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Indice

Tema n.8:

Nel regno delle metamorfosi:
gli ambigui confini tra arte e scienza
Intervista di Magda Indiveri e Claudio Beghelli

Docente di Entomologia presso l’Università di Bologna, Giorgio Celli ha condotto una seconda vita in parallelo o in interazione con quella del ricercatore scientifico dedicandosi all’attività letteraria, artistica e teatrale. Ha fatto parte del Gruppo 63, ha scritto e messo in scena notevoli pièces teatrali per le quali ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Pirandello 1975 per Le tentazioni del professor Faust, il Premio letterario Camaiore 2001, ed il più recente Premio Alessandro Tassoni, Modena 2008, per il volume La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune, Mantova, 2007, che raccoglie un’ampia antologia della sua produzione drammaturgica. Ha curato per la Biennale di Venezia’86 il video Arte e Biologia nel Novecento, ha condotto la trasmissione Rai Nel regno degli animali, ha scritto saggi tra arte e scienza, romanzi, soprattutto gialli, poesia. Nel 2006 l’editore Sometti di Mantova ha ripubblicato tutti i suoi testi poetici nel libro Percorsi (vincitore della XXI edizione del Primio Lorenzo Montano, Verona), che ha costituito – insieme alla già citata raccolta lavori per il teatro – il primo passo di una ripresa delle sue tante opere disperse in riviste ed edizioni varie.
La più recente impresa: un’associazione culturale, il “Club di Fantomas” (vicolo Vinazzetti 1, a Bologna), che organizza letture, spettacoli, conferenze.

M.I. - Nei suoi testi teatrali e narrativi compare quasi sempre un personaggio che si trasforma nel suo avversario, nel suo nemico. C’è spesso questo meccanismo, questa trasfigurazione: alla fine il protagonista si accorge di essere molto simile al suo antagonista. Da dove nasce questa “persuasione dei contrari”?
Ci sono degli antecedenti filosofici importanti: la dialettica servo-padrone di Hegel, o vittima- carnefice di Sartre, per esempio, sono i due riferimenti fondamentali. In realtà nel 1968 sulla rivista Quindici uscì un mio intervento “Dalla violenza alla violenza”, dove dico una cosa che considero cruciale: quando due persone o due nazioni entrano in conflitto, per vincere una deve adottare e peggiorare le strategie dell’altra, quindi si comincia a combattere per difendere degli ideali e si finisce per trasgredirli per vincere. E si scopre che alla fine si è diventati il proprio avversario. Si pensi alla mostruosità del nazismo che poi viene eguagliato dallo sgancio delle bombe su donne e bambini a Hiroshimae al bombardamento di Dresda dove un esercito già in fuga viene sterminato per rappresaglia. Un grande descrittore di questa metamorfosi è lo scrittore di teatro belga Michel De Ghelderode:nel suo Escurial il vero buffone è il re e il vero re è il buffone.
Questa permutazione è senz’altro centrale della mia concezione teatrale. Per me il teatro è un luogo dove gli uomini si sfidano a parole, con tutto il loro carico di implicita violenza. Le figure del discorso teatrale sono forme di aggressività ritualizzata e sublimata. Ha ragione Marianne Moore a dire che la poesia – ma vale anche per il teatro – è un giardino immaginario con rospi veri dentro.


M.I. - Potremmo arrivare a dire che essere in conflitto con qualcuno è un modo sublime per conoscerlo?
Nel mio romanzo poliziesco Come le vespe d’autunno il commissario si chiede perché la giustizia ha gli occhi bendati. E conclude che non è per il principio di eguaglianza; ma perché, per condannare qualcuno, non bisogna conoscerlo a fondo, perché se conoscessimo il criminale nel suo spessore vitale, scopriremmo che avremmo fatto altrettanto. Si tratta di un io possibile che è diventato lui. Delinquente e poliziotto sono permutabili.
Riguardo all’odiare come forma di conoscenza, prenda degli epistolari d’amore: sono tutti molto simili e spesso estremamente banali. Prenda dei pamphlet, dettati dall’odio e li troverà sempre vari, interessanti e vivaci. L’odio sveglia l’intelligenza, e gli uomini hanno la sapienza dell’odio.
Già nel leopardiano “Lo stato presentedei costumi degli italiani si dice che la conversazione è un luogo dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno. Io diffido sempre della bontà, ed ho detto più volte chechi non chiede niente vuole di più. Certamente per me si tratta di un pensiero ossessivo, sviluppato già nel primo romanzo Il parafossile.


M.I. - Insomma, per portare alle estreme conseguenze il suo assunto, lo scienziato è un assassino in latenza, l’artista è un criminale inconscio!
Ambedue sono figure che non si accontentano. Lo scienziato vuole capire di più, e smonta o rompe il meccanismo per capire come funziona (come il bambino fa con il giocattolo); il poeta non ama il mondo com’è, oppure lo ama ma lo trasfigura,ne fa un altro mondo. Questo tipo di persone, se il mondo non corrisponde ai loro desideri, cercano di cambiarlo se possono; ecco perché Thomas Mann in esilio intitolò una sua conversazione radiofonica per la radio svedese “Fratello Hitler”, dove disse che in definitiva tra Hitler e lui c’era poca differenza: Hitler voleva cambiare il mondo e in fondo questi sogni di onnipotenza erano gli stessi suoi come scrittore.

C. B. - Nel dramma La zattera di Vesalio tu hai dimostrato come tra le pulsioni dello scienziato e quelle dell’assassino ci sia una sostanziale omologia…
È il dramma in cui rendo più palese la mia concezione del mondo. Per rappresentare l’omologia tra assassino e scienziato sono ricorso all’incontro tra lo sventratore di Dusseldorf e Andrea Vesalio il grande anatomista del ‘500, perché sono convinto che queste due figure sono complementari. Vesalio è alla fine dei conti un assassino di cadaveri La scienziato è un criminale inibito; d’altra parte, come dimenticare il nostro Fermi che vedendo l’esplosione della bomba H disse che era un bell’esperimento? Questo spiega perché la scienza sia anche così distruttiva, perché abbia sempre due facce. Nell’immaginario popolare del resto è forte l’idea dello scienziato pazzo.

M.I. – Lo scienziato pazzo aveva forse una parentela con il mago? Come è cambiata nel tempo la figura dello scienziato?
Ho tentato di dimostrare quanto sia falso che all’origine del pensiero scientifico magia e scienza si siano contrastate a vicenda; invece in alcuni casi hanno collaborato, prova ne sia che determinate figure di scienziati coniugano in loro il pensiero alchemico-magico e quello scientifico. E la magia è stata serbatoio per la scienza, per le sue scoperte.
È nell’800 che nasce un titanismo della scienza, per cui l’uomo diventa un contro-creatore della natura, ma al tempo stesso comincia a sentirsi minacciato. Oggi tra bombe, farmaci e pesticidi lo strapotere della chimica ha reso la scienza sempre più un fenomeno bifronte.
L’obiettività della ricerca scientifica è una conquista grandiosa che non tutti realizzano, ma è lo scopo finale di ogni bravo ricercatore, essere obiettivi fino in fondo. C’è il rovescio della medaglia, diventare così obiettivi da non avere più delle ipotesi, perdere i grandi vantaggi della fantasia che consente di immaginare.


C. B. - Concetto a cui tu torni molto, ogni teoria scientifica è il frammento di un sogno metafisico, ogni concetto in origine è nato come metafora.
La logica della scoperta non è aristotelica. In principio nella mente c’è sempre una “fantasticheria” al cui formarsi concorrono la cultura dell’epoca, lo stato della disciplina, l’immaginazione e la psicologia, quindi la personalità del ricercatore, le informazioni e le strumentazioni disponibili, l’intervento del caso, i suggerimenti o le censure dell’inconscio. Il sogno è spesso il suggeritore occulto della scoperta. Cito spesso il caso di Henri Poincarè che trovò la soluzione di un problema matematico che lo assillava nel corso di una revèrie notturna, mentre Watson racconta che scoprì la struttura del DNA decidendosi per una ipotesi, poi rivelatasi vera, di doppia elica, per illogici motivi di simmetria. Al principio, ogni scoperta è una immagine/embrione, ogni ipotesi è un’opinione che si cerca nei fatti, è una scommessa che lo scienziato fa sulla possibile congruenza tra il suo pensiero e il mondo. È il processo usato nei racconti polizieschi: Scherlock Holmes raccoglie indizi e li mette in una catena logica, come lo scienziato; Padre Brown di Chesterton raccoglie fatti stravaganti e li mette in una catena illogica ma possibile secondo un’abduzione alla Pierce, come il poeta; Maigret usa il metodo dell’impregnazione nell’ambiente, come l’etnologo.

M.I. - E in questo confondersi di ruoli e di versanti, come è sorta l’idea del vivente legame tra scienza e arte?
Nell’86 alla biennale di Venezia diretta da Maurizio Calvesi ho partecipato alla sezione arte e scienza, chiamato a fare un padiglione sul rapporto tra icona scientifica e icona artistica. Produssi un audiovisivo di circa un’ora, con otto proiettori sincronizzati con immagini simultanee sullo schermo. Era così possibile fare una comparazione tra immagini scientifiche e immagini di artisti del novecento che avevano fatto opere in qualche maniera analogiche, anche come struttura interna.. L’operazione tentava di capire se per caso la scomparsa dell’immagine riconoscibile e i nuovi territori dell’immagine iperottica si fossero generate nei pittori del novecento dall’avvento della fotografia e dall’avvento in parallelo della divulgazione scientifica. L’artista in fuga dai paesaggi del visibile approda al mondo dell’invisibile. Klee dipingeva guardando le creature piccole degli acquari, o era ispirato dai vetrini di microscopio. La stessa operazione faceva l’astrattista Kupka A scuola dell’evoluzione!
Il caso è promotore estetico potente, lo scoprono le avanguardie ai primi del Novecento, anche in seguito alla lezione nicciana (dal materiale incandescente primigenio, dall’informe qualcosa emerge). Si scopre la questione straordinaria del mimetismo, della prodigiosa somiglianza di forme organiche tra loro e della loro bellezza. Molto interessante fu la scoperta dei radiolari una sala del museo di Scienze Naturali di Vienna è dedicata a questi scheletri microscopici scoperti dal biologo Ernst Haeckel (diffusore di Darwin in Germania) in una spedizione oceanografica dove raccolse materiale nei fondali marini. Ne scrisse poi nel libro Le forme d’arte in natura che uscì nel 1899 con bellissimi disegni.
Quel padiglione alla biennale di Venezia fu un primo momento di ricerca delle connessioni tra arte e scienza sotto denominatori comuni. Mi piace dire che c’è tanta fantasia nell’origine della specie quanta logica c’è nell’Odissea.


M.I. – Per noi che la conosciamo sotto differenti vesti lei rappresenta proprio un emblema di questa connessione. Poter essere scienziato e artista… come le è capitato?
È stato un progetto maturato nella squallida periferia in cui ho vissuto, ero figlio di una famiglia piuttosto povera (la povertà la considero un’ingiustizia) in totale isolamento culturale, con una mitigazione: un nonno che ho conosciuto pochissimo ma che aveva una piccola biblioteca. Era operaio all’arsenale, in san Michele in Bosco, un socialista dei primi tempi, e aveva lasciato dei libri, comprati in dispense e poi fatti rilegare, Ricordo i miei giorni passati a leggere l’Orlando Furioso. Piccolissimo, questi libri sono stati per me l’innesco. Inoltre mia madre sapeva un po’ di francese (aveva fatto la sesta classe) e questo ha fatto sì che io amassi e studiassi quella lingua, e in seguito venissi affascinato dalla poesia francese. Sulla bancarella di un libraio trovai una traduzione in francese dell’Amleto con illustrazioni. Lo lessi con fatica ma rimasi sconvolto da questa lettura, la sua meditazione mi affianca per tutta la vita.
Poi sentii parlare di Darwin in autobus. Un frammento di conversazione - “tu sei la prova che nasciamo dalle scimmie” - mi colpì come un fulmine. Andai alla biblioteca dell’Archiginnasio, cercai nei cassetti dello schedario, e all’inizio non lo trovavo perché cercavo il nome con la v anziché con la w. Mi lessi in una estate tutto Darwin. Amleto e Darwin, ecco l’innesco.
Al momento della scelta universitaria, decisi per la disciplina scientifica. La letteratura mi affascinava, e volevo praticarla, ma mi pareva futile, io avevo sogni di potenza, volevo cambiare il mondo. Qualcuno mi disse “L’università è un luogo dove ti pagano se pensi” e capii che era il mio posto. Ma che dalla periferia, un figlio di poveri, potesse arrivare in cattedra, è stato un vero miracolo.


M. I. - Ma l’amore per la lettura non ha smesso di accompagnarla.
Più leggi più il cerchio si allarga. Un buon quarto d’ora di lettura di un buon libro fa passare ogni dolore dell’anima, ti offre l’accesso a un altro mondo. Per me che ho passato un’infanzia molto solitaria questo accesso è stato fondamentale. Ero sempre “via”, in compagnia di Amleto, di Longfellow… Ricordo lunghi sabati pomeriggio seduto al bar da solo con le prime sigarette e un libro. È così ancora per me. Le notti sono mie. Soffro d’insonnia: giro per casa, vado a bere, tiro fuori un libro inseguendo un’idea… La notte per me è davvero stellata.

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