Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.14:

«Parmi ne’ sogni di veder Diana».
Emersioni seleniche nelle Rime di Torquato Tasso

tacitae per amica silentia Lunae
Publius Vergilius Maro


e nel silenzio suo l’amica luna
Torquato Tasso


pur sempre amica Luna
Andrea Zanotto[1]

Or che dirò di te Luna rubella / d'ogni pietà, di quel piacer ch'infonde / Amor nei lieti amanti invidiosa?». La luna della canzone 383 delle Rime tassiane si sostanzia in una presenza ostile che «interrompe», attraverso il suo improvviso dispiegamento luminoso, il «viaggio notturno» di un io lirico che così più non può raggiungere furtivamente il suo muliebre oggetto del desiderio.[1] Si tratta di un atteggiamento antilunare di primo acchito piuttosto disorientante che Roberto Gigliucci[2] ha invece sapientemente ricondotto ad un alveo non esile di scritture misoseleniche di varia natura e pur caratterizzate da talune costanti di fondo che polemicamente prendono di mira per esempio l'incostanza metamorfica e gli illeciti amori della dea-Luna. Eppure, come è noto, quel divino satellite ha archetipicamente rappresentato per l'uomo (e per il poeta) di ogni tempo soprattutto un privilegiato interlocutore e confidente di affanni, superbo metro comparationis e punto di contatto con una realità superiore capace di levarsi (e condurre) sopra le meschine angustie della Terra (anche quando individua, per affinità, il versante euforico e luminoso del terreno e della Bellezza divina talora in esso insita). Non sembra sfuggire, sostanzialmente, a questo destino la poesia di Torquato Tasso, che in questa sede si analizzerà, senza alcuna pretesa di esaustività, secondo un approccio critico che, come del resto denunciato sin dal titolo del presente scritto, potremmo definire moon-oriented: il bacino poetico osservato è quello, sconfinato, del mare magnum delle Rime,[3] «canzoniere immenso […] per […] importanza storica»,[4] «momento centrale nella lirica italiana, punto di arrivo altissimo di una tradizione che ha nei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca il principale termine di riferimento e, insieme, punto di avvio di nuove sperimentazioni, nella poesia italiana ed europea tra Cinque e Seicento».[5]
Antitetica dunque alla luna-nemica della canzone 383 (altissimo exemplum antiselenico stricto sensu quasi del tutto isolato), pare comparire con maggior frequenza nel corpus delle Rime tassiane una luna-amica capace – per consolidato tòpos – di favorire col suo silenzio l'eros notturno oppure di costituirsi in interlocutrice umanizzata cui affidare le proprie confidenze di mal d'amore:

         A l'ombra de le piante
fur le prime parole 
de fidi amanti, e non li udiva il sole,
ma nel silenzio de l'amica luna
la notte oscura e bruna.
Così fur testimoni a' nostri amori
in ciel le vaghe stelle e n' terra i fiori.
Stelle, io giuro per voi, fiori, erbe e foglie,
che più son le mie voglie. (madrigale 377)

          Tacciono i boschi e i fiumi,
e 'l mar senza onda giace,
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
          alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose.
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri. (madrigale 498)[6]

          O dolente partita
che mi parti e dividi
da la mia donna, anzi dal proprio core,
qual parte è sì gradita,
quai mari o monti o lidi
ov'io consolar possa il mio dolore?
[…]
Acque d'Adria turbate,
spegnerete il mio foco
che per vaga bellezza il cor m'ingombra?
E voi che ne portate,
venti, di loco in loco,
talor di nube o di gran nebbia a l'ombra?
O pur là dove adombra
un bel monte su'l mare
o presso a qualche scoglio
sapranno il mio cordoglio
i più deserti lidi e l'onde amare;
e ne la notte bruna,
e nel silenzio suo l'amica luna?
[…]
(canzonetta 453: Ad istanza del signor … Canzonetta per la Clarissima lasciata a Venezia)

Nel silenzio già virgiliano («tacitae per amica silentia Lunae») – tratto di duratura persistenza nella letteratura occidentale – la «pur sempre amica luna» (Zanzotto) consente i primi colloqui degli amanti («le prime parole / de' fidi amanti»), ascoltati pertanto non dal «sole», ma dalla «notte oscura e bruna», e l'estrinsecazione vibratamente passionale di cui sono «testimoni», in sublime armonia cosmica, «terra» e «cielo», «fiori» e «vaghe stelle», ossia la curva terrena e l'arco celeste, le costellazioni floreali e stellari che, pur nella loro moltitudine, non eguagliano il numero dei desideri amorosi del protagonista-narratore poetico. Con accenti quasi predannunziani («e noi tegnamo ascose / le dolcezze amorose»), il silenzio lunare («e ne la notte bruna / alto silenzio fa la bianca luna») diviene suggestivamente un silenzio totale che coinvolge l'intero paesaggio (i «boschi», i «fiumi», il «mare», le «spelonche», i «venti»), ed è in questo silentium mundi che l'Amore si squaderna nella sua (silenziosa) virulenza («Amor non parli o spiri, / sien muti i baci e muti i miei sospiri»): pare di essere immersi in una notte primigenia, di assoluta dolcezza, di estrema lontananza dal chàos del mondo, nei pressi quasi di un momento precedente al big bang angosciante della nascita; in tale sospensione del tempo, la «bianca luna» sembra conciliare la latente identità tra le «dolcezze amorose» ed una regressio ad uterum[7] conducente, à rebours, al silenzio di una vita prima della vita, al buio luminoso di una pace molto distante dal clamore e dagli amari affanni della corte, ad un ante-tempo (o oltre-tempo) in definitiva individuale, sociale, universale, riguardante cioè contemporaneamente, per incrocio tra sviluppo ontogenetico e filogenetico, la storia dell'individuo poetante, dell'uomo sulla Terra e delle forme di convivenza umana. E anche quando il poeta parla «ad istanza» di committenti (un signore nella fattispecie non identificato che si è allontanato da Venezia e dalla sua «Clarissima»: ben «dolente partita»),[8] non si dimentica dell'«amica luna» e del silenzio che le è proprio («silenzio suo»), affidando alla persona loquens il lancinante dubbio su di un prossimo futuro potenzialmente divaricato tra un pacificante spegnimento del fuoco d'amore o il più probabile canto inesausto del tormentoso «cordoglio» della partenza, primariamente consegnato, in un suggestivo sfondo marittimo, ai «più deserti lidi», alle «onde amare» e, per l'appunto, alla silenziosa «amica luna», sempre pronta a farsi carico di un compassionevole ascolto.
Ma un'altra dicotomia selenica pare farsi largo nel folto intrico delle Rime tassiane: l'opposizione 'luna amica versus nemica' è accompagnata infatti da un'altra ideale antitesi, quella tra la luna letterariamente e soprattutto liricamente intesa (in sintesi: la luna cosiddetta poetica), di cui sono stati forniti sin qui alcuni specimina e che in seguito continueremo ad indagare, e la luna considerata sotto la specola più propriamente naturalistica (la luna scientifica). Si avverte cioè, nel leggere i testi tassiani, il crinale che separa ed unisce il volto tradizionalmente poetico della luna, fantasticamente percepita per esempio come comparante di bellezza femminile e tocco situazionale, e il suo nuovo volto: una facies più oggettivamente determinata, che le scoperte scientifiche di caratura astronomica stavano gradualmente disvelando nell'ambito di un'impressionante rivoluzione culturale ed epistemologica.[9] I seguenti componimenti dedicati alle figure di due scienziati recano in sé la traccia di un simile atteggiamento:

        Misurator de' gran celesti campi
e de' moti del sole e de la luna,
che da' colpi del Fato e di Fortuna
sai come uom si sottragga e come scampi
[…]
(sonetto 547: Al signor Giovan Battista Benedetti, in morte di Margherita Valois di Savoia)[10]

          Cercasti tu, famoso peregrino,
l'ime parti del mondo e le superne;
poi volasti più su dov'a l'eterne
sfere si volge il leve ardor vicino.
[…]
(sonetto 636)[11]

Se il primo sonetto è indirizzato al profilo riconoscibile di Giovan Battista Benedetti,[12] attento «misuratore», tra l'altro, dei «moti […] de la luna», il secondo apostrofa un (per il momento) ancora anonimo[13] infaticabile esploratore della quasi totalità delle cose terrestri e celesti (Pellegrino Brocardo? Ulisse Aldrovandi?) che, oltre che interessarsi – come un Mago d'Ascalona – alle cavità terrene, ha compiuto, mediante osservazione astronomica, un volo finanche «più su dov'a l'eterne / sfere si volge il leve ardor vicino»,[14] l'ardore – si intende – selenico. E la didascalia del secondo testo («In lode di uno ch'avea scritto de le meteore e de le cose che sono sotto il cerchio de la luna») individua nel sintagma finale quella distinzione aristotelica tra mondo sublunare e mondo sopralunare che più volte compare nelle Rime:

        Mentre natura ed arte in voi contende,
anzi s'agguaglia in voi, né vince alcuna,
voi sotto 'l cerchio de la bianca Luna
tutto vincete quanto a noi risplende. […]
(sonetto 1098: A la signora Vittoria Pia)[15]

          Te, Sisto, io canto, e te chiamo io cantando,
non Musa o Febo, a le mie nove rime
[…]
Ch'io nel parlar di te voci e parole
tutte ineguali or trovo a quel ch'io penso,
tanto penna d'ingegno avvien che vole
sovra questo aer tenebroso e denso,
          sovra l'errante luna e sovra il sole,
sovra ogni luce che risplende al senso
in angelico tempio, ov'è lucente
il sol che illustra ogni beata mente.
[…]
(poemetto 1388: Alla santità di papa Sisto V)[16]

          Quella che trasse già d'oscura parte
l'or ch'in molt'anni avara mano aduna,
ben fu d'alto signore alta fortuna,
non falsa amica di valore e d'arte.
E non ricerca solo a parte a parte
là 've perpetua e fosca notte imbruna,
ma sovra il variar d'instabil Luna
ha illustre albergo e sovra Giove e Marte. […]
(sonetto 1494: A Vincenzo Gonzaga)

          Sovra la sfera de la vaga luna,
nel bel seren, da gli stellanti chiostri
stimo sol ch'a la mente il ver si mostri,
che 'l ricerca famelica e digiuna.
Ma in questo, ch'Aquilone ed Austro imbruna,
quanti il sol ne colora a gli occhi nostri
sono obietti fallaci e ne fa mostri
il pensier che gli parte e gli raduna.
Deh! se tra queste false erranti larve
alcuna è pur non incostante imago,
ch'a la luce del ver non si dilegui,
a me scernila tu, mentre la segui
per la via che men dubbia a' saggi parve,
ond'io corso non faccia incerto e vago.
(sonetto 1701: A monsignor Fiamma, vescovo di Chioggia)

Se dunque l'anonimo ricercatore scientifico indaga, oltre che le meteore, «le cose che sono sotto il cerchio della luna» e la domina dedicataria del sonetto 1098 supera «quanto a noi risplende» «sotto 'l cerchio de la bianca Luna»,[17] il contraltare al discrimen in basso, alla terrestrità in cui pur riluce la beltà muliebre, è ovviamente costituito da un altrove collocato nella sezione celeste che sopravanza, nella geografia e astronomia tolemaico-aristoteliche, la luna: così, in ambito sacro, l'inno a Sisto V inevitabilmente trascende «sovra l'errante luna» e la veritas ricercata da monsignor Fiamma vescovo di Chioggia[18] non può essere collocata nel sublunare, bensì si distende limpida «sovra la sfera de la vaga luna»;[19] allo stesso modo, la fortuna di Vincenzo Gonzaga[20] alberga «sovra il variar d'instabil Luna», ossia al di sopra, in senso spaziale e concettuale, della mutabilità del satellite soggetto alla ciclica trasformazione, quindi nel dominio divino.
A metà tra luna poetica e luna scientifica (sia pur scientifica nel senso delle già arcaiche conoscenze) pare porsi la presenza selenica del sonetto 85:

         Sceglieva il mar perle, rubini ed oro,
che quasi care spoglie e ricche prede
di tante sue vittorie ancor possiede
e del suo proprio e suo maggior tesoro,
per donarlo a costei che Giove in toro
cangiar farebbe e per baciarle il piede;
e mentre bagna più l'arena o cede,
parea dir mormorando in suon canoro:
"O ninfa, o dea, non de l'oscuro fondo
uscita ma del ciel, che mia fortuna
placida rendi allor che tutta imbruna,
te seguo in vece di mia vaga luna:
deh, non fuggir se pur m'avanzo e inondo,
ché lascio i doni e torno al mio profondo".[21]

«Te seguo in vece di mia vaga luna»: in una suggestiva scena marina da egloga piscatoria sannazariana, il mare proclama la donna (una donna di cui si potrebbe innamorare persino un Giove disposto al gioco metamorfico taurino) «ninfa» e «dea» e le dona le ricchezze dei relitti sommersi («perle, rubini ed oro»), e non occorre che la domina fugga se è vero che il mare gentile, recatole l'omaggio, «tornerà al suo profondo».[22] La nota apposta da Tasso stesso chiarifica l'innaturale passione del mare:[23] naturalmente incline a seguire la luna (la «sua vaga luna») nell'alternarsi delle maree da essa indotte, l'ente marino si dichiara ora soggiogato da una bellezza femminile che sopravanza il tradizionale rapporto con la sposa-Luna;[24] di qui, il cortocircuito tra scienza e poesia, tra natura e sentimento: la Luna è ad un tempo riconosciuta scientificamente come latrice delle maree e poeticamente posta ad indicare, pur nel dislivello, la beltà di una domina che riesce a domare finanche il cuore del mare.
Del resto, fuoriuscendo ora dalla dicotomia luna poetica versus scientifica, la connessione luna/mare ora palesatasi (e già precedentemente emersa: cfr. canzonetta 453) rientra in una ben definita grammatica generatrice almeno di un altro componimento (il sonetto 92: Dice di predir la sua fortuna nel volto de la sua donna, come il nocchiero ne l'aspetto de le stelle), iuxta l'importanza dell'osservazione lunare nella teoria e nella prassi della navigazione:

        Come il nocchier da gl'infiammati lampi,
dal sol nascente o da la vaga luna,
da nube che la cinga oscura e bruna,
o che d'intorno a lei sanguigna avvampi,
conosce il tempo in cui si fugga e scampi
nembo o procella torbida importuna,
o si creda a l'incerta aspra fortuna
il caro legno per gli ondosi campi;
cosí nel variar del vostro ciglio
or nubilo or sereno avvien ch'io miri
or segno di salute or di periglio;
ma stabile aura non mi par che spiri:
ond'io sovente prendo altro consiglio
e raccolgo le vele a' miei desiri.[25]

Se la luna è elemento essenziale, tra gli altri, di una complessiva condizione atmosferica che guida il «nocchiero» alle scelte nautiche, indirizzando le strategie marittime (senza il nihil obstat della potente Selene, il viaggio non può di fatto compiersi), la donna si fa essa stessa segnale eloquente,[26] capace, nel suo ondeggiamento di sapore armideo,[27] di orientare l'io lirico ad avventurarsi o meno all'approccio sentimentale (e spesso l'amante, in balia del «variar» della donna-luna, è costretto a «raccogliere le vele a' suoi desiri»). Procedendo ancora per associazioni, appartiene all'orbita della luna-senhal il caso di un componimento celebre (il madrigale 324), in cui Selene diviene segno inquietante, presagio di una partenza-morte, agghiacciante omen:[28]   

        Qual rugiada o qual pianto,
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle[29] un puro nembo
a l'erba fresca in grembo?
Perché ne l'aria bruna
s'udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l'aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?[30]

La «bianca luna», in tradizionale connessione alla rugiada,[31] è qui il perturbante indizio di un addio; ma – associo qui per affinità e antitesi – la rugiada ha altrove ben altre implicazioni, configurandosi in senso fortemente euforico nell'ambito di evocazioni beneauguranti:

         […] la candida luna i dolci umori
gli versi […]
(sonetto 1108)[32]

          […] a lei distilla
le tue dolci rugiade […]
(ballata 1276)[33]  

Ma indaghiamo ora meglio la luna poetica, che è comunque la luna maggioritaria delle Rime tassiane. Possiamo partire dal nesso che la lega alla bellezza e alla luce:[34] in due madrigali gemelli (268 e 470), ben analizzati da Matteo Residori,[35] la Bellezza è indicata come coincidente al metamorfico Proteo, e tra le figure della trasformazione del Bello rientra a pieno titolo anche la luna:

          Come sia Proteo o mago,
il bello si trasforma e cangia imago:
or si fa bianco or nero
in duo begli occhi, or mansueto or fero;
or in vaghi zaffiri
fa con Amor soavi e lieti giri;
or s'imperla or s'inostra,
or ne le rose ed or ne le viole
d' un bel viso ei si mostra
ora stella somiglia, or luna, or sole;
talor per gran ventura
egli par il Silenzio a notte oscura.

          Quasi Proteo novello,
in varie forme si trasmuta il bello:
or sembra luna, or sole,
or la vermiglia aurora,
or ninfa in mare o qui Pomona o Flora
or ne le rose ed or ne le viole,
ora avvien che si miri
nel color de' giacinti o de' zaffiri;
or vento pare, or fiamma,
or neve e gelo; e pur co 'l gelo infiamma.

La prole delle casate nobiliari («il tema della prole e della discendenza» è «assillo tra i maggiori dei grandi casati cinquecenteschi», rammenta Luisella Giachino)[36] diviene allora immagine di tale Bellezza: in ambito virile si tratterà di incarnazioni del Sole, mentre in ambito femminile si parlerà di consanguineità alla Luna (ballate 1530[37] e 1537):[38]

        Già sei figlia di Giove,
non dirò di Latona,
ch'ella mertò del ciel l'alta corona.
Già d'un bel sole è pargoletta imago
il tuo fratel sí vago,
ma per novella prole
          suore e fratelli avran Diana e 'l Sole.

          Vera figlia di Giove,
onde il nome prendeste,
terrena dea, ma con beltà celeste,
son mortali le membra,
ma divini i costumi
e gli angelici lumi,
e lo spirto divino altrui rassembra,
e celeste la prole
          in cui Cinzia si specchia e specchia il Sole.

mentre la donna sarà vista simile a Selene in luminosa beltà, sprigionante luce lunare anche da effigie non vivente, o, più spesso, per iperbole galante, anche in contesto nuziale, come superiore alla luna (già si è detto del memorabile verso «Te seguo in vece di mia vaga luna»):

        Rosa che s'apre e spunta
col sole o innanzi l'alba,
stella amorosa che s'indora e 'nalba,
          luna al fratel simile,
          tu mi rassembri omai;
e d'odori e di rai,
fanciulletta gentile,
t'adorni lieta in acerbetto aprile.
(ballata 1534)[39]

          Com'esser può che da sembiante finto
da mortal mano a noi traluca fuore
sí leggiadro sí chiaro almo splendore
ch'ogni gran lume altrui ne resti vinto?
Certo, poscia che morte invida estinto
ebbe il piú caro, il piú pregiato fiore
di beltà vera, e, mal tuo grado, Amore,
te dal bel seggio tuo scacciato e spinto;
tu, qualunque altro albergo avendo a vile,
ne l'immagin di lei che sí ti piacque
t'annidi e siedi oltr'ogni usato stile;
e quinci avvien ch'ella rischiara ed orna,
dal tuo bel foco accesa, e l'aria e l'acque,
          qual dai raggi del sol Diana adorna.
(sonetto 506: Sul ritratto di donna Irene da Spilimbergo, dopo la sua morte)[40]

          Più che Diana è bella e più mi piace
questa mia donna, anzi mia viva face
[…]
(madrigale 276)

          O figlie di Renata
[…]
A voi parlo, che suore
del grand'Alfonso invitto,
          avete onde sprezzar Giuno e Diana,[41]
ed ogni regio onore
di quella che 'n Egitto
più ristrinse co' suoi legge profana:
ché se moglie e germana
offrì chioma votiva
ch'ornò il ciel di faville,
voti vostri ben mille,
passando ove sua luce a pena arriva,
ardon nel primo cielo
anzi il gran sol d'inestinguibil zelo.
[…]
(canzone 667)[42]  

          […]
Vieni, vieni, Imeneo, ch'omai scintilla
Espero e 'l ciel s'imbruna;
ma Flavia più serena a noi riluce,
e con sembianza placida e tranquilla
          vince la bianca luna,
e vincerebbe la purpurea luce.
[…]
(canzone 1446)

La donna, che può essere anche assimilata, tra le altre meraviglie, ad una pietra lunare (canzone 129),[43] emana luce pur nell'oscurità dei suoi abiti, esattamente come (e si osservi il magistero chiaroscurale) la luna nei neri abissi del buio cielo notturno (sonetto 176 e madrigale 1555):[44]

        Cinzia giammai sotto 'l notturno velo
non si mostrò cosí lucente e pura,
come costei sotto la gonna oscura
vidi illustrar con mille raggi il cielo.
[…]

         […]
Se nera gonna avete e nero velo,
donna, ancor noi veggiam la bianca luna
nel fosco manto de la notte in cielo
[…]

la luna viceversa può specchiarsi nel biancore che contraddistingue, per interpretatio nominis,[45] la carnagione della Granduchessa di Toscana Bianca Cappello (ballata 1276):[46]

        Tu, bianca e vaga Luna,[47]
c'hai tanti specchi quanti sono i mari,
mira questo candor ch'è senza pari.
A lei mena i tuoi balli, a lei distilla
le tue dolci rugiade;
spècchiati in lei con amoroso affetto.
[…]

o, ancora, può essere sopravanzata dal sole come termine comparationis della luminosità degli occhi di una principessa (madrigale 1354: In lode de gli occhi de la principessa Eleonora Gonzaga Medici):

        Questo sí puro e dolce e lieto raggio
non è di stella o pur di bianca luna,
ma par di sole, e sole altro non aggio.
[…]

e nel contesto splendido di una festa di corte in maschera il notturno lunare è lo scenario magnifico della spettacolare entrata in scena (invero teatralmente atteggiata) della Duchessa d'Este incomparabile nella sua dignità 'solare' (sonetto 991:Per la serenissima signora duchessa di Ferrara, in una festa):

        Era la notte, e sotto il manto adorno
si nascondeano i pargoletti Amori,
né giammai ne l'insidie i nostri cori
ebber piú dolce offesa e dolce scorno;
e mille vaghi furti insino al giorno
si ricoprian fra' tenebrosi orrori,
e con tremanti e lucidi splendori
mille imagini false errando intorno;
né 'l seren puro de la bianca luna
nube celava od altro oscuro velo,[48]
quando alta donna in lieto coro apparve
ed illustrò con mille raggi il cielo;
ma quelle non sparir con l'aura bruna:
chi vide al sol piú fortunate larve?

Luce, bellezza, biancore, splendore, tripudio regale e principesco di luminosità: in questa costellazione si muove l'assimilazione tra donna e Luna (in un certamen in cui prevale, rispetto alla parità, il lusinghevole innalzamento della domina, in cui comunque traluce, pur negata, l'importanza dell'esaltazione di base di Selene). Ma non solo affinità propone il Tasso, bensì anche spesso ingegnose e prebarocche divergenze: il componimento 1555, per esempio, indirizzato ad una Diana Gonzaga che sin dall'onomastica non può che stimolare il poeta all'evocazione lunare, la convergenza nella luminosa beltà confligge (e riaffiora qui un atteggiamento latamente antiselenico) con alcuni tratti dissimili quali la benefica assenza nella donna di possibilità di oscuramento del suo candore a causa di macchie lunari (o di eclissi), la «costanza» femminile, oltre che nella «beltà», anche nell'«alma« (ben dissimile dalle metamorfosi seleniche e dai conseguenti mutevoli umori lunatici), la non dipendenza del lume muliebre da una luce altra (in dissonanza rispetto alla luminosità indiretta della luna, garantita dal sole) e la maggior virtù della donna-Diana rispetto a quella della luna-Diana il cui «favor» pur «ci dona e rende»:

        Ne l'instabil sereno or scema or cresce
la fredda luna, e pallida o vermiglia
par che minacci co' turbati segni.
Ma voi, perch'ella alberghi in Tauro o 'n Pesce,
placida e grave e con tranquille ciglia,
vi mostrate senz'ira e senza sdegni,
né mai pensier mutate o pur sembiante,
ma, come l'alma, è la beltà costante.
Se nera gonna avete e nero velo,
donna, ancor noi veggiam la bianca luna
nel fosco manto de la notte in cielo;
ma né per macchia il candor vostro imbruna,[49]
né d'altro lume il vostro in voi s'accende,
né vi cangiate come vuol fortuna;
e s'ella il suo favor ci dona e rende,
è vostra la virtù che più risplende. 

Anche il madrigalesco trittico lunare 275-277 insiste sulle diversità che distanziano domina e Luna: innanzitutto, la donna è finanche molto «più bianca e fredda» di Selene; poi, il suo «candore» e i suoi «vaghi giri» non possono essere «turbati» da alcun fattore, al contrario del «puro argento» lunare spesso messo in pericolo da «nube o pioggia o vento»; inoltre, se la luna nel massimo del suo «sereno» lucore può appena «riscaldare» e distribuisce «rugiadose stille», la donna è fiaccola ardente che emanando «fiamme e faville» accende violentemente anche i «freddi cuori» di «amoroso ardore»; infine, benché talora pietosa ascolti l'«umil sampogna» dell'io lirico, la domina (e qui la divergenza è a favore della Luna: si rammenti, del resto, la dichiarazione di maggior frigidità e insensibilità) non si degna di scendere al livello dell'amante, di creare per così dire una piattaforma di incontro, come si racconta invece della Luna (e la fabula è citata, ma in senso polemico, anche nella canzone 383 da cui abbiamo preso le mosse) che, anche indotta dal «dono» di «candida lana», discese dal cielo ad amare Pan (la donna, al contrario, non desisterebbe dal suo diniego – è questo il mitologico fulmen in clausula – neppure a fronte dell'ipotetico omaggio dell'irraggiungibile vello d'oro):

        O via più bianca e fredda
di lei che spesso fa parer men belle
col suo splendor le stelle,
turba il suo puro argento
o nube o pioggia o vento,
nulla il tuo bel candore e i vaghi giri.
S'in me tu lieta giri,
sia la mia vita un sogno ed io contento.

          Più che Diana[50] è bella e più mi piace
questa mia donna, anzi mia viva face;
ma non riscalda a pena
quando ella è più lucente e più serena,
né sparge i rai con rugiadose stille,
ma con fiamme e faville,
tal ch'ogni freddo core
arde ed avvampa d'amoroso ardore.

          Perché la mia Diana, anzi 'l mio sole,
anzi la vita mia,
talor si mostri amorosetta e pia
e de l'umil sampogna ascolti il suono,
non scende a me se miro i dolci raggi
e tutte le sembianze e le sue forme,
se ricerco de l'orme,
se misuro i suoi passi e i suoi viaggi;
né mai candida lana od altro dono
di tal che preghi ed ami,
né di serici stami
la moverebbe ancor vago lavoro,
né pur il vello d'oro.

La luna è spesso percepita (già se ne è intravisto qualche esempio) come correlata ad un ostacolo potenziale o reale che ne depotenzi la luminosità e la beltà (in primis, la nube o l'eclissi);[51] anche per questo versante è possibile registrare affinità e divaricamenti, in quanto se da un lato (sonetto 37: Si duole d'uno impedimento e d'una interposizione che cerchi di spaventarlo e gli minacci infelicità) l'impedimento ostacolante la felice realizzazione dell'idillio amoroso è assimilato (ed anzi se ne denuncia la maggior gravità), oltre che all'«invido muro» (cfr. Metam., IV, 73: «"invide" dicebant "paries, quid amantibus obstas?"») che separò i giovinetti babilonesi Piramo e Tisbe e al mare che «s'interpose» tra Leandro ed Ero (vicende di ovidiana memoria rammentate da Tasso stesso nell'autoesegesi), alla «nube ch'a noi renda il ciel men puro / e la notturna e bianca luce ammanti, / o terra che le copra i bei sembianti»:

          Non fra parole e baci invido muro
più s'interpose o fra sospiri e pianti,
o mar turbato a' duo infelici amanti
quando troppo l'un fece Amor sicuro;
o nube ch'a noi renda il ciel men puro
e la notturna e bianca luce ammanti,
o terra che le copra i bei sembianti,
o luna che ne faccia il sole oscuro;[52]
o dolor d'altro intoppo, a' suoi pensieri
rotto nel mezzo il volo, alcun sostenne
perché volar più non presuma o speri,
quanto io di quel ch'a' miei troncò le penne;
e benché sian di lor costanza alteri,
par che nel pianto d'affondarli accenne.[53]

dall'altro lato (sonetto 397),[54] in altra situazione, se «l'uom vede trasparir le stelle / fisse ed erranti con la vaga luna», la donna è invece celata allo sguardo dell'amante:

        Indurasti in fredd'alpe o 'n fiamma ardente,
forma ti diede umana industria ed arte,
invido, che la luce ascondi in parte,
la luce che le mie può far contente?
E somiglia a colei che 'n oriente
precorre il sole, e ne l'opposta parte,
poscia che quasi stanco ei si diparte,
rota i be' raggi suoi chiara e lucente.
Deh, s'ella a noi traluce e da' lor cieli
tutte l'uom vede trasparir le stelle
fisse ed erranti con la vaga luna,
perché la donna mia, crudel, mi celi?
E perch'i venti e i nembi e le procelle
ti conservano in pace e la fortuna?  

In ogni caso, la luna nel suo valore atmosferico di luminosità aperta o oscurata diviene spesso sinonimo e correlativo di beltà e favore oppure di struggente impedimento dato da fattori esterni o dalle interne motivazioni e reazioni di una donna talora fredda e volubile al pari di Selene.
Sin qui la luna poetica. Occupiamoci adesso più specificamente della divinità della Luna (Diana ovverosia Cinzia), pur già talvolta incontrata in questo percorso (ed è naturale, in quanto nell'universo selenico tassiano tout se tient; resta inteso, ovviamente, che le partizioni sono adoperate a fini puramente esplicativi: le funzioni della luna cosiddetta poetica e della dea-Luna, per esempio, sono fittamente interconnesse e spesso palesemente coesistenti). Diana, un cui tempio antico fu arso da un tale Erostrato che dovette pagare con il decretato oblio del suo nome la sua fallace smania di protagonismo (e alla domina insensibile e crudele, scrive il poeta delle Rime nel sonetto 106, occorre riservare il medesimo destino di anonimato),[55] compare spesso nei suoi connotati di divinità della caccia. L'io lirico, per esempio, «fa voto a Diana – come riporta la didascalia – d'un cinto de la signora Laura, perché sia uccisa una volpe che le uccideva le sue galline» in un sonetto (133) in cui il cinto (in evidente relazione all'isola di Cinto cara alla dea, del resto evocata: «vergine di Cinto») è individuato dapprima come strumento di strategia venatoria (dovrà trattenere i cani prima dell'attacco alla fonte) e poi, per l'appunto, ex voto sacralmente consegnato alla «suora d'Apollo»:

        Questo sì vago don, sì nobil cinto,
simile forse a quel di Citerea
o pur forse a quell'altro onde pendea
la faretra a la vergine di Cinto,
l'uno e l'altro mio cane insieme avvinto
qui tenga al varco, infin ch'al fonte bea
la fera che di furti e morti è rea,
lasciandolo di sangue asperso e tinto.
Allor n'andranno sciolti a farne preda:
piaccia a Diana agevolarli il corso,
poi li rileghi in servitude il collo.
Serva a quest'uso: al fin pender si veda
saettatrice a te, suora d'Apollo,
fra 'l capo d'un cinghiale e quel d'un orso.

L'item che più caratterizza la divinità è l'arco della caccia: nel secondo degli otto componimenti dedicati alla «signora Livia contessa D'Arco» (1171) l'interpretatio nominis naturalmente spinge a citare, accanto agli archi di Apollo e Cupido, l'arco «per cui l'oscura notte appar più bella»:

        Ha l'arco onde le nubi orna e colora
il biondo Apollo, e l'arco ha la sorella
per cui l'oscura notte appar più bella,
e l'arco ha il figlio di Ciprigna ancora;
e l'arco ha Margherita,[56] onde innamora
ogni alma fera e di pietà rubella
e i dolci sguardi son le sue quadrella
e le parole onde virtù s'onora.
[…]

mentre nel terzo dei quattro testi donati alla principessa di Palliano[57] (canzone 1449), nell'ambito di un ossessivo appuntarsi sulle mani,[58] la destra della domina, pur riottosa sia all'arco di Cinzia che a quello di Amore, è reputata degna di «scettro […] imperioso e grande»:

         […]
Quante ricchezze unquanco
avara man di Crasso o pur di Mida,
quanto la terra o 'l mar nasconde o serra,
col segno onde si sfida
da lor ne l'opre il cor timido e stanco,
non cangerei, né con lor dolce guerra;
né l'una o l'altra mai vacilla od erra,
ma doni e gioie e grazie e versa e spande,
quasi del ciel, anzi del sol ministra,
la mano ancor sinistra;
far la destra potria fregi e ghirlande,
ed a la men fallace
scettro devriasi imperioso e grande,
se pur l'arco di Cinzia a lei dispiace,
o quel d'Amor disprezza e l'aurea face.
[…]

Priva di arco, la dea, personaggio attivo nell'inserto mitologico della notevolissima canzone 591 A la montagna di Ferrara,[59] non può affatto difendere Proserpina dalla violenta aggressione di Plutone: assieme a Minerva e Venere, Cinzia-Diana è immagine delle dame ferraresi intente a coglier fior da fiore, sulla cui scena il componimento si apre; con volo tecnicamente pindarico, la mente immaginosa corre al setting siciliano dell'Etna e all'infinita quiete turbata dal dio degli Inferi;[60] Diana e Minerva disarmate nulla possono dinanzi alla velocità del ratto, mentre Venere sorride «del loro tardo avviso»;[61] aspirazione massima dell'io lirico (che più che mai è vicinissimo al profilo biografico dello scrittore)[62] sarebbe quella di entrare in questo giardino incantato a lui vietato, in questo hortus conclusus, in questo eden delle delizie, passeggiare assieme alle dame-dee tra cui si nasconde l'incarnazione di una pacifica e disarmata Diana:

        O bel colle […]
Come predando i fiori
se 'n van l'api ingegnose
onde addolciscan poi le ricche celle,
così co' primi albori
vedi schiere amorose
errare in te di donne e di donzelle:
queste ligustri e quelle
coglier verdi amaranti,
ed altre insieme avvinti
por narcisi e giacinti
tra vergognose e pallidette amanti,
rose dico e viole,
a cui madre è la terra e padre il sole.
Tal, se l'antico grido
è di fama non vana,
vide famoso monte ire a diporto
la madre di Cupido
e Pallade e Diana
con Proserpina bella entro un bell'orto;
né 'l curvo arco ritorto,
né l'argentea faretra
Cinzia, né l'elmo o l'asta
avea l'altra più casta,
né l'impresso Gorgone ond'altri impetra;
ma in manto femminile
le ricchezze cogliean del lieto aprile.
Cento altre intorno e cento
ninfe[63] vedeansi a prova
tesser ghirlande a' crini e fregi al seno,
e 'l ciel parea contento
stare a vista sì nova
diffuso d'un bel lucido sereno
e 'n guisa d'un baleno
tra nuvolette aurate
vedeasi Amor con l'arco
e di faretra carco,
grave d'auree quadrella e d'impiombate,
e saettava a dentro
il gran dio de l'inferno in fin al centro. 
Aprì la terra Pluto
ed a l'alta rapina
s'accingea fiero e spaventoso amante;
e, rapita, in aiuto
chiamava Proserpina
Palla e Diana, pallida e tremante,
ch'ale quasi a le piante
ponean per prender l'arme;
ma sul carro veloce
dileguato è il feroce
da gli occhi anzi che questa o quella s'arme
e del lor tardo avviso
vedeasi in Citerea picciol sorriso.
Ma dove mi trasporta,
o montagnetta lieta,
così lunge da te memoria antica?
Pur l'alto esempio accorta
ti faccia e più secreta
in custodire in te schiera pudica.
Oh, se fortuna amica
mi facesse custode
de' tuoi secreti adorni,
che bei candidi giorni
vi spenderei con tuo diletto e lode!
Che vaghe e quete notti
dolci vi dormirei sonni interrotti!
[…]
Canzon, fra mille ninfe, ond'è composto
il bel coro sovrano,
vattene a l'alte dee di mano in mano.

Ma Cinzia non è soltanto abile nella caccia,[64] bensì esperta anche nelle sottili arti terapeutiche della guarigione: Diana venatoria diviene così Diana curatrice (magari anche, pur soltanto latentemente, secondo la topica della domina che procurando ferite d'amore è anche l'unica in grado di lenirle). Laura Peperara (cui, com'è noto, è dedicato un consistente gruppo di rime) è in grado di guarire il poeta da una grave malattia, quasi prefoscolianamente, grazie alla sua luminosa bellezza di stampo lunare (sonetto 176: Risorto d'una grave infermità, dice d'esser quasi risuscitato per la bellezza de la signora Laura):[65]

        Cinzia giammai sotto 'l notturno velo
non si mostrò così lucente e pura,
come costei sotto la gonna oscura
vidi illustrar con mille raggi il cielo.
Io, ch'era fredda neve e duro gelo
né più di vita avea senso o figura,
arsi allor tutto e ben fu mia ventura
che m'infiammassi di sì nobil zelo:
perché l'aura vitale e 'l foco santo
che da lei spira, alma novella e core
formaro in queste membra afflitte e dome.
Così per lei rinacqui, e vivo e canto,
mostro de la fortuna e più d'amore,
la mia salute in terra e 'l suo bel nome.

mentre – con riferimento più immediato – Diana, «cacciatrice de l'erranti belve», è chiamata ad operare guarigioni, dal momento che la «doppia» ars (poetica e medica) del fratello Febo pare nuocergli, sul corpo e sullo spirito del poeta (657):

        Febo, l'arte tua doppia, altrui vitale,
nuoce a me sol; né le sonore corde,
ch'a l'armonia de' dolci accenti accorde,
meco usi tu, ma 'l tuo più infetto strale.
Quasi a novo Piton, che tosco esale
se guarda ancor, non pur se spira o morde,
ver me l'orecchie di pietade hai sorde
se prego; or l'esser tuo dunque che vale?
Pur, se non solo a te note son l'erbe,
ma con esse ancor vita a' corpi infonde
la cacciatrice de l'erranti belve,
me morto avvive, o vivo in vita serbe,
né 'n fonte a me (sia lunge il fato e l'onde),
ma tra' monti si mostri e tra le selve.

In questo secondo componimento appare la traccia di un ossessivo assillo del poeta (forse anche oscuramente connesso a ragioni personalissime che probabilmente nessun biografo potrebbe disvelare), e cioè la notoria pena riservata da Diana ad Atteone, reo di aver osato osservarla nuda presso la fonte. Nella canzone 383 malignamente il poeta si spinge ad insinuare che la punizione in realtà scaturì non dall'inopportuna visione della nuda deità, bensì dal rifiuto che l'uomo avrebbe opposto alle profferte amorose della Luna (in una sorta di riscrittura che artatamente sovrappone in contaminatio al mito tradizionale la storia, mettiamo, di una Fedra). Nel sonetto 657, invece, come si è appena visto, più che spingersi a malevole illazioni, l'io lirico spera che Diana possa intervenire benevolmente su di lui, mostrandosi tra monti e selve, e non presso la fonte (anzi, «sia lunge il fato e l'onde»). Il momento mitologico, non scevro evidentemente di implicite allusioni personali per noi indecifrabili, che più di tutti si è, per così dire, cognitivamente impresso in Tasso è, più che la successiva metamorfosi in cervo e lo sbranamento da parte dei cani (cui si interessò profondamente il Giordano Bruno degli Eroici Furori), quello in cui la dea violentemente «spruzza» l'acqua contro l'indifeso Atteone: è il turning point del malvagio incantamento, dell'accecamento archetipico, dell'archè di una sofferenza indicibile. Tale momento, infatti, pur negato, compare anche nello splendido sonetto (656) che precede quello di Diana guaritrice (e l'uno e l'altro, peraltro, sono accordati nella presentazione e al contempo nella negazione del momento dello spargimento equoreo, nei domini distinti, ma affini dell'onirismo e dell'augurio):

       Parmi ne' sogni di veder Diana
che mi minacci: io non la vidi in fonte
né mi spruzzò con l'acque sue la fronte,
né posi in vergin sua la man profana.
O dea, non fosti tu da bianca lana
vinta, né trasse te da l'orizzonte
vago pastor, perch'altri orni e racconte
sue fole; e fama illustri incerta e vana.
Ne le sereni notti emula bella
splendi del sol, ma più di lui cortese
ché senza offesa vagheggiar ti lasci.
L'ore e 'l ciel con lui parti, e reggi il mese:
hai l'Iri e la corona e le quadrella
e l'arco,[66] e i tuoi destrier d'ambrosia pasci.

L'apparizione in sogno di una Diana che non «spruzza» con veemenza l'acqua ai danni di un eventuale (anzi pienamente ipotizzabile) Tasso-Atteone pare essere la palinodia della canzone 383: se nel manifesto antiselenico non solo si accettavano pienamente le fabulae degli amori illegittimi della Luna, ma – come si è detto – era posto in essere un approfondimento malevolo di alcune intentiones, il poeta qui compie completa ritrattazione: i racconti degli antichi poeti sono soltanto malizie infondate, prive di autenticità, «fole» costituenti una «fama incerta e vana»: implicitamente pare di poter leggere che non è vero che la dea punì Atteone, e soprattutto esplicitamente si dichiara che Diana non fu corrotta in amore dalla «bianca lana» di Pan, né mai un «vago pastor» (Endimione) la «trasse» giù «da l'orizzonte». Destituiti di ogni verità gli amori della Luna, le terzine si incaricano di lanciarsi in una sperticata esaltazione di Selene, ordinatrice, assieme al Sole, del tempo (delle partizioni giornaliere e mensili: ritorna un aspetto alquanto scientifico) e «più di lui cortese» in quanto si lascia osservare senza arrecare «offesa» agli occhi. Eppure i versi incipitari sono chiarissimi: «Parmi ne' sogni di veder Diana / che mi minacci»; per quanto non sognata nell'atto della punizione di Atteone, la Luna dell'onirismo tassiano è minacciosa; l'unheimlich aleggiava del resto, lo si è visto, già nel madrigale 324, in cui la luna disseminante rugiada era percepita come uno dei «segni» della «partita» della «vita de la mia vita» e, con consonanza ancor più letterale, la minaccia lunare ricompare nel già osservato madrigale 1555 dall'inequivocabile incipit: «Ne l'instabil sereno or scema or cresce / la fredda luna, e pallida o vermiglia / par che minacci co' turbati segni». Il madrigale continuava, lo ricordiamo, con la mutevole incostanza della luna messa a paragone dell'encomiabile costanza d'animo della donna. Allora forse quel plurimo avvertimento di minaccia pare pervenire ad una plausibile spiegazione: la luna minaccia in quanto mutevole, in quanto è topicamente, come si legge nel madrigale 1615 dedicato alla «signora A. Palloni, gentildonna romana», e costruito sulla metafora onomastica della sfera (anche selenica, traiettorie comprese), «incostante».[67] Al di là dunque di ragioni iperspecifiche che pure potrebbero essere con profitto indagate, conta la comprensione dell'assillo di una punizione: Tasso-Atteone colpito dall'acqua fangosa del discredito in cui i potenti-dei lo costringono a cadere, e più ancora della percezione tassiana del lato disforico della luna (e delle dame e dei principi di corte): la luna è splendente, luminosa, magnifica, rientra a pieno titolo negli enti in cui si sostanzia la bellezza del mondo, eppure è mutevole, cambia rapidamente aspetto, è soggetto e oggetto di metamorfosi multiple, in definitiva è indecifrabile; allo stesso modo, la corte e i suoi esponenti maschili e femminili dovettero apparire a Tasso inizialmente splendenti e luminosissimi al pari del sole, della luna e degli astri, e le loro danze si univano alle traiettorie celesti, tutto era luce, eppure la facies euforica cela la straniante verità di una mutevolezza, di un brusco cambio di umori, di una punizione presto incombente, di terribili provvedimenti lunatici. Perciò, Diana minaccia: minaccia per e con la sua incostanza, volubilmente pronta al rovescio atmosferico, sentimentale ed umano. Il sogno-incubo diviene realtà o forse già lo è, e la luce si tramuta nello scacco di un destino imbrigliato alle leggi oscure della lunaticità principesca.
Si diceva degli amori della Luna: si è già detto per esempio del madrigale 277, in cui l'insensibile domina è posta a petto di una Diana che pur si lasciò vincere dal dono, offertole da Pan, della «candida lana» (alla discesa dai cieli di Selene non corrisponde un'eguale benigna catabasi femminile);[68] il sonetto 415 invece evoca l'altro affaire sentimentale, quello con Endimione, sempre secondo le modalità di un'egotizzazione delle fabulae mitiche:

         Alto e nobile obietto al mio desire,
Giulia, in voi pose e nel sen vostro Amore,
onde s'appaga il tormentoso core
de la bella cagion del suo languire;
e se tra 'l fulmina de le vostr'ire,
quasi nel ciel tra nubiloso orrore,
vede alcun lampo: "A così dolce ardore
fortunato sarà" dice "il morire".
Ma se vi rasserena o vi colora
pietà i begli occhi e l'orgogliosa fronte,
sgombrando de gli sdegni il fosco velo,
più di me lieto Endimion nel cielo
Cinna non vide o 'l suo amator l'Aurora;
né più lieti da presso in selva o 'n monte.

Se la signora Giulia vorrà mostrarsi a Giulio Mosti (si tratta di un sonetto di committenza)[69] rasserenata e pietosa, sgombra dei veli dello sdegno (è in controluce ancora la semantica della luna luminosa od offuscata come correlativo simbolico della pietas o della crudeltà), «più di me lieto – dichiara la persona loquens – Endimion nel cielo / Cinna non vide o 'l suo amator l'Aurora»: l'uomo-Endimione amato dalla dea-Luna è cioè pensato come il termine di riferimento per una contentezza fuori norma, un incontenibile joy d'amore.
Amore rompe le leggi: il madrigale 334 esprime a chiare lettere, con adýnaton efficacissimo, che le leggi della natura e del fato sono infrante da Amore in quanto la nobiltà è premiata con la crudeltà mentre l'ingratitudine riceve come ingiusta ricompensa la pietas muliebre: pertanto, con movenze che quasi anticipano l'Auden in mortem di Blues in memoriam, il sole è invitato a «portare» la notte, mentre la candida luna è chiamata ad «apportare» il giorno.

        Porti la notte il sole
e la candida luna il giorno apporte,
e 'l nascer lutto, e gran piacer la morte;
porti la state il gelo,
e 'l ciel diventi a noi l'orrido inferno,
anzi l'inferno il cielo;
rompa sue leggi la natura e 'l fato,
poiché le rompe Amore,
e premio è crudeltà d'un nobil core
e pietà d'uno ingrato.[70]

È lo stravolgimento dei ruoli e delle norme di natura, l'abdicazione al principio di realtà, la dilacerante richiesta di un infrangersi delle situazioni fisiche consuete che rispecchi la stravolta condizione morale e psicologica. E se l'Amore opera in negativo incrinature delle leggi del reale, può operarle però anche in positivo, per cui è lecito citare come ultimo anello del nostro percorso lunare il magistrale e riuscitissimo sonetto 794 (Al signor Giulio Mosti):

        Se d'Icaro leggesti e di Fetonte,
ben sai come l'un cadde in questo fiume
quando portar da l'oriente il lume
volle e de i rai del sol cinger la fronte,
e l'altro in mar, ché troppo ardite e pronte
a volo alzò le sue cerate piume;
e così va chi di tentar presume
strade nel ciel per fama appena conte.
Ma chi dee paventare in alta impresa,
s'avvien ch'Amor l'affide? e che non puote
Amor che con catena il cielo unisce?
Egli giù trae da le celesti rote
di terrena beltà Diana accesa,
e d'Ida il bel fanciullo al ciel rapisce.                 

Il poeta finalmente pare acquisire un atteggiamento equilibrato dinanzi agli amori della Luna: non posti (e amplificati), come nella canzone 383, quali esempi di lascivia di un nume che pur vorrebbe preservare la castità altrui, né negati, come nel sonetto 656, in quanto «fole» dei poeti (ritrattazione ardita probabilmente dettata da una volontà palinodica, conducente anche ad una sperticata laus, con allusione, per noi segreta, ad personam), le vicende amorose di Diana sono ricondotte alla luce di una suggestiva significazione esemplare. L'Amore talora premia il cuore generoso e nobile con la crudeltà e quello ingrato con la pietà; eppure, può anche superare le leggi di natura in altro (e ben più alto) senso: così, se Icaro e Fetonte trovarono nella morte la punizione ultima della loro hýbris di ascesa non consentita, Amore «che con catena il cielo unisce», permette altissime imprese di catabasi e innalzamento («chi dee paventare in alta impresa, / s'avvien ch'Amor l'affide?»). Pertanto, Amore consente l'innalzamento in cielo di Ganimede, «giovinetto troiano di eccezionale bellezza» (Maier, comm. ad loc.) acquisito alla corte di Giove come amato coppiere, e al contempo la discesa dalle «celesti rote» di Diana innamorata del pastore Endimione («di terrena beltà […] accese»). Quasi con figurazione dantesca (la bufera d'amore infernale che trascina le anime «di qua, di là, di giù, di su», Inf., V, 43), l'Eros tassiano si configura come capace di traghettare gli amanti e gli amati dal basso all'alto, dall'alto al basso: è un Amore che conduce in alto Ganimede e trascina in basso Diana.
Ma la catabasi lunare non è al fondo discesa ferina, bensì innalzamento spirituale. L'io lirico, in primo luogo affascinato dalla luce selenica (dalla luminosità appariscente della corte e delle dame), che scopre a proprie spese la pervasiva minaccia dell'incostanza (la luna pronta a continue metamorfosi come correlativo della lunatica indecifrabilità degli umori e delle decisioni principesche), pare chiedere in ultima istanza a Selene di scendere sulla terra, esattamente come accadde quando amò Endimione. Ma la domina (lunatica e divina) non vuole rinunciare alla sua inafferrabile lontananza e frigida superiorità. La verità è quella di una Luna (amorosa e sociale) fatalmente splendida e luminosa che irretisce e seduce nelle traiettorie dei suoi «vaghi giri», ma che infine, per la sua volubile mutevolezza, platealmente getta in faccia al poeta (un poeta che significativamente si autodefinisce «fabbricator notturno / di speranze e di sogni»)[71] l'equoreo velo di un'ingiusta punizione (la tradizionale amica luna può così pericolosamente tramutarsi nella nemica dispensatrice di un triste destino).[72] Eppure, Amore sa operare miracoli: è capace di condurre il basso in alto e in alto il basso. Ed è questa la speranza (con ogni probabilità vana e già avvertita al fondo come tale): che la Luna si avvicini, che l'eros lunare possa realizzarsi, complice un Amore che è scala naturae, catena che unisce il cielo alla terra e la terra al cielo. Forse il miracolo può accadere (o ripetersi): può forse tornare in forme reali la rêverie di un passato accaduto (o soltanto sognato), in cui nei silenzi di una notte ancestrale la correspondance amorosa si nutriva al fuoco della testimonianza cosmica dei fiori e delle stelle, del mondo sublunare e di quello sopralunare, del terrestre e del celeste. E la speranza non è solo collocata su di un piano squisitamente amoroso, bensì anche sociale (ma nella biografia tassiana l'esilio sociale, com'è noto, fu probabilmente dettato anche da questioni amorose): che gli dei-principi non siano mutevoli, irascibili, lunatici, che la principessa-dea-Luna non scaraventi addosso al sensibile poeta, al sensibile uomo, l'acqua fredda di una delusione e di un disinganno cocente (momento mitologico, quello di Atteone punito nell'acqua, che si imprime cognitivamente come allusione bruciante ad un episodio-chiave esistenziale). Che le stelle, le lune, i soli della corte accolgano ancora una volta nel loro firmamento luminosissimo il poeta pellegrino déraciné. Che non lo scaccino malamente come Diana fece con Atteone. Ma che si comportino amorevolmente come Cinzia con Endimione e con Pan, magari avendo in cambio il dono della «bianca lana» della poesia, di una fine poesia encomiastica.[73] Nonostante tutto, la Luna, quella vera, è «pur sempre amica». E forse si può sempre sperare che l'eclissi o la nube siano puramente temporanee e che Selene torni a splendere nei suoi meravigliosi e altissimi silenzi.

Pubblicato il 21/05/2015
Note:


[1]  Riporto qui il testo della canzone 383 (Contro la luna la quale aveva interrotto un suo viaggio notturno): «Chi di mordaci ingiuriose voci / m'arma la lingua come armato ho 'l petto / di sdegno? e chi concetti aspri m'inspira? / Tu, che sì fera il cor m'ancidi e coci, / snoda la lingua e movi l'intelletto / o nata di dolor giustissim'ira. / Vada or lunge la lira, / conviensi altro istrumento a sì feroci / voglie, in sì grave effetto: / tal che fin di lassù n'intenda il suono / l'iniqua Luna, in cui disnor ragiono. Già spiegava nel ciel l'umide ombrose / ali la figlia de la Terra oscura / col Silenzio e col Sonno in compagnia, / ed involvea de le piú liete cose / ne le tenebre sue quella figura / per cui tra lor eran distinte pria: / Diana ricopria / il volto suo tra folte nubi acquose / sparse per l'aria pura, / per mostrarsi (ahi crudele!) in tempo poi / che fosser piú dannosi i raggi suoi. / Allor moss'io d'Amor, tacito mossi / i passi per la cieca orrida notte / per quella parte ov'ha il cor gioia e pace; / ma, gli altri veli suoi da sé rimossi, / folgorò Cinzia, e ne le oscure grotte / l'ombra scacciò con risplendente face. / Cosí al pensier fallace, / quando a la riva piú vicin trovossi / fur le vie tronche e rotte: / cosí seccò nel suo fiorir mia speme / e dura man dal cor ne svelse il seme. / Or che dirò di te Luna rubella / d'ogni pietà, di quei piacer ch'infonde / Amor nei lieti amanti invidiosa? / Ahi! come adopri mal la luce bella / che non è tua, ma in te deriva altronde, / benché vada di lei lieta e fastosa. / Tu per te tenebrosa / e via men vaga sei d'ogni altra stella / ch'in ciel scopra le bionde / chiome; e quel bel che i rai solar ti danno / tutto impieghi spietata in altrui danno. / Forse ciò fai perché i lascivi amori / pudica aborri e di servar desiri / in altri il fior di castità pregiato? / Deh! non sovvienti che tra l'erbe e i fiori / scendesti in terra da i superni giri / a dimorar col pastorello amato? / E che ti fu già grato / temprar di Pane i non onesti ardori / quetando i suoi sospiri, / vinta da pregio vil di bianca lana, / da pietà no, ché sei cruda e inumana? / Oh quante volte ad Orion, che carco / di preda e di sudor fea da la caccia, / stanco dal lungo errare, a te ritorno, / sciugasti col tuo vel l'umida faccia, / e di tua propria man lentasti l'arco / e lasciva con lui festi soggiorno! / Ma 'l vergognoso scorno / non soffrí Apollo e l'oltraggioso incarco, / anzi seguí la traccia / del tuo amatore e fé ch'a lui la vita / togliesti incauta con crudel ferita. / Ben ti dee rimembrar che poi scorgesti / estinto il caro corpo in riva al mare / che del tuo stral trafitta avea la fronte, / onde tu sovra quel mesta spargesti / lavando la sua piaga in stille amare / da l'egre luci un doloroso fonte, / dicendo: "Ah man, voi pronte / a l'altrui morte, vita a me togliesti! / Ché non si può chiamare / vita or la mia, se non vogliam dir viva / chi de l'alma e del cor il fato ha priva". / Pur forse, o dea, te 'n vai del pregio altera / di castità, perché ferino volto / vestir festi Atteon, spruzzando l'acque? / Or dimmi, lui rendesti errante fera / perché ti vide il bel del corpo occolto / o perché a le tue voglie ei non compiacque? / Ver è, se ben si tacque, / ch'egli a forza e con voglia aspra e severa / da le tue braccia sciolto / se 'n gisse, mentre tu d'ardor ripiena / al collo gli facei stretta catena. / Ma tu t'ascondi, ed a gli accesi rai / tenebre intorno aspergi or de' tuoi falli / udendo di quaggiú vere novelle. / Chiuditi pur, né ti mostrar piú mai, / perché non merti in ciel vezzosi balli / guidar in compagnia de l'altre stelle. / Cosí de le fiammelle / sue chiare il sol piú non t'indori omai; / e reggere i cavalli / notturni il Fato a te vieti in eterno / donando altrui di lor l'alto governo».

[2]   Cfr. R. Gigliucci, Contro la luna. Appunti sul motivo antilunare nella lirica d'amore da Serafino Aquilano al Marino, «Italique», IV, 2001, pp. 21-29. 

[3]   I testi si intendono tratti da T. Tasso, Le Rime, a cura di B. Basile, 2 tomi, Roma, Salerno, 1994 (notevolissima l'Introduzione, t. I, pp. VII-XXXIX), che ripropone (cfr. Nota al testo, t. II, pp. 1967-1970) il testo procurato da Bruno Maier (T. Tasso, Rime, in Id., Opere, a cura di B. Maier, 4 voll., voll. I-II, Milano, Rizzoli, 1963-1964, di cui si legga l'intelligente Introduzione, vol. I, pp. 9-68), che è a sua volta una ripubblicazione integrata dell'edizione del Solerti (T. Tasso, Le Rime. Edizione critica su i manoscritti e le antiche stampe a cura di A. Solerti, 5 voll., Bologna, Romagnoli-Dall'Acqua, 1898-1902; il Maier chiarisce la propria operazione editoriale nella Nota ai testi, vol. I, pp. 1153-1154 e vol. II, pp. 873-877). Si è preferito citare dal testo fornito da Basile per ragioni di uniformità, in quanto non è giunta a compimento la pubblicazione dell'edizione critica (da tempo intrapresa presso il Dipartimento di Scienze della Letteratura e dell'Arte medievale e moderna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pavia), di cui si possono leggere il primo tomo del primo volume: T. Tasso, Rime. Prima parte – Tomo I. Rime d'amore (secondo il codice Chigiano L VIII 302), a cura di F. Gavazzeni e V. Martignone, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2004 (una prima versione dell'edizione critica è: Idem, Rime d'amore (secondo il codice Chigiano L VIII 302), a cura di F. Gavazzeni, M. Leva, V. Martignone, Modena, Panini, 1993; il secondo tomo è in preparazione: Id., Rime. Prima parte – Tomo II. Rime d'amore (secondo la stampa Osanna), a cura di Vania De Maldé, Alessandria, Edizioni dell'Orso) e il terzo: Id., Rime. Terza parte, a cura di F. Gavazzeni e V. Martignone, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2006. Si rammentino anche le edizioni delle rime tassiane incluse nell'antologia degli Accademici Eterei (1567): T. Tasso, Rime 'eteree', a cura di L. Caretti, Parma, Zara, 1990 (con magistrale Postfazione, pp. XLIX-LVIII); Id., Rime eteree, a cura di R. Pestarino, Modena, Fondazione Pietro Bembo / Guanda, 2013 (con utilissimo commento). Cfr. anche Id., Rime per Lucrezia Bendidio, a cura di L. De Vendittis, Torino, Einaudi, 1965 (si legga anche l'Introduzione, pp. 5-10). Si utilizzerà anche il commento di Bortolo Tommaso Sozzi: T. Tasso, Opere, a cura di B.T. Sozzi, Torino, Utet, 1964, 2 voll., vol. II Dal Rinaldo, dalle Rime, Aminta, Il re Torrismondo, Rogo amoroso, dal Mondo creato. Desidero segnalare qui alcuni studi sulle Rime tassiane: O. Ferrini, Saggio su le Rime amorose di Torquato Tasso, Perugia, presso Vincenzo Santucci, 1886; L. Caretti, Studi sulle "Rime" del Tasso, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1950; A. Duranti, Sulle Rime del Tasso (1561-1579), Ferrara, SATE, 1974; A. Martini, Amore esce dal caos. L'organizzazione tematico-narrativa delle Rime amorose del Tasso, «Filologia e critica», IX, 1984, 1, pp. 78-121; A. A. Piatti, Petrarca nelle "Rime sacre" di Torquato Tasso: suggestione di un modello e anatomia della ricezione, «Studi tassiani», 55, 2007, pp. 15-37; A. Casu, «Translata proficit arbos». Le imprese "eteree" nelle Rime del Tasso, «Italique», II, 1999, pp. 83-105; G. Baldassarri, Per l'esegesi delle "Rime", «Studi tassiani», 47, 1999, pp. 157-163; Id., Per l'esegesi delle "Rime", «Studi tassiani», 48, 2000, pp. 187-220; Id., «A illuminar le carte». Per l'esegesi delle Rime tassiane, in N. Longo (a cura di), Studi sul manierismo letterario, per Riccardo Scrivano, introduzione di G. Ferroni, Roma, Bulzoni, 2000, pp. 135-153. Utile può risultare il ricorso a O. Besomi, J. Hauser, G. Sopranzi (a cura di), Archivio Tematico della Lirica Italiana. Torquato Tasso, Le Rime, Hildesheim, Zürich, New York, Olms, 1994 (cfr. voci luna, Luna, Cinzia, Diana, notte). Splendido articolo lunare è quello di G. Bárberi Squarotti, Le lune di Quasimodo, «Rivista di Letteratura Italiana», XXI, 2003, 1-2, pp. 35-42.

[4]  B. Basile, Introduzione a T. Tasso, Rime, cit., p. VII.

[5]  Archivio Tematico della Lirica Italiana. Torquato Tasso, Le Rime, cit., Premessa, pp. I-IV: p. I.

[6]   Il componimento «fa parte di un gruppo di madrigali per musica, a istanza di don Carlo Gesualdo, principe di Venosa» (Sozzi, comm. ad loc.).

[7]   Del resto, è ben nota la simbologia femminile e materna della luna: cfr. per es. A. Petrella, Psicoanalisi della luna: un confronto tra Italo Calvino e Tommaso Landolfi, «Il lettore di provincia», XXXII, 2001, 112, pp. 3-7.   

[8]  Cfr. il comm. di Solerti al sonetto precedente (452: Ad istanza del signor Gian Giacomo Tasso alla signora Florida Secco che si faceva vento): «Questo è certamente quello di cui è cenno in Lettere, III, n. 888: "Ho fatto una canzoncina per la Clarissima ed un sonetto. Non li mando ancora, perch'io son tardissimo ne la coltura, e non vorrei che m'avvenisse come di molte altre mie opere …" Giunsero infatti tardi […]» e alla canzonetta: «Di questa canzonetta il Tasso parla ancora in Lettere, IV, 936, 940 e 949. La dama alla quale è diretta era la moglie o di Antonio Contarini o di Luigi Veniero, l'uno podestà, l'altro capitano di Bergamo nel 1587, entrambi i quali avevano il titolo di "clarissimo" […]».

[9]  Peraltro Galileo rivela una nuova immagine della luna, soggetta anch'essa alle leggi del tempo: cfr. per es. C. Mongiat Farina, Galileo, la luna e le sue rughe: retorica e tempo dei Massimi sistemi, «Rinascimento», XLVII, 2007, pp. 389-410: pp. 393-394: «Alzando gli occhi al cielo notturno, gli accademici padovani arroccati nell'ortodossia aristotelica, i patrizi progressisti, gli ecclesiastici, o gli artisti e architetti membri dei circoli culturali frequentati da Galileo nel periodo padovano, i veneziani meno fortunati dei senatori che ebbero modo di verificare personalmente i prodigi del cannocchiale, vedevano ancora la antica luna, "liscia, uniforme e di sfericità esattissima", e invece abbassando lo sguardo tra le pagine del suo Nunzio Sidereo, dovevano fare i conti con le immagini più recenti di una luna nuova, segnata dal tempo come le dottrine aristoteliche che la volevano eternamente giovane: una luna con le rughe».

[10]    Il sonetto prosegue con il luminosissimo catasterismo di Margherita («figlia di Francesco I re di Francia, nacque nel 1524, sposò nel 1559 Emanuele Filiberto duca di Savoia e morì nel 1574»; «"margherita" vuol dire […] perla», di qui «gemma», Maier, comm. ad loc): «[…] qual luce è quella che con vaghi lampi / colà biancheggia ne la notte bruna, / e tra Venere e Marte è tal che l'una / d'invidia par, l'altra d'amore avvampi? / Questa in terra fu gemma e fé il tesoro / de Franchi prezioso, indi il diadema / ornò di glorioso invitto duce; / ma, vago fatto il ciel de la sua luce, / lasciando ch'egli ne sospiri e gema, / n'intesse de la notte il manto d'oro».

[11]    Il sonetto prosegue così: «[…] T'immergesti ne l'acque e del marino / regno i fonti spiasti e le caverne, / e fra le vene de la terra interne / per vie chiuse t'apristi ampio cammino. / Quindi ritorni vincitore e quindi / veraci meraviglie a noi racconti / di vapor, d'animai, d'erbe e di piante. / Chi fia che non t'inchini, o che si vante / d'aver trascorsi gli Etiòpi e gl'Indi / e scoperte del Nil l'ignote fonti?».

[12]   «matematico e astronomo veneziano (1530-1590), vissuto dal 1567 alla morte alla corte di Torino» (Maier, comm. ad loc.).

[13]   Cfr. Solerti, comm. ad loc.: «Non ho potuto trovare chi fosse questo scrittore; forse il sonetto sarà stampato in fronte all'opera di lui».

[14]   «fin dove, finita la sfera di fuoco, cominciano i cieli, il primo dei quali è, secondo la concezione tolemaica (e dantesca), quello della luna» (Maier, comm. ad loc.).

[15]  «sorella, anche lei monaca, di Lucrezia» (Maier, comm. ad loc.); cfr. il sonetto 1096 (Commenda la signora Camilla Pia, la qual fuggendo il mondo e chiudendosi in un monistero ha consacrato a Dio la sua verginità) e Solerti, comm. ad loc.: «Lucrezia, sorella di Marco Pio, monacandosi prese il nome di Camilla».

[16]   Nello stesso componimento, cfr. anche il frammento in cui si apre il quadro di una luna mossa, assieme agli altri enti celesti, dalle intelligenze angeliche: «[…] Voi che volgete il ciel, menti superne, / sí ch'un passo non erra in suo viaggio / o luna, o sole, o l'altre stelle eterne, / né spunta a caso in oriente un raggio, / or lui mirate, e chi ben dritto scerne / non meno è giusto in governando o saggio, / e ne gli ordini suoi non vede alcuna / colpa d arte o di caso o di fortuna […]». Nel sonetto 1390 il Pontefice è assimilato a Dio creatore della luna, delle stelle e del sole: «Come Dio, fatto il cielo e sparso intorno /  la vaga luna e le serene stelle, / che de la notte son chiare facelle, / e 'l gran lume del sole acceso al giorno, / non sol conserva il suo paese adorno / e giri e forme più lucenti e belle, / ma le cose qua giù, lunge da quelle, / rimira dal sublime alto soggiorno; / così tu curi queste e l'altre parti / oltra la Tana e 'l Nilo e 'l volgo e i regi, / del Re del cielo in vece ed in sembianza. / E, se de l'opre sue nulla dispregi, / tanto più di tua grazia a me comparti / quanto ho men di valore e di possanza». Restando ancora in ambito sacro, si noti l'andamento da lauda francescana della canzone 1505 (In lode di Gregorio XIV), in cui anche la luna è invitata a lodare il Signore: «Lodate Dio dal cielo, e 'nsin da l'alta / parte s'oda la santa e chiara tromba, / o angeli, o virtú del sommo coro; / s'oda il canto sonoro, / dove null'altra voce al cor rimbomba. / Lodal tu, eterno sol, che 'l giorno illustri; / o luna e tu, che fai men folta l'ombra; / lodatel voi, sublimi ed auree stelle; / lodilo il lume onde son chiare e belle, / quando la nera notte il mondo adombra; / lodatel voi, di pura luce illustri, / cieli de' cieli; e per girar di lustri / non cessin mai là su lode e concenti; / lodatel sovra il cielo, acque lucenti».

[17]  Cfr. V. Baradel et al., Nel cerchio della luna. Figure di donna in alcuni testi del XVI secolo, a cura di M. Zancan, Venezia, Marsilio, 1983.

[18]  Cfr. Maier, comm. ad loc.: «monsignor Fiamma: il veneziano Gabriello Fiamma (1533-1585), il quale, dopo aver vestito l'abito dei canonici regolari lateranensi, fu nominato nel 1584 da Gregorio XIII vescovo di Chioggia. Fu un ottimo predicatore e scrisse varie opere di carattere religioso e un volumetto di rime sacre».

[19]  «nei cieli superiori a quello della Luna, ritenuto, secondo il sistema tolemaico, il più basso e il più vicino alla terra» (Maier, comm. ad loc.).

[20]  Cfr. Maier, comm. ad loc.: «Questo sonetto e il successivo furono scritti dal Tasso per congratularsi col Gonzaga, allorché gli giunse la voce che il duca "avesse ritrovato alcune verghe d'oro, forse per ciurmeria d'alchimisti che sfruttavano la sua avidità di denaro" (A. Solerti, Vita di T. T. […] vol. I, pag. 666)».

[21]  Cfr., per l'affinità del dono in cornice marina, il sonetto 82 (Ne l'andata de la sua donna a Comacchio invita poeticamente le ninfe ad onorarla): «Cercate i fonti e le secrete vene / de l'ampia terra, o ninfe, e ciò ch'asconda / di prezioso il mar ch'intorno inonda, / i salsi lidi e le minute arene; / e portatelo a lei, che tal se 'n viene / ne la voce e nel volto a l'alta sponda, / qual vi parve la dea che di feconda / spuma già nacque, o pur vaghe sirene. / Ma di coralli e d'or, di perle e d'ostri / qual don sarà che per sì schivo gusto, / paga di se medesma, ella non sdegni, / se non han pregio i vostri antichi regni / o straniero o natio, che 'n spazio angusto / ella molto più bello in sé no 'l mostri?». Cfr., per l'affinità del tormento d'amore in cornice marina, il sonetto 360: «Care ninfe del mar leggiadre e belle, / che udir solete ognor le doglie e i pianti / de' vaghi amanti, udite il mio cordoglio, / ch'anch'io d'Amore e per amor mi doglio […]». Nel componimento 175 (Invita in questa artificiosa corona di madrigali tutte le ninfe a coronar la sua donna) sono le ninfe ad essere invitate ad omaggiare la domina; nel componimento 95, invece, il poeta Si duole di un dono altrui gradito da la sua donna.

[22]  Cfr. anche il sonetto precedente (Descrive con modi poetici e maravigliosi la bellezza de la sua donna assomigliandola al sole): «I freddi e muti pesci usati omai / d'arder qui sono e di parlar d'amore, / e tu, che 'l vento e l'onde acqueti, or sai / come rara bellezza accenda il core, / poi ch'in voi lieti spiega i dolci rai / il sol che fu di queste sponde onore, / il chiaro sol cui più dovete assai / ch'a l'altro uscito del sen vostro fuore. / Ché quegli, ingrato, a cui non ben sovviene / com'è da voi nudrito e come accolto, / v'invola il meglio e lascia 'l salso e 'l greve; / ma questi con le luci alme e serene / v'affina e purga e rende il dolce e 'l leve, / ed assai più vi dà che non v'è tolto»; cfr. l'argomento apposto da Tasso nella raccolta eterea (ed. Caretti, p. XXXV): «Mentre la sua donna dimorava in Venezia scrisse questo sonetto, narrando poeticamente gli effetti ch'ella operava nel mare» e l'autocommento tassiano (Solerti, ad loc.): «Chiama sole la sua donna come in altri luoghi, e paragona poeticamente i suoi maravigliosi effetti con quelli del sole», «Tocca l'opinione d'alcuni filosofi ch'il sole sia cagione de la salsedine del mare, perché attraendo le parti più sottili e più dolci de l'acque lascia le più amare e più gravi».

[23]  Cfr. l'autocommento tassiano (Solerti, ad loc.): «Doni del mare li chiama, avendo riguardo a quelli ch'egli produce; prede, per rispetto de' naufragi, ne' quali molte ricchezze son sommerse», «L'assomiglia ad Europa, la qual si diportava sovra il lido del mare con le compagne, quando da Giove trasformato in toro fu portata in Candia per l'alto mare», «Introduce il mare a parlar maravigliosamente come innamorato de la sua donna, dicendo che séguita i suoi movimenti in vece di quelli de la luna, la quale è creduta cagione del flusso e del riflusso, e si ritira per non darle occasione di sdegno, lasciando sul lido que' doni ch'egli aveva portati».

[24]  Si noti lo stravolgimento delle leggi naturali operato da Amore, su cui vd. oltre.  

[25]  Cfr. l'autocommento tassiano (Solerti, ad loc.): «Assomiglia l'amante, il quale moderi l'affetto con la ragione, al nocchiero, imperocché l'intelletto sta al governo de l'animo non altrimenti che il nocchiero a quel de la nave»; «[vv. 1-4] Numera alcuni de' segni da' quali si suol far giudicio de la serenità o de la pioggia, de la tranquillità o de la tempesta. Come dice ampiamente Virgilio nel primo de la Georgica: Luna revertentes cum primum colligit ignes, Si nigrum obscuro comprenderit aera cornu, Maximus agricolis pelagoque parabitur imber: At, si virgineum suffuderit ore ruborem, Ventus erit: vento semper rubet aurea Phoebe. E poco appresso del sole: Sol quoque et exoriens et cum se condet in undas Signa dabit: solem certissima signa sequuntur», «[vv. 4-8] Conosce il tempo de la tranquillità o de la tempesta, come abbiam detto», «[v. 9] Applica la comparazione», «[v. 12] Ma stabile aura. Certo favor di fortuna», «[vv. 13-14] Spesso egli delibera di ritirarsi da l'amore».

[26]   Del resto, cfr. il sonetto 94 (Mostra d'essersi accorto a più certi segni de lo amor de la sua donna).

[27]   Cfr. per es. il ritratto di Armida nella Gerusalemme Liberata (IV, 29): «Argo non mai, non vide Cipro o Delo / d'abito o di beltà forme sì care: / d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo / traluce involta, or discoperta appare. / Così, qualor si rasserena il cielo, / or da candida nube il sol traspare, / or da la nube uscendo i raggi intorno / più chiari spiega e ne raddoppia il giorno» (cito da T. Tasso, Gerusalemme Liberata, a cura di F. Tomasi, Milano, Rizzoli, 2009). Numerose isotopie e tratti specifici accomunano in generale Rime e Gerusalemme Liberata; anche per quanto concerne la dimensione notturna e lunare, sono numerosi i punti di contatto; non si ha qui lo spazio per elencarli, ma per chi consulti i regesti notturni della Liberata procurati da G. Petrocchi, Svaghi tassiani. Notturni della "Liberata", «Cultura e scuola», XXVII, 105, 1988, pp. 7-13 e G. Cavatorta, I notturni della Gerusalemme Liberata: tradizione e rilancio, «Carte Italiane», 17, 2001, pp. 31-43, è agevole rendersi conto delle notevoli affinità.

[28]  «Il poeta rievoca un notturno convegno d'amore, e i misteriosi presentimenti della separazione» (Sozzi, comm. ad loc.). 

[29]  «stelle (questa è la lezione esatta: e non stille, come fu proposto): metafora per indicare le stille della rugiada, quasi miriade di stelle terrestri» (Sozzi, comm. ad loc.).

[30]   Per tornare al nome del poeta contemporaneo citato in esergo, si consideri che un pressoché medesimo fil rouge tra gli elementi della notte, della luna e del pianto è riscontrabile nei seguenti versi di una lirica zanzottiana:  «Ho pianto tutto quanto il mio volto / tutta la notte ho pianto nella fontana. / La notte è colata nella fontana / così lentamente / che per lei ho perduto la luna» (A. Zanzotto, Quanta notte [diciannovesimo testo della prima sezione (Atollo)], vv. 45-49, in Id., Dietro il paesaggio [Milano, Mondadori, 1951], in Id., Tutte le poesie, cit., pp. 32-33: p. 33).

[31]   Sulla rugiada notturna, cfr. anche per es. il sonetto 398 (In morte della signora Flaminia … ad istanza del signor Giulio Mosti), con catesterismo: «La bella fiamma che m'ardeva il core, / dove le sue faville io serbo e celo, / in terra è spenta, ma raccesa in cielo / tra gli altri lumi c'hanno eterno onore. / Ivi la veggio scintillar d'amore / quando spiega la notte il negro velo / e sparge intorno il rugiadoso gelo, / e sento insieme il suo vivace ardore […]» e la canzone 569 (Celebra le nozze del signor don Alfonso [d'Este] il giovine e de la signora donna Marfisa d'Este): «Già il notturno sereno / di vaga luce indora / la stella che d'amor sfavilla e splende, / e rugiadosa il seno, / i crin stillanti a l'ora / spiega la notte e 'l ricco vel distende». Sulla simbologia della rugiada lunare, cfr. Petrella, art. cit., pp. 3-4: «Soffermiamoci un attimo su quanto Jung sostiene in un capitolo interamente dedicato alla simbologia lunare: "Luna è l'elemento opposto a Sol ed è quindi fredda, umida, pallida sino a diventare oscura, femminile, corporea, passiva. Secondo la tradizione antica, Luna è la dispensatrice dell'umidità […] Luna è la regina degli humores (e quindi dei succhi, delle linfe). I Padri della Chiesa fecero ampio uso dell'immagine della rugiada lunare per illustrare gli effetti della Grazia operata dai sacramenti ecclesiali. Si tratta di una rugiada di vita o di un succo di vita che promana dalla luna. Macrobio, poi, afferma che la Luna, a causa della sua umidità, è anche causa di putrefazione" [C. G. Jung, Mysterium coniunctionis, Torino, Bollati Boringhieri, 1989]». Peraltro, è sorprendente notare come molti dei caratteri della luna tassiana possono dirsi archetipici se è vero che pare di poterli scorgere anche in tradizioni letterarie molto distanti da quella occidentale (per esempio nella letteratura turca): cfr. a tal proposito Z. Yilmaz, La notte e la luna nella natura: mitologia e poesia, «Rivista di studi italiani», XXII, 2004, 2, pp. 275-296.

[32]   Riporto qui integralmente il testo del sonetto 1108 (Al signor Vincenzo Fantini): «Dove in placida pace antiche genti / regge il nobil Ferrerio, or tu dimori, / e le virtù del saggio petto onori / de l'ostro men che de' suoi rai lucenti. / Il sole a lui mova i benigni venti / da l'auree corna e tempri i novi ardori; / e la candida luna i dolci umori / gli versi, e 'l ciel gli arrida e gli elementi. / A lui fere la selva e 'l mar vicino / mandi i pesci di là dove li pasce / di miglior cibo, e dia ristoro a l'egro. / E chi più degno è di fornire integro / lo spazio ch'è prescritto a l'uom che nasce? / Tu, Vincenzo, gli dì ch'a lui m'inchino». Cfr. Maier, comm. ad loc.: «Vincenzo Fantini: amico del poeta, canonico del Duomo di Ferrara, fu prima al seguito del cardinale di Vercelli, Guido Ferrerio».

[33]   La presenza della luna in ambito augurale è anche nel sonetto 1609: «[…] con raggi sereni il sol vi splenda / e la sorella, e 'n disusata foggia / vi stilli preziosa ed aurea pioggia / lo ciel, mentre si squarcia ombrosa benda. […]». Del resto, la luna è rammentata anche nei suoi influssi sulla vita umana e come immagine del fato nella canzone 1236 (Loda la signora Vittoria Cybo Bentivoglio), in cui si afferma che il matrimonio tra la Cybo Bentivoglio e lo sposo Ippolito non è stato dettato dalla Fortuna, dal cielo, dal sole o dalla luna, ma unicamente da Dio: «[…] Felice albergo, che voi lieta accoglie / fra magnanimi eroi, fra cavalieri / di lor virtute e di lor gloria alteri, / e fra vittoriose e care spoglie; / felice sposo, e di concordi voglie, / cui non vi diè Fortuna, / o cielo o sole o luna, / ov'altri lega il fato e l'alma scioglie, / ma chi la fece; e qui se mai v'esalto […]».

[34]   Luce che può divenire persino sul piano concettuale inafferrabile e su quello verbale ineffabile: cfr. la canzone 1348 (A donna Eleonora de' Medici Gonzaga, principessa di Mantova): «E come in ciel veggiam la bianca Luna, / o chi vicino a lei si volge errante, / o piú lontan Marte, Saturno e Giove, / ma contar non possiam, qualor imbruna, / de l'imagini sue, che son cotante, / ogni stella che tarda o presta move; / tal ne la mente, o dove / l'alma del suo splendor s'illustra e splende, / lucenti raggi il mio pensiero adombra, / quasi per nube od ombra / ma de' vostri alti doni appena intende / la minor parte, e se n'abbaglia e accende. / Ed a quelli ch'ei scorge, il dir non basta / di lingua che si sciolga in pigre voci: / però ne l'alma il meglio ascondo e celo». Cfr. anche il madrigale 270: «È la bellezza un raggio / di chiarissima luce / che non si può ridir quanto riluce, / né pur quel ch'ella sia. […]». Per il nesso tra bellezza e luce, cfr. anche il madrigale 485: «Già la Bellezza io fui, / pura e divina luce, / or sono un chiaro sol ch'a voi traluce […]». La luminosità celeste è l'emblema della nobiltà e della regalità: cfr. per es. la canzone 951 (Al serenissimo don Vincenzo Gonzaga, principe di Mantova): «Chi descriver desia le vaghe stelle / e 'l sol che gira intorno, / ma teme sì gran colo e spera e tenta, / da te cominci, il cui sembiante adorno, / è come questo e quelle, / alma reale, a vera gloria intenta. […]» e la canzone 1013 (Monile de le laudi de la signora Margherita Gonzaga d'Este, duchessa di Ferrara): «[…] E pare un lieto raggio / arder ne' bei vostri occhi, / onde pace e dolcezza e gioia fiocchi. / Occhi, quando erro e caggio, la vostra chiara luce / m'è scorta graziosa e nobil duce: / luci, più bel zaffiro / non vide sol né luna; / deh, non vi turbi il tempo o la fortuna! […]» (né il sole né la luna hanno mai osservato luminosità più intensa).

[35]  Cfr. M. Residori, Armida e Proteo. Un percorso tra Gerusalemme Liberata e Conquistata, «Italique», II, 1999, pp. 115-142: pp. 118-122 (ma anche p. 133: «le metamorfosi della bellezza», «il fluire delle immagini naturali che sono il suo correlativo metaforico», «la rappresentazione madrigalesca della natura, liquida, orizzontale, aperta»); peraltro si noti che nel primo degli intermedi che «accompagnano» «il testo dell'Aminta» «a partire da un'edizione postuma del 1666» che «porta sulla scena Proteo in persona» («Proteo son io […]») riaffiora lo stilema virgiliano di cui si è detto («Ne la notte serena, / ne l'amico silenzio …»).

[36]  Luisella Giachino, La mitologia degli dei terreni. Le Rime della stampa Marchetti del Tasso, «Studi Tassiani», 49-50, 2001-2002, pp. 47-65: p. 52.

[37]  È il quarto di sei componimenti dedicati Alla viceregina di Napoli («donna Maria di Zunica», moglie di «don Giovanni di Zunica, conte di Miranda e vicerè di Napoli dal 1586 al 1595» e madre di don Pietro Zunica); ma il v. 5 «fa pensare che il madrigale non sia diretto alla viceregina, come dice la didascalia manoscritta del Solerti, bensì, come si legge nel […] fascicolo di Rime inedite pubblicato dal Vattasso (pag. 86), sia stato scritto In lode d'una figliuola del viceré: nel qual caso il fratello sarebbe il già ricordato don Pietro. Tuttavia il medesimo Vattasso pensa che anche questo madrigale possa essere stato scritto "per una figlia della principessa di Conca", dato che in esso "si parla d'un fratello solo della figliuola elogiata, mentre nel madrigale scritto pei figli della viceregina (n. 1532) si fa cenno di due figliuoli e di due figliuole" (ivi, pag. 87)» (Maier, comm. ad loc).

[38]  La didascalia è la seguente: Alla principessa di Conca («donna Giovanna di Zunica Pachecho, figlia di Pietro, conte di Miranda, e di Giovanna Pachecho de' Cabrera, nipote e cognata di don Giovanni di Zunica, conte di Miranda, viceré di Napoli, che aveva per moglie donna Maria di Zunica», Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, vol. I, p. 645); «ma […] nel cod. Vat. 9880 tale madrigale risulta diretto a una figlia della viceregina» (Maier, comm. ad loc.).

[39]  È il secondo di tre testi la cui didascalia è Per una figlia della principessa di Conca. Cfr. Maier, comm. ad loc.: «Giovanna Zunica di Capua. […] Si noti tuttavia che i madrigali n. 1533, 1534, 1535 e 1537 risultano dedicati nel cod. Vat. n. 9880 (cfr. M. Vattasso, Rime inedite di T. T. […] pagg. 61-2), a "una figlia della viceregina"».  

[40]  È il secondo componimento di un trittico dedicato a Irene di Spilimbergo («rimatrice friulana [1541-1559], la quale, rimasta orfana del padre e abbandonata dalla madre, si rifugiò a Venezia dove coltivò le lettere, la musica e la pittura [avendo a maestro Tiziano]», Maier, comm. ad loc.); anche il terzo testo (In morte d'Irene da Spilimbergo, sul di lei ritratto) insiste sulla luce emanata dal ritratto della donna: «Onde vien luce tale? onde sì chiara / fiamma ch'arder potrebbe Apollo e Giove? / onde tanta dolcezza e grazia piove / e sì vero piacer, gioia sì cara? […]»; già dal primo componimento (Al signor [Giorgio] Gradenigo [«letterato veneziano, amico del poeta», Maier, comm. ad loc.] per la morte de la sua donna, Irene da Spilimbergo), del resto, si inizia ad evidenziare la luce femminile come medium neoplatonico in grado di congiungere a Dio: «Deh! perché, lasso!, del tuo sol lucente / ne la divina parte io non apersi / quest'occhi, anzi che morte empia sommersi / avesse i suoi be' rai ne l'occidente? / Ch'arsa dal foco suo dolce e cocente, / ond'effetti d'Amor nascean diversi, / securi vanni avrebbe or da potersi / levare al sommo Ben la bassa mente […]» (cfr. a tal proposito il sonetto 1210: Dimostra, secondo l'opinione de' platonici, come l'anima nuovamente scesa nel corpo e dimenticatasi de le cose celesti e desta dal raggio de la bellezza sale e comincia a ricordarsi de l'intelligente).

[41]  Cfr. Giachino, art. cit., p. 65: «l'esaltazione della virtù principesca […] arriva fino alla creazione di una mitologia degli dei terreni, collegata alla celebrazione dell'eroismo dei tempi presenti, superiori agli antichi, secondo un gusto già certo prebarocco».

[42]  È il terzo di tre componimenti dedicati A le signore principesse di Ferrara, ossia Leonora e Lucrezia d'Este, figlie di Renata di Francia e sorelle di Alfonso II. Si osservi il riferimento alla celebre chioma di «Berenice, che sposò il fratello Tolomeo, re d'Egitto. Essendo questi andato in guerra, Berenice offrì a Marte per impetrarne il vittorioso ritorno la sua bellissima chioma, che divenne una costellazione» (Maier, comm. ad loc.); e i «voti» delle principesse ferraresi ovviamente, così come esse sopravanzano Giunone e Diana, allo stesso modo superano di gran lunga la posizione celeste dell'ex voto di Berenice, ardendo «nell'Empireo, al cospetto di Dio» (Maier, comm. ad loc.). Il mito di Berenice riemerge per es. nel sonetto 1010 («[…] e l'auree chiome / più belle assai de' crini al ciel promessi […]») e nel sonetto 1014 (Loda i capelli de la signora duchessa di Ferrara).   

[43]  Fornisco qui il segmento solare/lunare della canzone 129 (Assomiglia la sua donna a diverse meraviglie): «[…] Una pietra de' Persi / co' raggi d'oro al sol bianca risplende / e quinci il nome prende, / e del bel lume del sovran pianeta / rassembra adorna e lieta: / così la pietra mia nel dì riluce, / e la serena luce / e 'l dolce fiammeggiar i' non soffersi / quando gli occhi v'apersi. / Ma segue un'altra poi de la sorella / il corso vago e di sue belle forme / par che tutta s'informe / e di sue corna, e quindi ancor s'appella: / tal lei veggio indurarsi ascosa in parte, / se torna o parte – fa sentier diversi. […]». La pietra solare è «la pietra preziosa detta, secondo Solino, "helitis lapis", la quale si trova nella Persia e risplende quanto il sole» (e ovviamente «"helitis" deriva dalla parola greca "hélios" (sole)»), mentre quella lunare è «la pietra "selenites" di cui parla, ad esempio, Proclo» (Maier, comm. ad loc.).

[44]   Cfr., per l'affinità dell'immagine (ma si tratta della luce albale e non lunare), il sonetto 132 (Assomiglia la signora Laura a l'Aurora, bench'ella andasse vestita di nero): «La bella aurora mia, ch'in negro manto / inalba le mie tenebre e gli orrori, / e de l'ingegno mio ravviva i fiori / che prima distruggea l'arsura e 'l pianto, / mi risveglia e m'invita a novo canto […]»; cfr. anche il madrigale 882: «Quand'io da prima vidi / con bruna oscura gonna / di non vista città non vista donna […] Il nero manto […]». 

[45]   Cfr. T. Leuker, Giochi onomastici nelle Rime del Tasso, «Giornale storico della letteratura italiana», 628, 2012, pp. 530-561.

[46]   La ballata è la sesta di sette ballate che recano la didascalia Loda il Poggio [= «Poggio a Caiano», Maier, comm. ad loc.] e i luoghi vicini e la granduchessa che v'abitava ne' maggiori caldi de la state.

[47]  L'apostrofe alla luna pare anticipare le modalità della poesia leopardiana (si pensi anche soltanto ad un testo come Alla luna, su cui cfr. L. Blasucci, Alla luna di Giacomo Leopardi, «Per leggere», II, 2002, 2, pp. 63-70).

[48]   Si osservi l'emersione della tematica dell'impedimento, della luna celata (o meno) soprattutto dalle nubi, su cui vd. oltre.

[49]   Cfr. il sonetto 1098: «[…] né l'onestate imbruna; / né macchie egli [Amore] vi sparge […]».  Per quanto concerne Diana Gonzaga, cfr. Maier, comm. ad loc.: «ignoriamo chi sia».

[50]   Credo sia errato il commento di Maier: «Diana: o Lucifero, nome del pianeta Venere quando appare all'alba» (Maier, comm. ad loc.).

[51]   Non mancano altresì i riferimenti alla luna come latrice di eclissi solare (ossia, come soggetto e non oggetto dell'eclissi): cfr., oltre che il sonetto 37, v. 8, anche la canzone 1450: «[…] Io cotanto in voi sole / di bellezza talor contemplo e miro, / ch'appena ad altro oggetto i lumi affiso; / ma se quel dolce giro / di sì begli occhi e quel sereno sole, / onde qua giù risplende il chiaro viso, / voi mi celate, e 'l lampeggiar del riso, / qual bianca nube opposta o bianca Luna, / purché di voi, mani cortesi e care, / non vi mostriate avare, / non incolpo mio fato o mia fortuna […]».

[52]  Si osservi l'inserimento dell'elemento-luna, come nel sonetto 92, nell'ambito di un andamento elencativo. 

[53]  Ecco l'autoesegesi tassiana (Solerti, ad loc.): «Raccoglie in questo sonetto molti impedimenti ne l'amore de gli amanti, e molte altre interposizioni: e conchiude che niuna apportò mai tanto dolore o tanta oscurità quanto quella de la quale egli si lamenta, la quale egli non dice espressamente qual fosse, ma si può credere che si dolesse per la privazione de la vista de la sua donna, più che per altra cagione. Ma se non fu privazione, certo non furono senza privazione i principi de la sua amorosa infelicità», «Vuole intendere del muro che divideva Piramo e Tisbe come racconta Ovidio ne le Trasformazioni; ma leggi la favola del padre de l'autore [su cui cfr. ora M. Mastrototaro, La riscrittura del mito: la Favola di Piramo e Tisbe di Bernardo Tasso, «Studi Tassiani», 49-50, 2001-2002, pp. 195-206]», «Gl'infelici amanti sono Leandro ed Ero, de' quali l'uno, assicurato d'Amore, passò il mare tempestoso e vi rimase al fine sommerso. Leggi Museo fra' Greci, Ovidio fra' Latini e Bernardo Tasso fra' Toscani», «[vv. 5-8] Seguono in questo quaternario tre altre interposizioni: di nube che ricopra il cielo e le stelle; di terra la quale è cagione de l'eclissi de la luna; di luna da cui procede l'eclissi del sole», «O dolor d'altro intoppo. Di rete o d'altro ch'impedisca il volo a gli augelli», «[v. 12] Mostra per dissimile cagione di temer caso simile a quello d'Icaro». 

[54]  La didascalia recita: Nel medesimo argomento; il sonetto precedente Loda la signora Flaminia … ad istanza del signor Giulio Mosti (Giulio Mosti fu «devoto amico del poeta, cui fu particolarmente di aiuto, specie nel copiargli i manoscritti, negli anni della prigionia di Sant'Anna», Maier, comm. ad loc.).

[55]   Fornisco qui il testo del sonetto 106 (Assomiglia la condizione de la sua donna a quella di colui ch'arse il tempio di Diana Efesia): «Costei, ch'asconde un cor superbo ed empio / sotto cortese angelica figura, / m'arde di foco ingiusto e si procura / fama da' miei lamenti e dal mio scempio; / e prender vuol da quella mano esempio / che troppo iniqua osò, troppo secura, / per farsi illustre in ogni età futura / struggere antico e glorioso tempio. / Ma non fia ver che ne' sospiri ardenti / suoni il suo nome, e rimarrà sepolta / del suo error la memoria e del suo strale: / ché gloria ella n'avrà s'i miei tormenti / faranno istoria, e fia vendetta eguale / lasciarla in un silenzio eterno avvolta». Cfr. Maier, comm. ad loc.: «Erostrato, spinto dal desiderio di acquistare fama, incendiò nel 356 a.C. il tempio di Artemide a Efeso, nell'Asia Minore, sicché fu giustiziato; e la sua azione sacrilega venne punita con l'eterno oblio (e cfr. i vv. 5-8)». Cfr. l'autocommento tassiano (Solerti, ad loc.): «Biasima la crudeltà de la sua donna tenuta ascosa sotto la piacevolezza de' sembianti e in ciò si mostra simile al Petrarca; il qual dopo l'infinite lodi date a madonna Laura fu trasportato da sdegno o da disperazione a scriver que' versi, Aspro core e selvaggio e cruda voglia In dolce umile angelica figura»; «Da colui che per soverchio desiderio di fama arse il tempio di Diana Efesia, celebratissimo oltre tutti gli altri, e, come si crede, edificato da l'Amazzoni allora che occuparono l'Asia. La comparazione è bella e simile a l'impresa che ne portò il signor Luigi Gonzaga, nominato Rodomonte, col motto: Utraque clarescere fama»; «Minaccia il poeta vendetta conforme a quella che fu data a colui, per comune consentimento di tutta la Grecia; cioè che il suo nome sarà occulto e la sua fama non passerà a' posteri».

[56]   Per arco si intenda Livia d'Arco, con Margherita il poeta si riferisce a Margherita Gonzaga (cfr. Maier, comm. ad loc.).

[57]   «Felice Orsina Peretti, figlia di Fabio Damasceni Peretti e pronipote di Sisto V. Nel novembre del 1589 sposò il principe Marcantonio Colonna, gran contestabile del regno di Napoli; e dopo la morte del marito, avvenuta nel 1595, si risposò con Muzio Sforza, marchese di Caravaggio. La Peretti morì nel 1611» (Maier, comm. ad loc.).

[58]   «Questa canzone e le due successive, in lode delle mani della Peretti Colonna […], furono composte dal Tasso a imitazione delle tre canzoni "sorelle" del Petrarca sugli occhi di Laura» (Maier, comm. ad loc.).

[59]   Si tratta della montagna «di San Giorgio, luogo di diporto degli Estesi sull'angolo delle mura verso il Po» (Maier, comm. ad loc.). Solerti (comm. ad loc.) avverte: «Vedi la descrizione delle delizie di cui era adorna la Montagna di S. Giorgio nel mio volume Ferrara e la corte Estense, pp. XII-XIII». 

[60]  Cfr. l'autocommento tassiano (Solerti, ad loc.): «Fa comparazione di queste donne con le figliuole di Giove che si trovavano al ratto di Proserpina, come descrive Claudiano nel poema intitolato De rapto Proserpinae»; «Etna, nel quale nevi son vicine le fiamme, come dice il medesimo poeta»; «Digredisce ne la favola di Proserpina, ad imitazione de' poeti greci e latini i quali nei loro divini componimenti solevano spesso usare sì fatte digressioni, come il Tasso, padre de l'autore»; «Accenna la discordia che per cagione de la moglie poteva nascere tra gli iddii de l'inferno e quelli del cielo, come si legge appresso Claudiano ne l'orazione che fa Plutone lamentandosi di Giove».

[61]  Tasso illustra (ibid.): «Perché Venere sola era consapevole di questa amorosa rapina, com'è scritto dal medesimo poeta».

[62]  Con «affettuosa conversione« (ossia apostrofe), il poeta «ritorna al proposito, come spesso volte sogliono fare i poeti, quantunque alcuna volta finiscano nella digressione quasi dimenticandosi il primo intendimento» (Tasso, ibid.).

[63]   Cfr. i prodigi 'armidei' nella selva di Saron in Liberata, XVIII, 26: «Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa / a maggior novitate allor le ciglia. / Quercia gli appar che per se stessa incisa / apre feconda il cavo ventre e figlia, / e n'esce fuor vestita in strana guisa / ninfa d'età cresciuta (oh meraviglia!); / e vede insieme poi cento altre piante / cento ninfe produr dal sen pregnante». 

[64]   Cfr. anche il sonetto 1518 (In lode di Erasmo da Valvasone per il suo poema "La caccia"): «Qual novo suono è questo e quale un tanto / latrar di cani, onde rimbomba il bosco? / Già Febo scende al seggio ombroso e fosco / sin d'Elicona ed ha le Muse a canto. / Lascia Diana Delo ed Erimanto, / e cede il greco al bel paese tosco; / di chiara tromba in vece omai conosco / il nobil corno, e insieme il dolce canto. / L'arti e la fuga de l'erranti belve / n'insegna Erasmo, e de' suoi cani il corso / dimostra e de gli augei l'alta rapina. / Veggio di reti circondar le selve; / e 'l cacciator che di cinghiale o d'orso / le spoglie appende e i sacri tempi inchina». Erasmo da Valvasone fu «poeta e letterato friulano, nato a Valvasone al Tagliamento nel 1513 e morto a Mantova nel 1593. Scrisse, oltre al poemetto didascalico La caccia (1591), un incompiuto Lancillotto e il poemetto religioso Le lacrime di Maria Maddalena; e tradusse l'Elettra di Sofocle e la Tebaide di Stazio» (Maier, comm. ad loc.).

[65]  Cfr. Solerti, comm. ad loc.: «Per la grave malattia di Torquato nell'autunno del 1567, cui si riferisce questo sonetto, cfr. la mia Vita di T. Tasso, I, p. 120».

[66]  Si osservi la nuova emersione di Diana dea della caccia (cfr. Sozzi, comm. ad loc.: «le frecce e l'arco […] sono gli emblemi di Diana cacciatrice») così come dell'elemento della rugiada (cfr. ivi: «la luna sparge la rugiada, con cui s'identifica Iride roscida»; tra l'altro, una variante raccolta da Solerti, ad loc., recita: «Ne le notti serene umida e bella / Splendi a prova del sol […]»).

[67]  Il testo del madrigale 1615 (Alla signora A. Palloni, gentildonna romana: «s'ignora chi sia», Maier, comm. ad loc.) è il seguente: «Questa lucida spera / è quella di fortuna, / o quella pur de l'incostante luna? o quante son le forme, e quanti errori / fa nel suo vago giro, / mentre io la seguo e miro, / fra la tempesta de miei dolci ardori? / Deh chi fermar la puote, / e quietar le mie voglie e le sue rote?»; cfr. Basile, comm. ad loc.: «Tasso giuoca con agudeza suprema sul cognome Palloni».

[68]    Per un desiderio affine (ma non identico) di discesa della domina, cfr. il madrigale michelangiolesco numerato 156 nell'ed. Girardi (1960) dall'incipit A l'alta tuo lucente dïadema (es. vv. 7-12: «Che tuo beltà pur sia / superna, al cor par che diletto renda, / che d'ogni rara altezza e ghiotto e vago: / po' per gioir della tuo leggiadria / bramo pur che discenda / la dov'aggiungo»), per la cui esegesi mi permetto di rinviare ad un mio articolo: M. Colella, Il «diadema» e il «peccato». Per una lettura del madrigale 156 di Michelangelo, «Rivista di Letteratura Italiana», XXXII, 2014, 2, pp. 25-44.

[69]   La didascalia è Nel medesimo argomento; il madrigale precedente reca la seguente didascalia: Per la signora Giulia … ad istanza di Giulio Mosti.

[70]  Leggermente inesatto a mio avviso Sozzi, comm. ad loc.: «Il concetto espresso nel madrigale è quello indicato negli ultimi versi: poiché Amore rompe le sue leggi, e crudeltà è il premio che riceve il cuore fedele del poeta, mentre il cuore ingrato della sua donna pur ottiene dal poeta stesso una immeritata pietà, anche la natura e il fato rompano le leggi loro, cosicché ogni cosa riesca all'incontrario. È un preannuncio dell'inclinazione al "concettoso" e all'"acuto" che imperverserà nel Seicento; ma la sottigliezza si riscatta alquanto nel brio delle immagini e nell'unitaria fusione della molle onda ritmica» (come da sempre riconosciuto, la musicalità è carattere precipuo delle Rime tassiane). 

[71]   Madrigale 1166, vv. 1-2; cfr. F. Ferretti, Narratore notturno. Aspetti del racconto nella Gerusalemme Liberata, Pisa, Pacini, 2010. 

[72]  Cfr. il sonetto 939: «Le amare notti in ch'io m'affliggo e doglio / del ciel che sì crudeli a me sortille, / infiammo il cor di lucide faville / e de l'antica mente io non mi spoglio […] Ma se non è là suso a me prescritta / sorte sì dura o se pietà sovente / volge le stelle e 'l sole, in te non dorma […]».

[73]   Cfr. Giachino, art. cit., pp. 48-49: «Va […] rilevato che l'encomio e la celebrazione rimangono una componente inscindibile dall'ispirazione e dalla prassi poetica del Cinquecento. Getto scriveva che l'encomio per il Tasso "è qualcosa di più che una moda letteraria […] è una categoria dello spirito […] e una delle fondamentali coordinate della esperienza umana e stilistica", al punto di dilagare pervasivamente anche nella poesia amorosa, facendo insomma tutt'uno con la sua ispirazione più vera [G. Getto, Interpretazione del Tasso, Napoli, ESI, 1951, p. 301]».
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION