Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.2:

«Io è un altro», uno slogan per la lotta al narcisismo.
Intervista di Riccardo Bonavita

Ora potremmo evocare, per introdurre la seconda parte del nostro percorso (per la prima clicca qui), dedicata alle figure dell'alterità, un celebre "motto" di Jean-Paul Sartre. Nel finale di "Huis clos" (A porte chiuse), che è un dramma ambientato in un inferno tutto mentale, il protagonista grida: «L'enfer, c'est les autres!» (L'inferno sono gli altri!). Lei sottoscriverebbe questo paradosso esistenzialista?

No, in sostanza no. È una frase molto suggestiva e non a caso è diventata celebre, ma si potrebbe sostituire con la frase «l'inferno siamo noi». Voglio dire che il rischio è che poi la sua interpretazione, magari decontestualizzata, come succede per tutte le frasi celebri, diventi una specie di via di fuga di fronte alle responsabilità e alle condizioni reali del mondo, facendo credere che sia il rapporto con gli altri che crea problemi, mentre l'io sarebbe in qualche modo suscettibile di salvezza, nella sua integrità o nel suo isolamento, o cose simili. Quindi no, io credo che si potrebbe rispondere che l'inferno siamo noi, nel senso in cui non rispondiamo adeguatamente a delle possibilità e a delle esigenze, a degli imperativi, che possiamo porre a noi stessi.

Uno spettro si aggira nei salotti buoni dell'Occidente, sia quelli giornalistici che quelli dell'immaginario di massa: il fondamentalismo. Che, in quanto assolutamente inaccettabile e incomprensibile, rappresenta una delle figure più forti dell'alterità assoluta, in particolare quando è incarnata da un personaggio come Osama Bin Laden, che è diventato quasi più un mito mediatico che una persona reale. Ma il fondamentalismo, in questo Occidente dei Bush e delle Oriana Fallaci, dei Bossi e dei Le Pen, è davvero "altro", totalmente "altro"?

Ecco, qui è il caso di pensare a «l'inferno sono gli altri!». Siamo tutti più o meno, («tutti» è un pò eccessivo) siamo tutti in qualche modo dei "fondamentalisti", che accusano gli altri di esserlo. Ognuno di noi ha delle tavole dei valori che considera universali e perenni e accusa gli altri di essere al di fuori della retta via e delle posizioni coerenti, rigorose, che occorrerebbe assumere. Io penso che potenzialmente si debba avere un'idea universale di democrazia. Vedo nello sviluppo della globalizzazione, accanto agli orrori che comporta naturalmente lo sviluppo capitalistico, anche una base necessaria per sviluppare davvero un discorso «genericamente umano». Questo è un compito che viene però sabotato da queste realizzazioni stesse, nel senso che ora domina una forma peculiare di integralismo: l'integralismo della democrazia borghese capitalistica, fondata sullo sfruttamento del lavoro, e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, che sta sviluppando in questa direzione non universale né umana tutte le sue possibilità tecnologiche, in una nuova organizzazione multinazionale. A cui si reagisce protestando con i movimenti «No-logo» e «No-global» e via dicendo, che sono il germe poi di una protesta che è auspicabile superi certe nostalgie spesso regressive verso un mondo pre-globalizzazione e davvero si sforzi di procedere oltre, al di là della globalizzazione capitalista.

A quel punto nasce anche la critica del nostro integralismo, voglio dire di quello che viene praticato effettivamente a casa nostra. Al momento attuale certo si presenta un conflitto molto drammatico tra -appunto- un'effettiva egemonia borghese e un'egemonia potenziale che si va manifestando nel cosiddetto fondamentalismo islamico. Devo dire che nel fondamentalismo islamico io sento il rischio, molto, molto forte, del fascino pericoloso che può esercitare un atteggiamento terribilmente nostalgico nei confronti di un mondo anteriore -appunto- alla globalizzazione, un mondo strutturato religiosamente, con dei valori ben definiti. I valori laici sono certamente più plastici, perché permettono -almeno potenzialmente- un dialogo più effettivo, ed anche una dialettica più concreta, dato che il capitalismo -come diceva Marx- produce il proletariato, cioè il suo antagonista, il soggetto potenziale della sua completa trasformazione o del suo superamento. Marx infatti polemizzò contro quegli aristocratici "regressivi" che avevano altre posizioni, anche di tipo socialista, e che «ce l'hanno con la borghesia» -diceva- «ma solo perchè produce comunismo». Così diceva Marx, sostenendo quindi che nello sviluppo borghese è implicito contemporaneamente un elemento di contraddizione interna molto forte. Nell'Islam, nella cultura e nella società islamica nel suo complesso, questo processo generatore di contraddizioni è molto più debole. Sono gli ultimi religiosi, noi siamo certamente più laici. C'è qualcosa di arcaico. Ieri è apparsa una notizia -sto parlando dell'11 giugno del 2002- su tutte le reti televisive, su di un ordigno atomico abbastanza primitivo che comunque, per quello che si dice e si sa (e posto che sia vero) era in via di preparazione a Chicago, per opera di un cittadino americano convertito all'Islam. Evidentemente anche all'interno dell'America stessa ci sono degli integralisti che si convertono alla versione fondamentalista dell'Islam perché affascinati da un mondo compatto, compatto nelle sue nostalgie e nel suo arcaismo. Bene o male noi siamo riusciti, seppure a prezzo di mille confusioni e ritardi (è un problema che non si è mica risolto una volta per sempre -e del resto non esistono problemi risolti una volta per sempre) a riconoscere che altro è un diritto religioso, altra cosa è un diritto giuridico o della società in generale; nel fondamentalismo islamico, invece, la congiunzione è pressoché perfetta.

Molte delle critiche che gli vengono rivolte sono però assolutamente "Fallaci", è proprio il caso di dirlo. Penso a una questione molto banale: noi evidentemente proviamo orrore per istituzioni arcaiche come la lapidazione, il taglio della mano e via dicendo, però l'Impero del mondo pratica tranquillamente, tra i tanti suoi orrori, la sedia elettrica e altre forme di esecuzione capitale. A noi pare che sia imperdonabile che uno sia lapidato, mentre, se viene ucciso con la corrente elettrica... oserei dire che sono orrende questioni di gusti!

Tuttavia occorre pure riconoscere che è molto difficile superare un imperativo religioso, mentre si può arrivare più facilmente a farlo per via laica, dicendo «combattiamo contro la pena di morte in assoluto»; se questa invece è prevista dalla tradizione religiosa come un dovere fondamentale, effettivamente opporvisi diventa molto più difficile. Insomma, in certe posizioni islamiche c'è una dimensione arcaica, che si trova molto spesso nelle rivendicazioni di autonomia di popoli emarginati, che hanno ragione di combattere contro sfruttamento e colonialismo, ma spesso nel farlo si ripiegano sopra le loro tradizioni, comprese quelle religiose. È quello che, per esempio, mi lasciava molto perplesso nelle rivendicazioni del Chiapas, in cui si ripropongono forme arcaiche di comunismo, o degli indiani d'America che pretendono sia rispettata la sacralità di una data montagna. So benissimo che si fanno cose altrettanto terribili per mantenere Gerusalemme o Betlemme come luoghi sacri, però nella moderna cultura occidentale forse siamo più vicini, malgrado tutto, a dire che altro è quello che interessa alla Chiesa cattolica o alla comunità dei religiosi ebraici o altro è quello a cui noi possiamo guardare su un terreno propriamente politico -purché non vincano gli integralismi nostri. Certo poi tutti i popoli si credono l'ombelico del mondo, e questo è difficilissimo da superare…

Una figura dell'altro nell'Europa di oggi è anche l'immigrato. Molto evanescente nella sua realtà sociologica -ci sono immigrati di ogni tipo - e contemporaneamente fissato in forti stereotipi nei media e nell'immaginario. Secondo lei questa alterità può rappresentare una risorsa per la scrittura?

Mah, su questo ho dei dubbi. Certamente il rimescolarsi delle culture e delle lingue ormai è un fenomeno di grandissima portata e credo che, per quante chiusure si possano proporre, non si potrà comunque cancellare. Non è più possibile tornare indietro rispetto a certi fenomeni, che però, più che sulla scrittura, agiscono sul costume e sulla lingua. Quello che comunque -mi sembra- rimane assolutamente tipico della globalizzazione è il fatto che globalizzazione vuol dire soprattutto occidentalizzazione. E vuol dire occidentalizzazione perchè vuol dire egemonia della borghesia, del capitalismo, etc. Il dominio dell'Occidente è connesso, come mi piace dire, alla "invenzione" della borghesia. Cioè: che cosa è mancato all'Islam per mantenere i suoi domini in età contemporanea? Una borghesia. Per fare un esempio: perché è più arcaico e debole l'integralismo islamico, nella sua possibilità di sviluppo storico? Perchè è pre-borghese. Basta aprire la televisione e vedere tutti i popoli della terra che si confrontano nel gioco del calcio, chiedersi cosa è oggi uno stadio, e considerare la mitologia che ormai ha pressoché invaso il mondo, per cui i cinesi o i giapponesi sono affannati a tifare quanto gli americani, tutte culture che erano fondamentalmente estranee alla tradizione del calcio. Insomma i principali fenomeni della cultura di massa occidentale diventano globalizzati. In questo contesto, certo, noi possiamo divertirci a gustare certe coloriture etniche nella moda, nel modo di mangiare, in certi elementi anche di linguaggio che vengono assorbiti. Tutto questo però mantiene la tradizione di un'egemonia che prende quello che le serve e respinge tutto quello che non è compatibile. Basta pensare a una politica come quella dei MacDonald's che è proverbiale come forma di planetarizzazione del costume: dopo la spinta, economicamente urgente, tesa a imporre uno standard unificato, adesso si punta molto sulla localizzazione dei gusti, gestiti comunque all'interno di un'egemonia globale. Sono insomma delle avvedute concessioni, che permettono però di mantenere fortemente stabili dei metodi omogenei di produzione e consumo dei cibi, e un'idea di cosa vuol dire mangiare insieme che rispondono in tutto e per tutto al modello occidentale. Che poi si possa prendere qualcosa.... Gli occidentali hanno sempre preso tutto quello che serviva loro, basta pensare a tutto quello che era arrivato in età moderna dall'America come cibo esotico (la patata, il mais, il pomodoro etc.) e che è diventato per noi un alimento assolutamente fondamentale; ma questo non vuol dire che noi siamo rimasti davvero influenzati dal mondo culturale che si trovava oltreoceano: noi abbiamo solo depredato gli altri di quello che ci serviva e ne abbiamo fatto altre cose.

Vorrei concludere con una domanda letteraria "pura"- se mai è possibile concepire una domanda letteraria davvero "pura". «Io è un altro» è un ossimoro che condensa in sé una delle principali rivelazioni della modernità letteraria. Le vorrei chiedere di interpretare o commentare la celebre frase di Rimbaud in un'epoca, quella contemporanea, in cui si parla di postmoderno, di fine della modernità o, con una formula forse più felice, di crisi della modernità.

Io l'ho sempre letta in una maniera che può essere arbitraria e non ha nessuna intenzione filologica. Anche qui la frase celebre diventa un "reperto" che poi assume una sua autonomia; del resto, Rimbaud doveva conoscere la stessa proposizione elaborata da Gérard de Nerval… Ma la sua affermazione per me assume un significato ulteriore: designa la capacità di non sentirsi proprietari del proprio io. Il modello borghese di soggetto è un modello fondato sulla proprietà privata: questa cosa è mia, io sono mio. Questo atteggiamento, con ogni evidenza, rappresenta un progresso sul piano storico rispetto a un io che non era in grado di sentire la propria autonomia. Io mi vanto molto di aver scritto una poesia che è l'apologia della carta d'identità, un documento che, certo, immette all'interno di un controllo sociale ma rappresenta un fenomeno di progresso di fronte alla esistenza labile che prima potevano avere i soggetti: è vivo? È morto? Quando è nato? Oggi possiamo essere angosciati di fronte all'ipercontrollo e infatti nasce la reazione di chi pretende il diritto alla privacy e via dicendo, mentre in un prossimo futuro saremo pieni di impronte digitali obbligatorie, probabilmente, per tutti e per sempre, però in germe nella carta d'identità c'è la conquista di un io libero, autonomo, insomma, come si dice, del soggetto. Un progresso ulteriore rispetto a questa conquista è l'idea di espropriare, da questa religio possessiva che ha svolto il suo ruolo storico, l'idea dell'io. «L'io è un altro»: cioè è un soggetto che può guardarsi, vivendo -come a me piace dire- in terza persona, non pensandosi appunto come il centro dell'universo, radice chiusa all'interno di se stessa, ma piuttosto come un vivente che assiste alla propria storia, la elabora, la progetta senza avere una sostanza determinata, come un luogo di esperienze dove l'io sperimenta se stesso molto più che possedersi. Insomma, l'io deteriormente proprietario è tutto appoggiato sulla frase: «lei non sa chi sono io, ma con chi crede di parlare». Che è come dire: «ma sa quanti soldi ho io, sa quanto sono in una posizione di privilegio», in ultima istanza è una manifestazione del privilegio di classe, dell'appartenenza ad un mondo naturalmente molto contagioso che crea un modello che poi tende a generalizzarsi. Per molta parte, ripeto, questa forma di soggettività ha un momento progressivo, di rivendicazione del sé, ma mi pare che ora l'interesse stia appunto nel superarlo, e nel pensarsi come uno dei tanti che sono al mondo, cercando di gettare sopra se stessi uno sguardo che venga dal di fuori. Senza abbandonarsi a quella sorta di implosione della soggettività che invece mi pare anche molto frequente -non a caso negli ultimi decenni la sociologia, particolarmente americana, che naturalmente è più sensibile a certi problemi che si vengono manifestando, parlava del narcisismo come del male della nostra epoca. Dire «Io è un altro» è un modo di progettare una lotta antinarcisistica.

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION