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Tema n.8:

Metamorfosi: mordendosi la lingua della realtà
Intervista di Irene Palladini

Giuseppe Caliceti è nato a Modena nel 1964 e vive e lavora a Reggio Emilia. Ha pubblicato Marocchino! Storie italiane di bambini stranieri; Rachid, un bambino arabo in Italia, Fonderia Italghisa, Battito animale, Suini. Con Giulio Mozzi ha curato Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani. Insieme a Nanni Balestrini e Renato Barilli ha curato l’antologia Narrative Invaders. Narratori di Ricercare 1993-1999. Ha pubblicato il suo diario Pubblico/ Privato su www.emilianet.it e Canti emiliani dei morti su www.vibrisselibri.it.


Mi pare che la pulsione zoomorfa sostanzi profondamente la sua narrativa. Si assuma, a questo proposito, l’allegoria di Fonderia Italghisa: “Attraversate la giungla e uccidete una bestia velenosa, cattivissima, difesa da centinaia di pipistrelli, farfalle stilizzate, uccelli preistorici”. In questa Emilia grassa e disperata, forse allegoria di un certo mondo, l’uomo è abbassato alla condizione di suino. Della natura ibrida dell’uomo metamorfizzato.
Il pezzo che citi è la descrizione del percorso di uno dei personaggi che sta giocando con un videogioco: come in un ogni videogioco si identifica col personaggio che pilota. Il percorso narrativo del videogioco è chiaramente reinventato in modo visionario. È un percorso che in poche righe si sposta da una possibile giungla metropolitana a una situazione da uomo primitivo. Un percorso regressivo. Un condensato evolutivo che va indietro nel tempo. Resta il fatto che devi stare attento a non essere eliminato. Per quanto invece riguarda i suini, più che l’allegoria dell’uomo, sono più precisamente l’allegoria dei giovani maschi emiliani di fine millennio in un preciso territorio: l’Emilia. Non è un caso che il giovane metamorfizzato qui sia identificato con questo animale. Qui i suini sono più numerosi degli uomini. Qui il suino ha una storia nobile e millenaria. Il suino non è il porco, ma è allevato in batteria. Il modo di uccidere il suino, che qui ha tutto un suo rituale, da sempre mi pare legato ai metodi di uccidere coscienza e vitalità dei giovani occidentali di inizio millennio in questa parte del mondo e dell’Italia. Ma il suino rimanda anche a un recupero della propria istintività animale vissuta come propria essenza apparentemente meno condizionata.

La metamorfosi è la verità del luogo che prima fu Locomotive, poi Fonderia, poi Rex Caffè. Ora figlia, ora cuore pulsante, ora formicaio invaso dai bruchi, ora immondezzaio, alla pesantezza della sua struttura la disco si sottrae con la caparbia, ribelle leggerezza di una costante coazione anamorfica. La metamorfosi nello spazio della discoteca.
La discoteca, insieme all’ipermercato, è forse uno dei non luoghi che caratterizzano di più il paesaggio emiliano di fine millennio. Come ogni non luogo è assai malleabile. In Fonderia, nel Battito e in Suini è metafora del mondo in cui viviamo: un mercato. È luogo in perenne trasformazione. A ogni stagione è rinnovata. A ogni serata. Deve sempre essere adattata. La sua metamorfosi è quella del desiderio. I suoi spazi sono elastici. Nei tre libri subisce di fatto una metamorfosi che la differenzia sempre meno da quello che c’è fuori. Se il Locomotive è ancora in qualche modo alternativo, col Rex Caffè siamo all’omologazione pressocchè totale. La discoteca rispecchia il mondo attorno che si specchia sulla sua pista da ballo.

“Deve essere questa nebbia accesa nel buio della sera, questa nebbia che tutto riflette e tutto nasconde e improvvisamente svela e disvela e confonde”(Pubblico/Privato).
Sarà per questi orizzonti di bruma, ma davvero un paesaggio (anche urbano) lo si può solo pensare (creare, sognare, forse anche guardare) per trasmutazione anamorfica. Come agisce la metamorfosi nei suoi paesaggi?
Il paesaggio è tempo che passa, tutto qui. Il tempo trasforma uomini, bestie, paesaggi. Quello che si vede oggi è sempre un’apparizione in controluce rispetto a quello che si è già visto e si immagina di vedere.

In Pubblico/Privato, a proposito di quello di cui si può parlare in spiaggia, si legge: “Di come siamo cambiati col passare del tempo”. Portrait of the artist as a young man…metamorfosi dello Scrittore Inattivo dagli esordi ad oggi.
Prima pensavo abbastanza ossessivamente al modo in cui scrivere più che a quello che volevo scrivere, adesso è un po’ il contrario. Fortunatamente.

In Battito animale ha scritto che la lingua è un modo per masticare la realtà. Davvero pare una dichiarazione di poetica. Non si opera (almeno creativamente) sul linguaggio riproducendo senza scosse, eternamente soddisfatti, la realtà, ma agendolo profondamente, magari con il talento dell’illusionista. Dell’arte della scrittura come metamorfosi…
Sì, mi pare possa essere anche una dichiarazione di poetica. È un modo di masticarla per cercare di digerirla al meglio, devo aver scritto. Di un libro e di uno scrittore mi interessa soprattutto questo modo di masticare la realtà attraverso la lingua. Mi interessa la lingua che mette sulla scena della pagina e dà in pasto al lettore. La lingua che inventa. La voce. Scrivere e parlare hanno a che fare con questo modo di masticare. C’è tutto un galateo sullo scrivere e il mangiare. C’è sempre stato. Chi segue troppo il galateo del momento non mi ha mai affascinato troppo. Credo che ci sono scrittori che ascoltano voci e altri che vedono immagini. A me piace quella scrittura che mi restituisce una voce. Io mentre leggo e scrivo sento delle voci. Se non le sento mi annoio.

Mi pare che Pubblico/Privato sia anche il tentativo di recuperare una memoria umile e umana, al di là dell’estetizzazione nostalgica. Così, guardando una fotografia, ricordando una bicicletta, ci si ritrova, oggi, noi, padri. Metamorfosi di una memoria, o meglio delle mie memorie, schegge di memoria, fatte anche di tre sassi…
Pubblico /Privato è stata una sperimentazione a metà strada tra web e carta. È stato il primo diario on line italiano, il precursore dei blog che oggi, per la verità, non sopporto, nonostante ne mantenga uno su emilianet. Scrivere in rete è diverso. Hai voglia di allargarti, anche a sproposito. Ti chiedi perché devi descrivere un volto quando puoi metterci la sua foto. Più che un romanzo è un tentativo di catalogare un po’ un periodo della mia vita. Ha riempito il vuoto per la mancanza improvvisa di mio padre morto sotto un trattore. Metamorfosi di una memoria. Non so, subito per associazione mi viene in mente il ruminare. La mucca, il cammello. Noi ci nutriamo di memoria. La memoria è quella poltiglia lì che rimescoliamo nello stomaco. Quella rielaborazione di un’esperienza, di una visione, che continua dentro di noi. Dopo il masticare della lingua, c’è questa operazione di digestione. La memoria è in movimento dentro di noi. Agisce sul nostro intestino e sul nostro destino. La seconda idea di memoria è quella legata al concetto di parco-seghe espresso nei libri sui suini: memoria desiderante. Noi incameriamo queste immagini vere o presunte capaci di eccitarci in un cd interiore, in una memoria fissa. Questa memoria serve fondamentalmente per masturbarci.

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