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Tema n.2:

Wonderwall (Don't Cry For Me, Argentina)

Avevi sedici anni. Io, uno in più. Per tutti eri la figlia dell'ingegnere, ma io sapevo che tuo padre era un operaio che in Argentina aveva fatto fortuna. Certo lo sapevi anche tu, ma ti guardavi bene dall'ammetterlo. Ti piaceva troppo recitare il ruolo della cugina ricca, che periodicamente si degnava di gratificare con la propria presenza noi, poveri parenti proletari. Erano stati bravi i tuoi genitori a cancellare ogni traccia del loro passato dalla tua educazione: tu rappresentavi quello che avevano saputo creare in una terra nuova, che li aveva accolti a braccia aperte, quando avevano deciso di lasciarsi alle spalle la miseria e lo squallore del dopoguerra. Tu eri il futuro, e da quel futuro volevano cancellare lo scheletro dell'Italia neorealista che giaceva in fondo al loro baule di emigranti. Quindi, per te solo favole e ninnananne in spagnolo; e, più tardi, solo le migliori scuole private castigliane, solo libri rigorosamente argentini da leggere e da sfogliare. Non si parlava mai italiano a casa vostra; non avevi amici italiani; non credo che i tuoi genitori ti abbiano mai letto le lettere che noi inviavamo, anche se in fondo mettevamo sempre qualche parola per te.

Mia madre, all'inizio, scriveva spesso alla tua; le raccontava della nonna e dei fratelli che aspettavano il suo ritorno: erano tutti convinti che di lì a pochi anni i tuoi genitori sarebbero rientrati. E intanto, prima nascevo io (e una busta piena di fotografie dai bordi smerlati si perdeva attraversando gli oceani), poi nascevi tu (e un'altra busta con le istantanee di una neonata calva riusciva miracolosamente a raggiungerci). Ma io ero la continuità, la ricostruzione in marcia, la vita che continuava, anzi riprendeva, dopo la guerra, e tu, invece, eri la rottura, le radici strappate che venivano piantate altrove, il segno del non ritorno. Mia madre cominciò a intuire che non avrebbe mai più vissuto accanto a sua sorella quando nelle rare lettere dall'Argentina, a poche righe di informazioni spicciole sulla vita familiare, cominciarono a far seguito dettagliati commenti sulla realtà politica locale. E' buffo: in uno dei miei primissimi ricordi mia madre mostra a mio padre il francobollo sulla busta di una lettera, dicendogli: "Guarda, questa è Evita. Dio, com'è bella!" e poi gli legge ad alta voce pagine di esaltati elogi sulla moglie di Peron. Più tardi, mi introduco di nascosto nella camera dei miei genitori e prendo la lettera dallo scrigno sul comò dove mia madre ripone tutti i messaggi che le arrivano dall'Argentina. Resto a lungo come inebetita a contemplare il francobollo: credo di essere l'unica bambina italiana che a tre anni sogna di diventare, da grande, Evita Peron.

Per le bambine argentine, è ovvio, la situazione doveva essere opposta. Suppongo che tra Buenos Aires e Mar del Plata tutte foste incitate, negli anni cinquanta, a imitare quel modello femminile e a venerarla poi come una santa, una volta defunta. Tu, almeno, sei stata educata così. Quando i tuoi genitori ti hanno portata in Italia per la prima volta eri una cosina bionda e minuta di quattro o cinque anni; non parlavi la nostra lingua, capivi a stento quel che ti dicevamo; te ne stavi per lo più ingrugnita, aggrappata alla gonna di tua madre, ma ti illuminavi quando qualcuno ti chiedeva del tuo paese, della tua gente, dei tuoi miti. Allora comprendevi anche le nostre domande, le nostre osservazioni, e rispondevi a tono. Ed era un tripudio di Evita, e Casa Rosada, e "Azura y blanca, bandera de mi patria." Eri la bambina più patriottica che io abbia mai conosciuto: tifavi per il tuo paese. Ma soprattutto, tifavi contro i paesi degli altri. E così nessun colore era bello come l'azzurro e il bianco della tua bandiera (persino il bianco del tricolore non era lo stesso di quello sul tuo drappo, e quanto al rosso e al verde, erano troppo sgargianti, volgari se confrontati con quel candore e quel celeste); nessuna donna italiana era affascinante come la tua Evita; nessuna musica valeva il tango; nessuna nostra storia, nessuna poesia era paragonabile alle avventure di Martin Fierro. Non sapevi ancora leggere, ma ti eri portata da sfogliare nel lungo viaggio per mare un'edizione rilegata in cuoio (il cuoio argentino, dall'inconfondibile odore forte e pungente) del vostro poema nazionale. Pesava almeno cinque chili, quel librone, ma i tuoi genitori erano fieri di mostrarci attraverso quel volume la genialità della gente a cui avevano scelto di appartenere.

Tornasti cinque anni dopo, o forse sei. John Kennedy era appena stato ammazzato e i tuoi non parlavano più di Peron, Evita era scomparsa anche dai tuoi discorsi, gli Stati Uniti, adesso, erano il grande mito. Tua madre cercava di pettinarsi come Jacqueline (non ancora Onassis) e tu, nella tua scuola esclusiva, imparavi l'inglese. Quando ti suggerimmo di frequentare anche un corso di italiano, in modo da perfezionare la nostra lingua, che adesso comprendevi benissimo, ma parlavi a volte con difficoltà, rispondesti con una smorfia che si trattava di un linguaggio inutile, che solo noi parlavamo nel vasto mondo e che pertanto era destinato a scomparire. Fu allora che decisi, con una ripicca infantile cui però ho finora tenuto fede, che dal canto mio, anche io non avrei mai e poi mai imparato la tua lingua. Mi sarebbe piaciuto essere tua amica; prima del tuo arrivo ero convinta che ci saremmo fatte mille confidenze, che avremmo giocato insieme; volevo farti conoscere le mie amiche, prestarti i miei libri e i miei vestiti. Ma tu trovavi stupidi i giochi che io proponevo, della tua vita lontana magnificavi le cose che possedevi e io che potevo solo accontentarmi di sognare; guardavi dall'alto in basso le mie amiche; dei miei libri, osservavi distrattamente le figure, e rifiutavi di provare a leggere il testo in italiano; quanto ai miei vestiti, sei stata la prima che mi ha fatto capire, senza mezzi termini, come fossero scialbi, fuori moda, riciclati. Ma tu, tu venivi dal Paese dei Balocchi, dove tutto era magico e ti era dovuto; io abitavo dall'altra parte del mondo, in una versione aggiornata del libro Cuore, dove mia madre cuciva fino a tarda notte per riadattare alla mia figura abiti smessi di parenti generosi e mio padre guidava i treni nella nebbia, nella neve o nella tempesta per procurarci il necessario per vivere.

Altri sei anni, e sei tornata. Sedicenne, graziosa, una liceale dall'aspetto esotico, tutta abbronzata in pieno dicembre, i lunghi capelli lisci sulle spalle, la minigonna, le gambe snelle e i lunghi stivali, l'aria di chi è abituato ad avere il mondo ai propri piedi, schioccando le dita. Natale del '69: avevamo vissuto di riflesso il sessantotto, noi, i ragazzini delle medie superiori, e avevamo imparato a masticare politica e poesia, a mescolare impegno civile e musica rock. Sapevamo in maniera confusa dell'America Latina, del Brasile, di come gli Amerikani (sempre, rigorosamente, scritti con la kappa) si ingerissero negli affari di quei paesi; altrettanto confusamente sapevamo quanta e quale disuguaglianza economica ci fosse nel Sudamerica, quanta ricchezza nascondesse quale povertà. Ci riempivamo la bocca parlando di fascismo - noi, marxisti velleitari - e non potevamo non scorgere in te una nemica di classe. Era possibile tu non comprendessi che il tuo benessere si fondava sulla miseria altrui? Come potevi non domandarti in che modo tuo padre continuasse a prosperare mentre tutti gli altri emigrati italiani partiti con lui erano da tempo rientrati con le mani vuote? Ti invitavamo alle nostre feste, alle nostre riunioni e tu ci disorientavi con il tuo atteggiamento da prima donna, con le tue critiche al nostro modo di divertirci, di ragionare, di costruire il futuro. Niente di quello che facevamo ti piaceva; credo che ti fossimo tutti piuttosto antipatici. In ogni caso, nemmeno tu facevi molto per attirarti le nostre simpatie.

Alla festa di Capodanno (dove mia madre mi aveva costretta a invitarti) passasti quasi tutta la notte paragonando la semplicità della nostra serata con il fasto dei tuoi veglioni argentini, i nostri abitucci da grandi magazzini con i vostri vestiti da sera ("Ma come, i ragazzi non sono in smoking?", avevi esordito entrando, suscitando l'ilarità generale). Io ti portavo nello scantinato dove suonavano i miei amici e tu rifiutavi di ballare, sedevi in un angolo immusonita e poi, una volta a casa, ti lamentavi che la nostra cantina era umida, le sedie scomode, la musica assordante, i panini scarsi e le bibite calde, niente a che vedere con le vostre sontuose feste in piscina, con l'orchestra noleggiata per l'occasione e il rinfresco fornito dalla migliore pasticceria della città. A volte mi domando se quello che raccontavi era proprio tutto vero. Ma penso di sì: mia madre, che nella età matura è riuscita finalmente a far visita a sua sorella, mi ha parlato di una villa con parco e piscina ormai in disuso. Non stento a credere che quando ancora tu ci abitavi vi si potessero organizzare banchetti e festini in tuo onore. Forse ho visto anche delle fotografie di te in abito da gran sera, i capelli raccolti sul capo, che sorridi altera sul bordo della piscina, accanto a un giovane dalla giacca bianca, gli occhi rigorosamente azzurri e i capelli altrettanto rigorosamente biondi. Ma per noi, allora, tra Piazza Fontana e la morte di Pinelli, la ricchezza era una vergogna, e la sua ostentazione il crimine più orrendo. Nessuno di noi, allora, ti invidiava; ti compiangevamo, anzi.

Solo una volta avrei voluto essere al tuo posto: quando sei andata a Londra. Il tuo biglietto aereo intercontinentale comprendeva nel prezzo un'altra tappa europea. Tu scegliesti la capitale britannica e tua madre ti accompagnò. Un week end nella swinging London, alla fine dei sixties: e chi non ti avrebbe invidiata? Quando tornasti, per la prima volta, ti corsi incontro: volevo che tu mi raccontassi tutto - tutto quello che avevi visto, tutto quello che avevi sentito, tutto quello che avevi fatto. Non imparai molto; Londra sembrava averti delusa. Avevi passato quasi tutto il tuo tempo tra Carnaby Street e Piccadilly, acquistando ogni sorta di cianfrusaglie che potessero testimoniare del tuo passaggio nella metropoli presso i tuoi amici argentini. Mi mostrasti portachiavi, magliette, pupazzi che riproducevano i soldati della guardia reale, persino una locandina a colori vivaci nella quale era stampato a chiare lettere il tuo nome, sopra l'indicazione del giorno in cui ti eri recata a Carnaby Street. Infine, estraesti un 33 giri dalla busta di un negozio di dischi del West End. "Ho chiesto il long playing che adesso è in testa alla classifica delle vendite in Inghilterra", mi spiegasti con un sorriso trionfante, "Così, quando tornerò in Argentina, potrò far conoscere in anticipo ai miei amici la musica che ascolteranno la prossima stagione."

Un muro di mattoni rossi, alto e stretto, divideva la copertina del disco in due metà ben distinte: a sinistra, c'era un omino alla Magritte, tutto nero, in bombetta e ombrello, sullo sfondo di un cielo di nuvole, i piedi ben piantati sulla terra verde; a destra, era una visione di piaceri indiani: giovani donne ritratte secondo gli stilemi più tipici dell'iconografia indù si bagnavano in una pozza d'acqua, tra i fiori di loto, i lunghi capelli neri, bagnati e lucidi, abbandonati sulle spalle, e le carni bianche, splendenti nel sole, contrastavano con i colori vivaci del cielo, degli alberi, degli uccelli tropicali. "Wonderwall Music by George Harrison", lessi ad alta voce, sopra il disegno, "Un disco di George senza i Beatles. Hmm … A giudicare dalla copertina sarà tutta roba indiana, col sitar al posto della chitarra, come quelle sue canzoni in Sergeant Pepper e nell'album bianco." E in effetti, era proprio "tutta roba indiana" e, come se non bastasse, solo musica, senza parole. Ascoltammo qualche brano sul giradischi dello zio, ma dopo le prime tracce lo togliesti, indispettita. "Che noia!", dicesti, il broncio più accentuato che mai, le labbra ricurve in una piega di stizza. "Mi hanno fregata. Un disco del genere non arriverà mai in classifica da noi. A noi non piacciono queste lagne." Riponesti il disco nella sua copertina, la copertina nel suo sacchetto, e il sacchetto in fondo a una valigia.

Di lì a qualche giorno partivi, per sempre. In Italia, anzi, in Europa, non sei mai più tornata. Ti sei laureata, ti sei sposata, hai fatto dei figli, che ora si stanno laureando, poi si sposeranno, avranno a loro volta dei figli, che a loro volta non vedrò. Non ti ho mai più vista; non ho mai visto tuo marito, mai visto i tuoi bambini, se non in fotografia. Ricordo di averti scritto, qualche volta, subito dopo la tua partenza: non hai mai risposto. Ricordo di averti inviato dei regali, quando qualche conoscente capitava in viaggio in Argentina: non hai mai ringraziato. Tua madre è tornata in Italia un paio di volte, senza di te; altrettante volte mia madre è venuta in Argentina. Ti ha incontrata, mi ha detto che sei cambiata, che non sei più altezzosa, che sei simpatica, adesso. Dall'ultimo viaggio ha persino riportato un video casalingo, in cui, sorridente e sudata, ti scateni in una salsa. Ma io ho preferito viaggiare il mondo stando sempre bene attenta a schivare i tuoi paraggi. Rivederti, non mi interessa; come è evidente che a te non interessa incontrami di nuovo. I nostri mondi rimangono separati da quel muro rosso, altissimo: e io ancora non capisco da quale parte mi trovo, se nel paese ordinato e razionale dell'omino in bombetta, o nel regno favoloso e magico delle vergini indiane. Ci siamo scambiate più volte le parti, nel corso del tempo: il tuo, che era il Paese di Bengodi, è diventato il nero luogo del terrore, delle sparizioni. Il mio mondo disadorno, nelle cui convenzioni e ristrettezze mi vedevi intrappolata come l'ometto dall'ombrello, si è trasformato, per un breve ma intenso periodo, nel regno del gioco, della trasgressione, della libertà. Poi, con la maturità, l'omino magrittiano ha forse ripreso il sopravvento. Una cosa è certa: non siamo mai state nello stesso periodo dalla stessa parte.

Quel disco, che non ti piaceva, certo l'avrai regalato a qualche amico, prezioso souvenir dall'Inghilterra, senza neppure finire di ascoltarlo. Io, invece, l'ho acquistato una decina d'anni fa, quando uscì l'edizione su cd. E spesso lo ascolto, e mi piace, davvero, e allora ti penso, come non ho mai fatto in tutto questo tempo, come non pensavo avrei mai fatto. Ti immagino nella tua bella casa ai confini del mondo, ragazza ricca dalle mille promesse sfiorita piano piano in un paese alla deriva. Continui a negare, mi dicono, lo sfacelo del tuo mondo, come già un tempo tua madre negava che i vicini fossero spariti, nottetempo, per non riapparire mai più. Come nel video, balli la salsa sulle rovine del tuo mondo e ridi e fai ciao con la mano a noi che restiamo dall'altra parte del muro. Ascolto i tabla, i sitar, il flauto e l'armonica e mi domando che cosa c'è da questa parte, mi spavento al pensiero di potermi ritrovare, ormai vecchia, in un mondo simile al tuo.

Mi accorgo solo ora che sulla copertina del disco, nel muro rosso manca un mattone: se volesse, l'omino potrebbe allungarsi a spiare i giochi delle ragazze e le ragazze potrebbero guardare che cosa succede nel mondo dell'omino. Ma il personaggio con la bombetta è troppo basso per arrivare al buco nel muro, e guarda altrove, e forse non s'è neppure accorto che c'è un'apertura sulla parete; e le giovani indiane, poi, sono troppo concentrate sui loro passatempi per curarsi di qualsiasi cosa intorno a loro. Proverò io, prima o poi, a sbirciare oltre quel buco: mi metterò in punta di piedi, accosterò l'occhio dove manca il mattone e forse, finalmente, saprò da che parte sto.

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