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Indice

Tema n.8:

Evoluzione del giallo e dissolvenza in noir
Intervista di Marilù Oliva

La produzione letteraria di Loriano Macchiavelli spazia dal giallo, al teatro, alla critica letteraria, alla narrativa storica. È stato cofondatore del Gruppo 13, promotore del Nuovo Giallo Italiano, ha vinto premi letterari di risonanza internazionale. Ma soprattutto è stato testimone dei primi vagiti del giallo italiano e delle successive metamorfosi. Metamorfosi che in parte hanno lambito anche Antonio Sarti, la creatura letteraria che risolve i casi macchiavellici (con due c, in questo caso!), sergente calato in una realtà imperfetta e perciò investito di quell’umanità genuina capace di incantare e far affezionare il lettore.

È vero quello sostiene Rambelli, ovvero che, durante il novecento, il romanzo poliziesco muta parallelamente all’evolversi e al mutare della società?
L’evoluzione è caratteristica del romanzo giallo. Perciò resiste al tempo.
Il giallo è fortemente radicato, per tradizione prima e per scelta poi, nel mondo che il romanzo racconta e per questo muta col mutare della società nella quale è ambientato. Non c’è verso: anche i romanzi gialli che vogliono solo divertire, e per ciò cercano di evitare complicazioni sociologiche, in fine raccontano una società che sarà falsa, ma che corrisponderà alla società nella quale lo scrittore è nato e gli ha dato una cultura: la cultura del disimpegno.


“Funerale dopo Ustica” (Rizzoli, 1989), “Strage” (Rizzoli, 1990, uscito nel decimo anniversario della strage alla stazione di Bologna), pubblicati entrambi con lo pseudonimo di Jules Quicher, sono omaggio alla memoria di queste tragedie. La memoria, come valore, è presente in quasi tutte le sue opere e ne dimostra la carica reattiva rispetto al tempo in cui viviamo, un’epoca concentrata sul presente. Perché è importante conservare la storia anche in letteratura?
Soprattutto in letteratura, che è la forma più immediata di trasmissione della memoria. Almeno secondo il mio parere. Poi un pittore mi dirà che è la pittura; un musicista, la musica e così via. Quando, bambino, vidi la fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo averne vissuto gli orrori, ero certo che non ci sarebbe stata mai più un’altra guerra. Passarono gli anni e mi accorsi che persino coloro che, come me, quegli orrori avevano vissuto, li stavano dimenticando. La natura umana è più propensa a dimenticare che a ricordare. Per questo, dopo la Seconda, ce ne sono state altre di guerre. In tutto il mondo. Si potrebbe dire che non è passato giorno senza che, da qualche parte, ci si scannasse per un pezzo di terra, per un’idea di religione, per la possibilità di un guadagno e via così.

Negli anni ’80, lei passò dalla Garzanti alla Rizzoli alla Cappelli, poi di nuovo alla Rizzoli. E, nel frattempo, approdò al già citato pseudonimo di Jules Quicher. Come avvengono questi passaggi? Perché uno scrittore già conosciuto sperimenta un nome fittizio?
Nel 1983 la Garzanti chiude la sua bella collana di gialli e per questo passo alla Rizzoli che, pur non avendo una collana di gialli, mi pubblica La Balla dalle scarpe di ferro. Non si tratta di un vero e proprio giallo, ma di un romanzo con una quantità di misteri ancora non del tutto risolti. Primo dei quali, perché non ha avuto successo il romanzo, visto che io lo considero uno dei miei più riusciti. Ma forse si può spiegare con il fatto che, in quell’anno, alla Rizzoli succede di tutto: qualcuno ricorderà lo scandalo che colpì la casa editrice con gli arresti di numerosi dirigenti, ragion per cui alla Rizzoli avevano altri problemi che occuparsi della mia Balla. Mettiamola così.
Visti i brutti tempi che corrono alla Rizzoli, nel 1987 io tento di aprire una collana di gialli con la Capelli editore di Bologna. Il progetto è semplice e affascinante: una collana dedicata solo agli autori italiani, un romanzo ogni due mesi. Nei miei progetti c’erano alcuni giovani autori italiani fra i quali Pino Cacucci e Lorenzo Marzaduri, scrittor vigile urbano, ma anche altri. Comincio io, come apripista, con Stop per Sarti Antonio (Cappelli, 1987). Seguono, sempre miei, La rosa e il suo doppio (1987) e Sarti Antonio e il malato immaginario (1988). Vendono il giusto, ma quando si tratta di passare ai nuovi autori, la Cappelli rinuncia. Non mi resta che tornare alla carica con la Rizzoli e contatto uno straordinario editor, Edmondo Aroldi detto Pallino, al quale propongo tre romanzi di spionaggio. Pallino mi avverte, ma ormai conosco la canzone, che se gli autori italiani di giallo non vendono, figuriamoci se vendono i romanzi di spionaggio. Gli propongo una scommessa: io scrivo tre romanzi, giallo e spionaggio, con un nome straniero, vediamo se e quanto vendono e poi se ne riparla. “Va bene, facciamo il primo” mi dice lui, che è abbastanza matto da accettare la sfida.
Funerale dopo Ustica esce così nel 1989 sotto lo pseudonimo di Jules Quicher che, per l’occasione, viene spacciato per un ex agente segreto al servizio di una multinazionale straniera. Residente in Svizzera.


E a questo punto succede qualcosa che la obbliga a svelare chi è veramente Jules Quicher...
Sì. Il romanzo vende una grande quantità di copie e si parte con Strage, ma quando esce (1990, decimo anniversario della strage di Bologna) scoppia lo scandalo. Sergio Picciafuoco, imputato assieme ad altri nel processo d’appello che si sta tenendo proprio in quei giorni a Bologna, si riconosce in uno dei personaggi del romanzo e mi querela, assieme all’editore, per calunnia e un’altra infinità di accuse delle quali ho perduto il conto.
Non mi sorprende che si sia riconosciuto in un personaggio. Anche perché, nel romanzo quel personaggio si chiamava Sergio Piccifuoco.
Per lavare l’onta, ripristinare l’onorabilità della sua immagine e come risarcimento del danno subito, mi chiede tre miliardi di lire. E sequestro del romanzo in tutto il territorio nazionale.
Ovviamente, durante l’inchiesta è venuto fuori che il fantomatico Jules Quicher altri non era se non Loriano Macchiavelli.


Per uno scrittore cosa significa trovarsi in una situazione del genere?
Ho passato i sei mesi più brutti della mia vita. Intanto la casa editrice è sparita lasciandomi solo con i miei drammi: telefonate minatorie in piena notte, minacce di far saltare la mia auto assieme alla casa, ritorsioni verso la mia famiglia… Fate conto, un Saviano in piccolo.
Ho raccontato la vicenda, che non interesserà nessuno, solo per spiegare e giustificare l’utilizzo dello pseudonimo, ma soprattutto per dimostrare come sia difficile, nel nostro paese, portare le vicende di interesse generale in un romanzo.
I tempi non cambiano. O, se cambiano, cambiano in peggio.
Per la cronaca: sono stato assolto “per diritto dovere di cronaca”. Il romanzo, sequestrato a suo tempo su disposizione del magistrato inquirente, dottor Pomarici, non è mai più stato rimesso in libreria, nonostante l’assoluzione piena. Sono ancora qui a chiedermi perché, visto che si poteva utilmente utilizzare il processo e la successiva assoluzione, come cassa di risonanza per venderne un consistente numero di copie.


Può parlarci del gruppo 13, fondato con Marcello Fois e Carlo Lucarelli?
La storia della nascita e della vita (breve, ma intensa) del Gruppo 13 è troppo complessa per le poche righe. Sono tanto presuntuoso (e coinvolgo anche gli amici che hanno vissuto con me l’avventura del Gruppo 13) da sostenere che quello che alcuni chiamano il Nuovo Giallo Italiano, sia nato proprio dal Gruppo 13. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Prima c’erano alcuni scrittori (pochi), fra i quali io. Dopo ci sono stati Lucarelli, Fois, Comastri Montanari, Cacucci, Materazzo, Toni, Carloni, Baldini, Colitto, Nerozzi, Rigosi … e via via, più tardi, gli altri. Ai quali chiedo scusa se non li cito. Questi autori hanno sfatato la leggenda secondo la quale gli scrittori italiani non possono scrivere storie di delitti e di misteri.

Chi sono i numi tutelari del nuovo corso del giallo italiano?
Eccoli, così come mi vengono in mente: Oreste del Buono, Claudio Savonuzzi, Raffele Crovi, Loris Rambelli, Giuseppe Petronio, Elvio Gugnini, Renzo Cremante… e chiedo scusa ai tre che ho dimenticato.

Le capita mai di sognare Antonio Sarti e di vivere con lui qualche avventura?
Ci mancherebbe che lo sognassi! Già mi perseguita da oltre trent’anni … Però ho creduto di incontrarlo. È accaduto durante un sopralluogo nei sotterranei di Bologna. Mi sono trovato in una particolare situazione e ho pensato che lì, in quel luogo avrei potuto incontrarlo. L’ho addirittura visto (o creduto di vederlo) mentre s’infilava in uno dei tanti cunicoli.

In “Stop per Sarti Antonio”, (Cappelli, 1987) ha eliminato il suo personaggio. Poi Sarti è tornato “resuscitato” sulla scena letteraria. Come si può risolvere questo giallo?
Per la verità io non l’ho ancora risolto!

Sono consapevole che non si può esaurire in poche domande la peculiarità del suo personaggio e la sua collocazione nel panorama letterario che stiamo trattando. Si riscontra un’evoluzione nei suoi personaggi?
L’evoluzione dei personaggi è evidente, ma posso anche sbagliarmi e allora lascio ai lettori il piacere della scoperta. L’evoluzione dei personaggi è corale, perché c’è anche Rosas, Raimondi Cesare, la Biondina… C’è il conduttore che coordina e commenta gli avvenimenti e dialoga con Sarti Antonio, sergente.

Ci dà un’indicazione pratica?
Einaudi (stile libero) sta ristampando i romanzi della serie Sarti Antonio, sergente. Basta prendere qualche romanzo datato dal 1974 fino al 1980 e poi passare alla lettura di Delitti di gente qualunque, uscito nel febbraio del 2009.

Cosa ne pensa della diatriba in merito all’esistenza o meno del genere noir?
Per l’esistenza del noir, capita com’è accaduto per tanti anni l’esistenza del giallo: quante volte ho letto che il giallo non esiste, è morto. Io scrivo da trentaquattro anni e sono ancora qui. Se poi la domanda riguardava la differenza fra noir e giallo, be’, allora riporto la frase di uno scrittore di gialli: sono la stessa cosa “solo che nel noir sono tutti più tristi”. Più o meno.

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