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Indice

Tema n.14:

L’eclissi della luna

Noi sacrificheremo alla Luna che possiede il seme del Toro, la concedente, raggiante, gloriosa, in pos-sesso dell’acqua, in possesso del tepore, in possesso del Sapere, in possesso dell’abbondanza, in posses-so delle ricchezze, in possesso della Saggezza, in possesso della prosperità, in possesso della vegeta-zione, in possesso del bene, la concedente, la guari-trice.

Khorda Avesta – Mah Nijajesh (Inno alla Luna)

1. Archetipi lunari


Compendiando lo spirito classicista dell’Arcadia e la razionalità illuministica dell’osservazione scientifica, Francesco Algarotti si sforzava di trovare un punto d’incontro tra le antiche credenze degli influssi lunari, che dal sapere degli Antichi si erano riversate nell’opinione popolare, con l’esigenza di sottoporre a prova scientifica quelle concezioni, ormai in procinto di essere bollate col marchio infamante della superstizione. In una lettera del 1760 indirizzata al medico Antonio Vallisnieri, figlio del celebre e omonimo naturalista, si augurava che «invece di ridere», quelle convinzioni potessero essere sottoposte a un vaglio attento «di sensate esperienze», non essendo improbabile che la forza lunare si esercitasse «negli umori delle piante» per l’attrazione dei vasi capillari, così come avveniva con tutta evidenza «col gran fenomeno delle maree».

Non sono certamente, come ben voi si considera, da rigettarsi così alla rinfusa tutte le opinioni del volgo. Interdum vulgus rectum videt […] Una gentilezza filosofica, un mostrare, come dicono di essere spregiudicato, è ora un burlarsi degli influssi della luna, che pure fanno tanta parte della fisica la più profonda. […] Non è gran tempo che io ho visto ridere più d’uno, sentendo a dire, che tagliati gli alberi al mancar della luna il legno riesca più vigoroso e durevole, opinione volgare antichissima e dagli architetti già rispettata.[1]

D’altronde, da tutti era ancora considerato evidente che il rigonfiarsi del mare sotto l’azione della luna piena o «perigea» si accompagnava con «le tempeste dell’aria» e che la stessa pianta-uomo ne subiva le conseguenze sfogando l’epilessia e diventando «lunatica», opinioni del resto condivise dalla scienza medica del tempo. Per la stessa ragione, conclude Algarotti, si dice che «un vecchio prosperoso e rubizzo […] è tagliato a buona luna», che le piante sono «più pregne di umore» con la luna piena e che, se si vuole un «gran vino e polputo» occorre vendemmiare in luna nuova, come aveva insegnato l’autorevole agronomo Bernardo Davanzati. La scienza insomma, doveva stare attenta a non scivolare nelle tentazioni dettate dalla moda del momento, se non voleva correre il rischio di cancellare un sapere antico e meditato, frutto di una sedimentazione paziente e attenta di osservazioni ed esperienze, e di esporsi essa stessa al ridicolo: troppo spesso, infatti, nel campo della storia naturale «sonosi da’ più accurati moderni verificate molte asserzioni degli antichi, ch’erano già messe tra i più solenni farfalloni».[2]
La lunga durata del pensiero lunare arcaico si confermava quindi ancora pienamente vitale nel secolo dei lumi e la luna continuava imperterrita a regolare i ritmi della vita e a dominare «tutti i piani cosmici retti dalla legge del divenire ciclico: acque, pioggia, vegetazione, fertilità».[3] Tuttavia, pur pienamente rappresentativa dei cicli generali, veniva perdendo gradatamente la minuziosa capacità di farsi arbitra delle qualità dettagliate della vita e del mondo naturale che ancora nel secolo precedente le erano pienamente riconosciute: «reina del cielo» e «feminina noturna»[4] regolava, secondo il medico-astrologo Giuseppe Rosaccio, tutte le qualità fredde e umide del corpo umano, dal cervello all’occhio sinistro dell’uomo (il destro della donna), dallo stomaco al membro, dal fegato all’intestino, esercitando un ruolo decisivo sulle infermità di tali organi, ed estendeva il suo dominio al mondo sublunare degli «humori humidi»,

sopra l’acqua del mare e fra i pesci le conche, fra i metalli l’argento, tra le gemme il cristallo, fra i mezi minerali la calce, tra le herbe le zucche et cocumeri, tra gli animali gli cervi et asini, tra gli huomini i servi, i peregrini, gli ambasciatori, corieri, nochieri et pazzi, tra il seme de tuoi, gli animali, le donne, tra le potenze dell’anima la vegetaria, fra il mese del concetto il settimo, tra gli essercitij quei che si essercitano intorno alla terra, et all’acqua, fra i colori il bianco, tra i segni il granchio, et tra gli influssi il desiderio delle nove.[5]

Con luna crescente si gonfiavano «gli humori, il cervello nelle teste, le midolla nell’ossa», prosperavano i vermi nei frutti piantati nello stesso periodo e  si tarlavano «le legne,  […] perciò che tagliate in tal tempo regermogliano, anco tronche». In agricoltura valeva pertanto l’aureo principio: «quando la luna è sopra la terra si pianta, quando è sotto si taglia».[6]
Lo stravagante catalogo di Rosaccio intorno agli influssi lunari  rifletteva ancora un sapere millenario incardinato nella supremazia della «genitrice delle sfere» sul cosmo visto dalla terra: «madre del mondo», come riferiva Plutarco, gli egizi la credevano ermafrodita e ingravidata dal sole; essa non faceva il suo perpetuo giro nel cocchio (come accadeva, per esempio, col carro del dio Máni, secondo la mitologia norrena), ma in barca, «volendo significare la generazione e la nutrizione» «per l’umidità, […] principio e generazione di tutte le cose».[7]
Ente cosmico prototipo delle Grandi Dee della fecondità, la luna signoreggiava sulla misura del tempo e sulla ‘tessitura’ del destino, in virtù della suo potere ritmico e ciclico. La radice indoeuropea me, che designa la luna, ha formato il termine sanscrito m?mi che indica proprio l’atto del misurare, e tutta la terminologia lunare conserva tracce evidenti della designazione originaria, come risulta nel greco méne e nel latino mensis,[8] mentre luna – dal vecchio latino losna, la luminosa –  rappresenta un indebolimento semantico che rimanda ad uno solo dei corni luce/oscurità, luna piena/luna nuova e a tutte le costellazioni simboliche delle latenze (larve, semi, morte) che esprimono l’immaginario ciclico del cambiamento.[9]
L’eterno divenire ritmico dell’astro notturno sostanziava le norme del divenire, ne costituiva l’intima essenza e ne connetteva il tessuto fatale. Misurare, filare e spartire rappresentavano le prerogative dell’altra faccia della luna, idealmente contrapposte a nutrire, fecondare e benedire. Il ‘tessuto’ del destino non era soltanto l’emanazione di un influsso lunare, ma la sua stessa sostanza che dalla luna emanava per dare forma a tutti i viventi, una rete di fili invisibili che connetteva uomini, animali, vegetazione, acque e che ne determinava la fecondità, la salute, la morte e la rigenerazione. Il destino appariva quindi come un ‘tessuto’ lunare (esattamente come la ragnatela promanava dall’essenza stessa del ragno), che poteva essere efficacemente rappresentato come una determinata quantità di tempo che veniva filato e connesso ad altre sorti. «Le moirai che filano i destini sono divinità lunari. Omero le chiama “filatrici” […] Probabilmente furono, in origine, dee della nascita, ma la speculazione ulteriore le sollevò a personificare il destino»[10], come accadde alle Grandi Dee che, cumulando le virtù della Luna, della Terra e del mondo vegetale, assunsero come loro attributi il fuso e la rocca.
Regolatrice della vita e vaticinante del futuro, «ministra dell’humore» e «ornamento della notte»  - sono espressioni di Giuseppe Rosaccio -  «madre della rugiada» (che, secondo Plinio, la luna congelava col suo alito freddo e umido[11]) e prima tra le sfere incorruttibili, «l’humida variabile» disponeva le forme e rinnovava la vita, governando pienamente la natura umana con il suo ciclo che ritmava l’eterno farsi e disfarsi delle cose. Rappresentava, in sintesi, la forza dell’«energia vitale» e la prova visibile della «rigenerazione».[12]
Plutarco, consapevole della natura tripartita dell’uomo, riteneva che il corpo (s?ma) venisse lasciato alla terra, la ragione (nous) al sole, mentre l’anima (psyché) si sarebbe purificata nella luna prima della ricostituzione di una nuova vita:[13] la luna è il «primo morto»[14], ma al tempo stesso «il primo morto che resuscita»[15], decretando il ripetersi ritmico della vita in un alternanza di traiettorie circolari.
L’uomo arcaico non adorava la luna per se stessa, ma per quello che essa rivelava di sacro - ogni ierofania risultando evidente nella realtà del cielo - per il fatto di rappresentare al tempo stesso la morte e il rinnovamento, la ferita e la consolazione, l’oscurità e la chiarezza, il tempo e lo spazio, modello luminoso e insieme tenebroso di un’alternanza degli opposti in cui era possibile scorgere la matrice stessa del cambiamento e del divenire.
Se la luna si mostrava come l’archetipo della misurazione, occorre ricordare che contemporaneamente essa svolgeva un ruolo unificante e organizzativo delle molteplici istanze del mondo sublunare, strutturava in univocità cosmica le forme, le sostanze e le presenze disperse, coordinandole fra loro, interpretando i fenomeni naturali non più in uno spazio infinito – dove sarebbero stati destinati all’eterogeneità e quindi all’incomprensione – ma in un tessuto in cui le connessioni si esplicavano in una catena di rimandi: ciò spiega la quantità incredibile dei simboli lunari (quasi tutto il Bestiario si manifesta nei miti come travestimento lunare) proprio perché il loro modello non è quello dell’albero di Porfirio ma la ‘rete’ in cui ogni ente rimane collegato con gli altri.
La luna era in sostanza lo specchio in cui l’uomo scopriva la propria natura, l’entità suprema attraverso la quale poteva dare un senso alla propria parabola vitale, così simile a tutte le forme viventi e interpretare la vita come un dramma cosmico – spesso, soprattutto in ambito mediterraneo, dai contenuti patetici e consolatòri –  in cui la morte non è mai definitiva e si annulla col ricominciamento, anche se non scompare mai dall’orizzonte del divenire: l’immortalità che promette la luna «non è un continuo stato di perfezione, ma una vita costantemente rinnovata simile a quella della luna, in cui la diminuzione e il morire sono essenziali quanto il divenire».[16] Il dramma umano diventa così del tutto simile al dramma agro-cosmico, che nei culti agrari assimila nelle piante e nei cicli vegetativi la «riduzione microcosmica e isomorfa delle fluttuazioni dell’astro notturno»,[17] rivelando in sé  la prospettiva eterna, sottoposta tuttavia anche alla condanna del ciclo morte-rinascita.
L’aggettivo perenne sembra riassumere lo statuto del divenire lunare: il significato che si è soliti attribuire al termine, ai nostri giorni, è sostanzialmente sinonimo di eterno, di indefinitamente continuo. E tuttavia nella terminologia botanica (pur intendendo un ciclo che non si esaurisce nell’arco dell’anno) riaffiora l’antico significato per annus, ovvero la durata di un intero anno.
È indicativo (o quantomeno suggestivo) che un termine che significava in origine annuale abbia potuto far coesistere al suo interno l’accezione di eterno, quasi a voler suggerire che ciò che dura tutto l’anno dura per sempre, tutti gli anni, e viceversa che l’arco dell’anno possa rappresentare semplicemente il ciclo ricorrente del ‘perenne’ divenire. L’ambiguità terminologica del tempo annuale sembra insomma racchiudere in sé l’ambivalenza stessa dell’immortalità lunare.


2. Luna nera


L’equivocità dello statuto lunare si sostanziava quindi in una costellazione di simboli contrapposti che ponevano in risalto l’aspetto propizio e insieme nefasto dell’astro notturno. Il calendario annuale (l’annulus), nella sua prospettiva anulare e ciclica, metteva in luce l’aspetto pericoloso e oscuro di un tempo fuori dal tempo e privo di misura, annidato nello scarto di cinque o più giorni tra anno solare e lunare: in questo iato privo di governo, tra la morte dell’anno vecchio e la venuta alla luce del nuovo, si insinuava il rischio concreto di uno slittamento dal cosmos al caos. La misteriosa attesa di una rigenerazione incerta si popolava di «turbe di spettri implacati»[18] (tra cui spiccava la figura folclorica della befana, il cui lascito millenario è la «sacralità esorcizzante»[19] del dono, come atto magico apotropaico) contro i quali occorreva mettere in campo rituali di un disordine organizzato, contro-celebrazioni di natura orgiastica e licenziosa, liturgie rovesciate che, attraverso festività come le libertà di dicembre e i saturnali si sono sintetizzate nei secoli nelle ricorrenze  del Carnevale e nelle feste dei folli medievali, tradizionalmente celebrate a cavallo di Capodanno, feste del disordine, della licenziosità e del ribaltamento sociale (seppure ritualizzate e semel in anno) dominate dalla frenesia e dalla rottura dei canoni comportamentali, e allo stesso tempo strumenti di consolazione e riparazione del caos.
Sotto il segno della luna farneticavano gli scurrae vagi (i giullari vagabondi) e i buffoni poiché il «pianeta incostante»[20] teneva «sotto ‘l suo dominio il parletico, lo storcimento del volto, l’agitazione delle membra» ed era pertanto naturale che fossero asserviti «alla Luna i buffoni, che contraffanno altrui, ché ad essi convengono gli storcimenti del volto».[21]
La politica della Chiesa Romana della Controriforma, impegnata a sradicare i residui superstiziosi e paganeggianti[22] ancora presenti nel suo seno, non poteva che rivolgere uno sguardo severo e spesso torvo agli assembramenti carnevaleschi e ai loro corifei di piazza – cantimbanchi, giocolieri e zanni – «contribuendo a scavare un solco sempre più profondo fra la piccola e la grande tradizione che si allontanava sempre più velocemente dalle forme della cultura folclorica» e nella quale il buffone altro non era che il sacerdote di una «religione magico-naturalistica» celebrata e interpretata «attraverso la liturgia comica del riso, la contraffazione, il travestimento e la parodia».[23]
Sembra quindi appartenere alla sfera delle sopravvivenze del teatro sacro medievale, come un frutto fuori stagione, la naturalezza con cui san Filippo Neri invocava il diritto alla «ricreazione» per alleviare le fatiche scolastiche degli allievi presso la sua Congregazione dell’Oratorio.

Ordinò S. Filippo una volta in tempo di Carnevale al P. Pietro Consolino, che facesse un Lunario burlesco, il quale fu letto nella ricreatione de’ Padri, presenti anche alcuni Cardinali. Et anche in presenza di Cardinali fece una volta doppo cena ballare due Padri in ricreatione […] Avverte [tuttavia] il S. Padre, che non si vada ad alcune ricreationi pericolose, come per esempio alle Comedie lascive, et andar in maschera, li che S. Filippo vietava rigorosamente: Et una volta ad un suo penitente, che vi era andato, disse che haveva fatto male, che non ci andasse più. E gli fece bruciare la maschera.[24]

Certamente il ballo tra sacerdoti proposto da san Filippo Neri non sarà rientrato nel novero delle turpes saltationes carnevalesche, così esecrate dalle Chiesa, tuttavia sorprende trovare in una scuola religiosa, a parte il ballo, la lettura di un «lunario burlesco» in pieno stile di stultorum feriae, tipico di un cantimbanco di piazza, mentre l’atteggiamento nei confronti dell’«andar in maschera» risulta del tutto in linea con la prospettiva religiosa di demonizzazione della comicità ‘scurrile’ popolare  e di scissione definitiva tra sacro e profano.
Non è certo un caso che la separazione tra cultura d’élite e cultura popolare inneschi anche un progressivo e inarrestabile slittamento svalutativo della simbologia lunare: dopo una millenaria coesistenza, fatta di prestiti e interscambi continui fra la ‘piccola’ e la ‘grande’ tradizione, la modernità giunge a corroderne inesorabilmente e irreversibilmente i legami, le interazioni e soprattutto le condivisioni. Non fu certo un processo repentino, ma su scala storica si tratta pur sempre di un’evoluzione alquanto rapida e i rivolgimenti del pensiero religioso nel Cinquecento (almeno per quanto riguarda l’Europa) sospinsero con forza e concordemente nella direzione di un allontanamento radicale da quella chiesa medievale, «profondamente folclorizzata», che fino a pochi decenni prima aveva pur sempre rappresentato «un continuo punto di riferimento per la cultura popolare», a favore di una chiesa moderna che, dalla Controriforma in poi, si pose accanitamente come obiettivo la «cancellazione di quella cultura popolare con la quale nei secoli di mezzo era vissuta in stretta simbiosi».

La nuova organizzazione voluta dal Concilio di Trento e la presa di potere di una gerarchia duramente evangelizzatrice, selezionata in senso antipopolare, impresse una brusca svolta, un drammatico cambio al vecchio ordine culturale, escludendo i ceti popolari da ogni possibile forma d’espressione e d’elaborazione, spontanea o riflessa, della propria visione del mondo.[25]

Già nel secolo precedente san Bernardino da Siena predicava che «quando non si ha la chiarezza del sole non si ha verità».[26] E «che cos’è la luna?»  - chiedeva alla folla assiepata in piazza del Campo -  «è il mondo», rispondeva, e come il mondo è solo natura riflessa. «Tu la vedi la luna che è bella: ella è chiara, lucida, ma ella ha un’altra cosa, che ella è fredda» ed è simile alla «robba del mondo» tenuta cara nella sua vanità, capace di accecare gli uomini davanti alla verità, come la luna oscura il sole ponendosi davanti alla sua luce.[27]

Due secoli più tardi l’irreversibile tendenza a corrodere l’identità lunare, relegando la «lampa minore»[28] ad un ruolo subalterno, veniva sancita dall’autorevole voce di Daniello Bartoli, col tono di un epigrafe tombale: ormai la luna veniva considerata soltanto «un riverbero del sole» e per di più «conoscente d’esserlo»,[29] incapace persino di nuocere: il processo di detrazione nell’arco di due secoli era pressoché concluso ed era passato inevitabilmente attraverso la demonizzazione delle presunte virtù lunari, in sintonia del resto con la scomunica del tempo notturno, espresso efficacemente e in sintesi da un ammonimento di Sabba da Castiglione contro il girovagare notturno.

Ancora vi guarderete d’andar di notte, prima per gli scandali, inconvenienti et pericoli, che di continuo ne seguono; l’altro per le varie, et diverse infirmità, le quali dall’aere notturno si sogliono generare ne’ corpi humani, con ricordarvi che ’l giorno fu fatto per travagliare, et la notte per riposare; et certo è, che l’andar di notte senza bisogna, altro non è, che un perturbar l’ordine della natura: et per tanto alcun savio disse, la notte esser detta à nocendo, perch’ella nuoce, et le tenebre, à tenendo, perché tengono gli occhi che non vedono.[30]

La notte pericolosa e malsana nascondeva quindi le insidie e privava l’uomo del bene della vista, ne accecava la capacità di giudizio, lo induceva alla dissolutezza, al crimine e alla vita peccaminosa: «il globo dell’opaca luna»,[31] forniva tutt’ al più una luce insufficiente, inaffidabile e ingannevole, diventando così complice della notte e fiancheggiatrice delle inquietanti creature delle tenebre.
Anche la poesia nel Seicento si univa al coro religioso antilunare e un poeta combattente ammirato dal Bartoli – Domenico Andreoni (lasciò la patria lucchese e morì in Candia, segretario del generale veneto, nella guerra contro l’impero ottomano del 1645-1669) – condensò in versi sprezzanti lo statuto ormai totalmente demonizzato del «pianeta incostante» e ‘ladro di luce’:

Tu pianeta incostante
non mai scopri a i mortali un volto stesso,
e ’l tuo maggior sembiante
d’oscure macchie hai con ragione impresso,
tu nemica a le genti
hor movi procelle, hor desti i venti.
[…]
Tu d’ogni astro più vile
occupi anco nel Ciel l’infima sede,
e di luce servile
vai dal Fratello a mendicar mercede;
rendi ad Apollo, rendi
l’imprestato suo lume, e poi risplendi.
[32]

L’incostanza diveniva pertanto il connotato negativo con cui misurare ciò che rimaneva soggetto all’influsso lunare, ormai considerato soltanto infausto. Torquato Tasso, che in argomento aveva una certa esperienza, stabiliva una stretta relazione tra incostanza e follia, raffigurando la luna come il modello esemplare con cui Dio, «l’eterno e saggio fabro», aveva foggiato «de le cose umane i giri incerti», un chiaro esempio e un parallelo esplicito tra «il variar de l’incostante luna», l’incostanza umana e il «mondo incerto» della vita «instabile e vagante».

E veramente a’ vaghi e lunghi errori
de l’instabil pianeta uom folle e stolto
vaneggiando somiglia; e ‘n vari modi,
come la luna, si trasmuta e cangia.
[33]

La variabilità e l’instabilità dei ‘lunatici’ (soggetti facilmente posseduti dal demonio come attestavano i vangeli[34]) si adattava inoltre perfettamente ad una categoria umana a sua volta accuratamente demonizzata nella prima modernità: la donna. L’ingannevole nozione della natura femminile, così come veniva illustrata dal medico Rondibilis a Panurge nel Gargantua e Pantagruele, era il risultato di un’opinione diffusa e accreditata senza incertezze dalla scienza medica tutta.
La natura delle donne ci è ben raffigurata dalla Luna, in varie altre cose e anche in questa: che esse si celano, si contraggono, dissimulano, alla vista e alla presenza dei loro mariti. Assenti quelli, si prendono la rivincita, si danno bel tempo, girano, trottano, depongono ogni ipocrisia, e si rivelano: appunto come la luna, che quand’è in congiunzione col Sole, non appare nel cielo, e neppure in terra; ma quand’è in opposizione, e cioè nel punto più lontano dal Sole, luccica in tutta la sua pienezza, e si manifesta tutta intera, e specialmente di notte. Così fan tutte le donne: donne.[35]
Associazioni lunari e caratteristiche ondivaghe erano del resto un tòpos dei pregiudizi antifemminili cantati con ebbro diletto nelle più equivoche taverne e nei postriboli:

La natura discortese
Se vi fece il viso bello,
Diedeu’ ancor poco cervello,
Cosa à tutti già palese,
Come Luna ad ogni Mese
Di mutarvi havete il vanto
Hora in riso, ed ora in pianto.
[36]

Il definitivo infemminimento della luna cancellava di fatto il millenario androginismo della ‘madre del mondo’ e ne sanciva la condizione subalterna ed equivoca, proiettandola nella sfera del pericolo, del demoniaco e dell’insensatezza (ambito, non a caso, in cui scivolava di pari passo anche la donna). Ormai pienamente ancorata ai tropi retorici delle occorrenze demonizzate della modernità, era destino che la luna subisse una vera e propria espulsione dall’immaginario identitario dell’Europa cristiana e venisse relegata al ruolo di emblema del più acerrimo nemico: il turco («e ben tua forma è degna | sol del barbaro Trace ornar l’insegna»[37]).
Gli avvaloramenti negativi della luna tracimavano nei fogli di cronaca del circuito popolare, insieme a tutti i contenuti della propaganda religiosa e morale con cui tali opuscoli era concepiti e che si assumevano il compito, per nulla secondario, di coadiuvare il potere civile nell’opera di digrezzamento degli incolti e di rimozione dei residui superstiziosi e paganeggianti ancora troppo vivi nel popolo[38]: la riconquista di Buda del 1686, per mano delle armate imperiali cristiane, fu l’occasione per celebrare una vittoria, ritenuta storica, contro «la turca luna» e «l’ottomana superbia». Con l’occasione pervennero alle stampe del circuito popolare molte canzonette e relazioni trionfali che motteggiavano il nemico sconfitto.

La corona reale.
Il manto, il soglio d’oro
Son di raggi di sol nobil lavoro;
Ma la Luna sta male,
Ma la Luna sta male,
Che speso ha per guermirmi il capitale.
Il capitale.
[…]
L’Ottomano ostinato
Che per sé mi volea,
Altro che in mia fortezza non credea;
E pur egli è restato,
E pur egli è restato
Nelle miserie mie qui truccidato,
Qui truccidato.
[…]
Assai la Turca Luna
Fermassi in queste parti,
Bisogna che s’en vada a quarti a quarti
Senza cautela alcuna,
Senza cautela alcuna,
Di poter più tentar la mia Fortuna
La mia fortuna.
[39]

E naturalmente si diceva che il nemico confermasse di persona il trionfo cristiano e che ne facesse suo il tono e il linguaggio: lo stesso Maometto iv prendeva tristemente atto («con duol che mi trafigge») che alla «luna» non restava ormai che «inchinarsi a Christo e a Piero», «schernita e calpestata» da «l’Aquila, ‘l Destriero e ‘l gran Leone»;[40] mentre al Visir di Buda veniva attribuita una lettera indirizzata al «Gran Turco» in cui, con fosca autoironia si dava conto della ignominiosa ritirata verso Oriente («a ritirarsi in fuga per quei piani | sembravan d’otto piedi gl’Ottomani») e si profetizzava la definitiva sconfitta dell’impero: «fuggi in Asia, se vuoi scampar dal male» poiché «l’Aquila e il Leone» non smetteranno di combattere e trionfare «anzi che temo, che venghi quell’hora | che rivogliano un dì Bisanzio ancora», precipitando nello sconforto il sultano, costretto a convenire la superiorità morale dell’avversario e a ritenere che

Temer si deve l’innocenza armata
Perché trova in suo prò sempre fortuna
Per atterrar l’Ottomana Luna
La quale è in bona parte fracassata
[41]

Lo stesso «Gran Turco» era stato avvisato da «orribili» sogni profetici, riconosciuti dai suoi astrologi come nefasti per i «barbari», «iniqui» e «infedeli Traci»: il destino della lunga guerra era stato del resto annunciato da una pletora di «segni orrendi» e lugubri spettacoli notturni con lune insanguinate, lune nere, mostri allegorici, croci luminose esaltanti, comete del malaugurio e battaglie di eserciti tra le nuvole[42]. Nel teatro del cielo si rispecchiava pertanto il sogno della cristianità trionfante sotto il segno del tramonto della mezzaluna:

In breve tempo si vedrà
La meza Luna andar per terra,
El bel leon trionfarà
Sul mare per la Guerra
Tera lala tera lera lera,
Sul mare per la Guerra
[…]
Sicuramente si vedrà
Che il ciel darà fortuna
Alla christianità
Contro la meza Luna
Tera lala tera lera lera,
Contro la meza Luna.
[43]


3. La caduta della luna


Desacralizzata e ridotta ad emblema delle forze del male, la luna diventa a sua volta un residuo folclorico. Benché potesse ancora essere motivo d’orgoglio apprendere «che i lunari di Pechino si fanno colle efemeridi della specula di Bologna»,[44] era considerato evidente, tra gli intellettuali, che i lunari altro non fossero che riprovevoli «trastulli del volgo»,[45] paccottiglia da colporteurs, stampati su avanzi di carta consunta: si realizzava dunque l’auspicio fumigante di sdegno - espresso da Sabba da Castiglione, quasi tre secoli prima, contro la «pazzia» del mondo tipografico del suo tempo - che si arrivasse un giorno a separare in modo definitivo ciò che aveva ‘dignità di stampa’ da ciò che non l’aveva.

 C’è ancora un’altra trascurata et inconsiderata pazzia non picciola, la quale è vedere le opere, le fatiche, et gli sudori delli venerabili padri, e dottori della Santa Chiesa di Christo […] impresse in lettere cieche, sozze, brutte, disgratiate, di far fuggire la voglia di leggere […] et oltra li sciagurati caratteri, le carte sono negre, affumate, e ruvide, e succide, da  scartocci di tonnina rancida o da lunarij bolognesi.[46]
Ormai soltanto il bifolco «ignorante» e «superstizioso» regolava le sue attività quotidiane, scrutando la luna e consultando «le fanfalucche astrologiche del suo calendario: e avrebbe potuto anche farne a meno, visto che il principio generale che ne ricavava era riconducibile a criteri di assoluta banalità: «egli crede che tutto tenda all’insù, tanto che la luna è in crescere […], crede che tutto sia pieno, quando è tale la luna […] e pensa che tutto precipiti abbasso quando la luna cala».
[47]

La luna è ormai soltanto un freddo occhio, «l’occhio notturno del cielo»[48] che scruta con sguardo livido la terra e gli affanni degli uomini, senza fornire più giudizi e avvertimenti, ma soltanto un pallido riflesso di ripensamenti notturni e solitari. La terra vista dalla luna perde anch’essa di intensità e pregnanza e, come apparve chiaro a Menippo, «le manifestazioni innumerevoli dell’agitarsi dei mortali» sembrano assumere le stesse proporzioni di «una massa di mosche o zanzare che lottano, combattono, si tendono agguati, si fanno violenza tra loro, che giocano, sfogano la libidine, nascono, cadono, muoiono».[49]
Benché i poeti romantici la eleggano a nume tutelare dei vagheggiamenti notturni, la luna non riesce più a nascondere il suo volto triste e raggelante. Tre celebri passeggiate romane al chiar di luna, compiute da figure d’eccezione tra i viaggiatori del Grand Tour ne rendono efficace testimonianza: un trasognato Stendhal vaga intorno al Colosseo illuminato dalla pallida luce lunare, convinto di  ritrovare il consueto stato «d’une douce mélanconie» tipico della circostanza. Ma il clima perfetto della profumata sera italiana («est si beau, il respire tellment la volupté») rischiara l’animo e permette al viandante di sprofondare in uno stato beato di «rêverie tendre» e di dimenticare la «tristesse» evocata dal «beau clair de lune».[50] Meno estatica è l’escursione notturna, negli stessi luoghi dell’incanto romantico, che ha come protagonista il visconte de Chateaubriand: la sua «promenade» attraverso una deserta ‘città eterna’, si snoda per un classico itinerario che da Trinità dei Monti, attraverso il Corso, piazza Colonna e il Pantheon, lo conduce ai piedi delle maestose rovine del Colosseo. L’incanto del chiar di luna, che riverbera in lontananza dal duomo di San Pietro, dai palazzi vaticani e che si riflette sugli obelischi e sulle fontane, viene interrotto bruscamente dalla comparsa di una giovane donna che chiede l’elemosina, da una «poverina» che «ressemble à une Madone: elle a bien choisi le temps et le lieu. Si j’etois Raphaël je ferois un tableau». È sufficiente un tale incontro per riportare lo scenario ad un tableau di rovine illuminate dall’equivoca luce lunare.

Cet astre de la nuit, ce globe que l’on suppose un monde fini et dépeuplé, promène ses pâles solitudes au – dessur des solitudes de Rome : il èclaire de rues sans habitants, des enclos, des places, des jardins où il ne passe personne, des monasterès où n’entend plus la voix des cénobites, des cloîtres qui sont aussi déserts que le portiques du Colisée.[51]

Il chiar di luna diventa, in sostanza, il disingannato sguardo notturno che scolora un mondo esanime e disincarnato, «fini et dépeuplé», abitato soltanto da pallide solitudini, fiochi riflessi di una  vita che fu.
Uno spettacolo simile, a dire il vero, non aveva turbato la passeggiata al chiar di luna di Goethe, che alcuni decenni prima, aveva incontrato alcuni mendicanti «accovacciati sotto le volte in rovina» del Colosseo, attorno ad un fuoco acceso «sulla nuda terra»: anzi, il misero focolare si mutò, complice il luminoso brillio della luna, in un pittoresco effetto illuminotecnico capace di dare la giusta luce alle rovine.

Un vento lieve spingeva appena il fumo verso l’arena, in modo che la parte più bassa delle rovine ne rimaneva coperta e le mura sterminate emergevano in alto più cupe. Noi ci siamo fermati presso al cancello, ad osservare. Brillava, alta, la luna; e a poco a poco il fumo, che sfuggiva attraverso le pareti, le fessure, le aperture, ne fu illuminato come una nebbia. Lo spettacolo era meraviglioso. È con questa illuminazione che si deve vedere il Pantheon, il Campidoglio, il peristilio di San Pietro ed altre piazze e vie principali.[52]

È comunque evidente che la luna viene percepita ormai soltanto come un astro vagante nel cielo, freddo, poetico forse, malinconico in ogni caso: la invocano i poeti, gli spiriti inquieti e gli amanti infelici che, come Jacopo Ortis, le chiedono come «ultimo beneficio» di illuminare con un suo «patetico raggio» la loro triste «sepoltura»:[53] soccorsi intangibili, mesti ed effimeri, pallidi residui delle molteplici facoltà con cui la «reina del cielo» aveva governato la vita del mondo e illuminato l’incerto vagare degli abitanti delle contrade sublunari con la promessa di un ‘eterno ritorno’.
La «solinga, eterna peregrina», stanca a quel punto di andare «contemplando i deserti»[54], rischiava addirittura di scomparire dal cielo, lasciando intravedere un inquietante squarcio del nulla alle sue spalle. Lo sgomento con cui Alceta (Giacomo Leopardi, Canti, Frammenti, xxxvii) si ridesta dal sogno perturbante in cui ha visto la luna cadere dal cielo e abbattersi, col «dar di colpo in mezzo al prato»,[55] sembra prefigurare non soltanto la definitiva scomparsa della compagna notturna del «confuso viatore»[56], la consolatrice in cui rispecchiare la propria «travagliosa vita»,[57] ma al tempo stesso l’instaurarsi di un vuoto cosmico agghiacciante, privo di qualsiasi prospettiva vitale, e l’inverarsi della solitudine definitiva di un viaggio siderale senza ritorno.

La luna, come ho detto, in mezzo al prato
Si spegneva annerando a poco a poco,
E ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allora mirando in ciel, vidi rimaso
Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,
Ond’ella fosse svèlta; in cotal guisa,
Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.
[58]


Pubblicato il 06/02/2015
Note:


[1] F. Algarotti, Opere del Conte Algarotti, t. ix, Lettere varie, parte ii, Venezia, Carlo Palese 1794, pp. 64-65.

[2] Ivi, p. 69

[3] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1976, p. 158.

[4] G. Rosaccio, Mondo elementare et celeste di Gioseppe Rosaccio cosmografo, et dottore in filosofia et medicina […] Nel quale si tratta de’ moti, et ordini delle sfere; della grandezza della terra; dell’Europa, Africa, Asia et America […], Treviso, Evangelista Deuchino, 1604, c. 221 r.

[5] Ivi, c. 221 r. e v.

[6] Ivi, c. 222 v.

[7] S. Ciampi (a cura di), Iside e Osiride. Opuscolo di Plutarco Cheronese, tradotto dal greco con note filologiche ed osservazioni al testo, Firenze, Piatti, 1823, p. 57.

[8] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, cit., p. 159.

[9] G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Bari, Dedalo, 1983, p. 287 e sgg.

[10] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, cit., p. 188.

[11] C. Plinio, De la historia naturale: dal latino ne la volgar lingua per il dottissimo huomo messere Christoforo Landino fiorentino tradotta […], Venezia, Melchiorre Sessa, 1534, c. 133 v.

[12] M. Ficino, De vita, Pordenone, Biblioteca dell’immagine, 1991, p. 235.

[13] Plutarco, Il volto della luna, Milano, Adelphi, 1991, pp. 108-109.

[14] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, cit., p. 177.

[15] G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, cit., p. 296.

[16] M.E. Harding, I misteri della donna, Roma, Astrolabio, 1973, p. 209.

[17] G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, cit., p. 297.

[18] A.N. di Nola, L’anno degli spettri, «il manifesto», 9 gennaio 1989, p. 9,

[19] Ibid.

[20] D. Andreoni, Poesie liriche, parte i, Lucca, Giacinto Paci, 1661, p. 89. Alcune notizie sull’Andreoni sono rintracciabili in F.S. Quadrio, Indice universale della storia, e ragione d'ogni poesia, Milano, Antonio Agnelli, 1739-1752, vol. ii, p. 324, vol. vii, pp. 89-90.

[21] G. Marzio, Della varia dottrina, Firenze, Filippo Giunti, 1615, p. 128.

[22] P. Camporesi, Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna, in Corrado Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, Annali IV: Intellettuali e potere, Torino, Einaudi, p. 132.

[23] Ivi, p. 98.

[24] Giuseppe Crispino, La scuola del gran maestro di spirito S. Filippo Neri […], Napoli, Giacinto Passaro, 1675, p. 331.

[25] P. Camporesi, Cultura popolare e cultura d’élite…, cit., p. 111.

[26] Bernardino da Siena, Le prediche volgari, a cura di Piero Bargellini, Milano-Roma, Rizzoli, 1936, p. 737.

[27] Ibid.

[28] G. Rosaccio, Mondo elementare et celeste di Gioseppe Rosaccio…, cit., c. 221 r.

[29] D. Bartoli, La ricreatione del savio in discorso con la natura, e con Dio, libri due, Venezia, Nicolò Pezzana, 1669, p. 193.

[30] Sabba da Castiglione, Ricordi overo ammaestramenti, Venezia, Egidio Regazzola e Domenico Cavalcalupo, c. 24 r. e v.

[31] Ivi, c. 162 r.

[32] D. Andreoni, Poesie liriche, parte ii, Lucca, Giacinto Paci, 1661.

[33] T. Tasso, Il mondo creato, Firenze, Le Monnier, 1951,  pp. 126-127.

[34] Matteo, 17, 15 : Cristo scaccia il demonio da un giovane «lunatico e malamente tormentato», solito a cadere nel fuoco e nell’acqua (La Sacra Bibbia, tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati, di nation lucchese […], Ginevra, Pietro Chovët, 1641).

[35] F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, vol. i, Torino, Einaudi, 1961, p. 600.

[36] Anonimo, Lamento che fanno le meretrici, con occasione del sbandarsi li sig. soldati, le quali si dolgono, e si disperano per essergli andati via li loro amanti, Opera bella, ed esemplare, Bologna, Carl’Antonio Peri, 1664, c. 3 r. e v.

[37] D. Andreoni, Poesie liriche, parte II, cit., p. 90.

[38] A. Natale, Gli specchi della paura. Il sensazionale e il prodigioso nella letteratura di consumo (secoli xvii e xviii), Roma, Carocci, 2008.

[39] Anonimo, Buda presa dall’Armi Cesaree. Canzonetta nuova. Ove s’intende l’allegrezza della città per essere ritornata sotto il dominio del suo legitimo Signore, e della speranza, che ha di mantenersi. Sopra l’aria La mia donna importuna, Bologna, Eredi del Sarti, 1686, c 1 v. e c. 2 r.

[40] Anonimo, Oratione di Meemetto Quarto imperatore de’ Turchi a Macometto Pseudoprofeta, in Venezia et in Bologna, per gli Eredi del Peri, 1686, c. 2 r. e v.

[41] Anonimo, Lettera che scrive il Gran Visir al Gran Turco dandogli nuova della perdita di Buda e Napoli di Romania, con alcuni suoi funesti presagi, et il pianto dolente del Gran Turco per la perdita delle sudette città, in Roma et in Bologna, per gli Eredi del Peri, 1686, c. 2 r e v.

[42] Cito solo qualche esempio, fra i tanti, di opuscoli popolari sull’argomento: Algieri li 4 luglio 1686. Vera e distinta relazione dell’horrendo e spaventoso terremoto seguito nella detta città di Algieri […], Parma, per gli Eredi del Vigna, 1686; Vero ritratto d’un spaventoso mostro nato nella città di Brunsvich […], Rovigo, Daniel Bissuccio, 1626; Relatione distinta de’ contagi, carestie, ammutinamenti e confusioni, che si provano nella Turchia, per causa de’ progressi, che quotidianamente si fanno dalle armi christiane […], in Venezia et in Bologna, Giacomo Monti, 1686; Nuova relazione di una portentosa apparizione veduta in Trani […], Firenze, et in Forlì, per il Dandi, 1716; Relazione del terribile, et horrendo mostro comparso alli 28 del mese di gennaro vicino alla Terra di S. Georgio nell’Ungheria superiore […], Vienna, Trento et in Bologna, Giacomo Monti, 1686.

[43] Anonimo, Canzonetta di buon augurio alla Serenissima Republica di Venezia per l’intrapresa Guerra sopra il mare contro i Turchi. Sopra l’aria Francese, Venezia, et in Bologna, per gl’Eredi del Pisarri, 1685, c. 2 r.

[44] F. Algarotti, Opere del Conte Algarotti, t. vii, Pensieri diversi sopra materie filosofiche e filologiche, Venezia, Carlo Palese 1792, p. 49.

[45] «La voce della Ragione. Giornale filosofico, teologico, politico, istorico, letterario», t. iv, 28 febbraio - 15 maggio 1833, p. 263.

[46] Sabba da Castiglione, Ricordi overo ammaestramenti, cit., c. 167 v.

[47] G. Zimmermann, Della esperienza nella medicina, Milano, Schiepatti, Truffi e Fusi, 1830, p. 278.

[48] R. Pettazzoni, L’onniscienza di Dio, Torino, Einaudi, 1955, p. 115.

[49] Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Rizzoli, Milano, 1995, p. 169.

[50] H.B De Stendhal, Promenades dans Rome, vol. ii, Paris, Calmann-Levy, 1898, p. 277.

[51] F.R. de Chateaubriand, Oeuvres complétes, t. ii, Voyages, Paris, Lefèvre, 1836, pp. 132-133.

[52] J.W. Goethe, Viaggio in Italia (1786 – 1788), Milano, Rizzoli, 1997, p. 171.

[53] U. Foscolo,  Lettere di Jacopo Ortis, Firenze, Le Monnier, 1858, p. 134.

[54] G. Leopardi, Canti, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, xxiii, in Canti, Operette morali, Pensieri, Bologna, Zanichelli, pp. 128-130.

[55] G. Leopardi, Canti, Frammenti, xxxvii, Ivi, p. 192.

[56] Id., Canti, Il tramonto della luna, xxxiii, Ivi, p. 175.

[57] Id., Canti, Alla luna, xiv, Ivi, p. 86.

[58] Id., Canti, Frammenti, xxxvii, Ibid.
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