate su una concezione solidaristica e umanitaria dei rapporti tra individuo e società. Quello che importa notare, cioè (senza però avere la pretesa di fondare una generalizzazione che necessariamente tutto livelli), è che le intraprese formigginiane si collocano in una situazione storica di grande fermento sociale, dove anarchia, socialismo e utopia rivoluzionaria trovavano terreno fertile per i loro programmi. Avvertendo che "sul piano editoriale-organizzativo" il progetto umanitario di Formiggini era "sproporzionato per le risorse di un semplice editore privato" [10], pare dunque scontato che la piccola utopia dell'editore modenese attingesse linfa da un movimento di idee tanto articolato nelle sue diverse coloriture, quanto vasto nella reale portata della sua diffusione. Al limite, dandoli però solo come suggestione, si possono ricordare alcuni dei punti che, secondo Löwy, danno forma e sostanza al messianesimo rivoluzionario degli intellettuali ebrei della Mitteleuropa: il fatto che esso presenti una corrente "utopica, aspirante a un avvenire radicalmente nuovo, a uno stato di cose mai avvenuto" [11] o che l'Et Ketz, il tempo della fine, "non significhi un miglioramento del mondo così come esisteva fino ad allora, ma la creazione di un mondo completamente altro" [12]. Di là dal fascino di un'indicazione simile, la proposta viene subito a cadere qualora si pensi, non già alla statura immensamente inferiore di Formiggini rispetto a quegli intellettuali (un Benjamin o uno Scholem...), quanto al fatto che lo stesso editore rifiutasse il problema religioso per ricordarsene solo al momento della promulgazione delle leggi razziali [13].


Dall'utopia al disinganno: l'altro in sé


Resta tuttavia, evidentemente incoercibile, una comune ascendenza culturale e spirituale e andranno dunque ricordate le considerazioni di Ezio Raimondi che, sempre sulla traccia di una suggestione proficua, ha richiamato l'immagine del paria fornita da Hannah Arendt per illuminare la figura dell'antieroe in letteratura, spesso legata alla subalternità sociale dell'ebreo. "Ho l'impressione", scrive Raimondi, "che, a mano a mano che Formiggini avanza nel tempo, il vecchio umorismo goliardico modenese-bolognese (...) in lui lentamente comincia a identificarsi con la voce di chi si sente abbandonato, senza forza, con la sua piccola intelligenza di omarino sconfitto" [14]. Vale a dire che la volontà di creare un altrove fuori di sè, proiettato nel mondo, deve cedere allo smarrimento di fronte al problema razziale, alla scoperta di essere lui stesso altro agli occhi del mondo, e perciò dequalificato nella sua dignità di uomo. L' "uomo nuovo" Mussolini, che di quei valori doveva, secondo Formiggini, essere il vessillifero, diventa una "losca figura" dagli "occhi batraci" negli scritti che compongono Parole in libertà , dove anche compare quella sorta di idillio famigliare, all'apparenza tutto delicatezza e nostalgia crepuscolare, che solo all'ultima parola ne ribalta il senso complessivo: mamser, cioè "bastardo" nell'antico dialetto degli ebrei di Modena, indirizzato ovviamente al duce.


Un tentativo assurdo?


Ma , non ostante tutto, presa coscienza dell'atrocità dei tempi, Formiggini non manca di guardare oltre, di serbar fede nel proprio oltranzistico ottimismo, e così stende "in limine vitae" (l'espressione è sua) un lascito di pensiero, un'Epistola agli ebrei d'Italia, dove espone un possibile programma di totale e definitiva assimilazione: ma si tratta di un programma, pur nella più assoluta buonafede, completamente distorto, fitto di tesi, volendo riutilizzare le parole di Piero Treves, "aberranti o (al limite) assurde" [15]. E ciò dipende, appunto, dall'essersi fatto solo in ultimo consapevole della sua condizione altra, di aver riflettuto sulla questione ebraica solo nel momento delle persecuzioni. Formiggini sostiene dunque che "il culto dovrebbe essere quanto più possibile semplificato, e trasformarsi in una rievocazione di ricordi storici sacri" [16], che "visto l'uso vigente in Italia di manifestare a capo scoperto", si riterrebbe molto lieto "se nei templi [ebraici] si stesse senza copricapo" [17], che gli piacerebbe "veder scomparire certe misure igieniche rese ormai non più necessarie dalla presente civiltà" [18] (si riferisce a certe disposizioni religiose in materia culinaria, come per esempio il divieto di mangiare carne al sangue) e, "ridotta l'attesa messianica (...) in una Gerusalemme ideale accessibile a tutte le genti, ridotto il sionismo a un puro focolare spirituale" [19], avanza, da ultimo, una "grande proposta": "cambiate tutti i vostri nomi e prendetene di nuovi di suono ariano" [20]. E' chiaro che ci troviamo di fronte a soluzioni semplicistiche: l'assimilazione totale, sempre nelle parole di Treves, "è possibile, è lecita, se e sempre che soltanto si identifichi con la totale libertà, con la purificazione totale di tutti gl'italiani, artefici e cittadini di una libera repubblica egualitaria" [21]. Eppure, ancora una volta, di là dall'ingenuità un po' facilona (un po' troppo...) dell'editore modenese, non si può fare a meno di notare uno slancio ideale, una manifestazione d'inguaribile ottimismo che, anzi, su quell'ingenuità pare quasi incardinarsi come un motivo consustanziale e irriducibile. E' quasi impossibile trattenere un sorriso tra l'amaro e l'ironico di fronte a un'affermazione come la seguente: "Alla benefica assimilazione si era avviati a grandissimi passi: i nuovi eventi l'hanno troncata . Ma questa non è che una pausa, che sarà più o meno lunga, dopo la quale il cammino sarà ripreso di corsa. Tenete presente che lo stesso capo del fascismo ha preveduto una dominazione del suo partito per 150 anni soli. Computando il sofferto, sarebbero 132 anni. Forse potranno essere molto meno. Il Fascismo è un fenomeno strettamente personale. In ogni modo cosa sarebbe un così breve periodo rispetto all'avvenire infinito? I popoli devono essere lungimiranti" [22]. Lo stesso estremo gesto del suicidio non può che suscitarci l'impressione rispettosa e dolente di un sacrificio inutile, pensando che Formiggini l'aveva giustificato come "un esempio, una testimonianza" che può "ancora valere qualche cosa" [23] e che in realtà sarebbe stato presto occultato da una pesante cortina di silenzio, da cui è riemerso a stento solo parecchi decenni dopo. Quello che resta, però, è l'insanabile fiducia nelle qualità umane più positive e cordiali, il buonumore "transnazionale", l'utopia del riso, che deprivata ormai (e non può essere altrimenti, dopo il "secolo breve" di guerre e totalitarismi) delle sue componenti ideologicamente improduttive può accompagnarci come consiglio amichevole nei casi tristi e meno lieti di una vita non sempre dispensatrice di gaia giocondità.


La "leggenda" di Formiggini


E vale allora concludere con la "leggenda" che Formiggini si volle scrivere addosso, trasfigurando in parabola esemplare la scelta lucida e tremenda del suicidio: "C'era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano, egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano, buttandosi dall'alto della sua Ghirlandina . Ma era stato scritto di lui che aveva la testa molto dura, ed infatti precipitando a capo fitto la testa si frantumò in tre grosse schegge senza dare una goccia di sangue. (Oh le leggende!). Le tre schegge guizzaron prodigiosamente fino a Roma: una cadde ai piedi del Papa che la raccolse e disse: Questo è il brillante più grande e più splendido che esista nel mondo: lo incastonerò nel Triregno ad onore e gloria della mia Chiesa. Un'altra colpì nel petto il Re ed Imperatore, che ne ebbe mozzato il respiro per sempre. Una terza colpì sulla fronte il Tiranno e vi impresse l'indelebile segno del «catoblepa» [24].

Note:


[1] Per la vita si veda Ernesto Milano, Angelo Fortunato Formiggini, Luisè, Rimini, 1987 e, più recentemente, Nunzia Manicardi, Formiggini. L'editore ebreo che si suicidò per restare italiano, Guaraldi, Modena, 2001.

[2] Così in un brano de La ficozza filosofica del fascismo riportato da Milano, Angelo Fortunato Formiggini, cit., pag. 65.

[3] A. F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo, Formiggini, Roma, 1924, pagg. 332-333.

[4] A. F. Formiggini, La ficozza..., cit., pag. 333.

[5] A. F. Formiggini, La ficozza ..., cit. , pagg. 341-342.

[6] A. F. Formiggini, La ficozza ..., cit. , pagg. 336-338.

[7] Luigi Guicciardi, Le vicende editoriali dei «Classici del ridere»: dal progetto alla ricezione in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, Il Mulino, Bologna, 1981, pag. 234.

[8] Tutti i brani in Luigi Guicciardi, Le vicende editoriali..., cit., pag. 234-235, nota.

[9] Cit. in Renzo Cremante, Letteratura e critica nell'esperienza editoriale di Formiggini in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, cit., pag. 286-287, nota.

[10] Luigi Balsamo, Formiggini, un privato editore dilettante in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, cit., pag. 167.

[11] Michael Löwy, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pag. 24.

[12] Michael Löwy, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pag. 27.

[13] Che le sirene rivoluzionarie avessero poca presa su Formiggini, è lui stesso a dircelo nell'Ultima ficozza, il primo scritto delle postume Parole in libertà: "Il fascismo mi piacque quando mi parve un elemento di forza a servizio del diritto: ma non mi piacque più quando si affermò rivoluzionario: all'etica delle rivoluzioni non ho mai creduto, ci s'ingrassano troppi avventurieri, e ogni principio di giustizia è sovvertito" (A. F. Formiggini, Parole in libertà , Edizioni Roma, Roma, 1945, pag. 17).

[14] Ezio Raimondi, I Classici del ridere in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, cit., pag. 221.

[15] Piero Treves, Formiggini e il problema dell'ebreo in Italia in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, cit., pag. 68.

[16] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 44.

[17] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 45.

[18] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 46.

[19] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 53.

[20] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 59.

[21] Piero Treves, Formiggini e il problema dell'ebreo in Italia in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore del Novecento, cit., pag. 69.

[22] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 56.

[23] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pag. 124.

[24] A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit., pagg. 70-71. Il catoblepa era un animale mitico della zoologia greca, simile allo gnù, che si dicesse girasse sempre col capo rivolto verso il basso. Se non fosse stato per questo, avrebbe incenerito con lo sguardo chiunque osasse guardarlo negli occhi.
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