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Indice

Tema n.8:

Acrobata dell'infinito
Intervista di Irene Palladini

Dario Voltolini (Torino, 1959) ha pubblicato Un’intuizione metropolitana (Bollati Boringhieri, 1990); Rincorse (Einaudi, 1994); Forme d’onda (Feltrinelli, 1996); 10 (Feltrinelli, 2000); Primaverile (Feltrinelli, 2001); I confini di Torino (Quiritta, 2003); e con Giulio Mozzi Sotto i cieli D’Italia (Sironi, 2004); Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito ( Effigie, 2005); Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia (Fandango, 2006); Fabio (Manni, 2008). Con Antonio Moresco ha curato il volume collettivo Scrivere sul fronte Occidentale (Feltrinelli, 2002). Per Radio Rai ha scritto quattro radiodrammi (fra cui Onde 1996 e Le lontananze accanto a noi, menzione al Prix Italia 1996). Con Julian Schnabel ha pubblicato Neve (Hopefulmonster, 1996). Collabora all’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa” e insegna presso la scuola Holden.

Metropoli. “Come una belva la città addenta il cranio, con le colate di metallo che illuminano la notte” (Una intuizione metropolitana). Totem della nostra esistenza, la metropoli atterrisce e confonde con il suo intrico di strade. Delle infinite metamorfosi della metropoli.
Dico solo questo: quando ero ragazzo passavo da un incrocio attraversato da binari che portavano da una fabbrica all’altra e ogni tanto ci si doveva fermare perché passava il treno con un carico di materiali di scarto ferrosi da portare a fondere all’altoforno. Poi hanno costruito una sopraelevata che tagliasse via quell’incrocio. Poi hanno chiuso quelle fabbriche, più niente trasporto di ferro, treni, niente. Poi hanno demolito la sopraelevata, e siamo giunti a oggi. Uno dei miei primissimi testi riguardava proprio quella sopraelevata, che ora non c’è più. Insomma, questo per dire che un tempo le costruzioni dell’uomo sopravvivevano a molte generazioni, mentre in una città come la mia - Torino – ho fatto in tempo a vedere una cosa, raccontarla e vederla demolire, il che ha fatto di un mio breve racconto un documento di cose che non ci sono più!

Efrem.“Forse gli anni avranno tolto brillantezza al motore della faccia sorridente, forse no: forse viaggia lontano per lavoro, con una giacca a quadri chiassosi e una cintura con la fibbia esagerata su cui passa una cravatta che continua a scendere per un bel pezzo, anche oltre il cavallo dei calzoni. Ma sono tutte fantasie, nessuno sa niente. Nessuna storia esisterebbe se non fosse raccontata e chi racconta inventa” (10). Scrivere per intrecciare storie, confondere le carte, tessere sapienti origami. Efrem, personaggio del romanzo 10, rappresenta il sogno di una giovinezza che vorremmo eterna e che ci illude con il fascino di una sapiente bugia. Le metamorfosi della giovinezza, anche di scrittura…
Il fatto è che, quando uno scrive, ciò che scrive nasce in quel momento e quindi è sempre giovane, la scrittura… Tuttavia il tempo passa e la scrittura resta come era, a differenza di noi, ma tutto attorno a lei cambia e a volte questo cambiamento la fa sembrare vecchia, oppure la fa sembrare ancora più giovane, e così via per sempre. Efrem quando lo racconto è un ragazzino, ora lui come persona non lo è più, ma anche il racconto che ho scritto non è più neonato, perché l’ho scritto circa dieci anni fa e adesso lo scriverei diversamente. Tutto questo per dire che ci sono molti tempi che si accartocciano insieme e mai nulla sta fermo.

Tempo primaverile. E’ il tempo della vita che germoglia. Mi pare che alla linearità di un tempo misurabile si contrapponga, nella sua narrativa, la percezione di una temporalità labirintica, deflagrante, attorta. Dunque sapientemente metamorfica. Le metamorfosi del tempo e della temporalità di un testo.
Proprio così, lo ripeto: non c’è un tempo solo, ce ne sono tanti e tutti insieme fanno un gran casino. L’idea per Primaverile, cioè l’idea di ambientarlo in un ospedale, mi è venuta proprio a partire da questa semplice e banale considerazione: psicologicamente un ora di tempo è molto lunga per chi va a far visita a un degente in ospedale, ma è molto breve per il degente stesso che viene visitato. Allora ho pensato di sviluppare la mia storia dei tempi caotici in un ospedale (tra i segnali dei tempi caotici ho messo anche una specie di giardino in cui tutti i fiori fioriscono contemporaneamente, anche se in natura non è così, e addirittura alcuni fioriscono di notte e altri di giorno: lì li ho fatti collassare in un unico grande istante presente di fioritura).

Anamorfosi di me stesso. “Ricomporsi sui rubinetti cromati al posto degli agghiaccianti murales infernali” , e “incredibilmente nonostante queste ripetute metamorfosi, un seme intatto e trasparente rimane, attraversandole tutte come un raggio” (Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito). Sospeso nella luce e nel tempo, l’identità metamorfica dell’io…
Permanenza dell’io attraverso le metamorfosi del sé? Permanenza di qualcosa di più profondo dell’io attraverso le metamorfosi dell’io? Non so, non ci arrivo, ma “sento” che c’è qualcosa di importante in questo gioco, che però sempre mi sfugge, soprattutto quando penso di averne afferrato il bandolo.

Metamorfosi. In Primaverile un uomo si affaccia ad una finestra e il suo volto si confonde con quello di un altro. Tra riflessi e rifrazioni, viaggi e miraggi, siamo tutti ghignanti, con le bocche oblique, simili a ferite. Come nelle Nubes di Borges, continua è la metamorfosi in cui tutto si disintegra. “Nella metamorfosi perdiamo incessantemente quello che siamo, però anche siamo quello che perdiamo” (Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito). Della metamorfosi come “sbriciolamento ontologico” (Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito).
Quello che di affascinante hanno le metamorfosi è proprio il loro suggerire questo gioco di cambiamento e di permanenza. Se ci pensi, se dici che tutto è sempre in mutazione, non fai altro che asserire che la mutazione è permanente. Quando incontro quei pensieri orientali che dicono di non separare dualisticamente le cose, io mi lascio affascinare. Poi però non faccio altro che separarle dualisticamente! E allora di qui la metamorfosi, di là la permanenza (della metamorfosi stessa? della materia?). Mi piacerebbe una volta raggiungere in un lampo una visione non dualistica, ma chissà se ce la farò mai.

Odissea. “L’odissea stessa è in continua metamorfosi, alla lettura si presenta sempre nuova. Lo è il nostro viso allo specchio. Lo è la topologia labirintica del giorno, lo è la rosa” (Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito). Forse la metamorfosi è la tonalità di ogni atto di scrittura e lettura?
La vita, lo spirito, sono movimento, sono incessante movimento. Forse non c’è altro che movimento. Scrivere è movimento e leggere anche lo è. Eppure ci pare che quanto ci dà una lettura ci resti dentro immutabile e duraturo, senza che lo possiamo scalfire. Forse questa è un’illusione? Forse semplicemente noi, la nostra lettura e la nostra comprensione per un po’ viaggiamo paralleli, alla stessa velocità e nello stesso verso in modo da sembrare mutuamente fermi? Non lo so, non ne ho idea, ma ho il forte sospetto che sia così.

Ricordi. Vanno, vengono, visitano la mente, si sfilacciano e si comprimono. Così, come un attacco della memoria, si profila nella mente vivido il ricordo di Irene con la caraffa di acqua e menta in 10. Le metamorfosi dei ricordi vissuti, letti, soltanto immaginati.
La caraffa di acqua e menta non mi lascia in pace. Pensa che un giorno vengo a sapere che una mia amica e ottima scrittrice, Letizia Muratori, è per una presentazione di un libro a Prali, una località di montagna nelle nostre Alpi. Siccome qualche anno fa io avevo trovato in vendita nell’emporio di Prali un boccettino di alcol di menta (che non è facile trovare) e l’avevo comprato per riprodurre proprio la caraffa che racconto in 10, non posso resistere e la chiamo per dirle di andare a comprare in quell’emporio l’alcol di menta! Un comportamento semifolle, no? Cosa gliene importava a lei? Magari niente. Eppure non ho potuto farne a meno. Ma non mi ha risposto. Allora le ho mandato un sms! Tutto ciò per dire che cosa? Forse solo che certi ricordi si ricordano loro di farsi vivi presso di noi.

Fotografia. Dall’omaggio all’arte di Luigi Ghirri che coglie le infinite metamorfosi del cielo alla fotografia come arte dell’annullamento del tempo…O forse la fotografia rivela la sua verità di arte metamorfica nel prelevare un’immagine e precipitarla in un’altra immagine? La fotografia, ovvero l’arte della metamorfosi.
La fotografia a tutta prima sembra distruggere la metamorfosi fissando l’immagine in modo statico e immodificabile, prelevandola dal fluire del tempo. Congelandola. E probabilmente è vero che fa questo, da un punto di vista tecnico. Tuttavia quando osserviamo una immagine fotografica noi ci muoviamo eccome, cambiamo rapidamente punto di vista, ripassiamo più volte sullo stesso particolare, ci facciamo sorprendere da aspetti che non avevamo notato, ci annoiamo dove prima ci esaltavamo, oppure viceversa, la confrontiamo mentalmente con altre immagini che nel frattempo abbiamo incontrato, altro che stasi, altro che congelamento! E Ghirri da questo punto di vista è ulteriormente un maestro se si prende una di quelle sue immagini fatate, semisospese nella luce, piene di quiete e di segreto, apparentemente immobilizzate, subito ci rendiamo conto degli incredibili movimenti che facciamo noi di fronte a lei: con gli occhi, con la mente, con tutto il corpo e l’anima e il pensiero, una girandola pazzesca.

Onde. La cosa più bella dell’incontro fra una donna e il mare “è stato quando lei ha alzato la mano verso il mare e lo ha salutato” (Forme d’onda). Secondo Camus soltanto il mare testimonia “di quello che vi è d’inquietante e di mai stabile nel mondo”. La metamorfosi del mare e la ricerca (rinuncia?) di un approdo.
Il mare è perfetto come simbolo del continuo mutamento, le onde mai uguali, e così via e così via. Ma il mare si muove perché il pianeta si muove e il movimento del pianeta resta sostanzialmente misterioso, nonostante la conoscenza scientifica di cui disponiamo. Pensare a noi stessi in orbita nel cosmo non ci viene naturale neanche oggi. Ma se ci pensiamo, quel movimento non è di deriva, ma di costante ritorno. Invece è di deriva il movimento di tutto il sistema nel cosmo e siamo di nuovo al punto di partenza, cioè tutto sembra andare alla deriva e tutto sembra tornare su se stesso. Siamo alla deriva anche sulla terraferma, e non siamo alla deriva neanche in mezzo al mare. Tutte queste immagini confliggono in noi e quando scriviamo, spesso ci “tirano” ciascuna verso di sé e lontano dall’altra.

Stelle e scrittura. “La parentela evidentissima tra certi processi di scrittura e i processi cosmici e stellari ha un lato scandaloso” (Il tempo della luce, narrazioni sull’infinito). Le metamorfosi impossibili fra terra e cielo, scrittura e vertigine siderale…
Eh sì, qualcosa brucia perché sottoposto a pressioni altissime e quando cambia di stato diventa chissà che cosa. Noi vediamo la scrittura e quello che ci sta immediatamente dietro o sotto, ma gli strati più profondi da cui si genera, le pressioni che la fanno scaturire sono ignote o almeno parzialmente ignote anche a chi scrive.

Infinito. “La scheggia di luce bianca che scatta in linea retta nella materia scura” (Primaverile) evoca l’infinito e l’artigianato della scrittura… L’otto sdraiato, forse, conosce solo la verità di un’inesauribile metamorfosi…
L’otto sdraiato è il simbolo dell’infinito, ma anche di un movimento di andirivieni giocoso, quasi fanciullesco. Mio papà quando ero bambino certe sere spegneva tutte le luci, poi si accendeva una sigaretta e disegnava con il suo rossore delle figure fantasiose per aria e la più bella era quella dell’andirivieni, dell’otto(volante) sia dritto sia rovesciato. Ora che ci penso, mio papà in senso etimologico fotografava (il buio! nel buio! al buio!). Magico.

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