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Indice

Tema n.14:

«Color di puro argento»
I poeti e la luce della luna (prima del cannocchiale)

1. Liquida luce


Porgime aita, Amor, se non comprende
il debol mio pensier la nobiltade
che a questo tempo tanta grazia rende,
che glorïosa ne è la nostra etade.
Sì come più resplende,
alor che il giorno è spento,
intra le stelle rade
la Luna di color di puro argento,
quando ha di fiame il bianco viso cento [1]
e le sue corne ha più di lume piene,
solo a sua vista è il nostro guardo intento,
ché da lei sola a nui la luce viene:
così splende qua giù questa lumiera,
e lei sola contiene
valor, beltade e gentileza intiera.
Boiardo, AL I 15, 16-30 [2]


Nell'avvio gioioso della vicenda narrata nei suoi Amorum libri tres, Matteo Maria Boiardo approda a un primo vertice con questo splendido cantus conperativus. [3] Ha appena celebrato, attraverso un ingegnoso montaggio ad acrostico dei primi 14 sonetti, il nome dell'amata - ANTONIA CAPRARA - e ora ne disvela l'eccellenza, la nobiltade (v. 17). Da raffinato umanista, egli fa propri e trasforma modelli classici e volgari (Virgilio, Ovidio, Seneca, Dante),concentrando nel giro di cinque stanze una successione di campi semantici prevalenti, che lievemente trascorrono l'uno nell'altro: altezza, luce, liquidità, colore, fuoco e oro.
La morbida luminosità offerta dalla luna argentea si espande nella seconda stanza, dedicata all'astro di Venere:

Come in la notte liquida e serena
vien la stella d'Amore avanti al giorno,
de ragi d'oro e di splendor sì piena
che l'orizonte è di sua luce adorno,
et ella a tergo mena
l'altre stelle minore
che a lei d'intorno intorno
cedon parte del cielo e fangli onore;
indi rorando splendido liquore
da l'umida sua chioma, onde se bagna
la verde erbetta e il colorito fiore,
fa rogiadosa tutta la campagna:
così costei de l'altre el preggio acquista,
perché Amor la accompagna,
e fa sparir ogni altra bella vista.
Boiardo, AL I 15, 31-45


Sensibile ai valori semantici, Boiardo non lascia cadere la polisemia di liquido, non solo ?limpido', ma anche ?liquido/fluido' in senso moderno; come ci autorizzano ad affermare già per il latino le Naiadi, «liquidae sorores» di Ovidio, Met. I 689. Associata all'idea del freddo (altro carattere lunare, come in Purg. XIX 1-3: «Ne l'ora che non può 'l calor dïurno | intepidar più 'l freddo de la luna, | vinto da terra, e talor da Saturno | [...]»), [4] ma più spesso da essa indipendente, la connotazione della liquidità consente escursioni metaforiche di grande suggestione, come nel celeberrimo madrigale tassiano:

Qual rugiada o qual pianto,
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
a l'erba fresca in grembo?
Perché ne l'aria bruna
s'udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l'aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?
T. Tasso, Rime 324 [5]


2. «Sovra dure onde, al lume de la luna»


Nell'incanto di un lunare «tremolar de la marina» Palinuro, nocchiere della nave di Enea, è catturato dal fascino dell'insensibile e capricciosa ninfa Camerota, la più bella delle Nereidi («decus ante omnes Tyrrheni litoris una, | una amor, una ignis» 18-19) [6] e si lascia scivolare nell'oblio:

Cumque gubernator puppi Palinurus ab alta
te nocte in media aspiceret (dabat ipsa per umbras
luna diem tremulo vibrans vaga lumina ponto)
ac dulci infelix audiret voce canentem,
continuo exarsit, longum miratus eburni
corporis ipse opus egregium, Iove dignaque membra,
miratus dulcesque modos, numerosque canoros:
[...]
[...] Ast illi Sirenum saxa subisse
in mentem venit, cautusque occurrit Ulysses:
sed frustra memor esse iuvat, quando impia contra
fata trahunt, nimiumque sibi male credulus error.
Vox placet, et blandae captus dulcedine vocis
ignavum furtim sensit subrepere somnum,
paulatimque ratem pelago, clavumque labantem
credit, et incassum nutantia membra quieti
nititur, et placidae furari lumina fraudi:
Usque adeo dulci iuvat indulgere periclo,
Rota, Carmina, sylva Camerota 40-46 e 61-70


Berardino Rota, raffinato poeta napoletano del Cinquecento, riscrive in questa sylva dedicata all'amico Placido di Sangro, signore di Camerota, il sacrificio di Palinuro, sedotto dall'amore ma anche da una dolce tentazione di perdere se stesso. Come nel racconto virgiliano, la doppia «fraus» - «salis placidi» (Aen. V 848) e «caeli [...] sereni» (851) - è ben avvertita, ma mentre il gubernator virgiliano si sforzava di resistere «clavomque adfixus et haerens | nusquam amittebat» (852-3), la responsabilità del Palinuro umanistico è modernamente insinuata: «paulatimque ratem pelago, clavumque labantem | credit [...] |Usque adeo dulci iuvat indulgere periclo» (Camerota 67-70).

Impenetrabile come la ninfa partenopea è la donna, di nome Luna, celebrata dal Cariteo nel canzoniere [7] che da Endimione, «il vago de la luna», [8] si intitola. A tratti, nell'esile filo narrativo si viene a creare fra il piano metaforico e quello del reale un'ambigua sospensione che strega il lettore, incerto nell'interpretazione:

Nel celeste balcone, ove sovente
si stancan gli occhi e 'l cor sempre si duole,
vidi la Luna et con lei giunto il sole,
lei più bella che mai, lui più lucente.
Et vidi al fin le chiare luci spente
di quel, ch'ogni altro lume spenger suole,
onde colei che pudicitia cole,
più candida rimase et più fulgente.
Io che la vidi altera in aureo seggio,
lieta de la vittoria, presi ardire
di cercarli remedio a li mei mali.
Et volsi dir: - Non vedi il mio languire?... -
Lei mi rispuose inanzi: - Io non ti veggio,
né mi degno mirar cose mortali! -
Endimione, son. XXVII


A l'ombra di bei rami io vidi Amore
et la mia Luna intenti al mio tormento,
et variando l'ombre il mobil vento,
mostrava vario et bello il suo candore.
Io superato dal continuo ardore,
in dubio tra paura et ardimento:
- Dami remedio al grave mal ch'io sento. -
dissi, qual huom ch'aspetta vita et more.
Tacque madonna: e 'l mio signor rispuose:
- Qual pregio può sperar per darti vita? -
Diss'io: - Ch'io la farò, cantando, eterna. -
- Non è costei de le mortali cose, -
lui replicò, - né gli bisogna aita
per haver fama chiara et sempiterna. -
Endimione, son. XLIII


Sullo sfondo di uno scenario marino si chiude però ogni speranza dell'innamorato, che non può impedire la partenza di Luna:

Allhor, perdendo inseme
la speranza et la luce,
con furïoso ardor dietro gli andai,
gridando: - Ai, Luna, ai, Luna, ove ne vai?
rivolge al men la desïata luce,
la luce ardente et chiara,
la notte e 'l giorno a me cotanto avara! -
[...]
Ella pur col bel volto, irato et grave,
né si rivolse mai, né mi rispuose,
et era giunta al mar, senza dimora.
Io possetti mirarla in l'alta nave
con queste luci oscure et tenebrose
senza morire; e 'l ricordar m'accora.
[...]
Tutti eran ne la vela i sensi miei,
fin che la vista tenebrosa, oscura
altro che 'l largo mar più non comprese.
Endimione, canz. XI37-43; 46-51; 94-96


Il mito di Endimione, come abbiamo visto, è caro anche a Petrarca, che evoca il pastore - vagheggiandone la fortuna - nell'ultima stanza della sestina Non à tanti animali il mar fra l'onde. Se togliamo le occorrenze della parola-rima in questo testo, però, nel Canzoniere la luna non ha grande rilievo; è menzionata neppure una mezza dozzina di volte, in affermazioni sentenziose o topiche enumerazioni:

Come Natura al ciel la luna e 'l sole,
a l'aere i vènti, a la terra herbe et fronde,
a l'uomo l'intellecto et le parole,
et al mar ritollesse i pesci et l' onde:
tanto et piú fien le cose oscure et sole,
se Morte li occhi suoi chiude et asconde.
RVF CCXVIII 9-14


Fa eccezione, e una intensa eccezione, proprio la sestina CCXXXVII:

Non à tanti animali il mar fra l'onde,
né lassú sopra 'l cerchio de la luna
vide mai tante stelle alcuna notte,
né tanti augelli albergan per li boschi,
né tant'erbe ebbe mai campo né piaggia,
quant'à 'l mio cor pensier' ciascuna sera.
Di dì in dì spero omai l'ultima sera
che scevri in me dal vivo terren l'onde
et mi lasci dormire in qualche piaggia,
ché tanti affanni uom mai sotto la luna
non sofferse quant'io: sannolsi i boschi,
che sol vo ricercando giorno et notte.
Io non ebbi già mai tranquilla notte,
ma sospirando andai matino et sera,
poi ch'Amor femmi un cittadin de' boschi.
Ben fia, prima ch'i' posi, il mar senz'onde,
et la sua luce avrà 'l sol da la luna, [9]
e i fior' d'april morranno in ogni piaggia.
Consumando mi vo di piaggia in piaggia
el dì pensoso, poi piango la notte;
né stato ò mai, se non quanto la luna.
Ratto come imbrunir veggio la sera,
sospir' del petto, et de li occhi escono onde
da bagnar l'erbe, et da crollare i boschi.
Le città son nemiche, amici i boschi,
a' miei pensier', che per quest'alta piaggia
sfogando vo col mormorar de l'onde,
per lo dolce silentio de la notte:
tal ch'io aspetto tutto 'l dì la sera,
che 'l sol si parta et dia luogo a la luna.
Deh or foss'io col vago de la luna
adormentato in qua' che verdi boschi,
et questa ch'anzi vespro a me fa sera,
con essa et con Amor in quella piaggia
sola venisse a starsi ivi una notte;
e 'l dì si stesse e 'l sol sempre ne l'onde.
Sovra dure onde, [10] al lume de la luna
canzon nata di notte in mezzo i boschi,
ricca piaggia vedrai deman da sera.


Effetto connaturato al movimento di retrogradazione completa della struttura metrica e alla selezione lessicale, è in genere nella sestina un'ossessiva fissità, che qui però è solo apparente. C'è una climax verso una prospettiva apertamente sensuale che era stata anticipata, in termini analoghi, nella sestina XXII:

Con lei foss'io da che si parte il sole,
et non ci vedess'altri che le stelle,
sol una nocte, et mai non fosse l'alba;
et non se transformasse in verde selva
per uscirmi di braccia, come il giorno
ch'Apollo la seguia qua giù per terra.
RVFXXII 31-36


Con CCXXXVII il giro dei mots-refrain si sposta dalle stelle alla luna e introduce le onde dei fiumi di Provenza; le «dure onde» della Durenza e la freschissima sorgente della Sorga, a Valchiusa, meta di lunari sortite:

Quotiens autem reris me nox atra solum procul in campis invenerit quotiens per estatem media nocte surrexerim et, nocturnis Cristo laudibus persolutis, unus ego, ne somno pressos famulos inquietarem, nunc in agros presertim sublustri luna, nunc in montes exierim? Quotiens hora illa, nullo comite, non sine voluptate horrida, in immane illud fontis specus intraverim, quo vel comitatum luce ingredi horror est! [11]


3. Quarti di luna [12]


Ma supera la meraviglia di tutti l'ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l'astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d'un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile - a fine mese è celata, ma non si creda a un'eclissi -; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò la leggenda del suo amore con la luna. [13]

Il movimento mensile della luna struttura la misurazione del tempo. Dante ricorre a perifrasi cronologiche lunari in contesti di particolare rilievo retorico, come la profezia di Farinata:

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge, [14]
che tu saprai quanto quell'arte pesa.
Inf. X 79-81


e il racconto di Ulisse:


Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n'apparve una montagna [...]
Inf. XXVI 130-133


Punto di partenza del ciclo è l'assenza di luce, la «luna nuova» tutta nera degli almanacchi:

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
perch'io in dietro rivolto mi fossi,
quando incontrammo d'anime una schiera
che venian lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
Inf. XV 13-21


Nella doppia similitudine, la seconda immagine indirizza verso una dimensione domestica il senso di difficoltà espresso dalla prima, il cui modello riconosciuto è virgiliano:

ibant obscuri sola sub nocte per umbram
perque domos Ditis vacuas et inania regna:
quale per incertam lunam sub luce maligna
est iter in silvis, ubi caelum condidit umbra
Iuppiter, et rebus nox abstulit atra colorem.
Aen. VI 268-272


Anche in Virgilio la comparazione soccorre con concretezza di esperienza comune alla descrizione del viaggio negli inferi; ma se nel tessuto lessicale dell'episodio classico «domina in termini ossessivi la sensazione disperata del buio», [15] il contesto dantesco appare in fondo rassicurante. «Le buie notti di una città medievale, la bottega di un vecchio artigiano», sono situazioni «familiari al poeta» e funzionali alla sostanza affettiva dell'incontro con Brunetto, come sottolinea Sapegno, che giustamente richiama anche la memoria di Aen. VI 450-456, là dove Enea ravvisa l'anima di Didone aggirarsi fra i mirti dei Lugentes campi:

inter quas Phoenissa recens a vulnere Dido
errabat silva in magna; quam Troius heros
ut primum iuxta stetit agnovitque per umbras
obscuram, qualem primo qui surgere mense
aut videt aut vidisse putat per nubila lunam,
demisit lacrimas dulcique adfatus amore est:


Un dotto lettore trecentesco dell'Inferno, Guglielmo Maramauro, così aveva commentato il passo dantesco:«Que versi son chiari. E fa D. una comparatione la qual fa V. VI° Eneidos: "ut primum iusta stetit etc.". E questa comparatione è quando la luna è nova e la sira, se un se scontra con un altro, essi se aguzan li ochi per vedersi, però che quella luce li impaza la vista, sì como scrive qui». [16] Per dare a ciascuno il suo, ricorderò con Saverio Bellomo, editore della Expositione, che «Maramauro è il primo commentatore a riconoscere la matrice virgiliana della similitudine, benché non alleghi il passo di più immediata ascendenza, costituito da Aen. VI 268-70, che segnalerà più tardi il Landino» [17].
Primo mense corrisponde con buona approssimazione alla luna nuova anche se - a rigore - la possibilità di scorgere la prima sottilissima falce sposta di qualche grado la posizione dell'astro. [18] Ma c'è un elemento ulteriore che ci induce a ritornare sul primo passo virgiliano. Il commento di Servio registra - o meglio: documenta nel suo testo-base dell'Eneide - una variante molto significativa per il v. 270:«INCEPTAM: alii incertam legunt, illuc tamen recurrit; nam incertam incipientem, id est minorem, significat». [19]
La chiosa giustifica la lezione incertam - [20] poi accolta dalla tradizione - con il movimento circolare (illuc tamen recurrit) ricominciato dalla luna crescente (incipientem, id est minorem); mentre la variante inceptam, [appena] iniziata, cioè nuova, non richiede spiegazioni: e ci sembra più dell'altra presente all'ispirazione dantesca.

La luna piena trionfa di letizia nella similitudine di Par. XXIII:

Quale ne' plenilunïi sereni
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid'i' sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l'accendea,
come fa 'l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
25-33


La stessa pienezza di luce era stata appena descritta come osservazione diretta e ravvicinata, nella conclusione del canto XXII:

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell'ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
Par. XXII 139-141


e molto prima evocata per comparazione, nella processione edenica dei sette candelabri:

Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
Purg. XXIX 52-54


Nei primi due casi il livello stilistico è fortemente sostenuto (riferimenti mitologici, perifrasi, tessuto metaforico), anche se con diversa specializzazione: la prima serie di immagini avvicina al dominio della conoscenza comune l'esperienza trasumana della «lucente sustanza»; mentre la scoperta della faccia nascosta e levigata della luna, senza i «segni bui» (Par. II 49) a suo tempo esaurientemente spiegati da Beatrice, ha valenza di conferma scientifica all'interno della rassegna astronomica retrospettiva, di matrice ciceroniana, del pellegrino giunto a capo delle «sette spere» (Par. XXII 134). [21]
Il paragone di Purg. XXIX è invece secco, essenziale (già tanto dispiegata è la figurazione allegorica della complessa scena!);il ritmo, scandito dalle E assonanti: bEllo, arnEse, serEno, mEzza, mEzzo, mEse.
La menzione delle macchie lunari ci porta a ritroso a completare l'escursione stilistica aperta dal poeta nel ventesimo canto dell'Inferno, con un momento di colloquiale sollecitudine paterna da parte di Virgilio, che chiude in diminuendo la rassegna - tutta illustrata dalla voce del maestro, senza dialoghi con i dannati - degli indovini:

«Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».
Sì mi parlava, e andavamo introcque.
Inf. XX 124-130


La perifrasi popolare «Caino e le spine», a evocare una stratificazione di leggende che verrà rigettata con piglio scientifico nel già ricordato dialogo chiarificatore con Beatrice («Ma ditemi: che son li segni bui | di questo corpo, che là giuso in terra | fan di Cain favoleggiare altrui?» (Par. II 49-51), [22] è in fondo espressione di lessico famigliare, dettata da una serenità momentaneamente ritrovata. [23] Sulla circostanza che la luna tonda sia stata provvidenziale nella selva veniamo informati in questo momento, e non ci è dato di decifrare oltre l'ammiccamento complice di Virgilio. [24] Il famigerato, municipalissimo introcque, [25] esposto in posizione estrema nel canto, prepara l'affondo di stile comico della quinta bolgia.

Ancora potentissima appare la luna al pellegrino che se ne riempie lo sguardo dalla cornice degli accidiosi, benché sia calante al quinto giorno (la notte precedente, il faticoso cammino nella cruna della roccia per raggiungere la prima cornice ancora durava quando «lo scemo de la luna | rigiunse al letto suo per ricorcarsi», Purg. X 14-15: ed erano passati quattro giorni dall'inizio del viaggio):
La luna, quasi a mezza notte tarda, [26]
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com'un secchion che tuttor arda;
e correa contra 'l ciel per quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ' Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
Purg. XVIII 76-81


L'aberrazione ottica che dirada le stelle, sopraffatte dallo splendore dell'astro più vicino, richiama alla mente un cenno autobiografico del nostro strenuo osservatore, che nel Convivio, illustrando le possibili apparenti alterazioni di nitidezza e di colore degli oggetti celesti, le riconduce in alcuni casi a un indebolimento dell'organo visivo:

E però puote anche la stella parere turbata; e io fui esperto di questo l'anno medesimo che nacque questa canzone [Amor che ne la mente mi ragiona], ché, per affaticare lo viso molto a studio di leggere, in tanto debilitai li spiriti visivi che le stelle mi pareano tutte d'alcuno albore ombrate. E per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con affreddare lo corpo del'occhio con l'acqua chiara, rivinsi [var. riuni' sì] la vertù disgregata che tornai nel primo buono stato della vista. [27]

Ma come interpretare quel secchion, immagine intuitiva di grandezza e incandescenza, e tuttavia sfuggente a una definizione sicura? Il lemma dell'ED [28] denuncia l'incertezza del commento secolare, in genere propenso a lasciarsi guidare soprattutto da una suggestione ramata che in realtà è sovrapposta ai versi danteschi: cosicché il colore del recipiente immaginato condiziona il colore del denotatum. Per questo si affermò l'idea della «secchia di rame [...] accesa di fuoco» (Ottimo) [29] e del paiolo, evocazione affettiva di domestici focolari (Barbi, Sapegno). [30]
Qualcosa però non torna, prima di tutto sul piano linguistico. Non solo la forma maschile accrescitiva secchion è hapax in Dante, ma è anche rarissima nella lingua antica: i repertori [31] restituiscono per Due e Trecento, oltre alla chiosa dantesca di Iacomo della Lana («parea come uno secchione di rame inceso di fuoco») [32] solo la triplice occorrenza di Dec. II 5, dove il gran secchione è quello del pozzo pubblico, cercato dai due compari per ripulire Andreuccio dalla mota del chiassetto:

Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, con loro si mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, e Andreuccio putendo forte, disse l'uno: | - Non potremmo noi trovar modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che egli non putisse così fieramente?- | Disse l'altro: - Sì, noi siam qui presso a un pozzo al quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione; andianne là e laverenlo spacciatamente. | Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v'era ma il secchione n'era stato levato: per che insieme diliberarono di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là giù si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il tirerebber suso; e così fecero. |Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni della famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e perché corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo venieno a bere: li quali come quegli due videro, incontanente cominciarono a fuggire, li famigliari che quivi venivano a bere non avendogli veduti. Essendo già nel fondo del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro assetati, posti giù lor tavolacci eloro armi e lor gonnelle, cominciarono la fune a tirare credendo a quella il secchion pien d'acqua essere appicato. Come Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vicino così, lasciata la fune, con le mani si gittò sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da subita paura presi, senza altro dir lasciaron la fune e cominciarono quanto più poterono a fuggire. [33]

Quando si parla di un oggetto casalingo, il termine è di preferenza usato al femminile (con esempio ancora boccacciano, la «secchia nuova e stagnata d'acqua fresca» preparata da Cisti fornaio davanti alla sua bottega, Dec. VI 2, 11) e indica un recipiente per trasportare l'acqua, non per cucinare.
C'è poi il verbo ardere, il cui impiego è tutt'altro che pacifico in relazione a un effetto luminoso. Michele Barbi riuscì a rintracciarne nella storia l'applicazione alle monete, con il significato di brillare; [34] ma si tratta pur sempre di un'accezione metaforica, dello stesso ordine dell'aggettivo fiammante. La maggior parte dei commentatori collega, più semplicemente, la qualità ardente al calore. A maggior ragione, però, l'idea del domestico paiolo sul focolare mi convince poco, perché non arde in modo luminoso, a meno che lo si lasci improvvidamente arroventare senza contenuto...Una annotazione di Raffaello Andreoli (1856) mi sembra proporre un passo avanti decisivo:

Parve a molti questo paragone assai strambo [...] Io trovo in un Capitolo del Firenzuola: «E di qua e di là tiene un orecchio Più bello assai di quel del mio secchione Ch'io comperai l'alter'ier dal ferravecchio:» e mi sembra che l'immagine del Poeta ne resti pienamente chiarita. Paragona egli la luna alquanto scema a un secchione di ferro a due orecchi, quali si usavano anche al suo tempo per attignere acqua da' pozzi, che fosse arroventato come quando un fabbro gli vuol dare altra forma. [35]

Si può prendere in considerazione un ulteriore passaggio. Secchione è ancora oggi il nome del recipiente per metallurgia, altrimenti detto siviera, [36] che viene sapientemente inclinato per versare nelle forme il suo contenuto incandescente. Il metallo fuso e il contenitore appaiono entrambi infuocati nella visione frontale, come mostrano le immagini moderne, e rimando in nota. La lezione «tuttor arda», difesa da Petrocchi rispetto a «tutto arda» perché evita la dialefe,mi sembra preferibile anche in questa prospettiva dinamica, del «ferro che bogliente esce del foco» (Par. I 60). [37] Dante è curioso osservatore di tecnologia: basteranno a ricordarcelo le terzine dedicate all'«arzanà de' Viniziani» (Inf. XXI 7-18).
Fra tante variazioni sul tema, ci sorprende un'unica voce totalmente discorde, quella di Benvenuto da Imola, che chiosa senza esitazione:«ideo dicit: fatta come un secchion che tutto arda, quasi dicat: semirotunda et rubea, sicut ignis in pharo qui tota nocte ardet ut dirigat navigantes ad portum». [38] È doveroso vagliare anche questa ipotesi, per quanto isolata. Se volessimo dar credito a Benvenuto, potremmo immaginare che Dante abbia avuto in mente qualche descrizione classica, o più probabilmente qualche strumento direttamente osservato; per esempio il famoso faro o fanale di Livorno, innalzato nel 1304 e più tardi ricordato da Petrarca nel cosiddetto Itinerarium Syriacum, con parole di ammirazione: poco oltre Pisa,«portus et ipse manufactus, Pisanum vocant, aderit et fere contiguum Liburnum, ubi praevalida turris est, cuius in vertice pernox flamma navigantibus tuti litoris signum praebet». [39]

Metodicamente mutevole nella forma, la luna talvolta muta anche colore. Ci sono buoni motivi per ritenere che si riferisca al ciclo giornaliero del nostro satellite l'oscurità sentenziosa di Par. XXVII 136-138, che cito con un contesto un po' più ampio:

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta.
Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch'apporta mane e lascia sera.
(130-138)


Ma non affronto ora questo nodo esegetico, ben più complesso del precedente, riservandomi di tornare a studiarlo in altra occasione. [40]
Non nasconde invece insidie di interpretazione la tradizionale sapienza meteorologica dei naviganti, che Boiardo ripropone nelle sagge parole del «parone» Scombrano, sulla scorta di Virgilio e soprattutto di Lucano: [41]

Rispose a lui Scombrano: - Alto signore,
ala partita abiàn contrario vento,
il mar è grosso, e vien sempre mazore;
ma io prendo d'altri signi più spavento:
ché 'l sol calando perse il suo vigore
e dentro a i novalon ha il lume spento;
hor si fa rossa or palida la luna,
che sanza dubio è segno di fortuna.
La fuliceta che nel mar non resta,
ma sopra al sciuto gioca nel'harena;
e le gavine chi' ho sopra ala testa,
e quel' alto aëron ch'io vedo apena
mei dan anoncio certo di tempesta;
ma più el delphin, che tanto se dimena
Di qua di là saltando in ogni lato,
Dice che 'l mar al fondo è conturbato.
IO II vi 7-8 [42]


Dichiarando a sua volta, nelle annotazioni autoesegetiche, [43] di guardare alle Georgiche,Tasso sposta il fenomeno dell'arrossamento sulle nubi, che creano intorno alla luna una minacciosa aureola:

Come il nocchier da gl'infiammati lampi,
dal sol nascente o da la vaga luna,
da nube che la cinga oscura e bruna
o che d'intorno a lei sanguigna avvampi,
conosce il tempo in cui si fugga e scampi
nembo o procella torbida importuna,
o si creda a l'incerta aspra fortuna
il caro legno per gli ondosi campi;
così nel variar del vostro ciglio
or nubilo or sereno avvien ch'io miri
or segno di salute or di periglio;
ma stabile aura non mi par che spiri:
ond'io sovente prendo altro consiglio
e raccolgo le vele a' miei desiri.
T. Tasso, Rime 92


In particolari condizioni, i cristalli di ghiaccio delle nubi cariche di umidità in quota producono uno spettacolare fenomeno ottico, l'alone (o cinto, o latinamente zona), che affascina particolarmente Dante. Egli lo accosta all'arcobaleno, ancora una volta nella descrizione del settemplice arnese:

e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto
Purg. XXIX 73-78.


Lo riprende poi con maggiore precisione nel cielo del Sole:

Io vidi più folgòr vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:
così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l'aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.
Par. X 64-69, [44]


fino a connetterlo al «punto» indicibile, la suprema epifania; a suggerire la quale ancora una volta soccorre la luna:

un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci più poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.
Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,
distante intorno al punto un cerchio d'igne
si girava sì ratto, ch'avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
Par. XXVIII 16-27.


4. «La luna è una lampadina»


Fra gli altri suoi effetti fascinosi, la luce della luna sortisce quello di conferire alle figure in movimento l'aspetto di lattiginosi fantasmi. Dipende dai fotorecettori del nostro occhio, mi hanno spiegato: dando il cambio ai coni, specializzati nella visione diurna e cromatica, i bastoncelli sono in grado di cavarsela anche con ridotta luminosità, ma a scapito della nitidezza e dei colori.[45] Il Tasso più mondano, madrigalista anche in 14 endecasillabi, trasforma questa malia in un'occasione galante:

Per la serenissima signora duchessa di Ferrara, in una festa
Era la notte, e sotto il manto adorno
si nascondeano i pargoletti Amori,
né giammai ne l'insidie i nostri cori
ebber più dolce offesa e dolce scorno;
e mille vaghi furti insino al giorno
si ricoprian fra' tenebrosi orrori,
e con tremanti e lucidi splendori
mille imagini false errando intorno;
né 'l seren puro de la bianca luna
nube celava od altro oscuro velo,
quando alta donna in lieto coro apparve
ed illustrò con mille raggi il cielo;
ma quelle non sparir con l'aura bruna:
chi vide al sol più fortunate larve?
T. Tasso, Rime 991


Fra il certo e l'incerto, non stupisce il fatale scambio di persona che Dalinda, cameriera personale della figlia del re di Scozia, Ginevra, racconta a Rinaldo nel V canto del Furioso. Perdutamente innamorata di Polinesso, spregevole duca d'Albany, Dalinda ne aveva assecondato ogni desiderio, compresa l'aspirazione a ottenere la mano della principessa, la quale invece amava, riamata, il cavaliere Ariodante, giunto dall'Italia con il fratello. Viste vane le proprie macchinazioni, Polinesso aveva infine deciso crudelmente di vendicarsi di Ginevra, inscenando un incontro notturno con lei: sapeva bene che la «dura legge di Scozia» imponeva alle donne, pena la morte,castità fuori dal matrimonio.
Strumento inconsapevole della macchinazione, colpevole solo di amare, in una notte di luna Dalinda si era piegata a un'ultima, incredibile richiesta del suo indegno compagno, apparentemente un capriccio perverso: avrebbe dovuto introdurlo, come era spesso accaduto, dal balcone nella camera di Ginevra assente; ma questa volta l'avrebbe accolto fra le braccia indossando gli abiti della principessa, che egli affermava potersi solo in questo modo togliere dalla mente. [46] Il perfido contava sulla sorpresa del costernato spettatore, che egli stesso aveva malignamente convocato: il povero Ariodante.
Ecco il racconto di Dalinda:

- Non sappiendo io di questo cosa alcuna,
venni al verron ne l'abito c'ho detto,
sì come già venuta era più d'una
e più di due fiate a buono effetto.
Le veste si vedean chiare alla luna;
né dissimile essendo anch'io d'aspetto
né di persona da Ginevra molto,
fece parere un per un altro il volto:
e tanto più, ch'era gran spazio in mezzo
fra dove io venni e quelle inculte case,
ai dui fratelli, che stavano al rezzo,
il duca agevolmente persuase
quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo
Ariodante, in che dolor rimase.
Vien Polinesso, e alla scala s'appoggia
che giù manda'gli, e monta in su la loggia.
OF V 49-50


Ed ecco gli stessi momenti cruciali, riassunti in due stazioni del ciclo di affreschi che adorna il Salone d'onore di palazzo Besta a Teglio, in Valtellina. [47] La luna sorniona ridacchia: sa che la vicenda avrà un lieto fine. [48]



Uno degli episodi che Ariosto aggiunse nella terza edizione del Furioso narra le vicende di un'altra principessa, anch'essa oggetto (in realtà tutt'altro che passivo: ma questo sarebbe un lungo discorso) di ingiuste pretese matrimoniali. Un primo intervento di Orlando le consente di sposare Bireno, l'uomo che ama; ma la felicità dura letteralmente lo spazio di una notte. Sul lido solitario, novella Arianna, [49] la povera Olimpia scruta l'orizzonte nella luce combinata dell'ultima luna e della rosea aurora e certo vorrebbe non vedere - ma il cuore già le si è agghiacciato - il fedifrago Bireno allontanarsi in mare:

Nessuno truova: a sé la man ritira:
di nuovo tenta, e pur nessuno truova.
Di qua l'un braccio, e di là l'altro gira;
or l'una, or l'altra gamba; e nulla giova.
Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira:
non vede alcuno. Or già non scalda e cova
più le vedove piume, ma si getta
del letto e fuor del padiglione in fretta:
e corre al mar, graffiandosi le gote,
presaga e certa ormai di sua fortuna.
Si straccia i crini, e il petto si percuote,
e va guardando (che splendea la luna)
se veder cosa, fuor che 'l lito, puote;
né, fuor che 'l lito, vede cosa alcuna.
Bireno chiama: e al nome di Bireno
rispondean gli Antri che pietà n'avieno.
Quivi surgea nel lito estremo un sasso,
ch'aveano l'onde, col picchiar frequente,
cavo e ridutto a guisa d'arco al basso;
e stava sopra il mar curvo e pendente.
Olimpia in cima vi salì a gran passo
(così la facea l'animo possente),
e di lontano le gonfiate vele
vide fuggir del suo signor crudele:
vide lontano, o le parve vedere;
che l'aria chiara ancor non era molto.
OFX 21-23 e 24, 1-2


Drammi grandi e drammi piccoli si consumano sotto il lume silente:

E così deto, per la nocte bruna
la damigella [50] monta al palafreno,
via caminando a lume dela luna,
tuta soletta soto al ciel sereno.
IO I xiv 24, 1-4.


La luna l'è ona lampadina... taccada in sul plafon
e i stell paren limon traa giò in dell'acqua,
e mi sont chi, Lina, 'nsul marciapeè
che cammini avanti e indré
e me fann mal i pee, Lina!
D. Fo - F. Carpi, La luna è una lampadina [51]


5. «Un pieno teatro»


Le leggi del duello, nelle quali Tasso era maestro, non consentivano tenzoni notturne, specialmente in virtù dello spettacolo negato:

- [...] cessi la pugna, e non sian rotte
le ragioni e 'l riposo de la notte.
Tempo è da travagliar mentre il sol dura,
ma ne la notte ogni animale ha pace,
e generoso cor non molto cura
notturno pregio che s'asconde e tace. –
GL VI 51, 7-8 e 52, 1-4 [52]


La norma è del resto ragionevole, perché l'eccezione non porta con sé nulla di buono, come dimostra il notturno duello fra Clorinda e Tancredi, sia pure consegnato alla fama:

Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
teatro, opre sarian sì memorande.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l'oblio fatto sì grande,
piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.


Ma i cavallieri antiqui - [53] si sa - erano focosi; così Bradamante per nulla al mondo avrebbe rinunciato a misurarsi con i tre guerrieri che intendeva sloggiare, in applicazione della crudele legge della Rocca di Tristano (ospitalità solo per il più forte e per la più bella): una legge che ella stessa avrebbe poi forzato a fin di bene, per difendere Ullania. [54]
Ed ecco i quattro al cimento sotto le mura; un pubblico di abitanti del castello osserva - al riparo - ciò che si svolge in questa cupa serata di inquietudine, anche meteorologica:

Eran tre cavallier che valean tanto,
che pochi al mondo valean più di loro;
[...]
Di loro in arme pochi eran migliori,
ma di quei pochi ella sarà ben l'una;
ch'a nessun patto rimaner di fuori
quella notte intendea molle e digiuna.
Quei dentro alle finestre e ai corridori [55]
miran la giostra al lume de la luna,
che mal grado de' nugoli lo spande
e fa veder, ben che la pioggia è grande.
OF XXXII 72, 1-2 e 73


Non molto tempo prima, la luna aveva assistito a uno scontro fatale tra due guerrieri, Orlando e Agricane, che si erano scoperti rivali in amore, oltre che avversari di campo. Racconta Boiardo:

Sì come il mar tempesta a gran fortuna,
comenciarno lo assalto e cavalieri:
nel verde prato per la nòte bruna
con sproni urtarno adosso e bon destrieri;
e' se scorgìano a lume dela luna,
dàndossi colpi dispietati e fieri,
ché era ciascun di lor forte ed ardito.
[...]
[...]
e ben che sia la nòte e il ciel oscuro,
già non vi fa mestier che alcun si scopra,
ma conviensi guardar e star sicuro,
e ben diffeso di sopra e de intorno,
come il sol fosse in ciel al megio giorno.
IO I xviii 55, 1-7 e xix 2, 4-8


L'assalto della gelosia li aveva colti improvvisamente, durante un'effimera tregua, che Orlando aveva tentato di volgere al proselitismo:

Cossì de acordo il partito se prese.
Lega il destrier ciascun comme li piace,
poi sopra al'herba verde si distese;
come fosse tra loro antica pace;
l'uno al'altro vicino era, e palese:
Orlando presso al fonte istéso iace,
et Agricane al bosco più vicino
stassi colcato al'umbra de un gran pino.
E ragionando insieme tuttavia
di cose degne e condecente a loro,
guardava il Conte il ciel, e poi dicia:
- Questo che ora vediamo è un bel lavoro
che fece la divina monarchia:
e la luna de argento e ' stele d'oro
e la luce de il giorno e il sol lucente;
Dio tuto ha fato per la humana gente. -
IO I 40-41


Ma con il fiero Tartaro era tempo sprecato:

Disse Agricane: - Io comprendo per certo
che tu vòi dela fede ragionare;
io de nulla scïentia sono experto,
né mai, sendo fanciul, volsi imparare
e ròpi il capo al mastro mio per merto,
poi non si pòte un altro ritrovare
he mi mostrasse libro né scrittura,
tanto ciascun avìa de mi paura.-
IO I xviii 42


In sé raccolto, nella sua ascesa al monte Oliveto, il Rinaldo tassiano non ha invece contraddittori, e può emozionarsi di fronte alla grandezza del creato:

Era ne la stagion ch'anco non cede
libero ogni confin la notte al giorno,
ma l'oriente rosseggiar si vede
ed anco è il ciel d'alcuna stella adorno;
quando ei drizzò vèr l'Oliveto il piede,
con gli occhi alzati contemplando intorno
quinci notturne e quindi mattutine
bellezze incorrottibili e divine.
Fra se stesso pensava: - Oh quante belle
luci il tempio celeste in sé raguna!
Ha il suo gran carro il dì, l'aurate stelle
spiega la notte e l'argentata luna;
ma non è chi vagheggi o questa o quelle,
e miriam noi torbida luce e bruna
ch'un girar d'occhi, un balenar di riso,
scopre in breve confin di fragil viso. -
GL XVIII 12-13


Lo spettacolo celeste - «solem dico et lunam et vagas stellas et inerrantes et caelum» - [56] può lasciare senza fiato. Usciamo per un momento dal seminato lunare, per accompagnare qualche curioso osservatore di eventi più rari. Per spiegare l'eccitazione prodotta nel pubblico dal passaggio dell'ippogrifo, preparando così la sua Bradamante all'apparizione, Ariosto usa una similitudine efficace:

E vede l'oste e tutta la famiglia,
e chi a finestre e chi fuor ne la via,
tener levati al ciel gli occhi e le ciglia,
come l'ecclisse o la cometa sia.
OF IV 4, 1-4


Ed ecco, in un foglio volante del 1577, la versione cittadina ed erudita di un passaggio sui cieli d'Europa. Qui si tratta di Praga, il 12 novembre: la litografia di Jiri Daschitzsky illustra un discorso sulla cometa [57] di Petrus Codicillus von Tulechova, professore di Astronomia nella Karl Universität. Il codice miscellaneo R 95 sup della Biblioteca Ambrosiana conserva una copia - con l'immagine vividamente colorata - di questo testo e di varie altre dissertazioni sulle comete,raccolte dall'insaziabile curiosità di Gian Vincenzo Pinelli, come Ariosto gran viaggiatore "con Ptolomeo". [58]

L'ultimo avvistamento che propongo, con un fine dantesco che subito apparirà chiaro, è quello registrato come auspicio funesto da Dino Compagni nella Cronica. [59] Il 6 novembre 1301, nel pieno del colpo di stato di Parte Nera,

la sera apparì in cielo un segno maraviglioso; il qual fu una croce vermiglia sopra il palagio de' priori; fu la sua lista ampia più che palmi uno e mezo, e l'una linea era di lunghezza braccia .xx. in apparenza, quella attraverso un poco minore: la qual durò per tanto spazio, quanto penasse un cavallo a correre due aringhi. [60] Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemo comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato.

Si trattò di un bolide, o forse più propriamente - come ipotizzano alcuni astronomi - di uno sciame di Leonidi: scenario pirotecnico a cadenza ciclica poco più che trentennale, che i Fiorentini in quelle giornate non avevano certo palato per gustare. Probabilmente Dante quella sera non era ancora rientrato in città dall'ambasceria presso Bonifacio VIII; ma nei giorni successivi quasi sicuramente sì, [61] e certo gli sarà stato allora riferito il fenomeno con la sua fosca interpretazione. Più difficile che abbia potuto assistervi da un'altra località, durante il viaggio; ne parla infatti senza enfasi soggettiva nel Convivio, nel capitolo dedicato all'associazione fra i cieli dei pianeti e le arti liberali, dove spiega che Marte «pare affocato di colore, quando più e quando meno, secondo la spessezza e raritade de li vapori che 'l seguono, li quali per lor medesimi molte volte s'accendono» (Conv. II xiii, 21); «e in Fiorenza, nel principio de la sua destruzione, veduta fu ne l'aere, in figura d'una croce, grande quantità di questi vapori, seguaci de la stella di Marte» [62] (22).
Mi chiedo se, a distanza di anni, egli non abbia risemantizzato e così esorcizzato il prodigio, rielaborandone le tessere nella gloriosa raffigurazione del cielo di Marte, che prelude alla profezia di Cacciaguida, e che di un fenomeno meteorico - le stelle cadenti - si serve per un'immagine di limpida serenità, non di sventura:

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra' poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
ché 'n quella croce lampeggiava Cristo,
sì ch'io non so trovare essemplo degno;
ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,
vedendo in quell'albor balenar Cristo.
Par. XIV 97-108


Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or subito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che dalla parte ond'el s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco;
tale dal corno che 'n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
della costellazion che lì resplende;
nè si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
Par. XV 13-24


6. «Amica silentia lunae»


Sono amici dei nemici, i silenzi lunari che favoriscono l'inganno acheo: «et iam Argiva phalanx instructis navibus ibat | a Tenedo tacitae per amica silentia lunae | litora nota petens» (Aen. II 254-255). Noi però preferiamo pensarli complici dei sentimenti più delicati:

Tacciono i boschi e i fiumi,
e 'l mar senza onda giace,
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose.
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.
T. Tasso, Rime 498



Il volto placido della luna, fra le altre bellezze del creato, incoraggia le confidenze di chi soffre per amore:«Diceti, stelle, e tu splendida luna,| se mai nei nostri tempi o ne' primi anni | simile a questa mia fu doglia alcuna» (Boiardo, AL II 44, 31-33). Impegnato poi nella stesura del poema, ma memore della sua gioventù, il poeta degli Amorum libri presta la voce allo sconsolato Prasildo, suggerendogli «sì dolcie parole [...] | che avrìa speciato un saxo di pietade» (IO I xii 18, 7-8):

«Odeti, fior, e voi, selve,» dicìa
«Poi che quella crudel più non me ascolta:
Diati odienza alla sventura mia!
Tu, sol, che hai mo' del ciel la nòte tolta,
Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
Oditi il mio dolor solo una volta:
Che in queste voce extreme hagio a fenire
Con cruda morte il longo mio martìre!»
IO I xii 19



Non ferma il suo percorso, la «luna che va via»: vaga perché è instabile, [63] e vaga perché è bella, e in ciò che è bello se stessa vagheggia:

Tu, bianca [64] e vaga Luna,
c'hai tanti specchi quanti sono i mari,
mira questo candor ch'è senza pari.
A lei mena i tuoi balli, a lei distilla
le tue dolci rugiade;
spècchiati in lei con amoroso affetto.
E tu, Venere, allor con lei scintilla
che 'l sole inchina e cade;
tu, Giove e Marte, con benigno aspetto,
lumi sereni e chiari,
non siate a lei de' vostri doni avari.
T.Tasso, Rime 1276


Chi la invoca con devozione, riconoscendola come dea, può forse trovarla compiacente, specialmente se prega per una causa nobile; come il giovane Medoro, umile ma non incolto scudiero, che intona alla luna una preghiera ricca di risonanze classiche per impetrare aiuto alla pietas sua e di Cloridano nell'impresa di recuperare il corpo del re Dardinello:

«O santa dea, che dagli antiqui nostri
debitamente sei detta triforme;
ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri
l'alta bellezza tua sotto più forme,
e ne le selve, di fere e di mostri
vai cacciatrice seguitando l'orme;
mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti,
che vivendo imitò tuoi studi santi.»
La Luna a quel pregar la nube aperse
(o fosse caso o pur la tanta fede),
bella come fu allor ch'ella s'offerse,
e nuda in braccio a Endimion si diede.
OF XVIII 184-185, 1-4


«O fosse caso o pur la tanta fede» ... Ma sarà sempre lei, l'astro lucente, a tenere le redini del gioco: come accade nel racconto tassiano della sortita di Erminia, quando la giovane, «stimolata e punta | da le furie d'amor» (GL VI 89, 1-2), trova il coraggio per l'impresa temeraria che la porta a vestire le armi lucenti di Clorinda. A poco a poco, la pace notturna la induce a sciogliere in un colloquio lirico la sua pena e a fantasticare di un futuro sereno; ma la luna ha in serbo un coup de théâtre:

Era la notte, e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna,
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co 'l cielo

le sue fiamme sfogando ad una ad una,
e secretari del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
[...]
Così parla costei, che non prevede
qual dolente fortuna a lei s'appreste.
Ella era in parte ove per dritto fiede
l'armi sue terse il bel raggio celeste,
sì che da lunge il lampo lor si vede
co 'l bel candor che le circonda e veste,
e la gran tigre ne l'argento impressa
fiammeggia sì ch'ognun direbbe: - E' dessa. -
GLVI 103; 106


Che diremo di questa luna, che con la sua potenza luminosa denuncia da lontano la finzione di Erminia e la costringe alla fuga, anche se le concede un buon vantaggio sui suoi inseguitori? Il suo comportamento è quanto meno ambiguo. Non mancheranno occasioni per giudicarla; ma vediamola intanto giocare un brutto tiro a un sarto fifone.


7. «O appiccato, vòi venire a Napoli?»


Narra Masuccio Salernitano, autore del quattrocentesco Novellino, che due artigiani di Cava dei Tirreni (due «caùti», o «cavoti») avevano deciso di recarsi a Napoli per farsi ingaggiare nel grande cantiere per la ristrutturazione di Castel Nuovo:

quali, non meno disiderosi de vedere Napoli, ché anco stati non vi erano, che per vaghezza de guadagno, una domenica matina dietro ad un maestro se avviarno. E caminando con multi altri caùti a la sfilazzata, avvenne che costoro, che de caminare non erano usi, remasero una gran via dietro, e per la pista degli altri, ancora che non sapessero il camino, tanto si affaticorno, che quasi a tardi gionsero a la Torre del Greco. E uno de loro, ch'era assai più de l'altro stracquo, prepuose ivi albergare; l'altro, dandose core, e credendosi fuorsi giongere i compagni, affrettando il passo quanto possea, non ebbe tanto potere, che tra 'l mezzo camino fra la Torre e Napoli non gli supragiongesse scura notte. De che lui, multo pentito d'avere il compagno lassato, pur trottando, senza sapere ove si fusse, gionse al dritto de ponte Riziardo,

posto di controllo («dritto») della gabella, ma anche sinistro luogo delle impiccagioni. Non sapendo nulla di ciò, dapprima tentò di farsi aprire per ricevere ricovero, poi si rassegnò a sedersi in terra,

e appoggiata la testa a la porta, con diliberazione infino al matino ivi aspettare il compagno, con debole sonno se adormentò. |Era per aventura quel medesmo dì partito d'Amalfi un poveretto sarto, con uno sacco in spalla de giopponi, per venderli la sequente matina a Napoli in sul mercato; al quale similemente la notte e la stracchizza lo avea a la Torre supragionto, e ivi albergato, con proposito de la matina a buona ora retrovarse a luoco e a tempo de spacciare sua povera mercanzia. Ed essendo poco più che passata mezza notte, se destò, e ingannato da la luna, credendosi esser vicino al dì, intrò in camino; e caminando tuttavia e non videndo farsi giorno, cominciò ad intrare a l'arena passati gli Orti, e ivi essendo, sintì sonare matutino de' frati, per la quale accagione s'accorse anco esservi gran parte de notte. E in questo se venne recordando degli appiccati che erano a ponte Riziardo, e, como colui che amalfitano era, che de natura sono timidi e de poco core, cominciò a temere forte, e, con lento passo caminando, non ardeva de passare, e de volgerse indietro avea gran paura; e cossì abbagliato e pauroso, che ad ogne passo gli parea che uno degli appiccati gli se facesse intorno, venuto appresso al sospetto luoco, ed essendo de rimpetto a le furche, e anco non veduto niuno appiccato moverse, gli parve avere già una gran parte de periculo passata; e per dare pur a se medesmo animo, disse: |- O appiccato, vòi venire a Napoli? - |Il caùto, che avea male e poco dormito, avendo sentito prima la pista e credutose il compagno, e poi udendosi invitare a lo andare a Napoli, lo ebbe per certissimo, e subito respuose: |- Èccome che vengo! - | Quando l'amalfitano si sentì respondere, tenne per fermo che fusse l'appiccato; per la cui accagione fu de tanta paura territo, che portò periculo de lì cascare morto. |Pur, in sé tornando, e vedendo cului verso de sé venire, non gli parve tempo d'aspettare, e bottato via il sacco, cominciò fieramente a fuggire verso la Maddalena, sempre con alte voci gridando Iesù. Il caùto, udendo il gridare e lo sì rattamente correre, credea che da alcun altro fusse stato assalito; e sequendolo appresso, pur gridando, dicea: |- Èccome a te, aspettame, non dubitare!- |[...]|La novella in pochi dì fo per tutto 'l paese divulgata, e de vero se recontava che gli appiccati de notte davano la caccia agli uomini che suli passavano per ponte Riziardo, ognuno supra de ciò componendo varie e diverse favole; per accagione de le quale, non v'era paesano alcuno, che per quello luoco avanti dì passasse, che non signasse la bestia e lui, e con croci e altri assai percanti [scongiuri] passava il piriglioso passo.[65]


8. Luna bastarda


Il chiarore lunare è lo scenario ideale per un intenerimento romantico; ma gli amanti furtivi preferiscono la discrezione dell'ombra. Preparando in ogni dettaglio l'incontro con Marte, Venere esorta dèi e natura a favorirla:

Ascondi, Luna, il lucido emispero;
voi per le selve non latrate, o cani,
sì che d'infamia non si scuopri il vero.
Vien, lieta notte, e voi, profundi Mani,
scurate l'ora; e tu, figliuol Cupido:
mi do nelle tua braccia, in le tue mani.
L.de'Medici, Furtum Veneris et Martis 25-30
[66]

Ma un comune mortale non dispone di tanta influenza; e allora non gli resta che struggersi di rabbia:

O nei miei danni più che 'l giorno chiara,
crudel, maligna e scelerata notte,
ch'io sperai dolce ed or trovo sì amara! [67]
Sperai ch'uscir da le cimerie grotte
tenebrosa devessi, e veggio c'hai
quante lampade ha il ciel teco condotte.
Ariosto, Rime, cap. IX 1-6


A nulla vale tentare di pungere sul vivo l'onore della luna, ricordando nei trascorsi:

Tu che di sì gran luce altiera vai,
quando in braccio al pastor nuda scendesti,
Luna , io non so s'avevi tanti rai;
rimémbrati il piacer ch'allor avesti
d'abbracciar il tuo amante, ed altro tanto
conosci che mi turbi e mi molesti.
Ah! non fu però il tuo, non fu già quanto
sarebbe il mio, se non è falso quello
di che il tuo Endimion si dona vanto:
ché non amor, ma la mercé d'un vello,
che di candida lana egli t'offerse,
lo fe' parer alli occhi tuoi sì bello.
Ma se fu amor che 'l freddo cor t'aperse,
e non brutta avarizia, come è fama,
lieva le luci a' miei desir adverse.
7-18


Il finale è solo livore impotente:

Ma scopri pur finestre, usci e pareti:
non avrà forza il tuo bastardo lume
che possa altrui scoprir nostri secreti.
O incivile e barbaro costume!
ire a quest'ora il popolo per via,
ch'è da ritrarsi alle quïete piume.
Questa licenzia sol esser devria
alli amanti concessa, e proïbita
a qualunque d'Amor servo non sia.
31-39


9. Luna invidiosa


Una luna così dispettosa potrebbe ben nutrire anche un sentimento peggiore, come l'invidia: «Pastori, ecco l' Aurora,| che co' begli occhi e con l' aurata fronte | ogni campagna infiora,| e vestita di luce ardente e bella | col suo chiaro splendor vince ogni stella, | [...]mirate [...] | come per torto calle | volge con le gelate umide corna | al suo raggio le spalle | la luna, e come per invidia bagna | col pianto di rugiada ogni campagna» (B.Tasso, Rime). [68] Certo, se il padre Bernardo, deponendo il suo savoir-faire di segretario di principi, si espone contro l'astro potente, il figlio Torquato potrà incappare in qualche incidente diplomatico. Eccolo infatti impegnato Contro la luna la quale aveva interrotto un suo viaggio notturno (una sortita galante, come vuole il tòpos):

Chi di mordaci ingiuriose voci
m'arma la lingua come armato ho 'l petto
di sdegno? e chi concetti aspri m'inspira?
Tu, che sì fera il cor m'ancidi e coci,
snoda la lingua e movi l'intelletto
o nata di dolor giustissim'ira.
Vada or lunge la lira,
conviensi altro istrumento a sì feroci
voglie, in sì grave effetto:
tal che fin di lassù n'intenda il suono
l'iniqua Luna, in cui disnor ragiono.
[...]
Or che dirò di te, Luna rubella
d'ogni pietà, di quel piacer ch'infonde
Amor nei lieti amanti invidiosa?
Ahi! come adopri mal la luce bella
che non è tua, ma in te deriva altronde,
benché vada di lei lieta e fastosa.
Tu per te tenebrosa
e via men vaga sei d'ogni altra stella
ch'in ciel scopra le bionde
chiome; e quel bel che i rai solar ti danno
tutto impieghi spietata in altrui danno.
Forse ciò fai perché i lascivi amori
pudica aborri e di servar desiri
in altri il fior di castità pregiato?
T. Tasso, Rime 383, 1-11; 34-47


Un groviglio di astio e risentimento non lascia intendere quanto le accuse possano essere fondate; gli amori veri o presunti di Diana-Selene-Cinzia vengono poco discretamente denunciati, fino alla perfida insinuazione che la dea abbia punito Atteone non per pudicizia, ma per ritorsione:

o perché a le tue voglie ei non compiacque?
Ver è, se ben si tacque,
ch'egli a forza e con voglia aspra e severa
da le tua braccia sciolto
se 'n gisse, mentre tu d'ardor ripiena
al collo gli facei stretta catena.
83-88


All'inizio del nostro percorso, chi avrebbe immaginato di dover ascoltare una così rancorosa invettiva?

Chiuditi pur, né ti mostrar più mai,
perché non merti in ciel vezzosi balli
guidar in compagnia de l'altre stelle.
Così de le fiammelle
sue chiare il sol più non t'indori omai;
e reggere i cavalli
notturni il Fato a te vieti in eterno
donando altrui di lor l'alto governo.
92-99


11. Viaggiatori lunatici


Nessuno accetterebbe di buon grado la taccia di lunatico. Pure, può capitare che essa preannunci un grande destino.
Il re Manodante, ricchissimo signore delle Isole Lontane, non trova pace. Gli sono stati rapiti due figli, in circostanze diverse; il più giovane da Morgana. Pur se invaghita di lui, la fata ha però promesso di rilasciarlo, se le verrà consegnato in cambio Orlando. Manodante, che non l'ha mai visto, nella speranza di trovarlo ha già fatto imprigionare in una torre molti cavalieri: tranne Orlando stesso e Brandimarte, tutti i migliori. O meglio, non proprio tutti sono temibili guerrieri: c'è anche Astolfo, giovane elegante e raffinato, ma poco destro sul campo.
Per risolvere un complicato problema, Brandimarte e Orlando si scambiano i ruoli, rinnovando il meccanismo dei Captivi di Plauto, e Brandimarte-Orlando si lascia trattenere come ostaggio presso Manodante. La falsa notizia della presenza del paladino raggiunge anche i prigionieri nel torrione; e Astolfo prega di poter vedere l'amico. In un primo momento, Brandimarte riesce a parare il colpo, convincendo il re che Astolfo è solo un valletto anglese cui manca qualche rotella:

- Grande era e biondo e di gentil aspeto,
con bianca faza e guardatura bruna;
ma egli avea nel cervel un gran difeto,
perché d'ognor che semava la luna, [69]
divinìa rabïoso e maledeto
e più non cognoscea persona alcuna,
né alhor sapea festar, né menar gioco:
ciascun fugìa da lui come dal foco. -
IO II xii 41


L'inganno però non regge a lungo, e la reazione di Astolfo, che in preda all'ira non afferra lo scopo della macchinazione,mette a repentaglio il lieto fine. Le cose poi si sistemano, ma Astolfo non ne guadagna certo in prestigio. [70] Lo aspetta ancora l'incauto cedimento alla seduzione di Alcina, episodio di incresciosa leggerezza che consegna il personaggio, poi mutato in mirto, al poema di Ariosto.
Ma una volta liberato dal maleficio, passo dopo passo, Astolfo si costruisce una reputazione: si guadagna la fiducia della savia fata Logistilla, che gli affida il corno magico e il libro degli antidoti agli incanti; libera l'Egitto dal gigante Caligorante e dal fatato ladrone Orrilo; governa saggiamente l'ippogrifo e, giunto in Etiopia, guarisce dalla cecità il Senapo e ne bonifica il regno, cacciando all'inferno le Arpie. Finalmente è maturo per l'impresa più grande: recuperare - proprio sulla luna! - il senno di Orlando. Qui l'ippogrifo non basta; ci vogliono un veicolo speciale e un pilota d'eccezione:



Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l'aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che 'l vecchio fe' miracolosamente,
che, mentre lo passâr, non era ardente.
Tutta la sfera varcano del fuoco,
et indi vanno al regno de la luna .
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.
OF XXXIV 69-71


Altri viaggiatori bizzarri avrebbero poi raggiunto il nostro satellite, servendosi di mezzi non convenzionali ma ecocompatibili. Per Savinien de Cyrano de Bergerac, un sistema di propulsione ad acqua: Je m'étais attaché tout autour de moi quantité de fioles pleines de rosée, et la chaleur du soleil, qui les attirait, m'éleva si haut qu'à la fin je me trouvai au-dessus des plus hautes nuées.Mais, comme cette attraction me faisait monter avec trop de rapidité, et qu'au lieu de m'approcher de la lune, comme je prétendais, elle me paraissait plus éloignée qu'à mon partement, je cassai plusieures de mes fioles, jusqu'à ce que je sentis que ma pesanteur surmontait l'attraction, et que je descendais vers la terre. [71]

Il Barone di Münchausen, nei suoi due viaggi, puntò invece una prima volta sulle bioenergie, affidandosi alla crescita istantanea di una pianta di «fave turche»; [72] e successivamente sulla forza eolica - per la verità imprevista - di un fortunale.
Nessuno però, mi pare, si preoccupò di guardarsi indietro; così che l'insinuazione polemica ariostesca sull'opacità della terra dovrà attendere i voli spaziali per essere smentita dallo sguardo emozionato degli astronauti. [73]
«Ma la luna dei poeti», si chiedeva Italo Calvino in un breve articolo del 1967, risposta lievemente prevaricante alle amare considerazioni di Anna Maria Ortese sul progresso, [74] ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose. [...] Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un'immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. [75]

Qui Calvino introduce il celebre giudizio iperbolico su Galileo, «il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo». [76] Sollecitato da rilievi autorevoli, egli articola successivamente il suo pensiero:

Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci s'innalza in un'incantata sospensione. Non per niente Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto. [...] Tanto che possiamo segnare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle più importanti linee di forza della nostra letteratura. [77]

In conclusione: la luna rende sempre un po' poeti. Oggi anche l'osservazione amatoriale può avvalersi di strumenti ottici potenti per scrutare i segreti del cielo,eppure la luna, anche così svelata, non smette di ammaliarci. Avvicinarla ai nostri occhi non fa che rinnovare l'emozione; le eroiche veglie e i pazienti appostamenti fotografici degli astrofili lo confermano ogni notte serena. [78]


Pubblicato il 12/06/2014
Note:


[1] Cento: «cinto».

[2] M. M. Boiardo, Amorum libri tres, a cura di T. Zanato, 2 voll., Novara, Interlinea, 2012 [Boiardo, AL]. Per le opere più frequentemente citate si utilizzano abbreviazioni, indicate fra parentesi quadre alla prima occorrenza; nel testo e nelle note, il nome del curatore in corsivo rimanda al commento del luogo discusso. Nell'uso della maiuscola o della minuscola per le iniziali dei nomi luna, terra, ecc. vengono mantenute di volta in volta le scelte degli editori.

[3] «Canzone basata su paragoni» (Zanato).

[4] D. Alighieri, Divina Commedia con il commento di Anna Maria Chiavacci, Milano, Mondadori, 1991-1997 [Inf.; Purg.; Par.]. «I due nomi, luna e Saturno, producono quasi una suggestione di freddura, che avvolge la terzina» (Chiavacci Leonardi; corsivi nel testo). E si veda il sonetto Quando fu prima il mio signor concetto, nel quale Gaspara Stampa dichiara che stelle e pianeti hanno conferito all'amato le massime virtù, «ma la luna | lo fe' gelato più ch'io non vorria» (Rime d'amore IV, vv. 10-11 in: G. Stampa, V. Franco, Rime, a cura di A. Salza, Bari, Laterza, 1913). Sul piano scientifico, Galileo conferma «la grand'illuminazione della Luna nel plenilunio accrescere appresso di noi più tosto la frigidità che il calore, e tanto più, che è tritissima e popolare osservazione, ne i tempi che l'acque si congelano farsi i ghiacci notabilmente maggiori nelle notti del plenilunio, che quando il lume della Luna è diminuito». (Lettera sopra il candore lunare, 6, rr. 9-13, ovvero: G. Galilei, Lettera al Principe Leopoldo di Toscana in proposito del Cap. L del Litheosphorus di Fortunio Liceti, in Edizione Nazionale delle Opere, a cura di A. Favaro, Milano, 1890-1909, vol. VIII, pp. 487-539).

[5] T. Tasso, Le rime, a cura di B. Basile, 2 voll., Roma, Salerno, 1994 [T. Tasso, Rime]. Ed ecco lo stesso concetto di umidità in una tragica iperbole ariostesca che commenta l'incendio del vallo di Parigi, extrema ratio per i cristiani assediati «perché male | ai Saracini il folle ardir riesca»: «Tornò la fiamma sparsa, tutta in una, | che tra una ripa e l'altra ha 'l tutto pieno; | e tanto ascende in alto, ch'alla luna | può d'appresso asciugar l'umido seno» (L. Ariosto, Orlando furioso. Introduzione e commento di E. Bigi, a cura di C. Zampese, Milano, Bur Rizzoli, 20132[OF], XIV 132, 3-4 e 133, 1-4).

[6] B. Rota, Carmina, a cura di C. Zampese, Torino, Res, 2007 (anche in Poeti d'Italia in lingua latina tra Medioevo e Rinascimento), sylva Camerota 18-19. Il precedente riferimento dantesco è naturalmente a Purg. I 117, «conobbi il tremolar de la marina», su Aen. VII 9: «splendet tremulo sub lumine pontus» (P. Virgilio Marone, Eneide, Introduzione di F. Della Corte. Traduzione di C. Vivaldi. Note di M. Rubino, Milano, Garzanti, 1990 [Aen.]). Per l'associazione fra luce e vibrazione cfr. anche Par. II 109-111:«così rimaso te nell'intelletto | voglio informar di luce sì vivace | che ti tremolerà nel suo aspetto» e Purg. XII 89-90: l'angelo è «ne la faccia quale | par tremolando mattutina stella». Più direttamente accostabili ai versi di Rota sono questi di Ariosto: «E bianca è sì come n'appare, quando | nel bel seren più limpido la luna | sovra l'onda tranquilla | coi bei tremanti suoi raggi scintilla» (L. Ariosto, Rime, a cura di S. Bianchi, Milano, Bur Rizzoli, 1992 [Ariosto, Rime], madr. VIII: La bella donna mia d'un sì bel fuoco, vv. 13-16).

[7] Le rime del Chariteo (Parte Seconda), a cura di E. Pèrcopo, Napoli, Tipografia dell'Accademia delle Scienze, 1892 [Endimione]. La princeps, con il titolo Endimion a la Luna, venne stampata da Giovanni Antonio de Caneto in Napoli nel 1506, ma subito venne superata - nel 1509 - da una seconda edizione profondamente mutata e ampliata, uscita presso Sigismondo Mayr, sempre a Napoli. Sull'autore, che scrisse in un colto volgare italiano ma era barcellonese, si vedano G. Parenti, Benet Garret detto il Cariteo. Profilo di un poeta, Firenze, Olschki, 1993; B. Barbiellini Amidei, Alla Luna. Saggio sulla poesia del Cariteo, Firenze, La Nuova Italia, 1999; E. Fenzi, «Et havrà Barcellona il suo poeta.» Benet Garret, il Cariteo, «Quaderns d'Italià», VII, 2002, pp. 117-140.

[8] «Deh or foss'io col vago de la luna | adormentato in qua' che verdi boschi,» (F. Petrarca, Canzoniere, a cura di M. Santagata, Milano, Mondadori, 20042[RVF] CXXXVII 31-2); e cfr. qui, più avanti.

[9] Sulla luce riflessa della luna, che sostanzia questo adynaton, Petrarca non aveva dubbi, se poteva permettersi di fare le pulci a Virgilio nella Sen. VI 8 (a un ignoto destinatario): «solis [...] soror "Phoebe aurea" apud eundem Virgilium atque alios; nescio an melius aurata esset aureum illum lumen adventitium habens» (F. Petrarce, Rerum senilium libri VII-XII. Testo critico di E. Nota. Traduzione e cura di U. Dotti. Collaborazione di F. Audisio, Milano, Aragno, 2007,VI 8, 25).

[10] «Sovra dure onde: [...] cioè vicino alla Durenza, per la quale cf. S[ine] N[omine] 2, p. 167: "O vere Durentia, ut vulgus appellat: durities antium, sive ut quidam scriptores vocant, Ruentia: a ruendo, diceris, preceps fluvius damnosusque, cuius accole nichil undis et alveo mitiores et ipsi tanto impetu in quodlibet scelus ruunt» (Santagata).

[11] F. Petrarca, Res Seniles Libri V-VIII, a cura di Silvia Rizzo con la collaborazione di M. Berté, Firenze, Le Lettere, 2009: X 2, 27 (a Guido Settimo).

[12] L'animazione Lunar libration (English Wikipedia, original upload 7 September 2005 by Tomruen) mostra il ciclo mensile delle fasi lunari, combinato con gli effetti della librazione.

[13] Abbiamo letto questo passo della Naturalis historia di Plinio il Vecchio nella bellissima traduzione di Alessandro Barchiesi. Testo latino: «Sed omnium admirationem vincit novissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. Multiformis haec ambage torsit ingenia contemplantium et proximum ignorari maxime sidus indignantium, crescens semper aut senescens et modo curvata in cornua facie, modo aequa portione divisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuvans, deficiens et in defectu tamen conspicua— quae mensis exitu latet cum laborare non creditur—, iam vero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. Quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur» (G. Plinio Secondo, Storia naturale,vol. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Prefazione di I. Calvino. Saggio introduttivo di G.B. Conte. Nota bio-bibliografica di A. Barchiesi, C. Frugoni, G. Ranucci. Traduzioni e note di A. Barchiesi et alii, Torino, Einaudi, 1982, II 41-43).

[14] Si tratta naturalmente di Proserpina. La bibliografia sui passi ‛astronomici' nelle opere dantesche è vastissima; per i riferimenti generali, si vedano le voci Luna (E. Poulle, M. Aurigemma) e Luce (A. Bufano, A. Mellone, G. Di Pino) nell'Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978 [ED].

[15] Rubino. Un buio, però, non assoluto, come chiosa assennatamente Servio al v. 270: «LUCE MALIGNA: obscura, nam malignum est proprie angustum, ut: aditusque maligni [Aen. XI 525], id est minores, obscuri. Sane sciendum, lunae, licet minoris, commemoratione ostendere eum fuisse illic aliquid lucis; nam aliter omnia quae dicturus est videre non poterant» ([M.] Servius [Honoratus], Commentaire sur l'«Énéide» de Virgile. Livre VI, Texte établi, traduit et commenté par E. Jeunet-Mancy, Paris, Les Belles Lettres, 2012 [Servio], p. 78). E si veda, sulla «non-luce» dell'Inferno dantesco, M. Pastore Stocchi, Nota sulla luce (e la tenebra) nella «Divina Commedia» (1997), in «Il lume d'esta stella». Ricerche dantesche, Roma, Salerno, 2013, pp. 71-81, in particolare alle pp. 80-81.

[16] G. Maramauro, Expositione sopra l'«Inferno» di Dante Alligieri, a cura di P.G. Pisoni e S. Bellomo, Padova, Antenore, 1998, p. 269.

[17] Ibidem, n. 5.

[18] Sui valori culturali connessi al primo avvistamento mensile, cfr. G. De Donà, L'Hilal e laLuna a barchetta, «Astronomia» UAI [Unione Astrofili Italiani], XXXVII, 2012, 3, pp. 1-4.

[19] Servio p. 78.

[20] Può testimoniarlo la ripresa ariostesca di OF XV 74, 3-4: «l'ombre avean tolto ogni vedere a torno | sotto l'incerta e mal compresa luna».

[21] Qui si contempla dall'esterno la nube «lucida, spessa, solida e pulita» (Par. II 31-32) che aveva accolto il pellegrino e il lettore, «fatta splendida e consistente dai quattro aggettivi definitori» (Chiavacci Leonardi).

[22] Per la quale rimando alla voce Spina di Andrea Battistini, nell'ED; e si veda, per una discussione delle aporie di poetica connesse alla ‛lezione' di Beatrice, M. Pastore Stocchi, Dante e la luna (1981), in «Il lume d'esta stella», cit., pp. 163-183.

[23] Non va però sottovaluta l'implicita, ulteriore svalutazione delle false credenze - in linea con il contenuto di tutto il canto - prodotta proprio dalla connotazione tonale che stiamo discutendo (cfr. G. Stabile, Il canto II del «Paradiso». Navigazione celeste e simbolismo lunare (1980), in Dante e la filosofia della natura. Percezioni, linguaggi, cosmologie, Firenze, Sismel - Edizioni del Galluzzo, 2007, pp. 85-136; specialmente alle pp. 108-112).

[24] La concomitanza della fase di plenilunio con l'inizio del viaggio verrà però ribadita da Dante nel colloquio con Forese, a Purg. XXIII 118-121.

[25] «Post hec veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam suam infroniti titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. [...] Et quoniam Tusci pre aliis in hac ebrietate baccantur, dignum utileque videtur municipalia vulgaria Tuscanorum sigillatim in aliquo depompare. Locuntur Florentini et dicunt: Manichiamo introque, | che noi non facciamo altro» (D. Alighieri, De vulgari eloquentia, a cura di M. Tavoni, in Opere, Edizione diretta da M. Santagata, vol. I Rime. Vita nova. De vulgari eloquentia, Milano, Mondadori, 2011 [DVE] I xiii 1-2).

[26] Quando la luna «è retrograda è chiamata tarda cursu» (Restoro d'Arezzo, La composizione del mondo, a cura di A. Morino, [Milano] - Parma, Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda, 1997, p. 98). Sulla più che probabile conoscenza del trattato da parte di Dante, cfr. la voce Ristoro d'Arezzo di A.M. Finoli in ED.

[27] D. Alighieri, Convivio, a cura di G. Inglese, Milano, Bur Rizzoli, 20044 [Conv.] III ix 15; e cfr. il possibile collegamento con la devozione a S. Lucia che persuasivamente ne inferisce M. Santagata, Folgorazioni e svenimenti. La malattia in Dante tra patologia e metafora, in S. Perfetti (a cura di) Scientia, Fides, Theologia. Studi di filosofia medievale in onore di Gianfranco Fioravanti, Pisa, ETS, 2011, pp. 387-399 (la «sindrome di astenopia accomodativa» viene discussa alle pp. 387-389).

[28] D. Consoli, voce Secchione; in particolare: «Il paragone della luna con un s[ecchione], a prima vista strano, ha creato incertezza sia a livello testuale (donde le varianti scheggion, saccon, tizzon, ecc., [...]) sia a livello esegetico».

[29] Quando non diversamente indicato, i commenti danteschi si intendono reperibili presso il database Dartmouth Dante Project, a sua volta basato sull'edizione elettronica I commenti danteschi dei secoli XIV, XV e XVI, a cura di P. Procaccioli, Roma, Lexis Progetti Editoriali,1999.

[30] Più convincente, per i motivi che vedremo, il «caldaione di ramo, che tuttor arda; cioè che tutta via arda» del commento di Francesco da Buti.

[31] Tesoro della lingua italiana delle Origini, Firenze, Opera del Vocabolario italiano, 1997- [TLIO], Biblioteca ItalianaTelematica, Roma, Università La Sapienza [Bibit],Letteratura Italiana Zanichelli- CD-Rom dei testi della Letteratura italiana, a cura di P. Stoppelli, E. Picchi; Bologna, Zanichelli, 20014 [LIZ]. Anche il Vocabolario della Crusca, fin dalla prima edizione, reca la definizione «Secchia grande», con i nostri due esempi, dantesco e boccacciano (le cinque edizioni sono consultabili in Lessicografia della Crusca in rete, Firenze, Accademia della Crusca, www.lessicografia.it) . Il primo significato addotto dal S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino, Utet, 1961-2008 [GDLI] è «Grosso secchio, mastello, tinozza»; su un'accezione tecnica particolare torneremo fra poco (n. 36).

[32] I. della Lana, Commento alla "Commedia", a cura di M. Volpi. Con la collaborazione di A. Terzi, Roma, Salerno, 2009, vol. II, p. 1295 (si cita secondo la redazione ‛toscana' del testo).

[33] G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Torino, Einaudi, 19923 [Dec.], II 5, 64-69.

[34] M. Barbi, La luna «fatta com'un secchion che tutto arda» (Purg. XVIII, 78) (1921), in Con Dante e coi suoi interpreti. Saggi per un nuovo commento della «Divina Commedia», Firenze, Le Monnier, 1941, pp. 343-344.

[35] Corsivo mio.

[36] Siviera, in ET. Nel GDLI, la terza accezione è appunto «Secchione di colata: siviera». La suggestiva immagine a testo si pubblica per gentile concessione del dottor Roberto Ariotti (http://www.fondariotti.it).

[37] Così il «ferro disfavilla | che bolle» (Par. XXVIII 89-90).

[38] E aggiunge: «vel secundum aliam literam, scheggion, sicut saxum naturaliter ardens et emittens ignem». La variante ogni tanto riaffiora, a esacerbare le perplessità dei commentatori.

[39] F. Petrarca, Itinerario in Terra Santa. Testo latino a fronte. A cura di F. Lo Monaco, Bergamo, Lubrina, 1990, p. 50.

[40] È questo uno dei passi più controversi della Commedia. L'interpretazione integralmente astronomica è decisamente minoritaria rispetto a una lettura allegorica di matrice biblica e tradizione patristica (da ultimo robustamente reindirizzata e argomentata da L. Pertile, Pelle bianca, pelle nera (1991), in La punta del disìo. Semantica del desiderio nella «Commedia»; Firenze, Cadmo, 2005, pp. 213-233); ma non è detto che i due piani siano inconciliabili.

[41] Per una discussione dei riscontri classici nella rappresentazione della tempesta di mare (Georg. I 360-364 e Phars. V 539- 556) rinvio al mio Or si fa rossa or pallida la luna. La cultura classica nell'«Orlando innamorato», Lucca, Pacini Fazzi, 1994, pp. 219-220.

[42] M.M. Boiardo, L'inamoramento de Orlando. Edizione critica a cura di A. Tissoni Benvenuti e C. Montagnani. Introduzione e commento di A. Tissoni Benvenuti, Milano-Napoli, Ricciardi, 1999.

[43] Nelle Rime del Sig. Torquato Tasso di nuovo date in luce con gli Argomenti & Espositioni dell'istesso Autore, [Brescia], Marchetti, 1593.

[44] «La figlia di Latona si è la Luna, la quale quando è piena, perchè l'aere è alcuna cosa di vapori pregna, le si fa d'intorno uno circulo, ch'è di lungi dal corpo della Luna, per mezzo diamitro, circa a uno braccio; e però che non è sempre, dice: allora ch'è sì pregno, che il filo che fa quello circulo si mantiene, e non fia sì folto e sì spesso il vapore, che ne celasse il corpo della Luna» (Ottimo); e cfr. G. Platania, voce Alone in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere e arti, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1929- [ET].

[45] Per una illustrazione scientifica del processo: N. Berardi, voce Fototrasduzione in ET.

[46] «Io verrò a te con imaginazione | che quella sii, di cui tu i panni avrai: | e così spero, me stesso ingannando, | venir in breve il mio desir sciemando» (OF V 25, 5-8).

[47] Ringrazio per la cortesia e per le preziose indicazioni la dott.ssa Ivana Novani, Direttrice degli Archivi della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Milano, che ha messo a mia disposizione le immagini 3, 4 e 7. Gli affreschi sono oggi attribuiti ai pittori bresciani Vincenzo e Michele de Barberis, e vengono datati agli anni Quaranta del XVI secolo; testimoniano pertanto, insieme con le decorazioni di Palazzo Valenti a Talamona e di Castel Masegra a Sondrio, la tempestiva fortuna ariostesca in Valtellina. Per uno sguardo recente sulla questione, cfr. F. Caneparo, L'Ariosto valtellinese: entrelacement fra palazzi, ville e castelli, in L. Bolzoni, S. Pezzini, G. Rizzarelli (a cura di), «Tra mille carte vive ancora», ricezione del Furioso tra immagini e parole, Lucca, Pacini Fazzi, 2010, pp. 395-422. I due affreschi qui riprodotti rappresentano simultaneamente vari momenti della narrazione, secondo una pratica molto diffusa anche nell'illustrazione libraria.

[48] Che si potrà rileggere all'inizio del VI canto, dopo una successione di colpi di scena per tutta la durata del V.

[49] Cfr. il fitto intertesto ovidiano nel commento di Bigi.

[50] Si tratta qui di Angelica; la situazione si riproporrà - con memoria interna - per Bradamante colpita dal «falso Daniforte»:«Salìte sopra ala iumenta in fine | e caminando ussìte di quel prato; | ferita e sola, a lume dela luna | abandonò le briglie ala fortuna» (IO III vi 20, 5-8).

[51] D. Fo - F. Carpi, La luna è una lampadina (1963), in Ma mi; Il mio ligera; La luna è una lampadina; La cotonata; Due passeri; 'Nteressa a me; Hanno ammazzato il Mario; Va pure via; Il foruncolo, musica di F. Carpi; testi di D. Fo e L. Chiosso, Milano, Ricordi, 1985. La strofa si canta una prima volta in italiano: «La luna è una lampadina... attaccata sul plafone | e le stelle sembrano limoni tirati nell'acqua | e io son qui, Lina, sul marciapiede | che cammino avanti e indietro | e mi fanno male i piedi, Lina!».

[52] T. Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di F. Tomasi, Milano, Bur Rizzoli, 2009, XII 55.

[53] Superfluo il rimando a OF I 22, 1: «Oh gran bontà de' cavallieri antiqui!».

[54] L'episodio, anch'esso aggiunto in vista della terza edizione (1532) del Furioso, si sviluppa fra il XXXII e il XXXIII canto.

[55] «Propriamente: corridoi; ma qui indicherà piuttosto dei loggiati o passaggi coperti» (Bigi).

[56] Cic., De nat. deor. II 80, che Boiardo declina in AL I 58, 9-14(Zanato): «Nui pur vediamo il cielo e le sue stelle, | la luna, il sole, e ne' celesti chiostri | il vago lampegiar de gli alti segni: | Dio fece al mondo le sue cose belle | per dar più de diletto a li ochi nostri, | e tu de esser mirata te desdegni!».

[57] Von einem Schrecklichen und Wunderbarlichen Cometen so sich den Dienstag nach Martini dieses lauffenden M. D. Lxxvij. Jahrs am Himmel erzeiget hat. Gedruckt in der Alten Stadt Prag durch Georgium Jacobum von Datschitz (Zentralbibliothek Zürich, via Wikimedia Commons).

[58] Ariosto, Sat. III, 63. Sulla figura affascinante di Pinelli, umanista e bibliofilo in contatto con i più importanti intellettuali europei del secondo Cinquecento, non c'è ancora, che io sappia, una monografia moderna, da affiancare alla pur benemerita Vita Ioannis Vincentii Pinelli, Patricii Genuensis [...], Augustae Vindelicorum, Ad Insigne Pinus, 1607 del suo collaboratore e amico Paolo Gualdo e alla sintetica, per quanto prestigiosa, voce firmata nel 1935 da Santorre Debenedetti per l'ET. Per gli interessi scientifici si veda però A. Nuovo, Filosofia e scienza nelle biblioteche del Cinquecento: una prospettiva pinelliana, in F.M. Crasta (a cura di), Biblioteche filosofiche private in età moderna e contemporanea, Firenze, Le Lettere, 2010, pp. 65-79.

[59] D. Compagni, Cronica. Introduzione e commento di D. Cappi, Roma, Carocci, 2013, II xix, 85.

[60] «Per il tempo che un cavallo impiegava a correre due giri di un campo di gara (aringo); cioè qualche minuto» (Cappi). Su Dino Compagni: voci di G. Arnaldi in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960- [DBI] e A. Vallone in ED. Menziona il racconto di Compagni Corrado Gizzi (L'astronomia nel poema sacro, Napoli, Loffredo, 1974, vol. I, p. 79 n.), sulla scorta di Isidoro Del Lungo, ma non ne trae conseguenze di ordine letterario: «Probabilmente il fenomeno non fu osservato da Dante, che si trovava allora fuori di Firenze».

[61] «Riesce difficile pensare che Dante, in un frangente così delicato e pieno di pericoli per i familiari, non abbia fatto ritorno in città», per lasciarla invece definitivamente a fine anno, al precipitare degli eventi (M. Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Milano, Mondadori, 2012, p. 140).

[62] Lo segnala anche Cappi. Per questa, come per altre caratteristiche, Marte è associato alla Musica, che «trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione; sì è l'anima intera, quando l'ode, e la virtù di tutti quasi corre a lo spirito sensibile, che riceve lo suono» (Conv. II xiii 24). La nostra Luna è accostata alla Grammatica, in particolare per «la variazione de la sua luminositade, che ora luce da uno lato, e ora luce da un altro, secondo che lo sole la vede» (II xiii 9): similmente, la Grammatica «luce or di qua or di là in tanto quanto certi vocabuli, certe declinazioni, certe construzioni sono in uso che già non furono, e molte già furono che ancor saranno; sì come dice Orazio nel principio de la Poetria, quando dice: "Molti vocabuli rinasceranno che già caddero."» (II xiii 10).

[63] «Vaga et lasciva [...] alacri vultu et veluti ludibunda», pronta a prendere in giro i fauni e i satiri, «leves dii» innamorati che vorrebbero catturarla (Liber septimus Intercenalium. Prohemium in L.B. Alberti, Intercenales, a cura di F. Bacchelli e L. D'Ascia. Premessa di A. Tenenti, Bologna, Pendragon, 2003, p. 444).

[64] In corsivo nell'edizione Basile, a indicare il senhal di Bianca Cappello, Granduchessa di Toscana.

[65] Masuccio Salernitano, Il Novellino, a cura di A. Mauro, Bari, Laterza, 1940 (reprint Roma-Bari, Laterza, 1975 a cura di S. S. Nigro), parte II, novella XIX.

[66] L. de' Medici, Tutte le opere, a cura di P. Orvieto, Roma, Salerno, 1992.

[67] Il capitolo IX rovescia specularmente la situazione euforica dell'VIII: «O più che 'l giorno a me lucida e chiara, | dolce, gioconda, aventurosa notte, | quanto men ti sperai tanto più cara! | Stelle a furti d'amor soccorrer dotte, | che minuisti il lume, né per vui | mi fûr l'amiche tenebre interrotte! | Sonno propizio, che lasciando dui | vigili amanti soli, così oppresso |avevi ogn'altro, che invisibil fui!» (vv. 1-9)

[68] B. Tasso, Rime, 2 voll. (vol. I, I tre libri degli Amori, a cura di D. Chiodo; vol. II, Libri Quarto e Quinto. Salmi e Ode, a cura di V. Martignone), Torino, Res, 1995 [B. Tasso, Rime]: Amori III xxix, 1-5; 11; 16-20.

[69] «Perché ogni volta che la luna calava» (Tissoni Benvenuti).

[70] «La "morale della favola" è ricondotta a uno dei caratteri primari di Astolfo, "ch'è parlante di natura" (I iii 13)» (Tissoni Benvenuti).

[71] Cyrano de Bergerac, L'autre monde ou Les états et empires de la lune - L'altro mondo ovvero Gli stati e imperi della luna, a cura di L. Erba, Firenze, Fussi-Sansoni, 1956, p. 22.

[72] Ho fra le mani l'edizione vivacemente illustrata, con disegni e tavole fuori testo, della redazione di R. E. Raspe, Le avventure del Barone di Münchausen. Traduzione di A. De Stefani. Illustrazioni di B. Porcheddu, Torino [...], Paravia, 1934, che mi deliziava da bambina; ma scelgo per la luna i colori lirici di Alphonse Adolph Bichard (Aventures et mésaventures du B. de M., Paris, Hachette, 1886).

[73] Cfr. T. Manco, Il pianeta azzurro. Le fotografie della Terra viste dallo spazio, in «Elephant&Castle», IV, 2011 (numero monografico Dall'alto, a cura di P. Cesaretti).

[74] La scrittrice aveva precedentemente inviato una lettera aperta a Calvino, nella rubrica Filo diretto del «Corriere della Sera» (24 dicembre 1967). Nello stralcio che lo stesso Calvino riproduce, con la propria risposta, nel capitolo Il rapporto con la luna di Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società (1980), Milano, Mondadori, 2013, pp. 222-224, la Ortese esprime, in termini di aristocratico patetismo, una preoccupazione in realtà civile e lungimirante: «Ora, questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà, allo straziante desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore» (p. 222). L'incipit della risposta è tranchant: «Cara Anna Maria Ortese, guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? [...] Non le pare di "strumentalizzarlo" malamente, questo cielo? » (ivi).

[75] Ivi, p. 223; corsivi nel testo.

[76] Ivi, pp. 223-224.

[77] Due interviste su scienza e letteratura (1968), ivi, pp. 225-233, alla p. 226.

[78] Ringrazio vivamente Silvia Gervasoni, Norberto Milani e Valerio Zuffi per le amichevoli e puntuali informazioni e per i materiali fotografici (immagini 1 e 6).
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