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Tema n.2:

La letteratura israeliana tra Oriente e Occidente

È perlomeno curioso, e sicuramente interessante, che si parli di letteratura israeliana in un seminario su "L'Oriente e il canone occidentale". La posizione di questa letteratura, come di tutta la cultura d'Israele, potrebbe in effetti essere attribuita sia allo spazio orientale sia a quello occidentale: un Oriente che guarda all'Occidente come a un esempio, oppure un Occidente trapiantato in Oriente, che mantiene del primo i ritmi e gli atteggiamenti. Come dobbiamo considerare, allora, la letteratura israeliana all'interno di questa problematica?

La domanda è complessa, forse anche un po' astratta, però è estremamente presente nelle opere degli scrittori israeliani, che tornano a porsela da un secolo. In questo mio intervento cercherò di esaminare alcune modalità di questa domanda e dei tentativi di risposta. Il caso israeliano è particolarissimo, perché qui abbiamo a che fare con una cultura modellata alle sue origini sulla cultura europea, che fosse il populismo russo dei kibbutzim o gli studi filologici tedeschi nelle Università. Ma questa cultura occidentale incontrava l'Oriente in due sfere, quella dell'immaginario e quella della realtà. Nell'immaginario, perché nell'idea di "ritorno a Sion" era presente una visione di ritorno alle origini bibliche del popolo ebraico; queste origini bibliche configuravano un immaginario orientale, e non poteva essere altrimenti nell'Europa di inizio '900. D'altra parte, nella sfera della realtà, il contatto con gli arabi ha rappresentato e continua a rappresentare il contatto con una civiltà dai ritmi e dai valori diversi, che possono apparire come "orientali" agli occhi degli israeliani. Insomma, la letteratura israeliana si interroga su un mondo che oscilla tra Oriente e Occidente, in cui l'Oriente è non solo nella storia e nella geografia mitiche ispirate alla Bibbia ma anche nella geografia reale del Paese e nella vita reale di quei vicini con i quali non si è ancora trovato un modo di convivere, gli arabi.

Nel 1911, lo scrittore e pubblicista Yosef Hayyim Brenner descrive in un suo racconto, intitolato Tristezza, la desolazione e la precarietà degli insediamenti ebraici, che confronta non solo con le grandi città d'Europa al di là del mare ma anche con i villaggi arabi vicini. Uno dei personaggi, nel corso di una passeggiata serale su una collina a poca distanza dal proprio insediamento agricolo, invita l'altro a immaginare quello che gli alberi d'alto fusto possono vedere:

Le loro cime guardano lontano; da qui possono forse vedere le grandi città, al di là del mare e forse oltre … Le grandi città – moltitudini vi hanno investito la loro energia, per secoli e secoli … hanno costruito, sovrapposto, aggiunto … e allora? Allora la loro situazione è stabile … Chi vi nasce ha dei legami … C'è una sorta di grandezza … Ti ricordi delle grandi stazioni? E di quei parchi meravigliosi?

Lo sguardo impietoso del personaggio, dopo aver osservato il "miserabile" insediamento ebraico che ha appena venticinque anni, in cui vivono e lavorano lui e il suo interlocutore, si posa sui villaggi arabi:

I villaggi, ma quelli antichi, non i nostri; quelli che hanno radici, per cui il sole è il loro sole, la pioggia è la loro pioggia, che non hanno venticinque anni, i cui abitanti non sono degli esuli che hanno abbandonato il padre, e la madre … che tristezza!

Questa constatazione amara si sviluppa in altre considerazioni, più sfumate:

Eppure proprio qui, in un luogo in cui la rovina, la rovina del nostro popolo è così evidente, proprio qui ho avuto dei momenti di felicità … mi sembra che la mia vita si riempia di una qualche linea, un qualche [nuovo] paragrafo … Peccato solo che laggiù, dappertutto, si parli tanto della "nostra terra deliziosa". Forse è per questo che il dolore è così forte quando si arriva, dal sogno al risveglio. E ancora oggi, quando osservo, mi dico: è questa la Terra d'Israele!

Questa pagina estremamente lucida di Brenner espone delle verità dolorose e contraddittorie che sono state riprese molto più tardi, in modo non dissimile, da scrittori contemporanei, che vivono quindi in una realtà israeliana infinitamente meno precaria dei primi insediamenti ebraici: ma anche in questo caso, il rapporto armonioso con la natura dei loro abitanti secolari non è condiviso dai coloni ebrei che, miserabili e estranei all'inizio, continuano a rimanere in una certa misura estranei anche quando impongono alla terra una trasformazione radicale. Perché anche la trasformazione del deserto in boschi e terre coltivate può essere una forma di violenza, suggeriscono alcuni autori. Nel 1968, nel racconto Di fronte ai boschi, Avraham Yehoshua descrive i boschi piantati dal Fondo Nazionale Ebraico come artificiali e effimeri, e l'incendio causato da un arabo aiutato passivamente da un ebreo socialmente marginale come una liberazione della terra dai suoi ceppi. Tra l'altro, l'inserimento di un personaggio arabo in questo racconto è degno di nota, anche se questo personaggio non parla perché è muto: la sua lingua è stata mozzata. Il silenzio dell'arabo, o la sordità dell'ebreo, cercheranno di essere superati nell'ultimo romanzo di Yehoshua, con quali esiti vedremo più avanti.

Ma ritorniamo all'affermazione di Brenner: gli ebrei arrivati in Terra d'Israele sono degli esuli. Questa affermazione non può non risultare paradossale, perché la loro immigrazione – che in ebraico si chiama "salita" – mirava proprio a cancellare la loro situazione di esilio, in cui vivevano gli ebrei da duemila anni. Da allora, non solo gli storici ma anche gli scrittori hanno cercato incessantemente di ricucire quello strappo, tentando di ridare dignità alle culture e alle lingue che gli ebrei avevano lasciato dietro di sé per partecipare alla nuova società ebraica che si stava costruendo. Lo hanno fatto spesso con nostalgia ironica nei confronti di un mondo che non c'è più, evocando le difficoltà dei nuovi arrivati.

Al di sotto della cortina ideologica che proclama i valori trionfalistici del ritorno e della costruzione, si insinua in effetti una realtà molto più problematica, suggerita dalla verità della scrittura di finzione. Se la terra stessa è ferita o incatenata dall'intervento di questi immigrati occidentali che non possono colonizzare il sole o la pioggia, se il disagio è evidente di fronte a una terra diversa da quello che ci si attendeva, come è descrito l'impatto di una cultura europea non nei campi o nel deserto, ma nelle città della Terra Promessa mediorientale?

Ne romanzo Il cristo dei pesci (1985 ??), Yoel Hoffmann mette in scena dei parenti immaginarî arrivati in Palestina dalla Germania e dalla Romania, medici, appassionati di filosofia o esperti di sanscrito che si ritrovano nelle strade polverose e sotto il sole cocente di Gerusalemme o di Tel Aviv. Tra questi è Paul, l'amante della zia Magda, uomo d'affari ma anche filosofo, spinozista convinto e vicino alle posizioni di Moses Mendelssohn: insomma un tipico rappresentante della borghesia ebraica d'Europa nei primi decenni del novecento. Hoffmann ne parla così, con il suo tono particolarissimo :

Al figlio di Dio hanno perforato mani e piedi, lo so. Ci sono cose che sarebbe meglio non fossero mai avvenute. Ma se lì (cioè al posto del Messia) ci fosse stato Paul e gli avessero perforato i piedi, sono certo che il talco che spruzzava con cura tra le dita (e le calze bianche che cambiava ogni giorno dopo il bagno) avrebbe dimostrato a tutti che una persona può, malgrado la sporcizia della Palestina e il sudore del corpo, evitare gli eczemi della pelle.

Però, malgrado l'attenzione a non lasciarsi coinvolgere da un clima, meteorologico e sociale, aggressivo e estraneo, il disagio rimane, anche quando non è confessato. La riflessione su Kant et Goethe, come scopriamo nelle pagine successive, fatica ad svilupparsi nel Medio Oriente, e ai personaggi allo stesso tempo aerei e sensuali di Hoffmann non rimane altra scelta che una fedeltà un po' patetica alla loro cultura d'origine. L'Occidente continua a vivere nei cuori e nelle menti di questi emigrati europei, che hanno nei confronti degli "orientali", gli arabi, l'atteggiamento che poteva avere un tedesco o un polacco del 1920: hanno contatti rari quando questo è necessario, un po' li temono e un po' li considerano inferiori, ma soprattutto li ignorano.

La descrizione immaginaria di Yoel Hoffmann è curiosamente analoga a quella, reale, che Amos Oz fa nel suo ultimo libro Storia d'amore e di tenebre, della sua nonna originaria di Odessa, ossessionata dalla sporcizia del "Levante", che costringe il nipote a lunghi bagni per ripulirsi dai

parassiti, microbi, piccoli vermi (…) in questa terra così calda e piena di mosche zanzare insetti formiche scarafaggi e altro (…), dove sudano sempre tutti e sono sempre lì a toccarsi l'uno con l'altro. (…) E le misure sanitarie qui non sono come in Europa, metà delle persone non sanno nemmeno cosa sia l'igiene, l'aria è piena di insetti asiatici di tutti i tipi, di rettili ripugnanti con le ali che arrivano direttamente dai villaggi arabi e anche dall'Africa, chissà che malattie strane, infiammazioni e pus ci portano continuamente quei rettili: questo Levante è pieno di microbi (pp. 100-101).

E la nonna in questione – che secondo Amos Oz è morta per aver fatto troppi bagni nell'acqua bollente - non era una persona qualsiasi né un'ebrea qualsiasi: in gioventù aveva organizzato il primo salone letterario ebraico di Odessa, la culla della nuova cultura ebraica, nel quale si incontravano gli scrittori, i giornalisti e i politici che avevano optato per l'ebraico piuttosto che per lo Yiddish, che vedevano in un modo o nell'altro Israele come la loro patria futura. Tra questi spiccava il futuro "poeta nazionale", Hayyim Nahman Bialik.

Questo senso di estraneità rispetto a una Terra amata soprattutto da lontano (come testimonia tra l'altro proprio la poesia di Bialik) ma vissuta con difficoltà nella sua realtà si stempera progressivamente, come è naturale. Per gli scrittori nati in Terra d'Israele, o addirittura – dopo il 1948 – nello Stato d'Israele, quei paesaggi e quelle città sono il loro sfondo naturale, in loro non c'è più discrepanza tra un immaginario romantico orientaleggiante tipicamente europeo (il sionismo è, in un certo senso, una forma di orientalismo) e una realtà in buona misura estranea.

L'accettazione della geografia di Israele semplicemente, senza costruzioni intellettualistiche che la leggano con la lente ideologica dell'orientalismo di ispirazione biblica tipica della cultura sionista, è evidente e cosciente in un altro racconto di David Grossmann, intitolato Michael Tzidon, Mike. In questo racconto, i due personaggi principali sono un inglese cristiano che decide di vivere in Israele perché qui spera di realizzare il suo ideale morale quasi-messianico e il figlio, israeliano a tutti gli effetti, che non ha missioni morali ma vive un'evidenza: quello è il suo paese, per cui è disposto a combattere per difenderlo perché è una cosa naturale, senza per questo odiare necessariamente i nemici in virtù di un qualche ideale nazionalistico o religioso.

Per questa generazione, la domanda sui rapporti tra l'Occidente dell'origine e l'Oriente della realtà si fa meno urgente, da urgenza esistenziale diventa ricerca di radici più lontane.

A questo tipo di esigenza si deve attribuire probabilmente l'immedesimazione letteraria di David Grossmann, in Vedi alla voce amore, con i personaggi dell'epoca dei campi di sterminio nazisti. Il giovane israeliano aveva bisogno di ritornare con l'immaginazione là dov'erano i genitori o i nonni, il "nuovo ebreo" forgiato in Israele ha bisogno di guardare indietro, verso quei "vecchi ebrei" in terra europea, anche verso quelli calpestati e massacrati; e non lo fa per giustificare ideologicamente la nascita di un nuovo Stato nazionale, ma per dare una voce e delle immagini a un passato immediato che nei suoi testimoni non aveva la forza, o la voglia, di farsi ricordare. Sempre seguendo il filo di un paradosso - che è solo apparente - gli israeliani, cioè gli ebrei "ritornati" in quella che dovrebbe essere la loro Terra di origine, cercano quindi di consolidare la propria identità volgendosi verso le generazioni degli "esuli".

All'esigenza di riandare indietro con la memoria per ricostruire un passato recente e meno recente – e contribuire al chiarimento di un'identità personale e collettiva, corrispondono poi ben quattro romanzi di A. B. Yehoshua: Il Signor Mani, Le cinque stagioni, Viaggio alla fine del Millennio – che sondano il passato e il presente degli ebrei sefarditi nella loro relazione con gli ebrei ocidentali - e l'ultimo, La sposa liberatrice, su cui ci soffermeremo a lungo più avanti, che si apre finalmente al tema dell'"Oriente nell'Occidente", cioè al rapporto con gli arabi palestinesi cittadini di Israele o residenti nei territori occupati. Al desiderio di riannodare i fili della memoria ritornando in Russia o in Crimea corrisponde in fondo l'ampio affresco biografico-storico della Storia d'amore e di tenebre di Amos Oz, che è anche una specie di bilancio di sessant'anni di Israele, vista dalla sua prospettiva individuale ma privilegiata.

La stessa ricerca delle radici – o meglio, di un passato che dia senso e solidità al presente – si manifesta negli scrittori israeliani nati in paesi arabi o discendenti di ebrei immigrati da quelle regioni. L'esame di questa letteratura esige uno studio a parte. Qui ci limiteremo a ricordare che il fiorire di una narrativa – letteraria ma anche cinematografica - di autori ebrei "orientali" è parallela alla rivendicazione di una dignità culturale da parte dei sefarditi, che si manifesta nei campi della cucina, della musica, della religione e della politica. Numerosi sono le opere di narrativa che descrivono per lo più le comunità ebraiche d'Irak, d'Iran o di altri paesi arabi, e oscillano tra il genere realistico e quello, mitico, di un Oriente fatto di colori, di odori e di sentimenti forti: si tratta di una letteratura rivolta al passato, con lo scopo di riabilitare una memoria che la cultura sionista egemone aveva teso a cancellare. Anche se questo fenomeno non è nuovo, dobbiamo attendere quali saranno i suoi futuri sviluppi, e in particolare se la nostalgia sfocerà su nuovi atteggiamenti. È d'altra parte presente anche il tentativo di immedesimarsi nel vissuto degli arabi, dovuto sia alla necessità di comprendere i propri vicini sia al desiderio di vedere con i loro occhi la società israeliana. In questi tentativi di spostamento del punto di vista, opera di scrittori che conoscono bene il mondo arabo come Samy Michael (che è di origine irakena) oppure fanno uno sforzo generoso di identificazione (linguistica e culturale), si mette in evidenza immancabilmente la differenza tra i due mondi: quello che funziona secondo i ritmi antichi del Medio Oriente, cerimonioso e suscettibile, appassionato e maschilista e quello di tipo occidentale, inquieto e efficiente, burocratico e capace di violenza legale. Lo stesso avviene nelle opere di autori arabi che scrivono in ebraico, come Sayed Kashua, che nel libro autobiografico Gli arabi danzano relativizza le pretese di superiorità di ognuno dei due mondi utilizzando il registro dell'ironia.

In una realtà in rapidissima evoluzione come quella israeliana, il radicamento non dà luogo a una letteratura di tipo nazionalistico, al contrario. Parallelamente alla ricerca di sé che rende necessario il viaggio immaginario nei paesi dell'esilio, in altri casi è come se il consolidamento della società israeliana avesse reso superflue le domande sulle origini e l'identità; quello che sembrano cercare alcuni scrittori degli anni '80 e '90 è una letteratura che sia semplicemente umana e non sia appesantita da rovelli nazionali o ideologici. Il risultato è una letteratura (detta "post-moderna") astratta, rapida, costituita in alcuni casi da racconti brevissimi, come degli spot, coscientemente (ma solo apparentemente) superficiale, i cui personaggi sono spesso strani e nevrotici e il cui sfondo potrebbe essere un qualsiasi paese occidentale, in cui i problemi sono salutati con uno sberleffo: "Il problema dei nostri rapporti con gli arabi? - si chiede la protagonista di un romanzo di Orly Castel-Bloom – Con gli arabi ci si fa all'amore", e in questa frase non c'è disprezzo, tutt'altro, c'è un'espressione di vitalismo ottimista, che vuole essere post-ideologico. Nell'ebraico di questi scrittori abbondano gli inglesismi e gli arabismi, che riflettono il linguaggio parlato, e suggeriscono che l'integrazione dei mondi diversi, nonostante tutto, è una realtà.

Ma i problemi rimangono oppure riemergono, nonostante lo sberleffo, e anzi si acuiscono. E sono in gran parte problemi legati al rapporto tra Oriente e Occidente, o meglio: tra una cultura israeliana i cui modelli e riferimenti sono largamente occidentali (fino nella lingua, tanto che nell'ebraico moderno, ne sono convinto, alla lingua semitica si è sovrapposto uno strato non lessicale, ma almeno sintattico delle lingue europee) e un Oriente persistente, indomabile, che rappresenta l'Altro da sé. Un Altro così vicino e così lontano, gli arabi palestinesi. E insieme a questo problema si pone la questione dei rapporti tra la cultura israeliana e l'ebraismo, come tradizione religiosa e culturale. Il rapporto con la cultura ebraica del passato, che era – come si sa - in gran parte religiosa e sviluppata nelle terre d'esilio, ha ancora trovato una collocazione precisa non solo presso gli intellettuali ma anche presso la maggior parte degli israeliani

Il grande merito di A. B. Yehoshua è di essersi posto queste domande nell'ultimo romanzo, e di cercare di ripondervi senza evitare la complessità, rischiando anche delle constatazioni dolorose di fallimento.

È interessante constatare che queste domande brucianti sono poste ne La sposa liberatrice, che è uno dei libri più classici, dal punto di vista stilistico, di questo autore, il quale reagisce alla crisi del romanzo contemporaneo scrivendo un libro-fiume di 550 pagine ebraiche. Il protagonista è un orientalista israeliano, Yochanan Rivlin, la cui famiglia vive a Gerusalemme da numerose generazioni: è quindi integrato al paesaggio, non dovrebbe aver bisogno a priori, di tormentarsi per definire la propria identità. Rivlin conduce parallelamente due inchieste: una, come padre, sui motivi del fallimento improvviso e incomprensibile del matrimonio del figlio; l'altra, come studioso, sulle cause lontane del terrorismo in Algeria. Nelle due ricerche si trova in una situazione di scacco, nonostante il suo accanimento e la sua "mancanza di rispetto" per i confini, riguardo alla sfera privata delle persone e alla definizione rigorosa della disciplina storica. Non ci sarà risposta alle due ricerche, ma un cambiamento d'ottica: la ricerca che non riesce a avanzare sull'Algeria sfocia in conclusioni interessanti sugli arabi vicini, i palestinesi. Il libro è stato iniziato nel 1998, quando le speranze di una convivenza o di un vicinato pacifici tra israeliani e palestinesi erano ancora vive, ma pur nell'atmosfera di generale cordialità tra i personaggi ebrei e quelli arabi presente nel romanzo, queste conclusioni sono pessimistiche, o quanto meno estremamente problematiche.

Intanto, è significativo il fatto che, per parlare dei palestinesi, il romanziere abbia dovuto pensare a un orientalista, cioè a una persona che conosce il Medio Oriente e il mondo arabo in generale attraverso la mediazione intellettuale dei libri e dei documenti. Gli arabi sono lì, a un passo, quelli di cittadinanza israeliana come quelli dei territori, eppure la loro distanza dagli ebrei israeliani è immensa, per lingua, per civiltà. Solo gli orientalisti parlano arabo, tra gli ebrei israeliani, e quei numerosi allievi degli orientalisti che imparano quella lingua per lavorare nei servizi di sicurezza, ricorda Yehoshua in due righe buttate lì quasi per caso, eppure pesantissime. Questi specialisti del mondo arabo, come Rivlin, non superano mai le frontiere per conoscere gli arabi in carne e ossa nel loro mondo; quando questo accade, sarà un'esperienza in qualche modo "esotica", forte e indimenticabile – e vale la pena di ricordare che i villaggi e le città arabe che visita sono al massimo a qualche decina di chilometri da Haifa, dove il protagonista - come nella realtà lo scrittore - vive e insegna.

L'orientalista, invitato a una manifestazione poetica mista arabo-ebraica a Ramallah, esita pigramente nel suo letto:

- Ho visto troppi arabi reali negli ultimi mesi – si lamenta con la moglie – è arrivato il momento di ritrovarli solo sullo schermo del computer.

Ma la moglie, che si era preparata all'incontro con entusiasmo e curiosità, reagisce immediatamente.

- (…) Fammi vedere un po' il mondo, ho voglia di incontrare delle facce nuove.

- A Ramallah?

- Perché no? Hai qualcos'altro da propormi?


Nemmeno il maestro di Rivlin, un grande orientalista di origine italiana che si chiama Carlo Tedeschi, dimostra un grande desiderio di andare a Ramallah. La moglie di Rivlin cerca di convincere pure lui:

- Ma come, Carlo – protesta Haghit – che razza di orientalista sei? Non senti la necessità di tanto in tanto, anche per ragioni professionali, di incontrare degli arabi vivi, arabi veri?

- È vero solo quello che dovrei tirar fuori da questo computer, dice Tedeschi con affetto, e indica il suo grande computer, il cui salva-schermo traccia figure buffe. Quando vedo gli arabi nella realtà, per non parlare degli ebrei, mi prendono delle vertigini che turbano la lucidità del giudizio.


La conoscenza della lingua, del resto, non è decisiva per instaurare un vero rapporto tra i due popoli, anche perché della lingua si può fare un uso strumentale. Il direttore del dipartimento di orientalistica, un ebreo irakeno, padroneggia l'arabo perfettamente, ma se ne serve per dare credibilità alle sue posizioni di critica aspra della civiltà araba; e verso la fine del romanzo, quando la fiducia che si stava costruendo tra le due parti – per la verità, soprattutto grazie alla buona volontà da parte degli arabi – viene meno, questi non accetteranno che l'orientalista Rivlin si rivolga a loro nella loro lingua e gli parleranno in ebraico, per evitare un'intimità ingannevole.

Uno dei personaggi arabi più generosi, l'"autista dagli ochi neri come la pece", è profondamente offeso, verso la fine del romanzo, dall'ingiustizia patente anche se dissimulata delle autorità israeliane nei confronti della sua famiglia, e dall'intervento poco più che formale del professore in suo aiuto; e d'altra parte Rivlin intuisce, mentre sta pronunciando un'orazione funebre in onore del suo maestro italiano, che è impossibile comprendere il mondo arabo secondo una via razionale. Proprio la serata poetica di Ramallah è stata il catalizzatore di questa intuizione, una serata in cui gli arabi hanno recitato un dramma del repertorio ebraico classico e gli ebrei hanno tradotto delle poesie pre-islamiche, cioè proprio quando il passaggio tra i due mondi si è dimostrato possibile, almeno al livello artistico.

Che queste conclusioni sull'impossibilità della via razionale siano pessimistiche – ebrei e arabi rappresentano due civiltà che non si possono comprendere - oppure suonino come una condanna al persistente atteggiamento "occidentale" degli israeliani, che hanno bisogno di una mediazione intellettuale per comprendere i loro vicini, non è dato sapere. La domanda rimane aperta. È però interessante notare come un personaggio minore, un ricercatore brillante partigiano di un approccio multiculturalista che rende caduche le definizioni tradizionali di identità nazionale, non viene promosso all'interno del dipartimento di orientalistica, ma è orientato verso quelli di sociologia o scienze politiche, come a dire che per il Medio Oriente le teorie multiculturali più brillanti, quelle che considerano, come dice il giovane ricercatore, che "l'identità nazionale non arricchisce ma sottomette, riduce la libertà, ostacola il nomadismo, erige ostacoli, impedisce la penetrazione generosa, la corrente di partecipazione e di mescolanza", non sono applicabili.

Si potrebbe identificare in tutta l'opera precedente di A. B. Yehoshua il motivo ricorrente del superamento dei confini come situazione problematica ma desiderabile: la breccia, l'apertura sono figure che ritornano costantemente anche senza essere necessarî all'intrigo. L'intero Signor Mani, il più ambizioso dei suoi romanzi, rappresenta dei personaggi di epoche diverse che tentano di testimoniare con la propria esistenza che i limiti dell'identità nazionale sono superabili, che si può essere uno e molti allo stesso tempo. Questi tentativi possono condurre al dramma e sfociare nella follia, e tuttavia la strada che indicano è chiara. In uno degli episodi del romanzo, l'esempio di un vecchio ebreo-non ebreo di Rodi fa intuire a un giovane ufficiale tedesco imbevuto di teorie nazionaliste e razziste che è possibile liberarsi dalle costrizioni della propria identità nazionale.

Ma in questo ultimo libro l'atteggiamento è molto più problematico. Quel giovane personaggio descritto con evidente simpatia, il palestinese israeliano, "l'autista arabo con gli occhi neri come la pece, sensibile ma determinato, gli aveva insegnato che si possono superare i confini e ci si può inoltrare in territori stranieri senza perdere gli antichi amori" (p.334), vivrà in seguito la delusione cocente dell'invalicabilità delle frontiere, quelle mentali e quelle reali.

Rimane una possibilità di superamento delle frontiere, è quella enunciata dal genero di Rivlin, un israeliano che lavora da tempo all'estero in una sezione delle Nazioni Unite. La sua posizione è enunciata, significativamente, durante una visita alla casa-museo del grande scrittore Shemuel Yosef Agnon, e consiste in un invito a ritrovare l'universalità superando il localismo e lo sguardo rivolto solo a se stessi, in una specie di compiacimento per le proprie disgrazie, come se queste fossero la cosa più importante del mondo. È proprio nel vecchio ebraismo del passato, a cui attingeva Agnon, che gli israeliani potrebbero ritrovare la capacità ebraica di universalità e di astrazione che sembra perduta, e arrichire di nuovo il mondo con un contributo originale.

- Credimi, conosco le disgrazie degli altri popoli, ma disgrazie vere, fame e catastrofi naturali, guerre civili, per questo i continui piagnistei degli israeliani mi danno fastidio, perché siete viziati e vi considerate con i criteri della tranquillità europea, come se anche lì, e non da molto tempo, non ci fosse stata la peggiore delle catastrofi … e anche ultimamente …

(…) Insomma bisogna cominciare a pensare come liberare l'israelianità dalle liti interne e locali, e aprirla un po' al mondo … (…) Cerchiamo di ritrovare le proprozioni giuste nei confronti di noi stessi.


Il genero di Rivlin, che conosce il mondo, invita gli israeliani a aprirsi non scimmiottando le teorie degli universitari occidentali come il giovane fautore del multiculturalismo ma ritrovando un'universalità che nasce dalla particolarità, dando a Israele un posto nel mondo grazie al suo passato ebraico. C'è da chiedersi però quanto l'universalità di Agnon sia "operativa" nel Medio Oriente. Agnon è un grande scrittore assolutamente occidentale, e bisogna notare che nei suoi romanzi e racconti ambientati in Terra d'Israele gli arabi sono ben poco presenti, talvolta sembra che non esistano. Si potrebbe applicare alla sua opera la critica a una specie di "imperialismo sotterraneo" della letteratura europea, che è presente anch'essa in questo romanzo denso di problematiche aperte di Yehoshua. L'imperialismo o colonialismo della letteratura europea prende la forma di uno strano racconto algerino scovato da un altro giovane ricercatore israeliano, e affidato per la traduzione in ebraico a una giovane studentessa palestinese-israeliana: si tratta di, una parodia de Lo straniero di Camus in cui l'ucciso non è un arabo, ma una coppia di francesi, sempre naturalmente senz'altro motivo che "l'assurdo"…

Avraham Yehoshua rappresenta insomma una situazione problematica e aperta a diverse interpretazioni e soluzioni, sui rapporti tra arabi e ebrei, tra Oriente e Occidente in Israele, tra israeliani e ebraismo. Ha avuto il merito di non ritirarsi di fronte alla complessità, e proprio in un romanzo che sembra aver trovato una forma classica, dopo le molteplici ricerche stilistiche delle opere precedenti. Evochiamo in conclusione l'ultimo di questi nodi irrisolti: da un lato il protagonista percepisce – in un momento di eccitazione e di ebbrezza - l'abisso che attende tutti, israeliani e palestinesi (p. 433) (c'è da aggiungere a questo proposito – e sarebbe l'argomento di una ricerca a parte - che la sensazione della fine incombente è presente in diversi narratori giovani israeliani); dall'altro il finale è il più luminoso e leggero di tutti i suoi romanzi, in contrasto col resto del libro qui il cielo è azzurro, lo spirito è libero e si può sorridere e scherzare. Forse il romanziere ha sentito la responsabilità morale nei confronti del lettore di chiudere su questa nota, che non rinvia a spiegazioni ulteriori.

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