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Indice

Tema n.14:

L’astro, la dea, l’eclissi.
Presenze della luna in Seneca

Plin. nat. II 46

le eclissi di luna e quelle di
sole, il fenomeno più
straordinario, il più simile a
un portento, nello
spettacolo della natura

Nelle sue opere filosofiche, e in particolar modo nelle Naturales Quaestiones, Seneca affronta vari aspetti del mondo naturale. Alla luna, tuttavia, egli non dedica una trattazione sistematica ma solo cenni, spesso rapidi, sparsi in differenti contesti. Quello che si propone è allora un possibile percorso tra questi passi, percorso che avrà come filo conduttore l’eclissi,[1] fenomeno di grande fascino, che Seneca osserva dalla duplice prospettiva del filosofo e del poeta. Questo ‘doppio’ sguardo si riflette nella struttura del presente contributo: a una prima sezione, dedicata alla descrizione scientifica delle eclissi, seguono infatti alcune considerazioni sulla funzione del fenomeno all’interno di due tragedie, la Phaedra e la Medea.


1.

La descrizione di un’eclissi di sole è inserita nel V libro del De beneficiis,dove si racconta che Socrate rifiutò l’invito a corte del re macedone Archelao, adducendo l’impossibilità di ricambiare degnamente tale beneficio. Si tratta chiaramente di una scusa, dal momento che l’ateniese di certo avrebbe potuto contraccambiare il facoltoso ospite con la propria saggezza. A riprova di ciò Seneca immagina, nei modi dell’ipotesi irreale, che il filosofo incontri il re proprio nel momento in cui questi, sconvolto da un’eclissi di sole, sta facendo sbarrare la reggia e, come in occasione di lutti e disgrazie, taglia i capelli al figlio. Se Socrate fosse stato presente – dice Seneca – di certo lo avrebbe trascinato fuori da quel nascondiglio e lo avrebbe confortato, spiegandogli le cause del fenomeno (benef. V 6,4s.)


Non est ista solis defectio, sed duorum siderum coitus, cum luna humiliore currens via infra ipsum solem orbem suum posuit et illum obiectu sui abscondit; quae modo partes eius exiguas, si in transcursu strinxit, obducit, modo plus tegit, si maiorem partem sui obiecit, modo excludit totius aspectum, si recto libramento inter solem terrasque media successit. Sed iam ista sidera hoc et illo diducet velocitas sua; iam recipient diem terrae, et hic ibit ordo per saecula dispositosque ac praedictos dies habet, quibus sol intercursu lunae vetetur omnes radios effundere. Paulum expecta; iam emerget, iam istam velut nubem relinquet, iam exolutus impedimentis lucem suam libere mittet.


Tutto ciò non è la scomparsa del sole, ma l’incontro di due astri, quando la luna che percorre un’orbita più bassa mette il suo disco al di sotto del sole e, interponendosi, lo nasconde; e ora ne occulta una piccola parte, se nel suo percorso lo sfiora appena, ora ne copre una parte maggiore, se interpone una porzione più ampia, ora ne impedisce tutta la vista, se essa si colloca nel mezzo tra la terra e il sole in linea retta. Ma già questi astri sono spinti in direzioni diverse dalla loro velocità, ecco che la luce torna sulla terra: e questo ciclo continuerà attraverso i secoli ed ha i suoi giorni già prestabiliti e ordinati nei quali, per il frapporsi della luna, il sole non può spandere i suoi raggi. Aspetta ancora un po’: ecco che il sole sta per comparire, ecco che esce da questa specie di caligine, ecco che ormai libero da ostacoli ci manda la sua luce.[2]


In maniera abbastanza sorprendente, la sapientia di Socrate non è esemplificata sul piano dell’etica, ma della fisica.[3] Scelta davvero singolare, se si pensa che la spiegazione delle eclissi è tradizionalmente attribuita ad Anassagora[4] dalle cui teorie astronomiche lo stesso Socrate, in un noto passo dell’Apologia, prendeva apertamente le distanze.[5] Ma concentriamoci sulla descrizione. L’eclissi di sole si verifica quando sole e luna si incontrano (duorum siderum coitus):[6] in questa situazione la luna, che percorre un’orbita più interna, si colloca davanti al sole e lo nasconde, gettando la propria ombra sulla superficie terrestre. La descrizione, pur corretta, è tuttavia incompleta: perché si verifichi un’eclissi di sole, infatti, non è sufficiente che i due astri siano in congiunzione – altrimenti avremmo un’eclissi a ogni novilunio – [7] ma devono anche trovarsi in prossimità del nodo, uno dei due punti in cui l’orbita lunare interseca il piano dell’eclittica.[8] Ed è proprio questa seconda condizione a determinare la rarità del fenomeno.[9]


Seneca poi specifica che l’eclissi può avere diverse ‘gradazioni’: le eclissi parziali, che possono occultare una porzione minore o maggiore di sole, e le eclissi totali, durante le quali l’astro viene completamente nascosto. In particolare precisa che quest’ultima condizione si verifica solo quando i tre corpi celesti – sole, luna e terra – si trovano perfettamente allineati lungo una linea retta (recto libramento). La stessa precisazione ritorna in un passo delle Naturales particolarmente interessante, dove si descrive la tecnica impiegata per osservare il fenomeno senza venire abbagliati dalla luce solare (nat. I 12,1).[10]


Ogni volta che vogliamo osservare un’eclissi di sole (defectionem solis), esponiamo dei catini e li riempiamo di olio o di pece, perché un liquido denso si agita con minor facilità e perciò conserva le immagini che riceve; le immagini infatti non possono apparire se non in un liquido, e per di più immobile. Allora siamo soliti rilevare come la luna si metta davanti al sole e lo nasconda, benché esso sia molto maggiore del corpo che gli sta di sotto (quemadmodum luna soli se opponat et illum tanto maiorem subiecto corpore abscondat), ora in parte, se avviene che lo incontri di lato, ora completamente. È detta eclissi totale (perfecta defectio) quella che rende visibili anche le stelle e sottrae la luce del giorno, il che accade quando i due globi si trovano sulla stessa retta (tunc scilicet cum uterque orbis sub eodem libramento stetit).[11]


L’eclissi solare è parziale quando sole, luna e terra non sono perfettamente allineati: in questo caso solo la penombra lunare colpisce la terra, pertanto non si verifica un ‘effetto notte’, ma solo una maggiore o minore attenuazione della luminosità diurna. Ciò che Seneca non può precisare è che l’allineamento dei tre corpi (recto libramento; sub eodem libramento) non è condizione sufficiente perché vi sia un’eclissi totale: occorre anche che terra e luna si trovino a una distanza dal sole superiore a quella media, in modo che l’ombra proiettata dalla luna possa raggiungere la superficie terrestre.[12] Quando l’ombra della luna non riesce a raggiungere la superficie terrestre si ha un’eclissi anulare: il disco lunare appare allora più piccolo di quello del sole, il cui bordo resta visibile attorno alla luna. Quando invece l’ombra lunare raggiunge la superficie terrestre, l’eclissi è totale: il disco della luna appare più grande di quello del sole e pertanto lo nasconde completamente, rendendo visibile la corona solare e le stelle. Eclissi totali e anulari sono osservabili solo in una zona piuttosto ristretta: nelle regioni limitrofe, raggiunte solo dalla penombra lunare, l’eclissi risulta invece parziale.


Ritornando al passo del De beneficiis, Seneca fornisce un’informazione corretta nel segnalare l’estrema rapidità del fenomeno: l’eclissi solare totale può infatti durare al massimo 7 min. 40 sec., quella anulare 12 min. 24 sec. Al dato, ribadito anche in nat. VII12,4 («Vediamo che il sole e la luna, poco dopo aver iniziato a oscurarsi, tornano a liberarsi»), è altrove aggiunta un’ulteriore precisazione (Sen. epist. 93, 9).


Sappiamo in che modo la luna oltrepassi il sole, perché lei, più lenta, lasci indietro lui che è più veloce (quare tardior velociorem post se relinquat), in che modo riceva la luce o la perda, perché porti la notte, perché riporti il giorno: bisogna andare là dove sarà possibile guardare queste cose più da vicino.


Anche qui si tratta di un’eclissi solare: Seneca precisa che, quando i due astri sono in congiunzione, è la luna a oltrepassare il sole, lasciandolo indietro. Interessante è proprio l’osservazione sulla velocità dei due corpi, dove l’apparente controsenso si spiega col ricorso a due diversi sistemi di riferimento: in un caso la porzione di cielo visibile tra i due orizzonti, nell’altro le stelle fisse.[13]



2.

Per le eclissi di luna Seneca non offre una descrizione dettagliata, ma solo sporadici raffronti con altri fenomeni. Le eclissi lunari, ad esempio, sono associate a quelle solari in quanto eventi regolari che però, proprio per la loro rarità, generano un timore superstizioso, come il filosofo con manca di rilevare in due passi delle Naturales Quaestiones:


(VI 3,3) Non ingenera sacro terrore negli animi, e negli animi di tutti, sia vedere il sole eclissarsi, sia che a nascondersi del tutto o in parte sia la luna, che più di frequente si oscura?


(VII 1,2) Il sole non ha spettatori se non durante un’eclissi; nessuno osserva la luna se non quando si oscura; solo allora le città levano grida, solo allora ciascuno a suo modo per vana superstizione schiamazza.


La situazione è la stessa del passo del De beneficiis già esaminato, dove alla superstizione di Archelao si contrappone la conoscenzadi Socrate. Nelle Naturales, però, viene apertamente condannata – verrebbe da dire con piglio epicureo – l’assurdità di un comportamento dettato dall’ignoranza[14] e tanto più grave in quanto coinvolge tutta la collettività: si credeva infatti che durante le eclissi la luna fosse vittima di un incantesimo, dal quale poteva essere liberata solo con grida e frastuono.[15] Seneca, che nel trattato si rivolge a un lettore già esperto e immune dalla superstizione, non avverte la necessità di approfondire  la spiegazione del fenomeno, limitandosi a segnalare che anche l’eclissi di luna, come quella di sole, può essere totale o parziale.[16]


Il filosofo rileva inoltre una maggior frequenza delle eclissi di luna rispetto a quelle di sole. Da un punto di vista strettamente astronomico il dato è falso, perché le eclissi solari sono in realtà più frequenti di quelle lunari: durante un Saros – il periodo di circa 6.5835,3 giorni (= ca 18 anni 11 giorni 8 ore) al termine del quale si ripete lo stesso ciclo di eclissi lunari e solari –[17] si hanno infatti 41 eclissi di sole e 29 di luna. La maggior frequenza delle eclissi solari dipende dal fatto che il cono d’ombra proiettato dalla luna ha maggiori probabilità di colpire la superficie della terra, più vasta, rispetto a quante il cono d’ombra proiettato dalla terra ne ha di colpire la più ridotta superficie lunare.[18] Ma l’errore di Seneca può essere facilmente spiegato se si tiene conto delle condizioni in cui l’astronomo antico conduceva le proprie osservazioni. Se infatti si mantiene fisso il punto di osservazione in una determinata località, le eclissi lunari risultano effettivamente più frequenti dal momento che sono visibili nell'intero emisfero rivolto alla luna, mentre l’eclissi solare totale si può osservare volta per volta solo in una stretta fascia della superficie terrestre, larga qualche migliaia di km ma lunga solo una decina (i luoghi adiacenti, come si è detto sopra, vedono invece un’eclissi parziale).


In un altro passo delle Naturales (VII 27,1)Seneca fa riferimento alle frequenti variazioni cromatiche dell’astro, legate alle fasi lunari o all’eclissi:


Dic tu mihi prius quare luna dissimillimum soli lumen accipiat, cum accipiat a sole, quare modo rubeat modo palleat, quare lividus illi et ater color sit, cum conspectu solis excluditur.


Dimmi tu prima perché la luna riceva una luce completamente diversa da quella del sole, pur ricevendola dal sole, perché ora è rosseggiante ora è pallida, perché ha un colore fosco e oscuro quando le è impedito di guardare il sole.


Il periodo è strutturato in un tricolon, scandito dall’anafora di quare, che corrisponde a tre quaestiones poste a un destinatario generico.[19] Nel primo colon, anche attraverso l’iconico chiasmo (luna … accipiat / accipiat a sole),[20] si pone il problema della diversa luminosità della luna rispetto al sole, da cui pure riceve la luce.[21] Nel secondo colon viene introdotta la questione della variazione cromatica, per cui la luna, in determinate situazioni, appare ora rossa, ora pallida. Il terzo colon, infine, pone esplicitamente il problema dell’eclissi di luna, a cui viene attribuito un colore fosco e oscuro.[22] A proposito del secondo colon, va rilevato l’impiego di pallere (come pallidus e pallor), che in ambito astronomicoindica lo scarso splendore, temporaneo o permanente, di un corpo e, nel caso della luna, può anche descriverne l’eclissi (del resto nel novilunio la luna è oscurata, come durante un’eclissi).[23] Analogamente, il colore rosso (un effetto ottico riconducibile allo ‘scattering di Rayleigh’, causato dal passaggio della luce solare attraverso gli strati più densi dall’atmosfera) in genere si presenta quando l’astro è basso sull’orizzonte o quando si addensano polveri nell’atmosfera, ma è anche caratteristico della luna in eclissi.[24] Si può dunque ipotizzare che, nel secondo e nel terzo colon, Seneca, elencando i diversi colori della luna, si riferisca in realtà sempre all’eclissi di luna, nell’intento di enfatizzare l’estrema varietà di fenomeni che la natura dispiega in relazione a un’unica situazione.



3.

L’eclissi lunare, con le sue diverse possibili colorazioni, torna nella Phaedra e nella Medea. Ed è significativo che la luna, astro che gli antichi percepivano come intrinsecamente legato alla natura femminile,[25] svolga un ruolo di rilievo proprio in questi drammi, entrambi incentrati su figure femminili grandiose e controverse.

Nell’Ippolito euripideo non troviamo alcun riferimento alla luna. L’unica possibile allusione si incontra al v. 142, dove il coro delle donne di Trezene chiede a Fedra, stravolta dalla propria inconfessabile passione, se non sia posseduta «da Pan, da Ecate, dai sacri Coribanti o dalla gran madre Cibele». Ecate, divinità ctonia, è infatti il volto infero di una triade femminile a cui corrispondono sulla terra Diana e nel cielo Selene, la divinizzazione della luna.[26]


In Seneca, invece, la luna appare già nel primo coro, nella galleria di exempla mitologici volti a illustrare l’invincibile potenza di Amore. Rispetto al modello euripideo, che ricorda solo le vicende di Iole e Semele,[27] Seneca amplia il catalogo, inserendo tra gli altri amori divini anche quello di Selene per Endimione (Phaedr. 309-316).


Arsit obscuri dea clara mundi 
nocte deserta nitidosque fratri                                  310
tradidit currus aliter regendos: 
ille nocturnas agitare bigas 
discit et gyro breviore flecti, 
nec suum tempus tenuere noctes 
et dies tardo remeavit ortu,                                        315
dum tremunt axes graviore curru.


CORO: Arse d’amore la dea luminosa del buio cielo e, abbandonata la notte, lasciò al fratello la guida ben diversa del suo cocchio lucente: ed egli imparò a reggere la biga della notte e a girare in un'orbita più stretta, ma le notti non mantennero la loro durata e il giorno ritardò a tornare, mentre l'asse cigolava sotto il peso più grave.[28]

Secondo il mito qui rievocato, Endimione, figlio di Zeus e della ninfa Calica, si era addormentato in una grotta del monte Latmio. Lì lo vide Selene che, attratta dalla sua bellezza, abbandonò il consueto percorso e si sdraiò al suo fianco; dopo essere stato baciato dalla dea, Endimione ricevette in dono l'immortale giovinezza, ma cadde in un sonno eterno, durante il quale Selene scendeva regolarmente dal cielo per incontrarlo. Seneca, con notevole ingegno, tenta di spiegare in termini mitologici in che modo la luna possa abbandonare il proprio carro. Egli immagina che la dea della notte lo affidi al proprio fratello, il Sole, un dettaglio che, per quanto ne sappiamo, non trova riscontro altrove. Ma il Sole, abituato a seguire un percorso diverso, fatica a guidare il carro lunare. Interessanti in tal senso i riferimenti astronomici al gyro breviore – abbiamo visto che la luna, in prospettiva geocentrica, si muove lungo un orbita più interna (e quindi più breve) rispetto al sole – e soprattutto la specificazione nec suum tempus tenuere noctes / et dies tardo remeavit ortu, conseguenza non di una maggior lentezza del sole (vd. supra, § 1), ma della sua imperizia nel guidare un carro che non gli è proprio (currus aliter regendos).


La luna ritorna poi nella preghiera che la nutrice formula prima di incontrare Ippolito, nel tentativo, vano, di piegare il giovane alla «legge di Venere». L'invocazione è inizialmente rivolta a Diana, in risposta alle indicazioni del coro:[29] ed è significativo che la preghiera si collochi subito dopo la ‘metamorfosi’ di Fedra che, abbandonate le vesti regali, tenta di assimilarsi proprio alla dea della caccia, nel disperato tentativo di sedurre Ippolito.[30] Ma presto al volto di Diana si sovrappongono quelli, affini, di Selene ed Ecate (vv. 406-423).


Regina nemorum, sola quae montes colis
et una solis montibus coleris dea,
converte tristes ominum in melius minas.
O magna silvas inter et lucos dea,
clarumque caeli sidus et noctis decus,                        410
cuius relucet mundus alterna vice,
Hecate triformis, en ades coeptis favens.
Animum rigentem tristis Hippolyti doma:
det facilis aures; mitiga pectus ferum:
amare discat, mutuos ignes ferat.                              415
Innecte mentem: torvus aversus ferox
in iura Veneris redeat. Huc vires tuas
intende: sic te lucidi vultus ferant
et nube rupta cornibus puris eas,
sic te regentem frena nocturni aetheris                   420
detrahere numquam Thessali cantus queant
nullusque de te gloriam pastor ferat.
Ades invocata, iam fave votis, dea.

NUTRICE: Regina dei boschi, abitatrice solitaria dei monti e solo nume nei monti venerato, storna la minaccia di sinistri presagi. O dea che signoreggi selve e radure, chiaro astro del cielo, gioiello della notte, alterna luce dell’universo, Ecate triforme, benedici la mia iniziativa. Doma Ippolito, dal cuore di ghiaccio. Che mi presti orecchio. Addolciscine l'animo selvatico. Impari ad amare e a ricambiare l’amore. Piega la sua volontà: quell’essere cupo, scontroso, orgoglioso, riconosca la legge di Venere. Usa di tutta la tua potenza: così il tuo volto abbia gloria di luce, e il tuo arco brilli puro tra le nubi in fuga, così mai, mentre guidi il cocchio della notte, ti traggano giù dal cielo gli incantamenti dei Tessali, e nessun pastore possa gloriarsi della sua conquista. Rispondi alle mie invocazioni, dea, presto, esaudisci i miei voti.


Da uno scolio a Theocr. 2,10 (p. 491 Nauck) sappiamo che nel primo Ippolito euripideo – l’Ippolito Velato –[31] Fedra invocava la Luna, proprio come sono solite fare le donne possedute da passione amorosa. Difficile, data l’esiguità della testimonianza, trarre indicazioni troppo specifiche sulla natura di questa preghiera: l’unico elemento certo è che Seneca recupera l’invocazione ma, anziché alla regina, l’affida alla nutrice. Ai fini della presente analisi è particolarmente interessante l’augurio, simmetricamente bipartito dall’anafora di sic (vv. 418; 420), che la donna rivolge alla dea. Nel primo membroci si augura che la luna possa mostrare sempre il suo volto luminoso, e procedere con i limpidi corni non offuscati dalle nubi;[32] nel secondo, che non venga trascinata giù dagli incantesimi delle maghe tessale,[33] né che un pastore si glori del suo amore. Ora, le due situazioni evocate nella deprecatio si riferiscono all’eclissi lunare, letta rispettivamente in prospettiva antropologica e mitologica. Infatti era credenza diffusa che le maghe, grazie a sortilegi, potessero trascinare a terra la luna, situazione che di fatto forniva una spiegazione soprannaturale per le eclissi.[34] Allo stesso modo, il riferimento al pastor allude, in maniera sottile ma comunque chiara, al mitico amore di Selene per il pastor Endimione, vicenda già ricordata in precedenza e spesso interpretata come allegoria mitologica del fenomeno delle eclissi.[35] In definitiva, dunque, ciò che la nutrice esprime nel suo augurio è che la luna – ipostasi della dea –  possa vagare per il cielo senza mai eclissarsi.

La terza apparizione della luna è nelle parole del coro, che commenta la disperata fuga di Ippolito, sconvolto dopo che Fedra gli ha confessato il suo folle amore (Phaedr. 743-748).


pulcrior tanto tua forma lucet,
clarior quanto micat orbe pleno
cum suos ignes coeunte cornu                                                                 745
iunxit et curru properante pernox
exerit vultus rubicunda Phoebe
nec tenent stellae faciem minores;


CORO: Tanto più splenderà la tua bellezza, quanto più brilla col suo disco pieno la luna, quando riunisce i fulgidi corni dell'arco e sul rapido cocchio della notte scopre il suo volto rosseggiante, eclissando il luccichio delle stelle.


La bellezza di Ippolito è paragonata alla luna piena, il cui splendore oscura le stelle vicine. Ma a suggerire l’accostamento del giovane alla luna (e dunque a Diana, la sua divinità protettrice) era già stata Fedra, nel dialogo in cui rivela il suo amore al figliastro: nel gioco di riflessi che prepara la confessione, il ricordo del bellissimo volto del marito si confonde con quello, presente, di Ippolito (vv. 651-655).


FEDRA: Che splendore egli era! I capelli stretti da un nastro, un pudico rossore sulle guance delicate, muscoli vigorosi nelle tenere braccia, il volto della tua Diana o del mio Febo, o il tuo piuttosto.


Il ricorso alla similitudine con la luna per esaltare la bellezza è un topos, attestato per la prima volta in Saffo:


fr. 96,6-11 Voigt
ma ora lei spicca fra le donne della Lidia come talvolta, tramontato il sole, la luna dita di rosa (brododaktylos) supera tutte le stelle; e posa la sua luce sul salso mare come sulle campagne rigogliose di fiori.
[36]


 Il frammento viene spesso messo in relazione con il 34 Voigt, un celebre ‘notturno’, in cui lo splendore della luna piena supera la luce delle stelle:


fr. 34 Voigt

le stelle intorno alla bella luna nascondono di nuovo la loro figura lucente quando piena essa risplende al suo colmo su [tutta] la terra, … argentea (argyria) …


Entrambi i passi sono riecheggiati e ‘contaminati’ nel coro senecano: come nel fr. 34 la luna, piena, eclissa le altre stelle[37], ma anziché essere argentea[38] è rossa, come nel fr. 96. Per quanto riguarda la notazione cromatica, proprio la ripresa senecana (rubicunda, v. 747) costituisce la miglior conferma del tràdito brododaktylos, epiteto omerizzante che riferito alla luna ha però destato perplessità, tanto da essere stato sospettato di corruttela.[39] Come si è accennato in precedenza, la luna può apparire rossa in tre circostanze: quando è coperta da polveri presenti nell’atmosfera, quando è bassa sull’orizzonte e quando è in eclissi. Ora, da  un punto di vista teorico, tutte queste condizioni si possono verificare quando la luna, come nel passo senecano, si trova in plenilunio; ma sarà il coro stesso a chiarire, pochi versi dopo, il motivo per cui la luna appare rossa (Phaedr. 785-794).


Aut te stellifero despiciens polo                                                785
sidus post veteres Arcadas editum
currus non poterit flectere candidos.
Et nuper rubuit, nullaque lucidis
nubes sordidior vultibus obstitit;
at nos solliciti numine turbido,                                  790
tractam Thessalicis carminibus rati,
tinnitus dedimus: tu fueras labor
et tu causa morae, te dea noctium
dum spectat celeres sustinuit vias.


CORO: Oppure, contemplandoti dal firmamento, l’astro nato dopo gli antichi Arcadi, la luna, non sarà più in grado di dirigere il suo cocchio abbagliante. Or ora si è tinta di rosso senza che una nuvola ne oscurasse il volto luminoso: ma noi, in ansia per l’offuscarsi della dea, ne davamo colpa agli incantamenti dei Tessali, e facevamo tintinnare i bronzi: eri tu la sua pena, tu la causa del suo indugio, per guardare te la dea delle notti ha sospeso il suo viaggio veloce.


Nell’espressione et nuper rubuit (v. 788) si può infatti scorgere un riferimento di natura intratestuale:[40] la luna rossa è quella stessa luna piena a cui è appena stata paragonata la bellezza di Ippolito (v. 747 exerit vultus rubicunda Phoebe). Il coro spiega che il colore dell’astro non è dovuto all’interposizione di una nube, né agli incantesimi delle maghe tessale, ma a Ippolito. Proprio la presenza di questi tre elementi – le nubi, gli incantesimi, Ippolito – suggeriscono un’affinità con la preghiera che la nutrice aveva rivolto alla luna, augurandole che il suo splendore non fosse mai oscurato (vv. 418-422 sic te lucidi vultus ferant / et nube rupta cornibus puris eas, / sic te regentem frena nocturni aetheris / detrahere numquam Thessali cantus queant / nullusque de te gloriam pastor ferat). L’ultima possibilità paventata dalla nutrice –  e cioè che la luna possa eclissarsi per amore – fatalmente si verifica; e in questa prospettiva Ippolito, seppur involontariamente, si sostituisce al pastor Endimione. Il mito di Endimione diventa allora uno specchio in cui si riflettono i protagonisti della tragedia:[41] come Ippolito si sovrappone a Endimione, così Fedra è accomunata a Selene dallo stesso folle amore.

Seneca, dicevamo, recupera la luna rossa di Saffo, e ne esplora le potenzialità evocative. Il rossore diventa allora elemento polisemico: se il rubor della Luna è sintomo del suo pudor – la vergogna della dea che si scopre innamorata di un mortale – sul piano astronomico è proprio il colore rosso a permettere il passaggio, carico di valenze simboliche, dalla luna piena (vv. 744s.) all’eclissi.[42] Che le parole del coro si riferiscano a una luna in eclissi è suggerito dal riferimento agli incantesimi dei Tessali e al tintinnio di bronzi (vv. 791s.),[43] nonché dall’identificazione di Ippolito con Endimione; sul piano linguistico, inoltre, labor, che al v. 792 indica la pena causata da Ippolito alla luna, è anche il termine tecnico per indicare l’eclissi.[44] Proprio la scelta lessicale ribadisce la profonda rispondenza tra la fenomenologia dei sentimenti indagati dal poeta tragico e i fenomeni astronomici osservati dallo scienziato: il turbamento della Luna, incantata dalla bellezza di Ippolito,[45] si manifesta attraverso i segni  esteriori del labor e del rubor.

Questa corrispondenza tra topica amorosa ed evidenza astronomica trova un precedente in Ovidio,[46] che in Ars amatoria III83, evocando il mito di Selene e Endimione, aveva affermato Latmius Endymion non est tibi, Luna, rubori («Per il latmio Endimione tu, Luna, non arrossisci»): con raffinato gioco intertestuale Seneca ha dunque trasformato Ippolito in un alter Endimione.



4.

Nella Medea di Euripide troviamo un solo riferimento alla luna, là dove l’eroina si dichiara devota a Ecate, sua alleata (xynergon: vv. 395-397). Il legame, tradizionale, tra Medea e la divinità che presiede alla magia[47] è presente anche in Seneca, che proprio su questo elemento costruisce la grande scena del rituale magico, dove l’invocazione a Luna/Ecate può essere letta come il rovesciamento dell’invocazione che, nella Phaedra, la nutrice aveva rivolto a Luna/Diana.[48] E in effetti è proprio la luna a creare un primo punto di contatto tra le due tragedie, dal momento che anche nella Medea la bellezza è paragonata al plenilunio (vv. 93-98).


Haec cum femineo constitit in choro,
unius facies praenitet omnibus.
Sic cum sole perit sidereus decor,                                             95
et densi latitant Pleiadum greges,
cum Phoebe solidum lumine non suo
orbem circuitis cornibus alligat.


CORO: Quando lei troneggia nel coro delle donne, un solo volto brilla su tutti. Così col sole si perde la vaghezza delle stelle, e il fitto ammasso delle Pleiadi si cela quando la luna salda i suoi corni in un disco di luce non sua.


Anche in questo caso l’immagine è evocata dal coro; ma se nella Phaedra si celebrava la bellezza di Ippolito, l’amato, qui a venire esaltata è la bellezza di Creusa, la rivale, futura sposa del fedifrago Giasone. Come già nella Phaedra, il plenilunio è enfaticamente descritto mediante l’immagine dei corni che progressivamente si saldano nella pienezza del disco lunare. Nuova è invece la precisazione lumine non suo, che recupera il dato astronomico sulla natura ‘indiretta’ della luce lunare; questo elemento, che trova riscontro nelle indagini scientifiche di Seneca,[49] finisce però col relativizzare lo splendore della luna, indebolendo in qualche modo l’efficacia della similitudine.[50]


Come accennato in precedenza, è nella scena del rito (vv. 750-843) che il legame tra l’eroina e la luna si manifesta in tutta la sua forza. L’astro, invocato dalla maga, le appare per assisterla nella sua terribile vendetta, mentre prepara i veleni di cui cospargerà le vesti che i suoi figli porteranno in dono a Creusa.


MEDEA: E ora tu, invocata dai miei riti, astro delle notti, vieni col tuo aspetto più tremendo (pessimos induta vultus), con la minaccia dei tuoi tre volti.[…]
Vi odo, altari: riconosco i miei tripodi agitati dal favore della dea. Vedo l'agile cocchio di Trivia, non quello che guida attraverso la notte col volto pieno di luce (pleno lucida vultu), ma quando squallida e triste (facie lurida maesta), incalzata dalle minacce delle maghe tessale, rade il cielo in un cerchio più vicino. Così la tua pallida face getti una luce fosca per l’aria (sic face tristem pallida luce funde per auras), così i popoli sentano il brivido di un nuovo terrore, e in tuo aiuto, Dittina, risuonino i bronzi preziosi di Corinto.


Concentriamoci dunque sull’apparizione della luna. Rispondendo all’in­vocazione di Medea, l’astro non si mostra «col volto pieno di luce» (pleno lucida vultu), ma nel suo aspetto più terribile: il volto cupo e tetro della luna in eclissi (facie lurida maesta). Che si tratti proprio di un’eclissi lo conferma la reiterata nota cromatica,[51] a cui si aggiunge il doppio riferimento – già incontrato nella Phaedra – agli incantesimi e al clangore del metallo, che si credeva potesse contrastare l’effetto del sortilegio.[52] Rivolgendosi a una luna in eclissi, anziché alla luna piena, Medea in qualche modo rovescia i termini della invocazione rivolta alla luna, dalla nutrice, nella Phaedra: là ci si augurava infatti che l’astro potesse apparire splendente nel cielo limpido, senza che i sortilegi delle maghe tessale o il fascino di un mortale potessero trascinarlo a terra, provocandone l’eclissi.

Nella Medea la luna, mostrandosi in eclissi, conferma il proprio sostegno alla protagonista, che l’ha invocata nel suo aspetto più tremendo (pessimos induta vultos). Anche in questo caso, come già nella Phaedra, la luna è lo specchio dei desideri e delle passioni dell’eroina, arrivando a condividerne la colpa: assieme a Fedra cede all’a­more ‘impossibile’ per Ippolito, assieme a Medea allestisce la terribile morte della rivale.[53]


Ciò che questo percorso ha tentato di mettere in evidenza è la profonda rispondenza, in Seneca, tra indagine naturalistica ed espressione poetica. L’interesse per il mondo naturale, anche quando non è condotto in modo sistematico, porta comunque a una conoscenza del reale più complessa e profonda. È proprio a questa conoscenza che attinge la poesia: solo in questo modo può rivitalizzare immagini ormai topiche, esplorando nuove connessioni simboliche. Quella di Seneca è allora una lezione utile, soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui sempre più si va accentuando la separazione tra scienza e letteratura: scissione pericolosa, col duplice rischio di una scienza ostile all’uomo, e di una poesia impermeabile alla realtà.


daniele.pellacani2@unibo.it
(Università di Bologna)



Pubblicato il 22/05/2014
Note:


[1] Non vengono dunque trattati i due passi in cui Seneca parla dell’influenza della luna sulle maree (Sen. prov. 1,4; nat. III 28,6s.). Vale però la pena di segnalare come, in entrambi i testi, il fenomeno sia di fatto associato alla provvidenza, della quale in un caso è manifestazione, nell’altro strumento. Una panoramica su Seneca e la luna è presentata da F.R. Berno, Seneca and the moon. The cultural importance of our satellite, «Earth, moon and planets», LXXXV-LXXXVI, 1999, pp. 499-503.

[2] Trad. di S. Gugliemino (Seneca, I benefici, testo, intr., vers. e note di S. Guglielmino, Bologna, Zanichelli, 1967, p. 285), con modifiche.

[3] È Socrate stesso, nell’Apologia (19a-d), a dichiarare il proprio disinteresse per l’indagine naturalistica (ma vd. anche Phd. 96c).

[4] Anassagora fu infatti il primo a riconoscere che la luna non ha luce propria ma riflette quella del sole, presupposto fondamentale per una spiegazione delle eclissi: cfr. T. Heath, Aristarchus of Samos. The ancient Copernicus, Oxford, Clarendon Press, 1913, pp. 78-80, per il quale è improbabile che la scoperta risalisse già a Parmenide (pp. 75s.). Erodoto racconta che Talete avrebbe predetto un’eclissi di sole (I 74,2s.): la notizia desta molte perplessità e, a meno di non considerarla una semplice leggenda, dovrà essere ricondotta non a una reale comprensione del fenomeno, quanto piuttosto a una consapevolezza, pur vaga, della ciclicità delle eclissi, conoscenza che proprio in quegli anni si era andata sviluppando nel mondo babilonese; sulla questione cfr. D. Panchenko, Thales’ prediction of a solar eclipse, «Journal for the history of astronomy», XXV, 1994, pp. 275-288; M. Querejeta, On the eclipse of Thales, cycles and probabilities, «Culture and Cosmos», XV, 2011, 1, pp. 5-16.

[5] Ap. 26d-e. Per Socrate le teorie astronomiche di Anassagora sono «strane» (atopa), termine che di per sé non denuncia la falsità delle conclusioni, ma la complessità del problema: vd. S. Jedrkiewicz, Socrates, the sun and the moon (Plat. Ap. 26b8-e5), «Lexis», XXVI, 2008, p. 176. Molto più duro il giudizio di Socrate su Anassagora, e più in generale sull’astronomia teorica, che emerge dai Memorabili di Senofonte (IV 7,4-7).

[6] Cfr. Sen. nat. I 17,3duorum siderum occursum, quo interpolari dies solet.

[7] Come segnala correttamente Cicerone, proprio in riferimento alla teoria di Anassagora (rep. I 25): «un tale fenomeno […] si verificava in una situazione determinata e del tutto naturale, quando l'intera superficie della luna si trovi al di sotto del disco del sole; e pertanto, anche se non ad ogni novilunio, tuttavia non poteva verificarsi che nel novilunio», trad. di F. Nenci (Cicerone, La repubblica, a c. di F. Nenci, Milano, Bur, 2008, p. 277). Analoga precisazione è anche in Plin. nat. II 48, che però dimostra di non aver ben compreso le cause del fenomeno (vd. il commento di Beaujeu: Pline l’Ancien, Histoire naturelle. Livre II, texte ét. trad. e comm. par J. Beaujeu, Paris, Les Belles Lettres, 1950, p. 141).

[8] L’eclittica è l’orbita  lungo cui si muove (apparentemente) il sole; rispetto al piano individuato dall’eclittica, l’orbita della luna ha un’inclinazione di circa 5°. Se la differenza tra le distanze dei due astri rispetto al nodo supera i 18° 31' non ci sarà un'eclissi solare, che invece si verificherà necessariamente qualora tale differenza sia inferiore a 15° 31'.

[9] È difficile stabilire con precisione quando i nodi lunari fecero la loro prima comparsa nell’astronomia greca, ma con ogni probabilità furono noti almeno a partire da Eudosso di Cnido (IV sec. a.C.).

[10] Il procedimento è ricordato anche da altre fonti antiche, generalmente con riferimento all'acqua: vd. Plat. Phd. 99d-e; SVF I 119; II 650 (altri passi in Seneca, Questioni naturali, a c. di D. Vottero, Torino, Utet, 1989, p. 264, n. 1). Rispetto all’acqua, l’olio, ma soprattutto la pece, riflettono un’immagine più  contrastata, e quindi più nitida, perché il colore scuro del liquido riduce la luminosità di fondo cielo.

[11] Qui, come per gli altri passi delle Naturales Quaestiones citati in seguito, la traduzione è quella di Parroni (Seneca, Ricerche sulla natura, a c. di P. Parroni, Milano, Fondazione Valla, 2008 [3 ed.]), con modifiche.

[12] Infatti l’ombra lunare si estende in media per 375.000 km, quindi non può raggiungere la superficie terrestre, essendo la distanza media tra terra e luna pari a 384.390 km. Ma più la terra – e con lei la luna – si allontana da sole (afelio), più l’ombra della luna si allunga; si aggiunga poi che la luna, man mano che avanza verso il perigeo, risulta  più vicina alla terra rispetto alla distanza media tra i due corpi. Nelle condizioni più favorevoli l'ombra lunare può allora estendersi fino a 29.300 km oltre la superficie terrestre.

[13] Per un osservatore fisso in un punto della superficie terrestre la luna risulta più lenta rispetto al sole perché si sposta lungo la sua orbita di 13°18' al giorno (= 32' / h), di contro ai 360° (= 15°/ h) percorsi dal sole nel suo moto apparente, effetto della rotazione terrestre. Rispetto alle stelle fisse, invece, è la luna a superare il sole perché, in prospettiva geocentrica, si muove lungo un orbita più interna, situazione poeticamente descritta in un passo del Thyestes (vv. 838-842) «né la Luna incontro alle fiamme di Febo / caccerà i terrori della notte / né vincerà le redini di suo fratello / con corsa più breve sull'orbita ricurva», tr. di F. Nenci(Seneca, Tieste, intr. trad. e note di F. Nenci, Milano, Bur, 2002). La stessaimmagine tornerà anche nella Phaedra (vd. infra, § 3).

[14] Nei due passi la superstizione è indicata rispettivamente con i sinonimi religio e superstitio. Il primo termine, di chiara memoria lucreziana, ritorna anche nella chiusura del VI libro (nat. VI 29,3 nec usquam plura exempla vaticinantium invenies quam ubi formido mentes religione mixta percussit), ed è un ulteriore segnale della profonda influenza esercitata dal De rerum natura sulla trattazione senecana dedicata ai terremoti (vd. A. De Vivo, Le parole della scienza. Sul trattato de terrae motu di Seneca, Salerno, Laveglia, 1992, pp. 82-93; 96-98; 104s.; F.R. Berno, Lo specchio, il vizio e la virtù. Studio sulle Naturales Quaestiones di Seneca, Bologna, Pàtron, 2003, pp. 258-260; G.D. Williams, The Cosmic Viewpoint. A Study of Seneca’s Natural Questions, Oxford, Oxford University Press, 2012, pp. 214s.).

[15] Cfr. almeno Vottero, Questioni naturali…, cit., pp. 590, n. 8; 664, nn. 4s., con numerosi passi paralleli. 

[16] L’eclissi lunare è parziale quando la luna, troppo distante dall’eclittica, non cade interamente nel cono d’ombra della terra. Perché vi sia un’eclissi totale è invece necessario che l’allineamento dei tre corpi sia perfetto: pertanto, anche in questo caso, è necessario che luna e sole si trovino nelle vicinanze di un nodo. Se la differenza delle loro distanze dal nodo è di poco maggiore a 12° 15' si verificherà solo un’eclissi lunare parziale, mentre se la distanza è inferiore a 9° 30' l’eclissi sarà necessariamente totale.

[17] Da un punto di vista matematico il ciclo di Saros è il minimo comune multiplo tra mese sinodico (periodo in cui la luna percorre la propria orbita, pari a 29,53 giorni), mese draconitico (periodo determinato da due passaggi consecutivi della luna per lo stesso nodo, pari a 27,21 giorni) e anno eclittico (o draconitico: periodo determinato da due passaggi consecutivi del sole per lo stesso nodo, pari a 346,62 giorni). Pertanto un Saros equivale rispettivamente a 223 mesi sinodici, 242 mesi draconitici, 19 anni eclittici. Il Saros fu noto agli astronomi caldei almeno a partire dal 600 a.C. (vd. J.M. Steele, Observations and predictions of eclipse times by early astronomers, Dordrecht - Boston - London, Kluwer, 2000, pp. 78-83), e di qui si diffuse poi in Egitto e Grecia; il nome Saros (traslitterazione del greco σαρος fu impiegato per la prima volta nel 1691 da Edmund Halley, che lo derivò dal lessico bizantino Suda.

[18] Come si è detto, perché si abbia un'eclissi totale di sole è necessario che la differenza tra le distanze dei due astri dal nodo sia minore di 15° 31',  perché ci sia un'eclissi di luna tale differenza deve invece essere minore di 9° 30'.

[19] Sulle movenze colloquiali (dic tu) nella prosa di Seneca vd. almeno A. Setaioli, Facundus Seneca. Aspetti della lingua e dell’ideologia senecana, Bologna, Pàtron, 2000, pp. 9-95 (Elementi del sermo cotidianus nella lingua di Seneca prosatore).

[20] E proprio l’efficacia semantica del chiasmo garantisce la genuinità del testo tràdito, recentemente messo in dubbio da Hine che, recuperando una proposta di età umanistica, crocifigge il primo accipiat.

[21] L'osservazione, presente anche nella Medea (vd. infra, § 4), ritorna nella Consolatio ad Marciam (18,2): «Vedrai di notte la luna col suo lume mite e smorzato, riflesso degli incontri col fratello, ora nascosta ora pendente sulla terra con tutto il suo disco, crescente o calante secondo le fasi, mai simile a quella dell'ultima volta», trad. di A. Traina (Seneca, Le consolazioni, a c. di A. Traina, Milano, Bur, 2004 [9 ed.], p. 97). 

[22] Infatti è durante l’eclissi che la terra, interponendosi, nasconde alla luna la visione del sole; nel novilunio invece il sole, in congiunzione con la luna, ne illumina la metà che non è mai rivolta verso la terra. Proprio la distinzione tra eclissi di luna e novilunio, fenomeni solo apparentemente simili, è presentata come conoscenza basilare di astronomia (Sen. nat. VII 25,3): «ancor oggi molti sono i popoli che conoscono il cielo solo per il suo aspetto, che ancora non sanno perché la luna si eclissi, perché si oscuri (quae nondum sciunt cur luna deficiat, quare obumbretur)». Fuorviante, oltre che non necessaria, la proposta di Burgersdijk (accolta da Parroni) di integrare sol davanti a obumbretur.

[23] Vd. A. Le Boeuffle, Astronomie, astrologie. Lexique latin, Paris, Picard, 1987, p. 209.

[24] Per le attestazioni nella letteratura latina vd. A. Le Boeuffle, Astronomie…, cit., p. 231, che richiama Hor. sat. I 8,35; Prop. I 10,8; Ov. met. IV 332; Stat. Theb. I 105.

[25] Stretto è il legame tra la luna e la fertilità della donna, evidente tanto nel ciclo mestruale quanto nella gravidanza, la cui durata equivale appunto a dieci mesi lunari (cfr. Sen. Phoen. 535 per decem mensum graves / uteri labores).

[26] Il complesso rapporto tra la ‘triplice dea’ e Fedra è stato studiato da G. Nuzzo, La dea bianca e il cacciatore. Fedra tra Seneca e D’Annunzio, in La tragedia romana: modelli, forme, ideologia, fortuna, Palermo, Istituto nazionale del Dramma Antico, 2007, pp. 77-107. L’analisi, di taglio prevalentemente antropologico, affronta il mito di Fedra in prospettiva diacronica, soffermandosi sulle sue diverse rappresentazioni in Euripide, Seneca e D’Annunzio.

[27] In precedenza la nutrice aveva richiamato, in un contesto analogo, l’amore di Zeus per Semele (vv. 545-554) e  quello di Aurora per Cefalo (vv. 555-564). Un’analoga galleria di exempla mitologici doveva verosimilmente trovarsi anche nella Phaedra di Sofocle (cfr. fr. 684 Radt).

[28] Qui, come nelle successive citazione della Phaedra e della Medea, la traduzione è quella di Traina (Seneca, Medea. Fedra, intr. e note di G.G. Biondi, trad. di A. Traina, Milano, Bur, 2001 [10 ed.]), con modifiche.

[29] Phaedr. 404s.: «CORO: Bando ai lamenti: dolersi non dà sollievo agli infelici. Placa piuttosto la divinità della vergine silvestre».

[30] Phaedr. 387-397: «FEDRA: Via da me, ancelle, le vesti di porpora e d’oro, via la rossa conchiglia di Tiro, la seta che la Cina raccoglie ai confini del mondo: una stretta cintura mi rialzi la tunica, non collane intorno al collo, non pesanti perle di neve alle orecchie, dono dell’Oceano Indiano, non profumi orientali sui capelli. Così, in disordine, la mia chioma inondi le spalle e si agiti al vento di una corsa veloce! La sinistra terrà la faretra, la destra vibri l’asta tessalica».

[31] Confrontando alcune testimonianze antiche è possibile ipotizzare che la tragedia, di cui restano solo scarni frammenti, sia stata duramente criticata, verosimilmente perché in essa era Fedra stessa a confessare a Ippolito la propria passione (cfr. almeno Euripides, Hippolytus, with an introd. transl. and comm. by M.R. Halleran, Warminster, Aris & Phillips, 1995, pp. 25-37).

[32] Il riferimento ai corni rimanda alla falce lunare, l'aspetto più famigliare dell'astro, caratteristico delle fasi intermedie tra noviluni e pleniluni (luna crescente e luna calante): cfr. Le Boeuffle, Astronomie..., cit., p. 138.

[33] La Tessaglia era per antonomasia terra di maghe: cfr. OLD, s.v. Thessalicus, b «of spells, etc., used by Thessalian witches»; s.v. Thessalus, 1b «esp. of witches, sorceres, and things associated with them».

[34] Vd. A.N. Michalopulos, Fighting against a witch: the importance of magic in Hypsipyle’s letter to Jason (Ov. her. 6), «MHNH», IV, 2004, p. 102, n. 49, con ulteriori indicazioni bibliografiche.

[35] Vd. in particolare il «ricco materiale» offerto da schol. A.R. 4,57-61, segnalato in Apollonii Rhodii Argonauticon liber IV, a c. di E. Livrea, Firenze, La Nuova Italia, 1973, p. 26. La connessione tra mito ed eclissi è poi implicita anche nelle parole di Cicerone (Tusc. I 92) «Se poi vogliamo dare ascolto al mito, Endimione da quando un bel giorno si addormentò sul Latmo, che è un monte della Caria, non si è ancora svegliato. Ebbene, tu pensi forse che egli si curi delle eclissi di luna? Di quella luna che, secondo il mito, lo fece addormentare per baciarlo mentre dormiva?», trad. di L. Zuccoli Clerici (Cicerone, Tuscolane, intr. di E. Narducci, tr. e note di L. Zuccoli Clerici, Milano, Bur, 2004 [5 ed.], p. 155).

[36] Trad. di F. Ferrari (Saffo, Poesie, intr. di V. di Benedetto, trad. e note di F. Ferrari, Milano, Bur, 2004 [12 ed.]), con modifiche.

[37] Il plenilunio è descritto con una ricca perifrasi, che visualizza il dinamico congiungersi dei corni a riempire il disco lunare. A differenza del resto della tradizione latina – quasi tutta influenzata da Hor. epod. 15,1s. nox erat et caelo fulgebat luna sereno / inter minora sidera e carm. I 12,46-48 micat … velut inter ignes / luna minores – è Seneca a restaurare  «l'originaria immagine saffica dell'eclissi delle stelle» (A. Traina, Lettura di una lirica boeziana (cons. 1, m. 5), in Id., Poeti latini (e neolatini), II, Bologna, Pàtron, 1991 [2 ed.], p. 140).

[38] La specificazione cromatica, non presente nel testo citato da Eustazio (testimonia I-II nell'edizione Voigt), è attribuita al frammento sulla base della testimonianza contenuta in una lettera (probabilmente pseudonima) di Giuliano l’Apostata (epist. 194, p. 264 Bidez - Cumont): «Saffo dice che la luna è argentea (argyrean) e perciò occulta (apokryptein) la vista delle altre stelle». La luna d'argento è anche in Ovidio, in un passo dove è evidente la memoria saffica (her. 18,71-73): «Come tutte le stelle cedono al tuo splendore, quando rifulgi argentea con i tuoi raggi puri (cum fulges radiis argentea puris), altrettanto ella è più bella fra tutte le belle», trad. di G. Rosati (Ovidio, Lettere di eroine, a c. di G. Rosati, Milano, Bur, 2011 [6 ed.], p. 355).

[39] Già Reihnard constatava “de luna mire dictum”, ma cfr. anche A. Broger, Das Epitheton bei Sappho und Alkaios. Eine sprachwissenschaftliche Untersuchung, Innsbruck, Innsbrucker Beiträge zur Sprachwissenschaft, 1996, p. 84. In maniera non del tutto convincente C. Hindley, Sappho’s “rosy” moon, «Classical Quarterly», LII, 2002, pp. 374-377 ha proposto di correggere brododaktylos in argyrodaktylos, composto teoricamente possibile e però mai attestato: la testimonianza contenuta nella lettera di Giuliano si riferirebbe allora a questo frammento (e non al fr. 34).

[40] Alla luce delle ominum … minas nominate al v. 408, alcuni interpreti vi hanno visto un’allusione intertestuale all’Ippolito Velato, opera in cui Euripide avrebbe inserito un riferimento a un’eclissi lunare avvenuta nel 434 a.C. Ipotesi fragile, come già notava Grimal (Sénèque, Phaedra, éd., intr. et comm. de P. Grimal, Paris, Presses Universitaires de France, 1979 [2 ed.], p. 81): «On peut toutefois se demander si Sénèque a pu se borner à emprunter ainsi une allusion précise de son “modele”, sans se soucier si elle serait comprise des Romains!».

[41] La relazione tra questi due livelli è analizzata anche da Nuzzo, La dea bianca..., cit., pp. 83-93, che però si concentra prevalentemente sull’identificazione di Fedra con la primordiale ‘Dea Bianca’, di cui la Luna stessa è ipostasi.

[42] Vd. il commento di Casamento (Seneca, Fedra, intr., tr. e comm. di A. Casamento, Roma, Carocci, 2011, p. 210), che però tratta le due interpretazioni come fossero alternative (cfr. anche infra, n. 45): «i versi sono contrassegnati da intense notazioni cromatiche: l'allusione al rossore sembra indicare il segno di un’eclissi […] ma si tratta più semplicemente di un rossore connesso al pudore della dea».

[43] Vd. supra § 2 e n. 15; § 3 e n. 34.

[44] Per l’uso di labor e del denominativo laboro in riferimento alle eclissi vd. Le Boeuffle, Astronomie..., cit., pp. 115s.  Cfr. anche il commento di Coffey - Mayer (Seneca, Phaedra, ed. by M. Coffey and R. Mayer, Cambridge, Cambridge University Press, 1990, p. 161) e ThlL VII/2 793,16-32 (righe 28-32 per i passi in cui l'eclissi lunare è causata da incantesimi); 807, 38-46.

[45] Vd. ancora il commento di Casamento (Seneca, Fedra..., cit., p. 211): «quanto al termine labor ho preferito tradurre “la sua pena”, sottolineando la portata erotica che Seneca ha voluto conservare, benché nella lingua latina esso sia il termine tecnico per indicare l’eclissi».

[46] Per la vitalità, nella Phaedra, del modello ovidiano si veda A.M. Morelli, L’elegia e i suoi confini. Fedra e Medea tra Ovidio e Seneca, in Percorsi della memoria. 2, a c. di M.-P. Pieri, Firenze, Polistampa, 2004, pp. 37-82.

[47] Vd. Michalopulos, Fighting against a witch..., cit., p. 102, nn. 52s. Il legame è particolarmente significativo nelle Argonautiche dove, con rovesciamento del topos tradizionale, è la Luna a paragonarsi a Medea (A.R. IV 50-65): vd. M. Fantuzzi, Which magic? Which eros? Apollonius’ Argonautica and the different narrative roles of Medea as a sorceress in love, in Brill’s Companion to Apollonius Rhodius, ed. by T.D. Papanghelis and A. Rengakos, Leiden - Boston, Brill, 2008 (2 ed.), pp. 287-310.

[48] E il rovesciamento, si ricordi, è elemento caratteristico dei rituali magici: cfr. A. Barchiesi, Ultime difficoltà nella carriera di un poeta giambico: l’Epodo XVII, in Atti dei convegni di Venosa, Napoli, Roma. Novembre 1993, Venosa, Osanna, 1994, pp. 205-220; L. Cherubini, Strix. La strega nella cultura romana, Torino, Utet, 2010.

[49] Vd. supra, § 2 e n. 21.

[450] Cfr. le considerazioni, forse un po’ ardite, di Hine (Seneca, Medea, with an intr., text, tr. and comm. by H.M.Hine, Warminster, Aris & Philipps, 2000, p. 127), secondo cui «the comparison can be read as implying Medea’s superiority to Creusa, in contraddiction to the Chorus's meaning»: Medea è infatti discendente del Sole (vv. 28-34), e grazie alle sue arti magiche è in grado di controllare il movimento dei corpi celesti (vv. 27s.; 757s.). Nella stessa direzione anche il commento di Boyle (Seneca, Medea, ed. with intr., tr. and comm. by A.J. Boyle, Oxford, Oxford University Press, 2014, p. 147): «here, because the fusion of Diana, Luna and Hecate […] and the association of Hecate with Medea, the comparison is fraught with irony and intimations of disaster».

[51] La luna appare lurida (v. 790, ‘livida’) e pallida (v. 793), aggettivi che caratterizzano proprio la luna in eclissi, come poi anche in Lucan. V 549 [luna] lurida pallens ora tulit. Cfr. Le Boeuffle, Astronomie..., cit., p. 169; 209 e, per pallidus, vd. anche supra, § 2.

[52] Vd. supra, § 2 e n. 15. Cfr. poi i commenti di Hine, Medea…, cit., p. 144 e Németi (Lucio Anneo Seneca, Medea, intr., tr. e comm. di A. Németi, con un saggio di G. Paduano, Pisa, ETS, 2003, p. 259).

[53] Come spesso nelle tragedie di Seneca, il contesto naturale / cosmico partecipa alle emozione del protagonista, e in una certa misura le riflette: si pensi all'oscuramento del sole in apertura dell’Oedipus (cfr. D.J. Mastronarde, Seneca's Oedipus: the drama in the word, «Transactions and Proceedings of the American Philological Association», CI, 1970, pp. 291-315: pp. 291-295), all'alba che non ritorna nel Thyestes (cfr. K. Volk, Cosmic disruption in Seneca's Thyestes: two ways of looking at an eclipse, in Seeing Seneca Whole: Perspective on Philosophy, Poetry and Politics, ed. by K. Volk and G.D. Williams,  Leiden - Boston, Brill, 2006, pp. 183-200), nonché alla tempesta come metafora del dubbio, delle passioni e della rabbia che sconvolgono rispettivamente Edipo, Giocasta e Medea (vd. F. Citti, Cura sui. Studi sul lessico filosofico di Seneca, Amsterdam, Hakkert, 2012, pp. 111-115).
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