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Indice

Tema n.8:

Le metamorfosi di Gadda
Alcuni casi di parodia del classico tra
I viaggi la morte ed Eros e Priapo

I. Metaforismo e metamorfismo: la deformazione espressionistica del mito / II. L’egoista estetico / III. L’uomo tirannico /

In nova fert animus mutatas dicere formas
Corpora. Di, coeptis – mam vos mutastis et illas –
Adspirate meis primaque ab origine mundi
Ad mea perpetuum deducite tempora carmen
(Ovidio, Met. I, 1-4)

I. Metaforismo e metamorfismo: la deformazione espressionistica del mito


È possibile accostare due esperienze letterarie, pur tanto differenti, come Le metamorfosi ovidiane e il romanzo novecentesco «come enciclopedia»[1], nella declinazione offertaci da Carlo Emilio Gadda, partendo da un archetipo che affonda le sue radici nella mitologia classica: quel concetto di metamorfosi che, riplasmato e modulato nei secoli dall’inventiva di sempre nuove voci, sfocia, per Gadda, nella deformazione (intesa come sistema prestabilito di intervento conoscitivo e creativo) che è collante stilistico, nonché metodologico, della sua scrittura. Il processo euristico connesso alla produzione letteraria, secondo l’idea propria dell’Ingegnere, passa appunto attraverso una deformazione: conoscere significa alterare il sistema-realtà con l’introduzione della propria volontà conoscitiva [2]. La scrittura, in quanto ermeneutica, determina una continua deviazione rispetto alle strade battute dal senso comune, a costo di generare un prodotto letterario barocco. La scrittura mescidata, allora, si impone alla febbrile ansia conoscitiva dell’autore, al suo imperativo morale, quale strumento sia di aggressione nei confronti di un mondo del tutto alieno rispetto alla ragione, sia di rivelazione della disorganicità ontologica del reale.
Ora, nel pluristilismo di Gadda, come nel suo immaginario letterario di riferimento, persiste una solida matrice classica greca e latina: quei «simboli maravigliosi»[3] vocati, oltre che a nutrire la famelica lingua gaddiana, anche a «rapportare a una misura eterna le vicende dei personaggi»[4]. La citazione latina, la glossa preziosa, l’eco mitologica, non sono, dunque, ingredienti di un semplice lusus linguistico, giocato nel quadro di una scrittura che esibisce la complessità della propria trama per ostentarne la letterarietà. Il riferimento agli autori classici, il riverbero mitologico, sono piuttosto contenitori di senso e di una possibile interpretazione del mondo. «Simboli eterni»[5] caricati del compito di concorrere alla ricerca – o piuttosto alla costruzione – di una gnoseologia (ma Gadda direbbe anche di un’etica) che sappia rendere conto, in equilibrio tra «impulsi parodistici»[6] e «religioso sgomento»[7], della disarmonia prestabilita del reale. Epos e mitopoiesi, in sostanza, giungono in soccorso allo scrittore nella misura in cui svolgono quel particolare e primario compito che è il dare un nome alle cose, cioè ai diversi sistemi coagenti comunemente chiamati realtà.
«Ostinato cultore della diversificazione e mutabilità infinite»[8], Gadda è tuttavia in grado di stabilire un trait d’union tra l’universo geocentrico e antropocentrico della classicità e il proprio universo monadico [9], avvalendosi delle infinite possibilità offerte, in questo senso, dal sarcasmo, «virus antiretorico»[10] per eccellenza, in grado di rivitalizzare il classico, ribaltandolo o parodiandolo. In ogni caso, a Gadda non interessa che del mito sopravviva l’«irripetibile sostanza»[11], l’autoreferenziale alterità rispetto all’oggi: esso, al contrario, persiste dialetticamente, proprio in quanto mito, rispetto alla storia. Un’«umanità ideale»[12], dunque, che attraversa carsicamente i secoli, affiorando in un Novecento sclerotizzato, imploso sulle sue stesse pretese, e mettendo a nudo le contraddizioni irrisolvibili di un’umanità giunta ai suoi minimi storici di idealizzabilità:

Non posso farmi aedo d’un Atride se Atridi non conosco, né d’un Pelide che sta ingurgitando maccheroni [13].

Dunque, se un’identificazione è possibile, l’unica che Gadda consente è quella della «polarità col discontinuo»[14], tra il mito, nella sua capacità di eternarsi e di «interpretare le più profonde ragioni storiche ed esistenziali della civiltà»[15], e l’oggi, che ha scoperto, sulla propria pelle e con abissale dolore, che la condizione umana è, per dirla con Primo Levi, «nemica di ogni infinito»[16].
Gli antichi, dunque, rappresentano generalmente per Gadda un polo d’attrazione positivo, «il felice paradigma del vivere»[17], e ciò non per un adeguamento cieco a parametri classicisti di giudizio (anzi, questi ultimi apertamente aborriti), ma in quanto voci scaturite «da sacrali misteri, […], da un profondo sacerdozio della tenebra (di quella che agli altri è tenebra)»[18]: è chiaro allora che l’utilizzo dell’epos classico in chiave parodica e secondo intenti satirici, fa di questo una sorta di grimaldello, in grado di scardinare la stabilità della menzogna e dell’assurdo, e di ristabilire il portato di verità e razionalità del reale. In altre parole, il classico viene ad essere il mezzo di contrasto col quale far reagire gli elementi del mondo per misurarne il senso e il valore. È un classico grottescamente deformato, condannato alla mutilazione, perché la realtà dolorosa del cosmo, che gli antichi avevano rivelato, è costretta a sommarsi a una dose di assurdità (e ridicolaggine) delle quali essi non potevano in alcun modo sospettare [19]. Esso ha una funzione, in questo senso, gnoseologica, perché in grado di esprimere «non l’armonia o l’immanenza dell’originario ma la sproporzione tra principi immutabili e flusso dell’empiricità. E dunque tra finito e infinito, eterno e temporaneo»[20].


II. L’egoista estetico


Un caso specifico di «rivitalizzazione» del mito «in forme stravolte e distorte»[21] è dato dalla rilettura che Gadda offre della leggenda di Narciso, nel saggio Emilio e Narciso. Apparso su «Ca Balà» in due parti, nel 1950, con il titolo di Meditazione prima: sulla rosta o ruota del tacchino, esso confluisce poi, con il nuovo titolo, nel volume I viaggi la morte, raccolta di scritti gaddiani pubblicati su varie riviste tra il 1929 e il 1957. In bilico tra tentazioni beffarde e intenti conoscitivi, l’autore opera, nel saggio in questione, una vera e propria «immersione nelle profondità dell’inconscio»[22]. Il tema è quello, assai caro a Gadda, dello sviluppo della personalità nel fanciullo, dall’incoscienza dei primi mesi, alla successiva acquisizione dell’idea di un sé, alla fase dell’«egoismo fagico»[23], durante la quale prende corpo la «centropetente ovvero centripeta lubido»[24]: è il momento in cui sboccia quella «fissazione tolemaica»[25] che, se non adeguatamente superata e sublimata in una appropriata consapevolezza etica (un «deflusso: dall’io al tu»[26]), determina la stagnazione della personalità che invischia cronicamente quella monade mancata, obliosa dei propri legami, quell’«io male sbozzolato»[27] che è il narcisista, o l’egotista. Il tema permette a Gadda di toccare alcuni aspetti collaterali della questione, a lui particolarmente cari; come il rapporto genitori-figli, la nefanda influenza di alcuni narcisi tristemente noti (vedi Mussolini, il «profeta forlimpopolo»[28], o d’Annunzio, il «divo di Pescara»[29]) sul popolo costretto a subirne le devianze, e, non ultimo, l’acume degli antichi che, con enorme anticipo sulle moderne teorie, intuì il corso di determinati processi psichici. E agli antichi rimanda, non a caso, l’altro nome dell’egotismo stendhaliano, quel «senso centrico e un tantinello esibito della propria personalità»[30]: il narcisismo. A questo punto, Gadda cede la parola al mito classico, che dietro all’inventiva fantastica lascia intravedere la consapevolezza dei meccanismi che muovono l’animo umano: la vicenda di Narciso ed Eco (trattata in maniera meno estesa anche in EP, p. 172) altro non è che la coinvolgente e commovente sceneggiatura costruita attorno a un tipico caso di ordinario egotismo. Il poeta che prestò il canto alla storia è, guarda caso, quell’Ovidio che delle metamorfosi aveva fatto una sua ragione di scrittura. Fedele dunque al racconto ovidiano [31], ma sempre pronto alla beffa, Gadda segue puntualmente il filo della narrazione, dandone un gustoso resoconto. La ninfa Eco diventa così la «ruffianella compiacente»[32], pronta ad aiutare Giove, «ch’era un sudicio da non se gli poter trovare l’eguale», a intrattenere «patetici colloqui con tale o tal’altra nàiade o driade»; il che provoca, in Giunone «incazzatissima», l’impellente desiderio di veder punita la «garrula guaglioncella» che osava trattenerla con le sue ciarle, mentre «quel pomicione del su’ marito» collezionava scappatelle nei boschi. La vendetta prende la forma di una «sempiterna aferesi» con cui Giunone condanna la ragazza a «reddere de multis […] verba novissima»: «bello scherzo». Quanto al «crudel quattordicenne liriopesco» (per il quale la ninfa Eco «falled in love»), per poterlo adeguatamente descrivere, «il Sulmona» scomoda Bacco e Apollo, nonché «ligustri-rose a strafottere». E il «buon Naso», nel frattempo, «da quel gran savio che è», freme «in sudor d’angosce» e «non si tiene dall’intervenire ad ammonire, a delucidare que’ fisici fenomeni della ombrosissima luce» dei quali il fanciullo, perso nella contemplazione della propria immagine riflessa nello stagno, sembra del tutto ignaro, mentre persevera nel «suo disperato lirismo» esclamando: «“Mi sforzo e la non mi riesce. Chi vol non pol, chi pol non vol. [...] A che gioco si sta giocando? Abbòzzala!”». Avvedutosi finalmente del ben noto malinteso, il bel Narciso sulle cui guance «non anco è piuma né calugo», esclama disperato: «“Ma codesto costà son io stesso! […] Iste ego sum!”». Tiresia («no, non Teresa, Ti-re-sia», «indovino o indovina alternamente sessuato o sessuata con periodicità sette anni, […] senza si poter mai arrivare a cavar lo sfizzio… già… né da maschio né da femmina… non so se rendo l’idea»), «l’avea dunque azzeccata: “Ei vivrà… fintantochè non avrà veduto se stesso”».
La rivitalizzazione del mito, in questo caso, passa attraverso una parafrasi ironica e divertita, giocata sui toni scherzosi del toscano e del fiorentino colloquiali, accompagnati da numerose citazioni tratte dall’originale testo ovidiano. Ma resta intatto, al fondo, il significato nucleale dell’archetipo: se Narciso muore, è perché in ogni ragazzo, a un certo momento della propria crescita, muore la «fase narcissica», la «tempestosa carica autoerotica», sublimata infine e disciolta «nei succhi etici della pubertà». Significato sotteso, ma palese e alieno da tante moderne pruderie,che si fa per noi testimone, se mai ve ne fosse bisogno,

[…] del genio di quel popolo che intuì e divinò e di poi descrisse e di poi celebrò nelle sue favole i dimolti moti della psiche, con una libertà che resulta impraticabile alla nostra cachettica prudenza: e vereconda stitichezza. [33]

La grandezza dei Greci, in fondo, risiede in buona parte nell’averci preceduti, a colpi di intuito e di fantasia, su questioni che noi abbiamo impiegato secoli ad architettare, e con gran dispiego di intelletto e inchiostro.


III. L’uomo tirannico


Vediamo ora come «l’espressionismo caricaturale e deformante»[34] si applichi a quel «libello – cioè minimo libro»[35], nell’accezione risolutamente polemica [36] del termine, che è Eros e Priapo, testo al quale Gadda lavora, non senza interruzioni, sin dal 1945, subito dopo la liberazione di Firenze, e che vede una serie di pubblicazioni parziali, sulla rivista «Officina», nel corso del 1955, e una prima edizione in volume, presso Garzanti, solo nel 1967. A muovere l’intenzione dell’autore è qui un respiro etico più risentito del consueto, o piuttosto «una quasi fisiologica esigenza di morale»[37], che imbocca la strada dell’invettiva monotona (vale a dire giocata sull’unica varietà tonale della rabbia senza mezzi termini) contro la «banda stivaluta» del «Priapo Ottimo Massimo»[38], che ha sfiancato l’Italia per ventuno anni: «il tempo migliore d’una generazione, che è pervenuta a vecchiezza a traverso il silenzio» [[39]]. Uno sfogo esulcerato dal «rospaccio che m’ha oppilato lo stomaco trent’anni»[40], e che ora pretende una proporzionata vendetta davanti al «tribunale»[41] della scrittura, a colpi di psicanalisi e sociologia opportunamente piegate all’uso: spiegare le ragioni dell’ascesa del «Mascellone Mago»[42]; in sostanza, mostrare la rovinosa parabola discendente di Eros decaduto a Priapo: da furore a cenere, cioè da dio dell’amore e dell’armonia a dio della bruta forza sessuale e generativa. Si tratta, insomma, di vedere chiaro nei motivi di una «storia mancata»[43], fatta di «tesi vana, antitesi barocca, e ruffiana sintesi», che non è storia del Logos, il quale ha abbandonato la terra vittima di un «cupo e scempio Eros», dal momento che «la causale del delitto», cioè l’ascesa al potere «della banda e del capintesta», è «una causale non esclusivamente ma prevalentemente “erotica”»: che sarebbe stata determinata, cioè, dall’incontro perfettamente riuscito e compiutamente catastrofico tra gli appetiti femminili (nel senso peggiore che un misogino inveterato come Gadda poteva conferire al termine) della folla affetta da «vulveria collettiva» e l’inarrestabile ascesa di un demente provinciale deciso a soddisfare il proprio incontrollato narcisismo proponendosi, con un successo i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, come «phallòs» supremo, «detentore de i’ barile unico centrale dello sperma» al di sopra della banalità sessuale dell’uomo medio, «Zefirino magrolino» senza attrattive.
Per capire bene quale ruolo giochi, in questo contesto, l’allusione sarcastica alla letteratura classica, occorre valutare attentamente, come sempre, il valore fondante dell’espressione, che, come si è detto, in Gadda finisce per essere lo strumento unico a disposizione per ricostruire e rendere riconoscibile un mondo ormai privo di strutture logiche. Ma c’è di più, nel caso dell’Eros e Priapo.
La tensione conoscitiva, indotta a passare attraverso il filtro della letterarietà, si esplicita in una carica espressiva esasperata e onnivora. Per combattere contro l’«istrombazzata di parole senza costrutto» del «Racimolatore e Fabulatore» bisogna spremere da ogni campo dello scibile i succhi della verità corrosiva, chiamando in soccorso «tutti i modi, i metodi, le tecniche, le singule operazioni e le discipline». Il «grande giocoliere della scrittura» [44], dunque, qui più che in altre opere, si ostina ad estrarre il nucleo del male che ha ammorbato il Paese con un approccio (e una lingua) multiplo: filosofico, psicanalitico, pedagogico, anti-storicistico [45] e sociologico [46]; ma, nel complesso, veracemente letterario. Ed è sul filo della letterarietà, dunque di una volontà eminentemente comunicativa, che corrono le accensioni immaginifiche, le imprudenti associazioni verbali, le canzonature aspre e quella continua tentazione parodica a cui Gadda non resiste in nessun caso, e tanto meno se si parla di fascismo, cioè di un regime che del glorioso passato di Roma [47] ha perpetrato per vent’anni una involontaria caricatura. Occasione troppo succulenta perché Gadda rinunciasse a tuffarvisi. E se si parla di fascismo, la partita è doppia: da una parte, un mondo ammirato senza riserve e il suo frutto letterario più splendido; dall’altro una «delinquente brigata»[48] che ha preteso di imitare quel passato esemplare estrapolandone pochi motivi, i più anacronistici e bolsi, trascinati ben oltre la soglia del cattivo gusto, oltre che del falso storico [49]. Ristabilire la verità vuol dire, in questo caso, anche mettere a confronto l’originale e la volgare copia, perché tutti vedano in cosa consiste la differenza; operazione, questa, che facilmente sfocia nel comico. Esaminiamone alcuni esempi, scelti tra i moltissimi che s’incontrano nel corso dell’opera.

D’in sulle sponde del suo fiume sacro il Gangaride aspetta ancora le minacciose ambascerie, paventa le scuri albane: albanasque timet secures. Così, cadauna due volte, andarono prese e poi riperdute a foco ed a sangue la Libia e la Pollonia [Nota a piè pagina:«Vallona»]: due volte servite e disservite cadauna e trionfate, di que’ due lidi incorporandi ossia sponde, le genti:

bisque triumphatas utroque ab litore gentes [50].


I primi versi latini riportati sono di Orazio, estrapolati dal Carmen saeculare; i successivi, di Virgilio, appartengono al Libro III delle Georgiche, all’inizio del quale, in tono solenne e con la riconoscenza che Virgilio sempre dimostrò nei confronti di Ottaviano, vengono esaltate le vittorie di Augusto. Vediamo ora in che contesto Gadda utilizza il rispettoso decorum di questi versi: l’argomento sono le spedizioni belliche dello sgangherato esercito italiano in Africa del Nord e in Albania; esercito, il nostro, guidato dal «Napoleone fesso e tuttoculo» che ha inviato i suoi uomini nel deserto a crepare di sete, anzi «a dover bere la piscia», mentre lui, in compagnia di «drude gentili» sorseggia «limonate giazze», mentre il «Gangaride»[51] (con riferimento, ancora, a Virgilio [52]) aspetta tuttora tremebondo l’arrivo delle imbattibili scuri albane. Ma è ampia la serie di parallelismi ai quali si presta la sagoma del duce; «Il principe maramaldo» è di volta in volta chiamato, con ghigno aspro (ma, con ogni evidenza, goliardescamente divertito), «Marco Aurelio ipocalcico dalle gambe a ìcchese» [53], «Scipione Affricano del due di coppe», «Lissandro Magno» (solo che questi arrivò ad Alessandria «col cocchio», mentre «lui c’è arrivato col cacchio»[54]), oltre che Augusto, Cesare ed Emilio Paolo («[…] le gran glorie del gloriosissimo Pirgopolinice Bombarda di Tripla Greca, da Cesare o da Emilio Paolo medesime inarrivate»[55]). La storia antica offre una galleria lunghissima di condottieri passati in leggenda e pronti ad offrire un modello perfetto, ovviamente da rovesciarsi, al «genio tutelare della Italia»[56] e alla sua tragica buffonata pseudo-imperialista. E ancora, modello curiosamente positivo, l’imperatore Tiberio, (così come raffigurato da due fonti illustri, Svetonio e Tacito): una «venenosa drupa in sull’albero», certo, ma che, pur senza aver mai aspirato al potere, una volta costretto ad assumere il comando di Roma, ottemperò ai suoi doveri con «responsabilità viva del comando» e «antepose […] la incolumità e le fortune vere dello stato alla jattanza d’un proprio fanfaronesco trionfo»[57]. Il «disdegnoso dispregio delle mandre e delle dignità molli e corrotte» dell’imperatore aspro ed intollerante splende tuttavia al confronto con l’imbecille passione con cui il Pirgopolinice si spendeva nel «concitare ed esagitare le genti» e nel «depositare in càtedra il suo deretano»[58].
È chiaro che l’insistenza con cui Gadda cita, nell’Eros e Priapo, Orazio, Virgilio e Augusto potrebbe essere dovuto non soltanto alla passione letteraria: ad essa si somma la circostanza per cui, nel giro di pochi anni, il fascismo ebbe la fortuna di festeggiare tre importanti bimillenari: il virgiliano nel ’30, l’oraziano nel ’35 e l’augusteo nel ’37: occasioni valide per mettere in mostra analogie tra passato e presente e conferire aloni di eternità al lavoro svolto con solerzia dal duce. I primi due anniversari, in particolare, «si prestavano ottimamente a essere usati per esaltare, insieme con i poeti romani, quella collaborazione tra gli intellettuali e il potere che era fortemente auspicata dal regime»[59]. Virgilio, in più, si mostrava spiccatamente adatto ad una coatta attualizzazione: «in quanto prefiguratore del cristianesimo, egli era il simbolo dell’accordo tra il fascismo e la Chiesa cattolica; in quanto cantore del dominio romano, era anche il vate della volontà di potenza dell’Italia mussoliniana; in quanto poeta della pacificazione dopo il disastro della guerre civili, era, infine, lo specchio dell’Italia pacificata dal fascismo». Per Orazio non fu altrettanto agevole reperire spunti da attualizzare, ma ci si rivolse per lo più all’Orazio poeta civile, «non senza forzature e funambolismi accreditati, come al solito, da una parte del mondo accademico». Invece il bimillenario augusteo cadde dopo la conquista dell’Etiopia, «quando l’Italia fascista aveva ormai assunto un fiero cipiglio imperiale». La risposta di Gadda, dunque, si ostina con tanta più petulanza, quanto maggiore è stato l’abuso (soprattutto per Virgilio e per Orazio) di cui il fascismo, tra le altre cose, si è macchiato.
A dimostrazione di una tanto perentoria verità, starebbe il fatto che nell’antichità il «Logos» aveva modo di esplicarsi nella vita politica e civile, improntata a un sano e vigoroso senso della responsabilità etica; mentre, ai tempi della «baldanzosa camorra»[60], «Logos è stato buttato via di scena dalla Bassaride perché inetto a colmare la di lei pruriginosa necessità», e la partita politica è rimasta nelle mani delle «femine» e della «ragazzaglia» atta a soddisfare quelle: sventatezza suprema, dal momento che, se si può concedere alla donna il diritto di preferire «li giovini, come quelli che sono li più feroci» (come giustamente ammesso da Machiavelli) è indubbio che detta donna debba tenere mani e ormoni lungi dagli affari di Stato, «e non stia a romper le tasche con codesta ninfomania politica». Questa irresponsabile gestione della cosa pubblica è cronaca recente; ma nel passato la prudentia regnava sovrana:

Tutte le grandi e operanti collettività della storia e direi della biologia non affidano la gestione del proprio travaglio a’ giovani, ma a’ maturi ed esperti, o, se volete, meno immaturi o meno inesperti. I nomi stessi «senatus» e «presbiterium» lo dicono, […].
Il giovane ha da prepararsi nella disciplina (da «discere»: in latino «disciplina» significa apprendimento teorico) e nella pratica (usus) («usus ac disciplina, quam a nobis accepissent»[61]? Cesare) famigliare e scolastica da prima, poi militare e civile [62].


D’altra parte è vero che Roma meglio di tutti dimostrò di saper trattare le masse prendendole per il loro verso, acconsentendo ai loro sfoghi per contenerli entro i limiti di quei meschini piaceri collettivi che non rischiano di mettere in discussione il potere stabilito: è il caso dei cosiddetti ludi indetti dagli edili:

[…] La multitudine la vuol essere intrattenuta co’ piffari e i colori dell’oro e del mùrice, e i suoni e i canti e gli odori, e le processioni e le naumachìe infinite: e i sacerdoti lo sanno: e l’edile plebeo s’è indebitato ne le sagre ossia ludi: e capta il Praxitele e il Policleto a Siracusa perch’e’ risplendano di carne pentelica a’ ludi urbani (cioè romani): Orazio, Carmina I-1 sulle tre magistrature: «hunc, si mobilium turba Quiritium certat tergeminis tollere honoribus»[63]: edilità, pretura, consolato [64].

Tutti espedienti in sé validi (in senso machiavelliano) a fini politici, come dimostra l’esempio di Roma con la sua lunga stabilità interna. Il problema però è che il «Furioso Ingrogato»[65] elevò l’espediente a sistema, e in questo si distinse dagli scaltri ma misurati edili romani: l’eccezione conferma la regola; mai un magistrato romano si sarebbe sognato di «ripetere sistematicamente da una scenica lubido e da lo stupro ululante che le consegue, quello afflato o “inspirazione” a gestire la cosa pubblica che è invece degli anni, del dolore, e del raziocinio»[66]. Come a dire che l’intelligenza politica della classe dirigente romana lavorava per il bene dello Stato, e non per soddisfare il bulimico narcisismo di un tiranno assetato di bagni di folla adorante.
A un livello letterariamente più ricercato si situa il ricordo, in Gadda certamente agevolato dagli studi filosofici, di alcuni aspetti del pensiero platonico emergenti, a volte in maniera non del tutto esplicita, in alcuni passi del testo, sempre a proposito dell’indigesto Narciso forlivese:

Mi propongo annotare ed esprimere, […]: quegli impulsi animali a non dire animaleschi da i’ Plato per il suo Timeo e per il Fedro topicizzati nello epithymetikòn, cioè nel pacco dello addome, ch’è il gran vaso di tutte le trippe: i quali impulsi o moventi hanno tanta e talora preminente parte nella bieca storia degli òmini […] [67].

È vero che Platone sostiene l’esistenza, nell’anima umana, di un epithymetikòn, ossia di una parte appetitiva, in quelle due opere capitali che sono il Timeo e il Fedro. Detta parte convive, sempre secondo Platone, con altre due: una animosa (thymoeidés) e una razionale (logistikòn); in base al prevalere di uno dei tre aspetti, è possibile far corrispondere ciascun individuo, rispettivamente, alla classe dei produttori di beni, a quella dei guerrieri difensori dello stato, o a quella dei filosofi (cioè alla ristrettissima categoria di coloro che sarebbero degni, nella Politeia grandiosamente prospettata da Platone, di reggere le sorti dello stato). Ma c’è di più: significative consonanze si scoprono tra la figura del tiranno nostrano che Gadda ha in mente, e quella descritta da Platone nel IX libro della Repubblica. Gli uomini tirannici, afferma infatti Platone, quelli tra i quali si pasce colui che prevalendo per violenza riuscirà ad imporsi come tiranno supremo, sono tali per il fatto di essere governati da Eros, tiranno esso stesso, in ogni settore dell’anima. È Eros a condurli sulla via del latrocinio e dell’abuso dei beni altrui, e a persuaderli ad ogni azione avventata, affinché essi mantengano il proprio status e quello della propria cerchia. Finché soggetti simili restano in numero limitato all’interno di una nazione, essi si limitano ad interrompere con le loro malefatte la tranquillità dei propri concittadini; ma se divengono numerosi ? e il popolo, stolto, li asseconda ? essi tirano fuori dalle proprie fila il tiranno. Costui, preda dei suoi desideri incontrollati e del suo bisogno di essere adulato, ha un’anima povera, famelica, ed è destinato a divenire egli stesso adulatore dei suoi adulatori.
Interessanti gli echi che ritroviamo in Gadda:

“La causale del delitto”, […] è una causale non esclusivamente ma prevalentemente “erotica” […] nel suo complesso: segna il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos»[68].

Con proibire tutto a tutti, la delinquente brigata ha garentito a sé ogni maggior comodità e sicurezza, dello illecito contro eventuali masnade concorrenti; simile a chi crea una riserva da cacciare e da raccogliere a sua posta, senza tema e senza pericolo […] [69].

Lui, il lungimirante, impose prima (curtello a la cintola), di poi avea l’aria d’implorare da tutti, guaiolando, come un canin pestato, il silenzio [70].

La donna il tyrannos furioso la conobbe e la annasò anche costì: il pavido idolatra del numero e della folla s’avvide che le femine gli potevano raddoppiare il su’ numero e la su’ maledetta forza [71].

Ma è anche nel delineare complessivamente l’immagine del dittatore, in risonanze più sfumate, che si intuisce l’affinità, e l’emergere del remoto precedente. Come Gadda, anche Platone continuamente riconduce la nascita del tiranno agli impulsi bestiali, ai piaceri carnali, a quella sfera animalesca e bruta racchiusa dall’epithymetikòn:


Quando attorno a lui gli altri appetiti ronzano, carichi di profumi e di aromi e di corone e di vini e di quei piaceri sfrenati tipici di simili compagnie, dopo averlo accresciuto e nutrito fino al limite estremo infondono nel fuco il pungiglione del desiderio, e allora questo comandante dell’anima è scortato dalla follia, ed è reso furioso, e qualora colga in se stesso opinioni o appetiti considerati ancora retti e pudichi, li distrugge e li scaglia lontano da sé, fino a liberarsi del tutto dal buon senso, e a farsi colmo di una follia a lui stesso esterna. l Perfettamente descrivi, disse, la genesi dell’uomo tirannico [72]

È lo stesso clima di profonda abiezione percepito da Gadda, lo stesso inarrestabile erompere di un’istintualità furiosa:

Essa è una netta retrogressione da quel notevole punto di sviluppo a cui la umanità era giunta (in sullo spegnersi dell’epoca positivistica) verso una fase involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte, dalla abitudine di passioni sceniche, da un ateismo sostanziale che vuole inorpellarsi di una «spiritualità» e «religiosità» meramente verbali. Ora questa caratteristica denunzia precisamente che il pragma della banda e del capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una lubido di possesso, di comando, di esibizione, di cibo, di femine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e di ozi: non sublimata da nessun movente etico-politico, da umanità o da carità vera, da nessun senso artistico e umanistico e men che meno da un intervento di indagine critica. […] Esenti, a volte, da ogni obbediente disciplina interiore, privi, a volte, d’ogni preparazione specifica come certi ragazzacci abbandonati dell’oggi [73]

Si tratta ancora, in questo caso, di una deformazione per assurdo? Di una distorsione in chiave parodica di un repertorio classico? Piuttosto ? e qui sta la tragicità dell’esperienza italiana del fascismo, il suo marchio d’infamia ? stavolta non è Gadda che ha voluto maccheronizzare, parodiare, distorcere: è quella stessa «storia mancata»[74] che ha provveduto a fare sì che il tiranno divenisse l’oscena caricatura di se stesso, e l’Italia il teatrino squallido di un’hilarotragoedia che di ilare ha avuto premesse e intenzioni, di tragico gli esiti; non è infine rimasto, sul suolo patrio, che quel «residuato male defecato della storia»[75] che nessuno storicismo aveva avuto il buon senso di paventare.
La Grecia arcaica conosceva già il tiranno, ne aveva già chiaramente diagnosticate le cause e delineati i contorni (si pensi, tra gli altri, alla lirica di Alceo). Platone, in seguito, ha contribuito alla tipizzazione in una formula paradigmatica di quella figura, poi passata al mondo latino (ad esempio Tarquinio il Superbo in Tito Livio). Altri tiranni hanno da allora contribuito a rigenerare la freschezza dei popoli ricorrendo alle sempre efficaci potature di eventuali rami secchi. In questo senso, Mussolini non rappresenta un’eccezione. Tuttavia, sono le proporzioni del fenomeno, la quantità di forze dispiegate a far sì che si reggesse la «tragica sagra nostra»[76] e la ben nota fine della stessa a richiedere una scrittura eccezionale. Cioè eccezionalmente e insistentemente fatta di metafore: di quell’esasperato metaforismo che solo può arrivare alla verità da Gadda ferocemente difesa («la mia disperata conoscenza»[77]).
La scrittura, in quanto «strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta» [78], ha il compito e la capacità, per Gadda, di svelare e mimetizzare la realtà oggettiva, poiché la parola, pur essendo altro dal mondo che rappresenta, può del mondo dare conto. Ma lo scrittore «ha “preso nozione”, nozione critica, dei limiti di validità …] del suo segno espressivo» [79], e sa che le parole, metafore delle cose, vengono logorate dall’uso, come «monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione come metallo, non più come monete» [80]. Per restituire ad esse il loro «contenuto magico» e per riscattarle «dall’ossessione della frode» [81], ristabilendo la verità, occorre che lo scrittore, «come l’esploratore, il pioniere», laceri «la mappa già disegnata degli accidenti» [82], e smonti le combinazioni convenzionali e precostituite delle lettere, mutando, attraverso la deformazione espressionistica e caricaturale, le usate formule in nuove possibilità. Materia duttile tra le mani dello scrittore, la parola preserva, come osserva Calvino, quella plasticità già sfruttata da Ovidio:

Anche per Ovidio tutto può trasformarsi in nuove forme; anche per Ovidio la conoscenza del mondo è dissoluzione della compattezza del mondo; anche per Ovidio c’è una parità essenziale tra tutto ciò che esiste, contro ogni gerarchia di potere e di valori. l …] In Ovidio la leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza [83]

Gadda non è certo uno scrittore ‘leggero’, nel senso che non ha mai cercato, per ragioni che la sua filosofia chiarisce perfettamente, di «togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio» [84], come appunto fanno Ovidio e Calvino stesso. Ma per tutte le altre affermazioni, il gioco della sostituzione sembra funzionare: anche per Gadda tutto può assumere sembianze inattese, almeno nella dimensione letteraria (i rubini sono «chicchi di melagrana» [85]; o le arterie del collo di un corpo straziato, «maccheroncini» [86]; come se davvero i frammenti della realtà non fossero che «tenui involucri d’una sostanza comune che, […] può trasformarsi in quel che vi è di più diverso» [87]); anche per Gadda «la conoscenza del mondo è dissoluzione della compattezza del mondo» (il quale, al contrario, non ha nessuna compattezza, ha anzi la consistenza e la densità di una polta motosa); anche per Gadda c’è, tra le cose, una «parità essenziale», dovuta, a dispetto di qualsiasi volontà di ristabilire un ordine razionale e una gerarchia, all’insolubile garbuglio del reale (tanto che in un romanzo ‘poliziesco’, la descrizione di un panino imbottito [88] può occupare più spazio di quanto faccia la risoluzione del caso).
Anche per Gadda, infine, la visione del mondo ha profonde radici scientifiche e filosofiche. Per Gadda, infatti, «gli oggetti sono punti da cui partono (o, piuttosto, in cui convergono) raggi infiniti, e non hanno, non possono avere contorni. Nominarli significa perciò descriverli e, più ancora, collegarli e riferirli ad altri oggetti» [89]. Descrivere – ce lo ha insegnato Calvino – significa scrivere intorno a ciò che vediamo: tentare di disegnare con le parole, cioè «legare le linee in modo che diventino scrittura» [90]. Da questa consapevolezza (o da questa ossessione), nasce l’«esasperato metaforismo» [91], che Roscioni attribuisce a Gadda e che possiamo accostare all’esasperato metamorfismo di Ovidio. L’aspirazione, o meglio la tensione all’infinito, tanto di Calvino quanto di Gadda, è la stessa di Ovidio: scrivere come se il romanzo, inteso «come enciclopedia, come metodo di conoscenza, […] come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo» [92] possa essere concepito «al di fuori del self» [93], fino ad «uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola» [94].

Note:


[1] I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori 1993, p. 115.

[2]«[…] Sappiamo che “deformazione” è un termine tecnico della sua [di Gadda} riflessione, atto a indicare la modificazione che ogni sistema di relazioni subisce nel flusso eracliteo dell’esistere. La deformazione linguistica appare dunque una specificazione poetica di questa deformazione basilare» (G. Contini, Quarant’anni di amicizia. Scritti su Carlo Emilio Gadda. 1934-1988, Torino, Einaudi 1989, p. 62). Come Gadda esplicita nel cap. XVI della Meditazione Milanese (a proposito dell’«ermeneutica a soluzioni multiple»: cfr. Scritti vari e postumi, a cura di A. Silvestri, C. Vela, D. Isella, P. Italia, G. Pinotti, Milano, Garzanti, 1993, p. 748), conoscere significa introdurre nella realtà – monade di infinite relazioni, «coinvoluzione di sistemi significativi» (Ibid., p. 752) preesistente al soggetto – una nuova relazione: cioè deformarla ulteriormente. In altri termini, conoscere una data realtà consiste nell’«attribuirle successivamente con penetrante intuito significati integranti, e cioè il passare dal significato n-1 ad n, n+1, n+2 [...] inserire quella realtà in una cerchia sempre più vasta di relazioni» (Ibid., p. 753), creandola e ricreandola, formandola e riformandola. Ma il soggetto conoscente è esso stesso, al pari di ogni suo oggetto di sapere, un grumo instabile di relazioni, incessantemente esposto a deformazioni e integrazioni; ne consegue che «quest’ultimo non può rivendicare per sé alcuna centralità» (R.S. Dombroski, Gadda e il barocco, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p. 55).

[3] C.E. Gadda, La cognizione del dolore, in Romanzi e racconti, I, a cura di R. Rondoni, G. Lucchini, E. Manzotti, Milano, Garzanti, 1988, p. 691 n. 1.

[4] G.C. Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Torino, Einaudi, 1995, p. 123.

[5] C.E. Gadda, Dicembre, in Saggi giornali favole e altri scritti, I, a cura di L. Orlando, C. Martignoni, D. Isella, Milano, Garzanti 1991, p. 1004.

[6] C.E. Gadda, I viaggi la morte (d’ora in poi VM), in Saggi, giornali…, I, cit., p. 436.

[7] G.C. Roscioni, La disarmonia…, cit., p. 123.

[8] N. Lorenzini, Gadda, il mito, la ‘deformazione’, in Mito e esperienza letteraria, a cura di F. Curi, N. Lorenzini, Bologna, Pendragon, 1995, p. 319.

[9] L’universo, con cui Gadda ha avuto dolorosamente a che fare, è quello eliocentrico copernicano (non a caso tra le ragioni profonde della nascita del Barocco nel Seicento c’è l’acquisizione, nella coscienza collettiva, dell’idea di una terra periferica rispetto al sole, detronizzata, per dir così) dove l’uomo, abitante di un pianeta tra tanti, stranamente disadattato rispetto a una natura che pure è in grado di dominare, se non di distruggere, ha valide ragioni, storiche e filosofiche, per sospettare che un dio «assolutamente noncurante e immorale» (così lo definiva F. Nietzsche nel Tentativo di autocritica alla Nascita della tragedia, Milano, Adelphi, 2002, p. 9) non solo non abbia creato il mondo appositamente per l’umano diletto, ma che forse neppure ne abbia troppo a cuore la sorte. Resta tuttavia vero che qualsiasi opera letteraria è portatrice sana di antropocentrismo poiché afferma il «primato del soggetto che organizza il mondo e la frase, articolando e formalizzando il continuum vitale» (C. Magris, Il superuomo senza desideri, in Dietro le parole, Milano, Garzanti, 2002, p. 96).

[10] VM, p. 553.

[11] N. Lorenzini, Gadda, il mito…, cit., p. 326.

[12] D. Isella, I cari «latini» di Gadda, «I quaderni dell’ingegnere. Testi e studi gaddiani», I, 2001, p. 115.

[13] VM, p. 436.

[14] N. Lorenzini, Gadda, il mito…, cit., p. 326.

[15] C. Magris, Chi scrive le non scritte leggi degli dèi?, in Utopia e disincanto. Storie speranze illusioni del moderno, Milano, Garzanti, 1999, p. 239.

[16] P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi 2002, p. 14.

[17] VM, p. 456.

[18] Ibid., p. 460.

[19] Cfr. R. Luperini, Crisi del simbolismo e oltrepassamento dei generi nella «Cognizione del dolore», in Gadda progettualità e scrittura, a cura di M. Carlino, A. Mastropasqua, F. Muzzioli, Roma, Editori Riuniti, 1987, p. 112.

[20] N. Lorenzini, Gadda, il mito…, cit., pp. 319 ss.

[21] Ibid., p. 324.

[22] Ibid.,p. 336.

[23] VM, p. 639.

[24] Ibid., p. 640.

[25] Ibid.

[26] Ibid.

[27] A. Zanzotto, Al mondo, v. 12, in La beltà; e ora in Le poesie e prose scelte, a cura di S. Dal Bianco, G. M. Villalta, Milano, Mondadori, 1999, p. 301.

[28] VM, p. 643.

[29] Ibid., p. 640.

[30] Ibid., p. 642.

[31] Si veda, ad es., l’attenzione riservata da Gadda a quegli effetti di ‘eco’ fonica presenti nel testo ovidiano, come segnalato da E. Narducci, La gallina Cicerone. Carlo Emilio Gadda e gli scrittori antichi, Firenze, Olschki, 2003, p. 130.

[32] Le citazioni di seguito riportate sono tratte da VM , pp. 645-649.

[33] Ibid., p. 653.

[34] A. La Penna, Latino e greco nel plurilinguismo dell’«Eros e Priapo» di Carlo Emilio Gadda, in Per Carlo Muscetta, a cura di N. Bellucci, G. Ferroni, Roma 2002, p. 301.

[35] C.E. Gadda, Eros e Priapo (Da furore a cenere), in Saggi Giornali Favole e altri scritti,II, a cura C. Vela, G. Gaspari, G. Pinotti, F. Gavazzeni, D. Isella, M.A. Terzoli, Milano, Garzanti, 1992, p. 219: d’ora in avanti EP.

[36] Cfr. L. Piccioni, Introduzione a C.E. Gadda, Eros e Priapo, Milano, Garzanti, 1995, p. 10.

[37] M. Bevilacqua, «Eros e Priapo»: trattato, romanzo o divagazione parodistica?, in Gadda progettualità…, cit., p. 181.

[38] EP, p. 258.

[39] Ibid, p. 225.

[40] Ibid., p. 236.

[41] L’espressione è in A. Pecoraro, Gadda, Roma-Bari, Laterza, 1998.

[42] Anche Thomas Mann, nel racconto Mario e il mago, che narra la «tragica esperienza di viaggio» dello scrittore tedesco e della sua famiglia in un’Italia sfigurata dal fascismo, si riferisce allegoricamente a Mussolini attraverso l’ambiguo e ipnotico personaggio, eponimo, del Mago (lo si legge in T. Mann, Romanzi brevi, Milano, Mondadori, 2005).

[43] EP, p. 229. Le citazioni di seguito riportate sono tratte da EP, pp. 224 ss.

[44] M. Bevilacqua, «Eros e Priapo»… , cit., p. 183.

[45] A Gadda le ragioni storiche dell’ascesa al potere di Mussolini poco o nulla interessano, a meno di non voler considerare storia quel fremito giunto dai visceri della collettività al richiamo erotico del «Fava». Diciamo pure che tutto il libello procede a dispetto di «codesti storici de’ mia stivali», i quali «non fanno computo bastevole del “male”: e del “problema del male”: parlano come se tutto andasse per il suo verso» (EP, pp. 232 ss.).

[46] Non dev’essere sottovalutata l’attenzione posta da Gadda al fascismo come fenomeno di massa: volendo infatti considerare con attenzione la disamina dei comportamenti degenerati delle masse sedotte dalla spettacolarizzazione (politica e non solo) e per nulla capaci di affermare una propria coscienza razionale, c’è da dire che in tempi di strapotere mediatico sarebbe il caso di considerare le parole di Gadda come cupamente profetiche. Il fascismo, in fondo, insieme al nazismo, non è stato che l’inizio di una serie di processi di controllo di massa su vasta scala, dei quali è a tutt’oggi impossibile scorgere la fine.

[47] È evidente, che la Roma che Gadda ha in mente, frutto degli anni di studio, e forse anche della conoscenza mediata dalla madre Adele Leher (professoressa di lettere e autrice di un libro sull’argomento, pubblicato nel 1886, intitolato Contributo alla storia romana dalla morte di Giulio Cesare alla morte di Cicerone), è una Roma autenticamente forte, sana, forse anche mitizzata. Sappiamo infatti che Adele, «personificazione impeccabile della mater romana, severa e rigorosa fino all’intransigenza», mantiene saldo il culto per Roma, «che il figlio abbraccia e osserva prima con lei, poi in proprio, integralmente» (M. Bertone, «Mirabilia Urbis Romae». Gadda e il culto di Roma, in B. Toppan, Rome. Mythes et simbole, P.R.I.S.M.I., 2001, pp. 243-266). Difficile credere che Gadda non fosse in grado di vedere, pur in tanta ammirazione, le tare della civiltà degli avi, ma il giudizio complessivo su quel mondo risente di un legame intellettuale, e anche, in un certo senso, affettivo, che si alimenta ulteriormente (nei limiti della lucidità spietata che sempre contraddistingue Gadda) dei guasti della mitologia fascista. Se il Duce ha in mente una Roma a misura di un’Italietta ignorante e spocchiosa, è il caso di insistere con maggior vigore nello screditare l’una e nell’omaggiare l’altra, con la sola intenzione di riportare i fatti alla pura verità: l’Urbe fascista non assomiglia punto alla Roma di Cesare.

[48] EP, p. 221.

[49] In realtà, si sa bene che al fascismo non interessava affatto la fedeltà al modello originale: «la forza politica di un mito non dipende dall’autenticità storica dei riti, dei valori, degli eventi, dei gesti che lo attualizzano, e si potrebbe sostenere che, in talune circostanze, l’efficacia di un mito sia direttamente proporzionale al suo grado di falsificazione del passato» (A. Giardina, Ritorno al futuro: la romanità fascista, in A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 215 ss.). Ciò non toglie che «misurare […] il divario tra storia romana e il mito fascista di Roma risponde quindi all’esigenza di una riappropriazione del nostro passato» (ibid., p. 216): una missione alla quale Gadda partecipa attivamente.

[50] VM, pp. 229 ss. [E due volte sconfitti i popoli di entrambe le sponde]. Tutte le traduzioni riportate sono a cura di chi scrive.

[51] Ibid.

[52] Ge. III, v. 27.

[53] EP, p. 225.

[54] Ibid., p. 228.

[55] Ibid., p. 296.

[56] Ibid., p. 266.

[57] Ibid., pp. 226 ss.

[58] Ibid., p. 227.

[59] A. Giardina, Ritorno al futuro…, cit., pp. 229 ss. Da qui anche le citazioni di seguito.

[60] EP, p. 247. Le citazioni di seguito riportate sono in EP, pp. 245 ss.

[61] B.G. I 40 [La pratica e la teoria che da noi avevano appreso].

[62] EP, p. 246.

[63] Carm. I 1, vv. 7-8 [c’è chi si batte per ottenere dalla folla dei volubili Quiriti le tre cariche].

[64] EP, p. 282.

[65] Ibid., p. 284.

[66] Ibid., p. 282.

[67] Ibid., p. 231.

[68] Ibid., p. 244.

[69] Ibid., pp. 221 ss.

[70] Ibid., p. 231.

[71] Ibid., p. 251.

[72] Resp. IX, 573a-b.

[73] EP, p. 244.

[74] VM, p. 434.

[75] EP, p. 347.

[76] Ibid., p. 247.

[77] Ibid., p. 230.

[78] VM, p. 503.

[79] Ibid., p. 453.

[80] F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, in La filosofia nell’epoca tragica dei greci, Milano, Adelphi 2006, p. 233.

[81] VM, p. 453.

[82] Ibid., p. 452.

[83] I. Calvino, Lezioni…, cit., p. 14.

[84] Ibid., p. 7.

[85] C. E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (d’ora in avanti QP), in Romanzi e racconti, II, a cura di G. Pinotti, D. Isella, R. Rodondi, Milano, Garzanti, 1989, p. 230.

[86] Ibid., p. 59.

[87] I. Calvino, Lezioni…, cit., p. 14.

[88] QP, pp. 161 ss.

[89] G.C. Roscioni, La disarmonia…, cit., pp. 7 ss.

[90] J. Cocteau, Oppio, Milano, SE, 2006, pp. 73 ss.

[91] G. C. Roscioni, La disarmonia…, cit., p. 3.

[92] I. Calvino, Lezioni…, cit., pp. 115 ss.

[93] Ibid., p. 135.

[94] Ibid.
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