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Tema n.2:

Letteratura e alterità

Potrei ricollegarmi all'esposizione storica di Carlo Galli, con la quale mi trovo in totale accordo, ma temo che in tale prospettiva la letteratura farebbe una pessima parte, poiché ha spesso rappresentato il veicolo delle ideologie nazionali ed è stata la principale fonte di immagini dell'altro in chiave negativa. Penso a come sono presentati gli altri anche in grandissimi capolavori come la Chanson de Roland. Se ci mettiamo su questa strada, interrogandoci sulla funzione della letteratura nel definire l'identità dell'altro, avremo una risposta tendenzialmente negativa.

Per recuperare una funzione conoscitiva della letteratura riguardo all'alterità e al rapporto che intercorre tra noi e gli altri occorre allontanarsi un poco dalla problematica politico-sociale e dalla storicizzazione delle identità etniche e geografiche, assumendo piuttosto una prospettiva culturale.

I Greci e i barbari


Si può vedere come i Greci, ad esempio, dal punto di vista culturale abbiano avuto difficoltà a identificarsi con una nazione, con un'etnia greca e con un sistema di poteri che erano molto frammentati.

La spia è nella parola 'barbaros' che all'inizio aveva un significato totalmente neutro e indicava soltanto 'quelli che non parlano il greco', cioè 'quelli che sembrano balbettare quando parlano', da cui 'barbaros' che vuol dire appunto, onomatopeicamente, coloro che balbettano, cioè quelli che non conoscono la nostra lingua.

Ciò non comportava tuttavia un giudizio negativo, almeno nei primissimi tempi. Le cose cominciano a cambiare quando arrivano i Persiani: allora la parola 'barbaros' acquista immediatamente un significato negativo. Anche i viaggi, l'incontro con l'Egitto e gli altri popoli del Mediterraneo inducono gli storici, Senofonte, Erodoto, ad elaborare pian piano l'idea dell'Ellade, vista come civiltà superiore alle altre. Ma è stato soprattutto nello scontro con i Persiani che un tale punto di vista è penetrato nelle rappresentazioni dell'immaginario, della letteratura, del teatro e delle forme rappresentative in genere.

L'incontro con l'altro è pertanto un momento di grandissima importanza per la definizione della propria identità: contemporaneamente proietta una luce negativa sugli altri, genera pregiudizi, propone immagini in bianco e nero, di noi e degli altri.

Tale incontro tuttavia, a causa della complessità dei linguaggi e dei sistemi di rappresentazione, assume un aspetto inevitabilmente più ambiguo, come accade appunto con i Persiani. Da una parte gli altri vengono rappresentati come coloro che sono arrivati mostrandosi diversi, coi loro costumi ritenuti eticamente biasimevoli, persino meno valorosi sotto il profilo militare e come tali hanno invaso il territorio greco. Però vengono messi in scena e in qualche modo si comincia a vederli, cioè a rappresentarli: questa è una funzione molto importante della letteratura e cioè l'ideazione di un apparato linguistico rappresentativo del diverso, uno strumento che costringe a misurarsi con gli altri.



La cultura ebraica e l'"altro"


La storia degli Ebrei è simile e, sotto questo aspetto, anche più interessante: naturalmente noi tendiamo sempre a pensare alla Bibbia come a un unico libro e invece ci sono un Vecchio testamento e un Nuovo testamento i quali, nell'affrontare il tema dell'altro risultano fortemente diversi, poiché il messaggio cristiano rovescia pressoché completamente il punto di vista.

Però già nella Bibbia ebraica vi sono incertezze, ambiguità. Il popolo ebraico conosce due volte l'esilio, due volte lo spostamento quasi completo della popolazione in un altro territorio e quindi ha una storia molto complessa di contatti con gli altri, condividendone spesso anche il territorio. Le stesse tribù d'Israele vivevano separate fra loro e mescolate a diversi popoli. E' in questa promiscuità che si è sviluppata quella forma di riconoscimento del sé, di concezione della propria identità in chiave religiosa, ma si potrebbe dire, anche in chiave poetica: mi riferisco all'invenzione di una forma di rappresentazione del sé, della propria storia e delle proprie storie - come le lunghe vicende dell'Esodo.

Gli Ebrei non hanno la tendenza a rappresentare negativamente gli altri. Non avviene quasi mai. Sono state condotte analisi relative proprio alla parola utilizzata per significare 'lo straniero', il non appartenente alla propria entità sociale e politica. Ci sono molte incertezze anche nel definire il termine indicante 'gli altri'. Inoltre, anche dal punto di vista amministrativo si nota che si può ricevere la cittadinanza d'Israele anche soltanto accettando determinate regole come la circoncisione.

Era quindi inevitabile che un popolo come quello ebraico, che viveva mescolato agli altri, doveva in qualche modo formarsi un'idea, di sé e degli altri, che tenesse conto di tale promiscuità.



La Cina e lo "straniero"


Rimanendo nell'ambito delle spie linguistiche che definiscono i temi dell'alterità, ma cambiando completamente popolo e lingua, possiamo considerare, ad esempio, un grande paese come la Cina. Non sono un sinologo, ma mi risulta che nella lingua cinese non ci sia una parola per dire 'straniero', cioè non esiste un termine per significare 'quelli che non sono cinesi'. "Cinese" e "uomo" sono significati che in realtà tendono a sovrapporsi: sembra che lo stesso ideogramma possa essere inteso in entrambi i sensi. Non so se sia del tutto vero, ma sembra plausibile supporre che in un paese vastissimo come la Cina la nozione di altro si confonda con quella di lontananza e che ciò sia dovuto appunto al fatto che gli altri sono lontani.

Siamo in presenza di una situazione opposta rispetto alla storia d'Israele dove gli Ebrei costruiscono la propria identità vivendo in mezzo agli altri, scegliendo il monoteismo in un sistema dove gli altri adoravano molti dei. Da questa affermazione di identità ne conseguono una serie di scelte ideologiche caratterizzate dalla necessità di distinguersi dagli altri, di rafforzare il senso di identità grazie al riconoscersi proprio in quanto diversi dagli altri. Naturalmente i Cinesi non avevano questa necessità, non sentivano il bisogno di riconoscersi attraverso la differenza, non costruivano la propria identità identificando gli altri in base alla differenza dal sé. Dal punto di vista antropologico la costruzione dell'altro è sempre un processo che serve in primo luogo a identificare il sé. Un'immagine forte del sé si riflette in un'immagine forte dell'altro, in un rapporto di relazione molto stretto, come bene ha spiegato Lotman. Sono proprio i momenti di debolezza in una società che spingono a ridefinire tale rapporto, come sembra avvenire in tutti i discorsi che riguardano l'oggi, quando parliamo di indebolimento del senso di modernità, di fine della modernità, di post-moderno.



Lo straniero di Hoffmann


In letteratura il tema dell'incontro con l'altro è naturalmente molto frequente e ricco di implicazioni. Ci sono addirittura dei generi letterari che prendono avvio con la scena dell'arrivo dell'altro, dello straniero. C'è un racconto di Hoffmann che si intitola appunto Lo straniero: una porta si apre all'improvviso; fuori c'è vento, dentro, in casa, un ambiente molto casalingo, intimo, dove si trascorrono le serate raccontando storie. Si apre dunque la porta è improvvisamente entra lo straniero.

Ci sono interi romanzi e tutta una tradizione americana che mettono in scena l'arrivo nel villaggio di una figura che mette in crisi il quieto vivere di una comunità. Volevo sottolineare soprattutto quest'aspetto e cioè che la letteratura ha lavorato moltissimo proprio a rafforzare i pregiudizi sugli altri o le immagini negative dell'alterità.

Anche i grandi poemi epici, grandi opere che hanno molto spesso lavorato per consolidare il senso di identità di una nazione e per creare ostilità nei confronti dell'altro.



Le ambiguità della letteratura


In una prospettiva di accoglienza verso culture diverse che entrano in contatto, tra le altre cose, anche con la nostra letteratura, la soluzione non potrebbe essere quella di contrapporre, a opere che manifestano pregiudizi, composizioni che illustrino atteggiamenti opposti, come la simpatia o l'indulgenza. O magari contrapporre romanzi indiani a romanzi inglesi con lo scopo di presentare la stessa realtà sociale da due differenti punti di vista. Credo che non sarebbe una buona soluzione perché alimenterebbe la confusione di una mescolanza generale senza capacità di costruzioni positive, quando invece sarebbe necessaria l'elaborazione di immagini maggiormente problematiche della nostra storia e della nostra situazione politico-sociale. Credo piuttosto che si dovrebbe proporre un'analisi attenta intorno alle ambiguità presenti in questi sistemi di rappresentazione. La letteratura, dopotutto, ha sempre avuto due funzioni primarie: da un lato quella di prendere parte, argomentando ideologie fortemente schierate, dall'altro - spesso proprio nelle stesse opere - mostrare l'ambiguità o la complessità del reale.



L'Eneide come poema nazionale


Un esempio clamoroso è costituito dall'Eneide di Virgilio, per tanto tempo proposta nelle scuole italiane dopo l'Ottocento. L'unificazione nazionale sentiva il bisogno di un poema nazionale, ma non c'era. A mio giudizio si poteva utilizzare un romanzo moderno, come Le confessioni di un italiano di Nievo per introdurre determinate tematiche. Tuttavia fu scelta l'Eneide perché, per alcuni versi, rendeva il senso della nostra storia: in essa c'era la romanità, gli Italici, c'erano i Troiani e naturalmente Turno. La traduzione di Caro, abitualmente letta, accentuava gli elementi a favore di Roma e contro gli Italici, introducendo nella vicenda epica una serie di connotati negativi su Turno e i perdenti. Tuttavia tali connotazioni non sono presenti nell'originale e occorre ricordare che in Virgilio è presente una stranissima complessità della situazione che potrebbe rimandare ad elementi esterni al testo, quali la stessa non romanità dell'autore che era stato privato delle proprie terre e al quale il potere di Roma ordinava di scrivere un poema sulla romanità stessa. Resta il fatto che la sua simpatia, in maniera neppure troppo velata, si rivolge agli Italici e che comunque la rappresentazione dell'incontro tra diversi risulta complessa e problematica.



L'incontro con l'altro: Robinson Crusoe


Ma tutte le grandi opere presentano questa caratteristica, come ad esempio Robinson Crusoe che è una tipica opera nella quale l'incontro con l'altro viene messo in scena a partire da un ben determinato contesto storico-ideologico. Da una parte c'è l'Inghilterra, dall'altra i popoli da essa conquistati e colonizzati. L'incontro di Robinson con Venerdì è l'unica situazione veramente perturbante del romanzo, un momento quasi anticipatore del gotico, nel quale Robinson è preso dal terrore dell'altro, quando vede, all'improvviso, un'orma impressa sulla sabbia, terrore irrefrenabile davanti a una presenza immisurabile, proprio perché invisibile e inconoscibile. Sarebbe interessante analizzare tutte le 'robinsonate', cioè tutte le rivisitazioni delle vicende del personaggio di De Foe che ne sono seguite e vedere come questo incontro viene riproposto e diversamente rappresentato. Naturalmente tutti conoscono l'esempio di Tournier, Vendredi, che rovescia la situazione: in questa riscrittura Vendredi è colui che può portare un po' di felicità nella vita triste di un borghese, mercante e figlio di mercanti inglesi, altrimenti dedito ad imprese grottesche, come il costituire uno stato in un isola deserta, fondare una religione, elaborare comportamenti rituali come il vestirsi benché non ve ne sia bisogno (anche perché Tournier ha spostato la rappresentazione in un isola del Pacifico sotto il calore dei tropici). E infatti, a un certo punto, è Robinson che segue Vendredi, cambia natura, si denuda e vive allegramente insieme al compagno, in sintonia con l'ambiente naturale.

Ciò che volevo mettere in rilievo, insomma, è la funzione ambigua della letteratura, in particolare rispetto al tema della rappresentazione dell'altro, una funzione complessa e che non può risolversi in maniera schematica. Così come accade nei Persiani di Eschilo o con una grande 'altra' come Medea dove i personaggi, sentiti sicuramente come stranieri, nel momento in cui entrano nel mondo dei linguaggi e delle retoriche della letteratura e delle forme rappresentative, diventano figure complesse e sfuggono alla lettura più immediata suggerita dal mero schierarsi secondo principi ideologici.

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