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Tema n.2:

Le piazze della pazzia.
Traduzione italiana di José Pessoa

traduzione italiana di José Pessoa

Spogliato della sua fortuna ad opera di vecchi nemici tribali, Abu-Kamba, uno dei principi più ricchi e meno conosciuti di tutta l’Africa, finì la sua avventura in Europa. Laureatosi in Letteratura e Arte, il principe esiliato di Kamba-Simba soffrì per tre anni il più amaro degli esili, vivendo come un vù-cumprà, vendendo borse, cinture e altri monili di cuoio per le piazze di Roma. Nella sua atroce solitudine e povertà, colui che regnò con orgoglio prima d’avere il suo trono usurpato, imparò a fare quello che mai aveva fatto nella sua piccola tribù dei Kamba-Kamba: senza avere nessuno con cui parlare, si mise a riflettere sull’umanità. L’Europa aveva, all’inizio, affascinato Abu-Kamba. Però, poco a poco, percepì che quel mondo di apparenza splendida era vuoto e senza anima. Tutto quello che in esso esisteva di bello e buono era solo una crosta ben conservata. La vita non germogliava più in quei terreni consunti. La grandezza europea era stata creata nel passato, tutta di un pezzo, e una volta per sempre, logorandosi per non rialzarsi mai più. L’umanità era lì un’immagine che solo esisteva nell’accanito attaccamento degli eredi ai miti della loro storia. Ed esisteva una buona ragione per questo, pensava Abu-Kamba, principe e barbone in una sola persona.

Persone di tutte i luoghi del pianeta andavano in Europa a spendere i loro risparmi, a volte racimolati con sacrificio. E perché? Semplicemente per “vedere”. Per vedere “cose”. Cose “vecchie”. Per contemplare “meraviglie storiche” che non erano più fabbricate da nessuna parte, case, castelli, palazzi, vie, piazze e cattedrali di una volta – un continente museo. Abu-Kamba pensò al suo paese nativo, senza nessun richiamo turistico. In Kamba-Simba la storia era passata lontano. Lì non esisteva nessun Colosseo, nessun Teatro Marcello, nessun Panteon, nessun'isola Tiberina, nessun Forum Imperiale, nessuna Via Appia, nessuna Cattedrale di San Pietro, nessuna Cappella Sistina, nessun Castel Sant’Angelo, nessuna Piazza Navona. Solo l’immensa natura selvaggia. Il paese d'Abu-Kamba non possedeva nulla che potesse meravigliare gli stranieri.

Elemosinando per molti anni nelle piazze più belle di Roma, Abu-Kamba poté studiare il disegno d’ognuna di esse. Considerando la Piazza di Spagna la più bella di tutte, tentò di scoprire la ragione del suo incanto: i fiori nelle scalinate dove i giovani si radunavano, la chiesa in alto come un sipario, proprio un luogo privilegiato! Il suo cuore era particolarmente attratto dalla fontana a forma di imbarcazione. L’acqua azzurrina dal colore della pietra, sgorgava senza sosta dalla barca, condannata ad un eterno naufragio. Ah, questa fontana era come il cuore d'Abu-Kamba, tanto pieno d’amore e tanto bisognoso, traboccante e rovinato.

Avanzando nelle sue riflessioni sulla natura umana, il giovane principe percepì che, più che i musei, più che i lupanari, più che i templi, più che i cinema e i teatri, più che tutti i monumenti, più che tutto nella terra, erano le piazze che attraevano gli uomini. Le piazze erano i cuori delle città, come la nave naufragata della Piazza di Spagna era, per Abu-Kamba, la materializzazione del suo cuore ferito. Le piazze riunivano i disoccupati, distraevano i poveri ed infelici, diventando punti di raduno e riferimento, del commercio e delle passeggiate, di lavoro e di svago. Le piazze concentravano la vita e i suoi bisogni contraddittori: erano centri di vitalità e di riposo, luoghi di commercio e di raccoglimento spirituale. Lì, le fontane, le statue e, soprattutto, le chiese e cattedrali si imponevano come vecchi – oggigiorno quasi esauriti – serbatoi d'energia.>

Molte volte, per soffocare i suoi gemiti di rabbia e disillusione, dopo le umiliazioni giornaliere subite in mezzo alle meravigliose rovine di Roma, Abu-Kamba entrava nei templi e registrava premurosamente nella sua mente tutto lo scenario. L’ambiente parcamente illuminato risplendeva solo quando la guida metteva una moneta nelle macchinette del sistema d’illuminazione. In altri sacrari, l’oscurità serviva esclusivamente al mistero propiziato dalle candele di cera bianca o rossa, accese davanti agli altari, facendo tremolare immagini di santi ancora oggi venerati e nel suo tempo martirizzati dalle forme più brutali di tortura. Il principe trovava certo conforto in queste rappresentazioni di tortura e arrivava, addirittura, a piangere davanti alle Madonne, coperte di ricchi mantelli rossi o dorati. Per una mancanza nella sua formazione storica, l’africano confondeva i martiri con prigionieri di guerra e figurava le sante come antiche regine deposte.>

Abu-Kamba interpretava, così, a modo suo, il messaggio esposto in quei teatri d’ombra, in quei musei di cera. Anche lui soffrì come un martire: se San Sebastiano fu inchiodato di saette, lui fu trafitto dagli sguardi di disprezzo; se San Lorenzo fu arso nella grata, lui fu bruciato vivo dal desiderio insoddisfatto. Per questo, adesso che i suoi nemici furono distrutti, e che la sua tribù di nuovo lo chiamò per regnare in Kamba-Simba, e che si ritrovò nel possesso delle sue miniere di diamanti, Abu avrebbe mostrato al mondo di non essere solo un vù-cumprà clandestino, un rifugiato indesiderato, che i bianchi trattavano con disprezzo e arroganza, ma un principe potente, il cui regno sarebbe dovuto diventare uno dei punti più attraenti nei circuiti turistici internazionali. Abu-Kamba aveva deciso di creare in Kamba-Simba un parco di attrazioni unico al mondo, una raccolta di piazze che avrebbe dovuto essere considerata l’ottava meraviglia del mondo.>

Ritornato al suo regno, Abu-Kamba radunò tutti i suoi ministri ed espose i grandiosi progetti per la costruzione della nuova città di Kamba-Simba, una città idealizzata e costruita in funzione del turismo di massa. Dato che l’audace principe non voleva imitare nessun modello già esistente, pensò che le piazze della sua città avrebbero dovuto essere interamente ricalcate sulla sua immaginazione. “Non voglio nessuna Piazza Farnese africana! Nessuna confutazione della Piazza del Popolo, della Piazza del Campidoglio, della Piazza Esedra, della Piazza di San Pietro o della Piazza Venezia. Dobbiamo creare piazze inesistenti. Solo così attrarremo turisti in Africa. Le nostre piazze non avranno nulla di simile alle altre piazze famose in Europa come la Piazza dei Miracoli, la Piazza della Signoria, la Piazza Maggiore, la Piazza del Campo o la Piazza San Marco. Le piazze saranno disegnate sulla base dei miei sogni, interpretati dai maggiori architetti del mondo. Ogni artista produrrà una piazza senza paragone, e tutte dovranno formare un insieme grandioso ed unico, materializzando l’immaginazione che sviluppai in Europa, pronunciò Abu-Kamba, davanti alla sua Corte, che rimase sbalordita da tanta audacia.

I più grandi nomi dell'architettura mondiale furono invitati dai Ministri di Kamba-Simba a progettare le nuove piazze concepite dal visionario africano, che li pagava da re, esigendo, però, in primo luogo, segretezza assoluta sui suoi progetti. Vigilando sul suo nome, assorbito dalla vanità, ogni architetto si superava con l'immaginazione per oltrepassare la creatività dei concorrenti ugualmente famosi. Appena Abu-Kamba conosceva il contenuto d'ogni progetto, lavorando direttamente e separatamente con ogni architetto. Voleva, innanzitutto, che ogni piazza avesse la sua chiesa. Non concepiva questi templi esattamente come i santuari cattolici di Roma, ma come un amalgama delle impressioni che di essi ebbe nel suo pellegrinaggio in quei posti.

Migliaia d’africani furono contrattati dal Ministero dell’Interno di Kamba-Simba per dare inizio ai lavori, che si estesero per sette anni. La stampa era sistematicamente allontanata dal regno, alcune volte in maniera brutale. Abu-Kamba avrebbe organizzato una conferenza stampa solo quando tutte le piazze fossero terminate e l’insieme fosse abitato da immigrati di tutto il mondo, disposti a vivere a Kamba-Simba. I due fratelli minori di Abu-Kamba, i giocondi e inseparabili gemelli Babe e Tutu, accompagnavano da vicino i lavori, e davano buoni consigli agli ingegneri, essendo anche loro ingegneri laureati a Francoforte. Si potrebbe dire che le piazze di Kamba-Simba stavano diventando le più affascinanti creazioni del secolo XXI, per il concorso di tanti geni, liberi di dare corpo alla turbata immaginazione del principe. “Gli architetti possono creare paradisi”, aveva dichiarato uno di loro al suo arrivo, il celebre egiziano El Wahrid, che venne da Parigi, su un aereo privato, per realizzare uno dei progetti più complessi di Abu-Kamba.

Finalmente, dopo sette anni di progettazione, lavori ed aspettative, la nuova città immaginaria fu inaugurata con fasto regale. Illustri invitati dell’aristocrazia europea, del mondo della politica, della moda e delle arti internazionali abbandonarono le loro noiose occupazioni per assistere all’evento sensazionale. Mai prima nella storia recente del mondo un avvenimento suscitò tanto l’attenzione della stampa e la curiosità del pubblico. Durante le settimane che precedettero l’inaugurazione, gli architetti furono costantemente intervistati dalle reti televisive mondiali, ma rispettando l’accordo firmato con Abu-Kamba, nulla svelarono dei loro progetti. I grandi giornali pubblicavano inserti speciali sulla vita e sull’opera di Abu-Kamba, senza qualsiasi base o fondamento. Migliaia di pagine su Internet descrivevano la nuova città a seconda delle dicerie sentite qui e li. Nessun straniero, però, fino ad ora aveva visto le piazze di Kamba-Simba. Le piazze solo furono aperte per essere visitate, fotografate e riprese nel chiamato “Giorno K”. E tutto quello che i media avevano detto, scritto o divulgato si trasformò, quel giorno, in una pallida ombra. Le piazze di Kamba-Simba erano indescrivibili. Da molto tempo il mondo non provava una scossa estetica così tremenda. Era come penetrare in un dipinto di De Chirico, Max Ernest o Salvador Dali, in uno scenario di teatro yiddish o in un film espressionista tedesco, trasformati in spazi reali di gigantesche dimensioni. Antonio Gaudì, Hundertwasser e Niki de Saint-Phale furono da allora giudicati dai critici dell’arte come “precursori educati dello stile di Kamba-Simba.”

L’alveare degli edifici creati dalla squadra degli architetti, seguendo l’immaginazione di Abu-Kamba, erano di una asimmetria vertiginosa. Il pavimento di ogni piazza si mostrava irregolare per la natura delle costruzioni labirintiche adiacenti. Molti turisti, non abituati alle novità degli immaginari concretizzati, inciampavano e scivolavano percorrendo le strade, con la bocca aperta dallo spavento. Alcuni erano portati in barelle all’ospedale con lievi ferite e tachicardia. Ma la curiosità era così grande che i pullman zeppi di turisti arrivavano senza sosta. Ogni anno le visite erano sempre più compatte e subito furono create agenzie speciali per attendere le centinaia di gruppi che sbarcavano ogni giorni a Kamba-Simba venuti principalmente dalla Germania, Giappone e dagli Stati Uniti.

La prima piazza ad essere visitata dai turisti, secondo l’ordine tradizionalmente seguito dalle guide, era la Piazza della Grassezza. Era una piazza molto ampia, abitata da tutte le vittime di elefantiasi e dagli uomini e le donne più grassi del pianeta che accettarono l’invito di Abu-Kamba a vivere lì senza pagare tasse o affitto, ricevendo anche una generosa pensione. Nel centro della piazza c’era una enorme statua di una balena bianca, concepita da Botero, da cui sgorgava miele ad alte dosi di glucosio; i suoi pesanti zampilli potevano esser assorbiti dai passanti. Tutti i negozi della piazza vendevano cioccolatini, biscotti, dolciumi, bonbon, caramelle, gelati, torte, rinfreschi, birra, pasta e pizze. I bambini potevano abbuffarsi di bastoncini colorati di caramelle distribuiti gratis dalle guide. La Piazza della Grassezza possedeva una grande chiesa in forma di pancia, dove era venerata l’immagine della Madonna della Perenne Gola, la cui immagine divorava un maiale arrostito, tenendo sotto i piedi cornucopie piene di caramelle e vassoi d’argento pieni di dolciumi. Dentro la chiesa, banchetti pantagruelici erano serviti ai turisti infastiditi.

Felice per aver avuto l’appoggio di Babe e Tutu, Abu-Kamba regalò loro la Piazza della Fantasia, nella quale erano rappresentati i sette colori dell’arcobaleno: un immenso pavimento coperto di marmo giallo, frontespizi in lapislazulli, una fontana fabbricata con pietre di smeraldo, una gigantesca cattedrale rossa, carrozze turistiche trascinate da cavalli bianchi e aiuole di violette. Ghirlande color rosa e lillà ornavano le entrate d’ogni edificio. Lì vennero portati i più diversi animali di pelo e piume colorati, e le persone che vivevano in questa piazza – omosessuali espulsi da Cuba o fuggiti dai paesi musulmani, in maggioranza – dovevano sempre vestirsi con abiti colorati. Lì si celebrava la Festa della Gioia, quando tutti i colori si fondevano in meravigliosi acquarelli attraverso l’uso di mongolfiere, raggi laser e fontane luminose. Tutte le fantasie sessuali erano stimolate durante i sette giorni e le sette notti del carnevale policromo che Babe e Tutu organizzavano tutti gli anni.

Un po’ più in là c’era la Piazza dell’Isterismo, altresì nota come la Piazza delle Esplosioni di Furia. Era fatta di diversi materiali esistenti in Africa: ossa umane, diamanti, avori, palme, conchiglie, pietre preziose. L’insieme era difforme e sconnesso. Le prospettive geometriche producevano scosse visive tra i visitatori. Il fastidio progrediva dentro il labirinto degli specchi che portava a un sottosuolo soffocante e caldo, dove il pavimento era rivestito di pietre preziose e pagliuzze d’oro. I turisti volevano davvero portare a casa qualche ricordo, ma prima di potere riempire le proprie tasche, erano storditi da rumori fortissimi, in un baccano senza pari che ricordava il rumore di un cortile di una scuola spagnola pieno di bambini urlanti oppure un bar brasiliano strapieno d’impiegati di borsa in discussioni concitate davanti alle loro calcolatrici elettroniche. Accordi di chitarre elettriche irrompevano fra commenti sportivi, telegiornali, grida, risate e fischi. Altoparlanti invisibili trasmettevano discorsi politici in sette lingue, rimontati e rifatti in modo di perdere ogni senso. Dalle parole dei leader rivoluzionari, libertari, nazionalisti e totalitari rimanevano solo il tono furioso, l’accento di rabbia, l’intenzione omicida. I turisti emergevano sollevati dentro il Tempio Sacro delle Comunicazioni di Massa che aveva la forma di un grande pallone di gomma. Lì, migliaia di palloncini erano gonfiati fino ad esplodere da centinaia di giovani militanti in turni consecutivi. Alleggerendo le proprie tensioni, i turisti li imitavano, facendo esplodere i palloncini ricevuti dalle guide.

Nella Piazza della Illuminazione si entrava per viuzze strette e buie sino a che, d’improvviso, il pavimento diventava lucido: la piazza in forma di stella, ricoperta di polvere d’oro, brillava talmente tanto alla luce del sole che i turisti, emersi dal buio che la circondava, rimanevano subito accecati dalle miriadi di riflessi. Li risplendeva la Chiesa della Madonna dell’Allucinazione, eretta come una cattedrale, la seconda di tutte le chiese di Kamba-Simba, fatta di minuscole pastiglie di tutti i colori. Invece di candele, ardevano nelle cappelle stelle argentee e dorate. Ogni visitatore poteva far esplodere fuochi d’artificio davanti agli altari offrendoli alle persone che amavano. Le Sante Meravigliose, vestite come regine, sorridevano in quadri e statue dai colori sgargianti. Loro non celebravano il dolore o la sofferenza, nemmeno la colpa o il martirio, ma la gioia da vivere e il piacere dei sensi. Sostanze stupefacenti di tutti i tipi erano servite in vassoi, gratuitamente, ai pellegrini.

Contrastando con la Piazza dell’Illuminazione, si trovava più avanti l’impressionante Piazza della Ripugnanza Assoluta, ricoperta da tredici centimetri cubici di serpenti, topi e scarafaggi. Chiusa ai passanti, nessuno l’abitava, potendo esser osservata solo dall’alto da un belvedere. In fondo alla piazza la Chiesa Cosmica del Regno Viscido, con la forma di una rovina senza soffitto e sempre vuota, era consacrata al culto di Kate Capshaw, tale come fu vista da Abu Kamba nella prima e ultima volta che andò al cinema, in una scena di Indiana Jones e il Tempio Maledetto, dove la grande attrice americana appariva calpestando scarafaggi, mettendo le mani in un buco pieno di materia appiccicaticcia, e finalmente, coperta fino alle spalle di insetti ripugnanti che salivano sulla sua bionda capigliatura.

La Piazza dei Suicidi chiamata anche la Piazza della Malinconia, creata dall’architetto tedesco Rudi Geisberger, ricordava una tela di Caspar David Friedrich, rappresentando un cimitero dipinto in lillà ed ombre. Dietro un enorme portone di ferro, un giardino di cespugli rinsecchiti accoglieva, in schiere malinconiche, le statue di Socrate, Aristotele, Demostene, Tito Petronio, Vicent Van Gogh, Piotr Tchaicovski, Camilo Castelo Branco, Mario di Sà-Carneiro, Antero de Quental, Florbela Espanca, Raul Pompéia, Gogol, Vladimir Maiakovski, George Trakl, Kurt Tucholsky, Walter Hasenclever, Ernst Toller, Walter Benjamin, Stefan Zweig, Klaus Mann, Cesare Pavese, Virginia Wolf, Anne Sexton, Hart Crane, Dylan Thomas, Ernest Hemingway, Sylvia Plath, René Crevel, Antonin Artaud, Jean Améry, Paul Celan, Roman Gary, Bruno Bettelheim, Primo Levi, Gilles Deleuze, Nicos Poulantzas, Reinaldo Arenas e altri grandi suicidi dell’umanità. Ogni monumento fissava il momento delle loro morti, compresi i diversi strumenti scelti da ogni suicida per far cessare la propria vita. Così, Heinrich von Kleist era immortalato mentre faceva esplodere il cervello sopra il corpo dell’amante ammalata di cancro che aveva appena ucciso in un patto romantico; e il bel monumento a Gérald de Nerval fissava l’istante in cui il poeta, ridotto alla miseria, pendeva pallido come gesso da una forca improvvisata nella rue de la Vieille Lanterne. Un tempio posto alla fine del triste giardino, che ricordava una grotta umida e buia, era dedicata alla Madonna degli Abbandonati dalla Fortuna. Sull’altare, due grandi immagini di Romeo e Giulietta. Al centro, sommersa in un lago artificiale, Ofelia, coperta di licheni. Lungo la navata cavernosa, affreschi illuminati da torce ricordavano, come in una via crucis, gli episodi storici di Massada e Numanzia.

Alla fine i turisti scoprivano la Piazza di Babele, la principale di Kamba-Simba. Fu progettata dallo egiziano El Wahrid, che si era inspirato alla Torre di Babele di Pieter Bruegel, il Vecchio. Il geniale architetto fece erigere una torre di proporzioni vertiginose, abitata dagli ultimi membri delle varie tribù in fase di estinzione sul pianeta, nel modo in cui le lingue più esotiche erano sentite, forse per l’ultima volta, lungo i corridoi che portavano alla cima, dove si poteva trarre la più impressionante visione delle piazze di Abu Kamba. La cattedrale della Piazza di Babele, la maggior di tutte le chiese di Kamba-Simba, tutta fatta di carcasse d’aerei, navi e macchine che avevano subito incidenti, si attorcigliava nella gigantesca torre di legno, e era consacrata alla Madonna delle Catastrofi. Nella entrata della Cattedrale, a sinistra, si trovava una enorme statua di bronzo che rappresentava l’angelo sterminatore, intento ad impugnare una spada d’oro massiccio. In fondo, dando l’impressione di volere incombere sui visitatori, scheletri veri, che cavalcavano cavalli d’argento, evocavano i quattro cavalieri dell’Apocalisse.

Fiumi di denaro arrivavano ai fondi pubblici di Kamba-Simba. Il giovane principe aveva creato qualcosa di nuovo in un’epoca tanto misera di immaginazione, dove gli architetti, soggiogati dalla vita pratica e afferrati alla burocrazia, solo riuscivano a costruire edifici identici tra loro, tutti fatti di cemento, acciaio e vetro. Le piazze di Abu-Kamba furono viste da circa sette milioni di turisti in soli dieci anni, e sarebbe stata ancora celebrata per decenni se tante sciagure non fossero cadute su di esse, per colpa di un vecchio demone che volle svegliarsi dal suo lungo sonno – tanto lungo che pareva eterno.

Non si sa bene come, quando o perché, la popolazione di Abu-Kamba cominciò ad impazzire. Forse l’effetto di tanti stimoli sensoriali, dopo qualche tempo, era nefasto allo spirito. Se i turisti che ritornavano da Kamba-Simba serbavano in sé un’immagine d’estasi e terrore che rimaneva per il resto della loro vita, come potevano gli abitanti di quelle piazze rimanere incolumi all’indescrivibile? L’uomo riesce ad abituarsi a tutto, è vero, e anche gli abitanti di Venezia perdono, nel trascorrere degli anni, la dimensione della loro felicità innata, che è quella di vivere in una campana di vetro di bellezza unica al mondo. Forse il problema di Kamba-Simba era il contrasto che le sue piazze producevano fra il sublime e l’abietto, fra la bellezza e l’orrore. Vivere fra il cielo e l’inferno, confondeva, soprattutto, le tribù quasi estinte che vivevano nella Piazza di Babele.

Lentamente, i culti misteriosi che Abu Simba immaginò cominciarono a prendere consistenza e a guadagnare una parvenza di realtà. Rivalità religiose passarono a dividere la popolazione. Le tribù che frequentavano la Cattedrale della Madonna delle Catastrofi cominciarono a credere ciecamente nel potere spirituale degli angeli – angeli della morte, angeli custodi, angeli loquaci, angeli del capezzale, angeli protettori, angeli vendicatori, angeli emergenziali, angeli d’attacco e un’infinità d’altri angeli, inventati tutti i giorni come una difesa psicologica contro la loro imminente estinzione. Per incredibile che possa sembrare, violando i divieti espliciti, la Chiesa Cosmica del Regno Viscido cominciò ad esser frequentata dai seguaci di una nuova dottrina sorta in Kamba-Simba, portata d’alcuni turisti americani ed esposta nel libro Catechismo della libera impresa – Tecnica dello sforzo personale per un’ascesa fulminea. Tramite esorcismi che propiziavano, secondo i sacerdoti, “realizzazioni vittoriose dell’anima”, i loro seguaci crescevano rapidamente, venerando l’immagine di Kate Capshow fra serpi, scarafaggi e topi.>

I seguaci delle altre chiese svilupparono una forte avversione contro i membri della Chiesa Cosmica del Regno Viscido, che prosperavano grandemente. Alleati ai fedeli della Cattedrale della Madonna delle Catastrofi, muovevano azioni missionarie di “catechizzazione rovesciata” come erano chiamate le sessioni di tortura praticate dai membri più fanatici della chiesa. Le successive lotte giunsero all’auge con una serie di incidenti sanguinosi che turbarono il flusso continuo dei turisti. Con la caduta libera delle entrate, la manutenzione della città subì un serio contraccolpo. Le risorse del tesoro di Abu-Kamba andarono esaurendosi. Il suo regno, che dalla inaugurazione della città viveva solo dei dollari che sgorgavano dalle agenzie turistiche, cominciò a declinare. La città impoverita non sopportò più l’esodo degli immigranti stranieri attratti della fama di Kamba-Simba.

La miseria e la promiscuità nei sobborghi della città portarono successive epidemie che agitarono e devastarono. Abu-Kamba riuscì fortunatamente ad inviare Babe e Tutu a Francoforte prima che loro si ammalassero. Subito dopo Kamba-Simba cadde in totale abbandono. Soltanto alcuni vecchi, ciechi e malati, molto deboli per riprendere la vita altrove, continuarono a vagare in quelle piazze che, poco a poco, ritornavano alla foresta, invase dalla vegetazione selvaggia e dagli animali che scappavano dalla Piazza della Ripugnanza Assoluta. Con la sua immaginazione disfatta, Abu-Kamba s’ammalò gravemente. I suoi pensieri febbrili si rivolgevano, ossessivi, al senso della sua opera. Aveva creato un mondo dal nulla, e questo mondo non durò. E perché non durò? Perché non aveva radici. Ricordava storie udite durante l’esilio riguardo città che avevano attraversato crisi ed erano risorte secoli dopo. Venezia commemorava tutti gli anni la vittoria sulla Peste Nera con una festa paragonabile alla Festa della Gioia. Sarebbe Kamba-Simba risorta un giorno dalle proprie ceneri? Passeggiando tra le rovine della Piazza di Babele, Abu-Kamba sentì che ciò non sarebbe accaduto: il suo sogno era finito per sempre.>

Ma prima di svenire, prostrato dalla febbre che lo rendeva lucido come non mai, il principe sognò un ultimo sogno: “Queste piazze non hanno storia, sono solo le piazze della mia pazzia. Nulla è accaduto qui. Nessuno fa trasformato Kamba-Simba in un simbolo di gloria. Il suo nome non risveglierà nessun sentimento profondo nell’umanità. È un nome comune, addirittura buffo…Kamba-Simba già è scomparso dalle carte geografiche. La mia bella città è finita come i fiori rubati da un giardino. Ciononostante, in un futuro lontano, forse un avventuriere scoprirà, in una spedizione in Africa, le rovine della città perduta. Il suo compagno di viaggio, abituato a raccontare tutto in un diario, che dopo sarà pubblicato, scriverà la cronaca del fondatore di quelle rovine, un principe nero che umiliò l’Europa con la bellezza viva di piazze uscite unicamente della sua immaginazione. Non disse il poeta Mallarmé che il mondo esiste solo per finire in un libro?” sospirò con gli occhi riversati al cielo, come nelle immagini dei santi martiri che tanto ammirava.

“Allora, forse io non ho sbagliato così tanto, forse io ho fatto qualcosa nella mia vita. Forse io non sono stato solo un vù-cumprà che vendeva borse Gucci nelle piazze di Roma. Forse io non sono svenuto dalla fame davanti alla porta di questo Museo di Keats e Shelley. Forse i due carabinieri che mi portano bisbigliando in italiano, molto somiglianti a Babe e Tutu, sono i miei fratelli che lavorano come muratori a Francoforte, e che sono venuti fino qui per salvarmi da questo esilio e portarmi a casa. Forse adesso io posso ricostruire Kamba-Simba con tutta l’esperienza che ho acquisito in Europa, creando piazze d’altro tipo, ricche di avvenimenti storici! Sì, questa volta, dovrei assicurarmi di non lasciare nulla al caso, tenendo sempre in mente la memoria corta del mondo. Adesso farò piazze di guerra e massacri! Parchi di stupri! Salotti di torture! Camere a gas! Fosse comuni! Lager di sterminio! E allora, sicuramente, il mio nome non sarà dimenticato!”

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