Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.8:

Bisogna avere altri occhi
Le metamorfosi dell'anima
Intervista di Irene Palladini

Pavana è come l’ha scritta e cantata Guccini. Se hai imparato ad amarla racconta anche il tuo, di destino. Parti con le tue domande (naturalmente consuete), ma poi ti accorgi che anche il tuo linguaggio cambia e ti cambia, imperscrutabile. Bisogna davvero avere altri occhi, o meglio, sapere di avere, tutti, altri occhi, troppo belli per questa realtà. Sapere che il nostro sguardo non conosce quiete, resa, solo azzardi. Sapere che solo con questi occhi si può leggere una memoria, una storia. Che non è mai la stessa, e per questo, forse, per questo soltanto, vale la pena ancora raccontarla, e raccontarci…

Storia di altre storie, il libro che hai scritto con Vincenzo Cerami, si apre con una citazione di Borges: “Siamo chi va: la nube numerosa/ che si disfa a ponente/ è l’immagine nostra. Incessante la rosa si converte in altra rosa”. Le metamorfosi della vita.
Dall’infanzia ad oggi, tante e notevoli sono state le metamorfosi di luoghi, paesaggi, vite. Abitavo, da piccolo, qui a Pavana, nel mulino dei miei nonni. Ed era, per me bambino, un vero castello. C’era tutto il necessario: la farina, e dunque anche il pane, c’erano polli, conigli, maiali. Da allora molto è cambiato: ora c’è la luce elettrica e l’acqua corrente. Poi, ancora bambino, sono stato strappato da qui e condotto a Modena. E nella città della Motta molto è cambiato perché nel ’52 mi sono trasferito in via Puccini e ho conosciuto nuovi amici, tutti con la passione per i libri e la musica. Altra metamorfosi: Bologna, una società diversa, un mondo diverso. Ricordo di avere incontrato, proprio a Bologna, Adriano Spatola. Si presentò a me come poeta. Poeta? A Modena mai avevo sentito uno presentarsi così: Che fai ? Il poeta! Era, per me, davvero un mondo nuovo.
E penso anche alle metamorfosi sentimentali, alle varie compagne della mia vita. E poi a questi anni…L’età avanza e non hai più la voglia…Il folle volo, l’annaspare nel niente non fanno, credo, parte del quotidiano e delle sue trasformazioni.


“Il fiume ha tante di quelle facce, angoli, cantoni, curve, anse, piaggette, ripe e rioli che uno può starci dei giorni, dei giorni? Degli anni vè, n su e in giù, senza che se lo ritrovi uguale” (Croniche epafaniche). Le metamorfosi dei luoghi della mia memoria.
Il fiume…Che poi è più che altro un torrente. Quello c’è sempre, lo puoi sempre ascoltare, lo senti anche la notte, fa un rumore incredibile e, se non ci sei abituato, magari non riesci neanche a dormire. Ma, certo, il fiume cambia sempre. Ricordo che, da bambino, ogni estate cercavamo dove nuotare, la pozza giusta. E il fiume ci sorprendeva sempre, cambiando faccia, aspetto ad ogni pozza. Ma il fiume cambia anche ad ogni stagione. D’inverno le piene lo trasformano profondamente: è pieno di sassi, freddo, giallo, ostile, pare di ghiaccio. D’estate, invece, mormora sottile… Anche Pavana è cambiata: le cartine geografiche che ne indicano i sentieri non servono più: vai per una mulattiera e poi, ecco, all’improvviso, comparire una strada. Qui sotto c’è una strada che, in passato, non esisteva. E, nel dopoguerra, di là dall’acqua, interi campi erano coltivati. Ora, invece, è tutto inselvatichito e certi sentieri sono spariti. E quante case abbandonate e altre, al contrario, rimesse a nuovo. Pavana certo è cambiata, ma senza quello sconvolgimento che ha caratterizzato, poniamo, Modena.

La strada, nei romanzi che hanno Santovito come protagonista, è rappresentata come un sentiero, poi si trasforma in una mulattiera, infine in una carrabile. E nel racconto Il lago il paesaggio evocato era davvero, negli anni ’50, inquietante. Le metamorfosi della modernità.
Nel ’57 io e un mio amico che era qui in vacanza (perché Pavana era, allora, una località di villeggiatura) decidemmo di andare a piedi fino all’Abetone. Proprio in questa occasione ho conosciuto il lago, di origine glaciale, lo Scaffaiolo, il “lago picciolo nell’Appennino”, descritto anche dal Boccaccio. Che poi il Boccaccio non lo aveva visto davvero, perché parla di querce che lì, in realtà, non ci sono. Durante il tragitto io e il mio amico non incontrammo quasi nessuno, quando, all’improvviso, comparvero dei misteriosi frati domenicani. Adesso, invece, il lago è sempre pieno di gente che prende il sole, tutti con le radioline accese. Il lago è diventato meta di brevi gite fuori porta, poi hanno aperto le piste da sci ed è sempre affollatissimo.
Anche nei romanzi che hanno, come protagonista, il maresciallo Santovito, io e Loriano Macchiavelli abbiamo cercato, attraverso una differente ambientazione storica, di verificare le trasformazioni prodotte dalla modernità.
Penso poi che dei cambiamenti ci si renda conto dopo molto tempo. Ricordo di aver visto, dopo circa 20 anni, una vecchia amica. Mi dice: “Come sei invecchiato!” Le dico: “Oh, ma ti sei vista te !”. Mi pare più difficile rilevare il cambiamento quando una cosa ti sta davanti agli occhi sempre. Ma, se stai molto attento, magari te ne accorgi. Guardate quella casa grigia: prima era viva, piena di gente, ora sta cadendo a pezzi…


Il dialetto è una lingua che ha parole piene di evocazioni… Le infinite metamorfosi del linguaggio.
Da sempre le parole mi hanno affascinato. Penso che la parola poetica sia come un sistema atomico con un nucleo centrale, necessariamente mutevole e ambigua. E la rima, pur nascendo come supporto mnemonico, fa vibrare tra loro le parole in un gioco di rifrazioni semantiche. In Italia, come è noto, c’è una varietà straordinaria di dialetti. Si pensi alle quaranta voci dialettali per indicare il correggiato, che è un attrezzo formato da due bastoni uniti da una striscia di cuoio per la battitura del grano.
Nei miei romanzi Croniche epafaniche, Vacca d’un cane e Cittanova blues ho usato i registri linguistici di Pavana, Modena, Bologna. Ma, nella parte conclusiva di Vacca d’un cane e Cittanova blues, ho usato un gergo giovanile che, tuttavia, mi dicono che non esiste più. Negli altri libri, scrivendo di cose diverse, cambio completamente registro, come nel recente Icaro.


Quanto si deve cambiare? Barlumi, pallidi echi di una memoria che, forse, si dà solo per sottrazioni. Metamorfosi della memoria.
La memoria per me è importantissima: io mi metto lì e ricordo… Certo noi cambiamo profondamente con il tempo, cambiano i nostri giudizi: non è possibile riscrivere il Don Chisciotte come tenta il Pierre Menard del racconto di Borges. Cambia, con il tempo, anche il nostro stesso modo di ricordare. Penso che si ricordino più facilmente le scoperte, lo stupore delle cose, il semplice stupore di quando i tortellini erano solo a Natale. La memoria può giocare anche brutti scherzi: ricordo una gita con il prete a Genova, nel ’52, alla Madonna della Guardia. Ricordo tutto di quel viaggio: mia zia che preparava il pranzo, naturalmente al sacco, il parco e la fontana…Ma non riesco a ricordare, per quanti sforzi faccia, il nome del paese in cui ci fermammo. Cambia il nostro stesso modo di ricordare: anche nei miei romanzi c’è il bambino e l’adulto che recupera le memorie dell’infanzia.
Penso, inoltre, che non si possa ricordare ogni cosa. C’è un racconto di Borges in cui un uomo ricorda tutto e, per questo, impazzisce. Si ricordano i momenti piacevoli, non, poniamo, l’infinita noia quotidiana dell’anno al militare.


E mentre tutto cambia il sogno di Icaro, che dà il nome al tuo ultimo libro di racconti, rimane? Ma cosa resta fermo se anche il cielo, forse, ha bisogno di cavi e funi per non cadere? Con quali frammenti puntellare queste rovine?
Tutto sommato, anche se potrà apparire strano, io non tengo, in questo che amo definire un racconto di fantascienza, per Icaro. Ha ragione, in questa storia, il bambino e io tengo per lui perché sono legato alla realtà, o meglio a quella che per me è la realtà. Icaro è un sognatore? Credo un visionario, piuttosto. Per quanto riguarda il protagonista de L’uomo che reggeva il cielo, non si tratta di un personaggio di finzione e io l’ho conosciuto davvero. Ma, quando l’ho incontrato, non era un visionario, era già pazzo. Io osservo questi personaggi come Icaro, come l’uomo che reggeva il cielo o il Pensionato e interrogo le loro vite per interrogare il mio destino. Eppure lo so, non ci sono risposte: la notte sta per finire, ma il mattino non è ancora arrivato. Domandare sempre è, credo, un modo per sentirsi vivi. Cosa resta fermo se tutto cambia? C’è qualcosa, dentro di noi, come un nucleo irriducibile che resta fermo, solido, immutabile, tutta la vita. Io sono vissuto molto quassù. E l’educazione naturale che ho ricevuto, lo so bene, non cambierà mai. È questo il mio nucleo che credo non potrà mai cambiare.

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION