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Indice

Tema n.8:

Alice nel paese della metamorfosi

“Inizia dall’inizio e vai avanti finché non arrivi alla fine: poi, fermati.”
(Lewis Carroll)

Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine.
(J. L. Borges)

Fu nel mese di maggio che il viaggio di Alice[1] ebbe inizio. All’ombra della noia, sbirciando un libro senza figure, la piccola bambina incontra un Coniglio Bianco. Senza pensarci due volte, in preda a curiosità irrefrenabile, decide di seguirlo.
Il Paese delle Meraviglie è il luogo che sovverte le realtà ipoteticamente concrete, che pensiamo esistere. Ciò che rappresenta il corso usuale delle cose viene ribaltato e riletto in modo inconsueto. Alice è una bambina e già questo, probabilmente, le permette di rincorrere un Coniglio blaterante senza cedere all’incredulità di fronte a tale avvenimento. Ma quel che viene dopo sorprenderà anche lei, sottoponendola a una serie continua di dubbi e domande.
Scrive Citati[2] che l’unica grande legge che regge il mondo di Alice è quella della Metamorfosi, con il suo dissolvere ogni cosa nella potenzialità dell’essere. La trasformazione è nell’ordine (il)logico della natura, sostrato all’iter consueto del ciclo vitale. Nello specifico, la metamorfosi è qui il motore primo, una trasformazione di ordine linguistico, nominale e personale in divenire. Il termine di paragone è la pregressa conoscenza rispetto alle cose del mondo, il “qui e adesso” rispetto a quel che è il contesto di provenienza. Mutano le forme astratte e le forme concrete in un sillogismo impeccabile; Alice stessa assorbe le mutazioni altrui e pian piano vede cambiare se stessa: Evviva, sono a metà dell’opera! Però, tutti questi cambiamenti fan girare la testa, non si sa mai quello che si diventa da un momento all’altro! [3]

Il dilatarsi ed il restringersi del suo corpo sono anticipazione allo sforzo mentale che richiede l’adattamento al nuovo. Alice è indispettita. Si cerca, contrariata da ciò che va al di là delle sue volontà, in un mondo dove nemmeno più le tabelline o le filastrocche (bagaglio esperenziale e culturale di riferimento) riescono come sono in realtà. Un paese che non manca di sorprenderla, dove la curiosità spinge al desiderio irrefrenabile di scoperta. Un passaggio alla volta, Alice incappa nel desiderabile: luogo, scoperta, animale, creatura di cui vuole un disvelamento immediato e fugace. Salvo poi stancarsi, contaminata appena leggermente dalla noia. Cerca e ricerca, come preludio al gioco continuo e perpetuo del ripetersi.
Alice che trova la chiave della porta che dà sul giardino, sulla scorta di un ragionamento logico, s’impossessa degli strumenti, impara a conoscerli e tenta di padroneggiarli:

Siccome le sembrava proprio inutile star lì a aspettare davanti alla porticina, ritornò a tavolino, con la vaga speranza di trovarci sopra un’altra chiave, o almeno un manuale d’istruzioni per accorciare la gente come i telescopi: stavolta vi trovò una piccola bottiglia (“sono sicura che prima non c’era,” disse Alice) con attorno al collo un’etichetta che in armonioso e cubitale stampatello diceva: “BEVIMI”.[4]

Il suo corpo diviene luogo sperimentale, oggetto mutevole e mutato in un modo che la sua innocenza puerile vive talvolta con naturalezza e alla stregua di un’immediata praticità. Divenuta lunga come un telescopio, Alice abbassa lo sguardo e saluta i suoi piedi, stabilendo così una proporzione con la nuova realtà ed una consapevole presa delle misure. Ora si guarda dall’esterno con fare romantico. Finché, prodiga di riflessioni sulla propria identità, sconquassata dai continui cambiamenti, rimugina fino al dubbio identitario peggiore:

E se mi avessero scambiata stanotte? Vediamo un po’: stamattina, quando mi sono
svegliata, ero proprio la stessa? Mi sembra di ricordare che un po’ diversa mi sentivo,
sotto sotto. […]
Ada non posso essere di sicuro, disse, lei ha tutti quei boccoli nei capelli […] Inoltre lei
è lei e io sono io e… uffa, ho perso il filo![5]


Occorre ad Alice la metamorfosi paradossale dello scambio di persona, che lei stessa, presa com’è da questioni interiori, non tenta di chiarire, ma protrae quando il Coniglio Bianco la chiama Marianna e Alice sta al gioco del se fossi, cercando per lui guanti e ventaglio. Un cambiamento vissuto come sperimentazione dell’essere qualcuno fuori da me, del far finta che. Questo scambio di ruoli è spesso presente nel corso della storia (come lo sarà anche nella storia successiva al di là dello specchio[6]). Alice spaventata dall’equivoco, o incuriosita dallo scambio, cerca di incontrare i precetti identitari dell’altro, nel tentativo di rispondere alle aspettative del mondo. Cercare i guanti come Marianna avrebbe dovuto fare, agli ordini di un coniglio, per poi chiedersi che ne sarebbe di lei se anche la sua gattina iniziasse a darle istruzioni. Il se fossi, l’esser presa per chi non è, aiuta la ricerca di comprensione di orizzonti morali diversi, il tentativo di capire perché l’altro agisce in un certo modo, cercare di varcare i confini del punto di vista opposto e trarne conclusioni positive, porta all’accettazione, alla comprensione e quindi ad una spiegazione in qualche termine logica. Allo stesso modo funziona la curiosità del fare, del vedere, dello stare al gioco finché questo non compromette i propri diritti e di conseguenza l’asservire le potenzialità del cambiamento per personale diletto.
Nuovamente il meccanismo si sposta sul piano fisico, quando Alice trova una diversa forma di se stessa, sorseggiando dalla bottiglietta solitaria posata sul tavolo. Imperativo: bevimi. Superata l’ansia per il rischio di ingurgitare, e la sorpresa degli effetti secondari, Alice si avventura in un’azione che è divenuta interessante. Il gioco del cambiare è un passatempo piacevole, ricercato, reclamato, dopo un certo lasso di tempo o alla prima occasione possibile. Salvo, poi, pentirsi del fatto che ogni misura, ogni mutazione, comporta un adattamento al mondo circostante non sempre immediato o comodo, in un continuum fisico-emotivo spesso consequenziale e recidivo: piangere per aver osato, soffrire per mancanza di spazio, gioire per la riuscita dell’esperimento.
Interessante la sintesi/antitesi tra grandezza fisica e quella spirituale. L’esser grande fisicamente rappresenta per Alice l’esser cresciuta, l’essere vecchia, l’abbandono delle precedenti minute dimensioni, che la confinavano lontano dalle possibilità per cui era richiesta una certa taglia, vincolandola nel mondo bambino del non potere:

”Ma io sono già grande adesso!” aggiunse con voce piena di tristezza “e poi qui non c’è spazio per diventare ancora più grande.”
“Però”, pensò Alice, “questo significa che non diventerò mai più vecchia di così!
certo che non sarebbe male, da una parte… non diventare mai vecchia… però… sempre quelle lezioni da studiare! Oh, questo no e poi no!”[7]


Ci vuole una statura per ogni cosa, sembra volerci dire la bambina, quando lamenta i suoi sette centimetri di statura di fronte ad un bruco risentito, poiché sette centimetri sono precisamente anche la sua altezza. Questo sforzo dialogico continuo con il mondo alimenta il parlare con il suo io, quasi a metter in scena quella profonda convinzione che è in lei dell’essere due persone. Elogiarsi o punirsi, fino al tentativo di tornare quel che era sempre stata. Necessità di avere un controllo su ciò che accade, per volgerlo a proprio vantaggio, il tentativo perpetuo di gestire il meccanismo.

“Chi sei tu?” disse il Bruco.
“Io… ora come ora non saprei, signore”, rispose Alice alquanto timidamente,
“al massimo potrei dirle chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma da allora c’è stata
una tale baraonda di cambiamenti.” [8]


Alice non sa spiegarsi perché non sa chi è, non è più lei, ma è altro che ancora non sa definire. Ammette che il passaggio fisico attraverso diverse taglie le ha confuso le idee. E nemmeno alla prova pratica dell’enunciare la filastrocca, sapere solido e indipendente da circostanze, le cose tornano al loro posto: la recita di “Caro papà” (filastrocca didattica che incita ad abbandonare la fanciullezza per andare incontro ad una buona vecchiaia) le riesce tutta stravolta. In un universo privo di orientamento, quel che si tenta è l’appello a ciò che di certo si conosce, qualcosa che, nel suo essere consolidato, ci àncori al presente che non riusciamo a dominare. Ogni metamorfosi esige un orientamento, una classificazione. Inferire la realtà è esigenza vivente e porta con sé la possibilità dell’incomprensione o del malinteso. Alice viene creduta serpente solo perché ha il collo lungo e mangia le uova. La metamorfosi regola lei e tutto ciò che le sta intorno, in un continuo rimando inconscio e inatteso, come l’infante della duchessa che diventa porcellino, o logico-consequenziale, il bruco che diverrà crisalide. Una logica che s’impossessa del sillogismo, appunto, come funzione regolativa:

“Noi qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta”
“Come fai a sapere che io sono matta?” disse Alice.
“Per forza che lo sei”, disse il gatto, “altrimenti non saresti venuta qui”.[9]


Serafico il gatto del Chesire, che scompare senza preavviso, è irriverente all’autorità, e si diletta nel trasformarsi in nulla, che pure è qualcosa nel suo non essere. La mutazione diviene una sorta di scambio liquido tra le istanze di ciò che si tenta di cambiare, ciò che cambia da solo, ciò che sortisce effetti positivi e ciò che, invece, non lo fa. Ma in fondo, si tratta di come si vedono le cose, di quali e quanti vantaggi sia possibile trarne e, in una continua simbiosi di elementi, Alice scivola da uno scenario all’altro: « da quando aveva fatto quella nuotata nel lago tutto il paesaggio era cambiato, e il grande atrio, il tavolo di vetro e la porticina erano completamente svaniti».
Una liquidità che si traspone nel pieno dell’evoluzione metamorfica, ben esplicitata in Alice nel mondo dello specchio[10], costellato da una continua trama di cambiamenti che rimescolano i frammenti di un mondo:

Intanto continuava a camminare, meravigliandosi sempre più ad ogni passo che faceva,
perché tutte le cose si trasformavano in alberi non appena lei si avvicinava, tanto che Alice
si aspettava che da un momento all’altro anche l’uovo diventasse un albero.[11]


La piccola vittoriana sfrutta l’educazione come fattore attivo di integrazione. Adatta la sua linea comportamentale, per quanto riesce, nella necessità di fronteggiare il diverso. Cerca di conformarsi all’assurdo che percepisce, per quanto anche l’attribuzione d’illogicità sia permeata dal fattore soggettivo, pertanto la sua indole pura le permette di trovare assurdo meno di quanto in realtà possa sembrare. Le dice la duchessa:
«Non pensare neppure per un istante di non essere diversa da ciò che può sembrare agli altri
che tu sia stata o potresti essere stata non è diverso da ciò che saresti sembrata loro
differente da come sei».
Al contempo non si priva di aspettative, seppur guidata da un rigore educativo pedagogico, da nozioni pratiche e dalla logica matematica che cerca di trasporre ad un mondo che appare disarticolato. Quel che sorprende, come fa notare bene Citati, è che Carroll non sperimentò pure invenzioni fantasiose per creare questo universo, ma si rifece a dati linguistici: le cose sono le conseguenze dei loro nomi. Nel Paese delle Meraviglie, l’atto nominale diviene la genesi del campo semantico conseguente. Per questo la butterfly inglese non potrà che avere morbidissime ali di burro, e un cappellaio non potrà essere meno che matto. Allo stesso modo Humpty Dumpty[12] obbietta:

"Quando io adopero una parola”, disse con tono piuttosto sdegnoso “essa ha esattamente il
significato che io le voglio dare… né più né meno.”[13]


E ancora, ribatte Alice
«Deve essere molto faticoso, per una parola, rispondere a diversi significati».
Sulla scorta della dicotomia logico/illogico, in un’interpretazione semantica che contamina le distanze tra langue e parole e dove il significante domina e Alice perde i propri confini, anche lei si trova a rispondere a innumerevoli significati nel suo essere mutevole e molteplice. Il sistema di riferimento dialogico, fatto di norme, si rompe portando con sé difficoltà di percezione ed articolazione nella messa in gioco della personalità e dell’esperienza. Alice nel suo essere non stabilito, cerca se stessa in quel che era prima, quando ancora poteva dirsi definita in qualche modo. Un uso della parola metamorfico anch’esso. Una parola, un suono che come Alice diviene unità molteplice, lascia la fissità terminologica, l’identità univoca per divenire, contemporaneamente, fonte di plurimi significati. Un mare magnum di potenzialità, che con perizia matematica e intensità ludica il padre di Alice sfruttò meravigliosamente. Come ebbe a dire la duchessa: chi semina suoni raccoglie senso.

Note:


[1] Lo dichiara Alice prima di incontrare la Lepre marzolina. Si fa qui riferimento a Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Milano, Feltrinelli, 2002, testo originale a fronte, trad. it di Aldo Busi, note di Carmen Covito.

[2] Pietro Citati, Peter Pan il bambino magico figlio di Alice, Repubblica, 6 marzo 2009

[3] Lewis Carroll, cit., p. 81

[4] Ib., p. 21

[5] Ib., p. 29

[6] In Alice nel mondo dello specchio, infatti, il gioco del facciamo finta compare dopo poche pagine: “Kitty, sai giocare a scacchi? No, non sorridere, cara, te lo chiedo sul serio. Poco fa, mentre stavamo giocando, tu guardavi come se capissi e quando io ho detto:’Scacco!’ tu hai fatto le fusa. Sì, era uno scacco davvero bello, Kitty, ed avrei potuto vincere se non fosse stato per quello stupido cavallo che è sceso a far strage fra i miei pezzi. Kitty, cara, facciamo finta…”

[7] L. Carroll, cit., p. 57

[8] Ib. p. 69

[9] Ib., p. 95

[10] Lewis Carroll, Alice nel mondo dello specchio, Bur 2002, nella traduzione di Tommaso Giglio

[11] Ib, p.98

[12] Ibidem

[13] Ib., p. 104
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