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Indice

Tema n.8:

Metamorfosi e guerra dei sessi

In molti miti greci e romani di metamorfosi, il mutamento di sembianze di dei e dee, uomini e donne, avviene per cause derivanti da un incontro, o scontro, fra i due sessi. In linea generale, si può osservare che gli dei si trasformano per proporsi più efficacemente, le dee e le ninfe per sottrarsi; le donne subiscono la metamorfosi per la compassione di una dea, perché possano sottrarsi, o come punizione da parte delle dee, gelose o sdegnate, per non essere riuscite a sottrarsi (e, qualche volta, vengono successivamente ritrasformate in costellazione dall'amante divino impietosito). In altri casi, la metamorfosi-immortalazione è un doveroso riconoscimento post mortem: Alope, sepolta viva dal padre per aver partorito un figlio a Poseidone, viene da questi tramutata in sorgente[1]; Arianna è direttamente collocata tra le stelle, sotto forma di Corona di Arianna o Corona Boreale, da Dioniso alla sua morte[2], o, secondo alcuni, quando il dio si stanca di lei[3].
Tre sono le dee, antiche e potenti, che si cimentano in veloci trasformazioni per sgusciare via dalla presa del brutale innamorato[4]: tutte soccombono, ma assai diverso è l'esito del temuto connubio.
Metis, «che sa più di tutti gli dei e degli uomini mortali[5]», aveva assunto molte forme per non accoppiarsi con Zeus[6]: ma infine rimase incinta, e Zeus si affrettò a inghiottirla, secondo la tradizione di famiglia (come Crono; Urano invece impediva ai figli di nascere trattenendoli nel grembo della madre Gaia), perché lei, dopo la figlia che stava per dare alla luce, avrebbe generato un figlio che sarebbe divenuto signore del cielo. Zeus dunque la mangiò e la assimilò, acquistandone la sapienza[7] e partorendo dal proprio cranio Atena rivestita di armi.
Nemesi, figlia di Oceano, inseguita da Zeus per tutta la terra, si trasformò in molti modi, finché, divenuta un’oca, fu presa dal dio fattosi cigno[8], o eventualmente papero[9]: similia cum similibus. Partorì un uovo, da cui nacque poi la bella Elena. La storia fu poi trasferita a Leda, che avrebbe partorito l’uovo essendo stata sedotta, in forma umana, da Zeus divenuto cigno[10], e questa versione, a sua volta, fu in seguito attribuita a Nemesi. L’ira profonda di Nemesi per la violenza subita[11] spiega la sua vendetta, che la dea porta nel nome: sua figlia porterà a morte un incalcolabile numero di uomini[12].
La Nereide Teti, sfuggita ai propositi erotici di Zeus e Poseidone per la predizione che – anche lei – avrebbe generato un figlio più forte del padre, e quindi obbligata dagli dei ad unirsi al mortale Peleo[13], dovette soggiacere perché il Centauro Chirone suggerì al fidanzato la tecnica per catturarla. Ma prima, recalcitrando, si trasformò in fuoco, in leone, in serpente, in acqua[14], e in altre forme svariatissime[15]; infine, si dice, in seppia[16]: alcune fonti sostengono anzi che fu in questa forma che il povero Peleo riuscì a possederla[17]. Tuttavia, alla fine di tante prove, dopo la morte del loro gloriosissimo figlio Achille e dello sfortunato nipote Neottolemo, quando lui disperato la invoca, Teti arriva in volo (ex machina) a ristabilire un matrimonio davvero indissolubile: «perché tu mi sia grato per averti sposato, io ti libererò dai mali degli uomini, ti renderò un dio, immortale e incorruttibile; e abiterai per sempre nella casa di Nereo con me, dio con una dea[18]». E lui le è grato davvero, e ancora innamorato: «metto fine al mio dolore, come vuoi tu, o dea, seppellirò Neottolemo e andrò alle rupi del Pelio, dove presi fra le mie braccia il tuo corpo bellissimo» (vv. 1276-78: probabilmente allora non era una seppia).
Anche Demetra si trasformò una volta, in cavalla, sfuggendo Poseidone, e tentò inoltre di mimetizzarsi in mezzo alle cavalle di Onchio, a Telpusa d’Arcadia, ma senza risultato: Poseidone, che l’aveva inseguita mentre lei cercava la figlia Persefone, si trasformò in cavallo e la violentò[19]. Non era stata una buona idea: come osserva Pausania VII 21, 7-9, Poseidone è ovunque noto con l'epiteto di hippios, perché inventore, e donatore, dell'arte ippica.
Le donne mortali insidiate dagli dei tenderebbero a ribellarsi: era oltretutto cosa nota che non si sarebbe potuto tener segreta la faccenda, perché, disgraziatamente, le unioni di un dio non sono mai sterili[20]. Infatti, Corone si fa trasformare in cornacchia per sfuggire Poseidone, e Nictimene in civetta per sfuggire il proprio padre, ed entrambe entrano al servizio della dea salvatrice, la vergine Atena[21]. Però molte vengono prese con la violenza o con l'inganno[22], e qualcuna subisce anche, temporaneamente o permanentemente, l'onta della metamorfosi.
La più disgraziata di tutte è Medusa, segnata da un crudele destino fino dalla nascita: è l’unica delle tre sorelle Gorgoni a non essere immortale. Poi subisce la violenza di Poseidone, invaghito dei suoi bellissimi capelli, ma siccome il fatto avviene nel tempio di Atena, la dea offesa la trasforma in un orrendo mostro anguicrinito che impietrisce chiunque la guardi negli occhi; quindi insegna a Perseo il modo di ucciderla. Questi la decapita, facendo nascere dal suo corpo i figli della violenza, il cavallo alato Pegaso e il gigantesco Crisaore dalla spada d'oro, e poi dona ad Atena la testa, che, infissa nell’egida della dea, immortala la Gorgone come simbolo apotropaico, ripetuto in innumerevoli esemplari, taluni orripilanti, altri, soprattutto di epoca ellenistica, più benevoli[23].
La fanciulla Io, benché costretta dal padre a subire con rassegnazione l'amore di Zeus, è tramutata parzialmente in vacca per la gelosa vendetta di Era[24]; allora Zeus si accosta nuovamente, in forma di toro, alla fanciulla boomorfa ed Era le impone il guardiano Argo e un tafano che l'assilla[25]; al termine di un forsennato peregrinare in cui darà il nome al Mare Ionio e al Bosforo ('stretto della vacca'), Zeus la guarirà, toccandola e dandole un figlio. Altra è la versione di Apollodoro II 1, 3: «Io era sacerdotessa di Era e Zeus la violentò; scoperto da Era, toccò la fanciulla, la trasformò in una bianca giovenca e giurò che non si era unito a lei[26]». Poi Era si fa consegnare la giovenca, la tormenta in mille modi[27], le fa rapire il figlio subito dopo la nascita, ma Io riesce a ritrovarlo, e anche a fare un buon matrimonio, con Telegono re d'Egitto.
Callisto[28], seguace di Artemide e votata alla verginità, è violentata da Zeus che l'aveva avvicinata con l'aspetto di Artemide medesima[29] e da lui trasformata in orsa perché Era non lo scoprisse. Ma la sospettosa Era non si lasciò ingannare e indusse Artemide a ucciderla con una freccia[30]. Zeus allora la trasformò nell'Orsa Maggiore, una sorte che sembrerebbe implicare la divinizzazione, a giudicare dalle proteste inviperite della gelosa Giunone ovidiana. Versioni più feroci fanno vivere a lungo da orsa la poveretta, che è già un exemplum di bellezza distruttrice per l'Elena di Euripide:«o vergine felice, Callisto di Arcadia, che sei scesa dal letto di Zeus con un corpo di animale, hai avuto una sorte molto migliore di quella di mia madre: hai l'aspetto di fiera villosa, occhio selvaggio, figura di leonessa, ti sei liberata dal peso dell'angoscia... il mio corpo ha invece distrutto, distrutto la rocca di Dardano, e ha sterminato gli Achei[31]».
Di essere private del loro bellissimo corpo chiedono, e ottengono, parecchie ninfe, chiunque sia il loro divino spasimante.
Dafne si lascia trasformare in alloro per sfuggire ad Apollo[32].
Aretusa diviene una sorgente per sfuggire al fiume Alfeo[33], o secondo l’antica versione di Esiodo[34], a Poseidone. Asteria, trasformatasi in quaglia, si gettò in mare per evitare di unirsi a Zeus, e lì divenne l’isola di Delo[35]. E infine Siringa, fuggendo Pan, svanisce lasciando il suo nome alla syrinx, il flauto di Pan: «un giorno, mentre (Siringa) era intenta a pascolare, giocare e cantare, sopraggiunse Pan e cercò di piegarla ai suoi desideri, con la promessa di concedere parti gemellari alla sue capre. Ma lei rideva del suo amore, e disse che non avrebbe accettato per amante uno che non era interamente né capro né uomo. Pan si slanciò a inseguirla per prenderla a forza; Siringa fuggiva e Pan e la sua violenza: infine, stanca di correre, si nascose tra le canne e scomparve nell’acqua stagnante. Pan in preda all’ira tagliò le canne, ma non trovando la fanciulla, comprese la sciagura e inventò lo strumento musicale[36]».
Come si vede, Pan avrebbe forse avuto qualche chance se si fosse trasformato lui, come spesso e creativamente facevano soprattutto il prozio Poseidone e il nonno Zeus, ma non solo. Infatti, in questa serie, non agisce più il principio dell’analogia morfologica dei due partners, e ci si abbandona, anzi, agli accoppiamenti più stravaganti, a volte anche un po’ inquietanti, segnalati con compiacimento soprattutto dai tardi mitografi, compilatori di elenchi di metamorfosi.
Per esempio, «Helios, volendo far l'amore con Leucotoe figlia di Orcomeno, prese l'aspetto della madre di lei. Il padre la seppellì viva, ed Helios la trasformò nell'albero dell'incenso»[37]. Bacco sedusse Erigone in forma di grappolo d’uva, Apollo si fece sparviero e pelle di leone, Poseidone si unì a Melanto in forma di delfino, ad una figlia di Eolo in forma di giovenco[38]. Ma di molte di queste trasformazioni ci sono testimonianze antiche. Già nell'Odissea si narra che Poseidone sedusse Tiro trasformandosi nel fiume Enipeo da lei amato[39]. Zeus sedusse, mutato in un bianco toro bellissimo che spirava dalla bocca profumo di croco, Europa[40]; in pioggia d'oro, Danae[41]; in cigno, Leda[42]; in Anfitrione, la sua devota moglie Alcmena: ma, secondo Pindaro, «il re degli dei ... nevicò a metà notte fiocchi d'oro,/ quando alle porte d'Anfitrione/ arrestatosi ne cercò col seme Eracleo la consorte»[43]. Pausania (II 17, 4) racconta che nel tempio di Era ad Argo c’era la statua della dea scolpita da Policleto (verso il 420 a.C.), con lo scettro sormontato da un cuculo, e riferisce, pur sostenendo di non crederci, che lo si spiegava con la storia di Zeus, che, innamorato di Era fanciulla, si trasformò in quell'uccello che lei afferrò per giocare. La storia, nella versione dello Schol. a Teocrito XV 64, dimostra maggior padronanza della schermaglia amorosa da parte di entrambi: lui provocò un tremendo temporale e volò con l’aspetto di pulcino bagnato nel grembo di Era, che lo riscaldò nella sua veste, ma non gli permise di congiungersi con lei prima che la madre le promettesse che lui l'avrebbe sposata; era, fra l’altro, sua sorella.
Altre storie[44]: Zeus si unisce, mutato in orso, con Amaltea figlia di Foco (la capra sua nutrice?); in formica, con Eurimedusa (diventerà madre di Mirmidone, che si faceva derivare da myrmex, appunto ‘formica’); in satiro, con Antiope (tutt’altro che rassicurante, si direbbe); in aquila, con Egina e con il giovinetto Ganimede (neanche questo è un aspetto che invogli, a prima vista); in upupa, con Lamia.
Alcune trasformazioni si spiegano agevolmente con gli attributi e le manifestazioni del dio: Zeus è il dio della pioggia, che d’altronde è una forma utilissima per penetrare dal soffitto nella camera chiusa di Danae, o di Alcmena; e ha l’aquila come suo animale sacro. Poseidone ha per ipostasi il cavallo, ed è un dio marino. Ma certe metamorfosi sembrano dettate dall'intento di far migliore impressione. Così l'infelice Deianira rievoca il terrore della sua giovinezza: «avevo come pretendente un fiume, Acheloo, che si presentava a mio padre per domandarmi in sposa in tre forme diverse: con l’aspetto di un toro, o di un serpente attorcigliato e screziato, o in sembianza umane e il capo di un bue e dalla sua barba scura uscivano scorrendo rivoli di acqua sorgiva»[45]. Si ritroverà poi per marito un eroe selvaggio e violento, Eracle, capace di sconfiggere in duello un tal mostro. Dopo una vita di dolori e di ansie, cercherà di ricondurlo a sé con un filtro, che lo uccide; ne morirà suicida.
Concludo con la più umana, la più realistica (ma razionalistica e moralistica) delle metamorfosi, quella che a lei attribuisce il retore e filosofo del II sec. Dione Crisostomo, nel brevissimo dialogo Nesso o Deianira: la vicenda di una donna, una moglie, che riesce, tragico successo, a trasformare il marito semidivino. È falso, vi si dice, quanto si racconta a proposito della camicia avvelenata con il sangue del Centauro Nesso; è vero invece che Nesso, mentre la trasportava sulla groppa attraverso un fiume, volle ingannarla con consigli melliflui per portare Eracle a morte, e le suggerì di incivilirlo[46]. Le disse: «ora è selvaggio e aspro e resterà con te poco tempo, e sarà anche scontroso, per via delle fatiche e delle spedizioni e della vita che conduce. Ma se tu lo convincerai, un po’ con le premure, un po’ con i ragionamenti, ad abbandonare questa sofferenza e queste fatiche, e a vivere in modo rilassato e piacevole, sarà con te molto più docile, vivrà meglio e ti terrà compagnia per l’avvenire rimanendo a casa... Deianira lo ascoltò ... e rifletté che il Centauro diceva cose giustissime: è naturale che volesse avere il marito in suo potere. Ma Eracle, sospettando che non ci fosse niente di buono nella premurosa conversazione del Centauro con Deianira, e nell’attenzione che lei gli prestava, gli tirò una freccia. E quello, anche mentre moriva, esortò Deianira a ricordarsi delle sue parole e a fare come lui consigliava. In seguito, quando Deianira si ricordò delle parole del Centauro, dato che Eracle non aveva affatto smesso, e anzi era partito per un viaggio ancora più lungo, l’ultimo, quando prese Ecalia, e si diceva che si fosse innamorato di Iole, pensò che fosse meglio mettere in atto i suoi consigli, e ci si mise d’impegno: secondo la natura ingannevole e scellerata delle donne, non smise, un po’ incoraggiandolo e un po’ dicendo che si preoccupava per lui, che non si ammalasse rimanendo nudo, d'inverno e d'estate, sotto la pelle di leone, prima di averlo persuaso a buttar via la pelle e a mettersi una veste come tutti gli altri. Questa appunto era la cosiddetta ‘camicia di Deianira’, che Eracle si mise. Insieme con la veste, gli fece cambiare anche tutto il suo modo di vivere: cominciò a dormire nel letto e smise di restare quasi sempre al campo, come era abituato a fare prima, di lavorare con le proprie mani e mangiare lo stesso cibo di prima, ma prese a fare uso di pane e pietanze elaborate e vino dolce e tutto in conseguenza. Per questo cambiamento, come era inevitabile, divenne debole e molle, e ritenendo che, una volta assaggiata la mollezza, non fosse facile liberarsene, si diede fuoco, convinto che fosse meglio abbandonare quella vita, e disgustato di esservisi piegato».

Note:


[1] Euripide, frr. 105-113 Kannicht; Igino, Favole 187.

[2] Diodoro Siculo IV 61, 5-7.

[3] Ovidio, Fasti III 459-516; Nonno, Dionisiache XLVII 268.

[4] Cambiamenti continui appartengono, nei vari miti, a Proteo, Nereo, Metis, Nemesi, Teti, Periclimeno, Dioniso e Mestra, i quali hanno, tutti o quasi, a che fare con l’acqua, cf. P. M. C. Forbes Irving, Metamorphosis in Greek Myth, Oxford, Clarendon Press, 1990, 171-194.

[5] Esiodo, Teogonia 886, trad. G. Arrighetti.

[6] Apollodoro I 3, 6.

[7] Perciò Zeus viene detto metieta, metioeis, cf. M.L. West, Hesiod. Theogony, ed. with Proll. and Comm. by M.L.W., Oxford, University Press, 1966, pp. 401s.

[8] Canti Ciprii fr. 9 Bernabé. Pausania I 33 e Apollodoro III 10, 7.

[9] Come ipotizzano Omelie pseudoclementine, 5, 13-15 Rehm-Strecker.

[10] Euripide, Elena 16ss.

[11] Canti Ciprii frr. 9 e 10; cf. Apollodoro III 10, 7.

[12] Esiodo fr.204. Cf. Forbes Irving cit., pp. 187-91.

[13] Pindaro, Istmica VIII 26-47

[14] Sofocle, fr. 150 Radt.

[15] Sui vasi fino alla fine del V sec. a.C. si vedono trasformazioni in uno o più serpenti, in un mostro marino, in una o due pantere, in uno o due leoni, in pesce, in fuoco, in aquila. Cf. R. Vollkommer, s. v. Peleus, Lexikon Iconographicum Mythologiae Classicae VII/1 (1994), pp. 251-64.

[16] Schol. ad Apollonio Rodio I 582.

[17] Schol. ad Euripide, Andromaca 1265 e Schol. a Licofrone 175 e 178.

[18] Euripide, Andromaca 1253-57.

[19] Pausania VIII 25, 7ss. e 42, 1ss. Ovidio, Metamorfosi VI 118s.

[20] Omero, Odissea XI 218s., Esiodo, Catalogo delle donne fr. 33 M.-W., Euripide fr. 73a.

[21] Ovidio, Metamorfosi II 569-595

[22] Vedi infra le metamorfosi cui ricorrono gli dei per sedurre le oneste giovinette.

[23] Ovidio, Metamorfosi IV 772-803.

[24] Eschilo, Supplici, 535-589, Prometeo Incatenato, 561-741.

[25] Eschilo, Supplici 300s. Analogo il comportamento di Pasifae, che, volendo congiungersi con il toro, si infilò in una vacca di legno costruita da Dedalo per quella bisogna, e poi generò il Minotauro (Apollodoro III 4,1; Ovidio, Ars Amatoria I 290-326).

[26] Trad. M.G. Ciani.

[27] Fin qui, assai più diffusamente, anche Ovidio, Metamorfosi I 583-750.

[28] Apollodoro III 8, 2 afferma che, secondo Esiodo (fr. 163 Merkelbach-West), Callisto era una ninfa; ma lo pseudo-Eratostene, Catasterismi I p. 1 Olivieri, invece, dice che secondo Esiodo era figlia di Licaone: anche per Eumelo, poi per Ovidio, Metamorfosi II 409-530, era la giovane figlia del feroce Licaone, l'uomo-lupo.

[29] Come è immaginabile, i mitografi sono perplessi circa il fatto che un violentatore possa spacciarsi per una donna. Ovidio risolve il problema con disinvoltura: «la bacia in modo un po' violento, non come dovrebbe fare una vergine... la blocca in un amplesso e compiendo il misfatto si rivela» (trad. P. Bernardini Marzolla). Altri, dice Apollodoro, pensavano che Zeus si fosse trasformato non in Artemide bensì in Apollo, il quale, peraltro, era aggressore non meno temibile di suo padre, ma certo più bello: infatti, rievocando la violenza subita da fanciulla, Creusa gli rinfaccia «venisti da me con la bionda chioma scintillante come oro…» (Euripide, Ione 887s.). Apollo ebbe tuttavia parecchi insuccessi: Dafne, Coronide, Cassandra...

[30] Ovidio e lo pseudo-Eratostene cit. a n. 16: infine il figlio dell'unione divina, Arcade, cresciuto, tenta di ucciderla durante una caccia e solo allora Zeus provvede a collocarli entrambi in cielo.

[31] Euripide, Elena 375-85 (trad. M. Fusillo)

[32] Ovidio, Metamorfosi I 452-567.

[33] Ovidio, Metamorfosi V 572-641.

[34] Fr. 188a Merkelbach-West.

[35] Apollodoro I 4,1, Pindaro Frr. 33c. 52e40-3, Callimaco, Inno a Delo 37-54, 196-225, 244-8.

[36] Longo Sofista II 34, trad. M.P. Pattoni. Cf. anche Ov. Met. I 689ss.

[37] Paradox. Anon. de trasformationibus 348 ed. Westermann, cf. Ovidio, Met. IV 190ss. (dove Apollo riprende il suo aspetto prima dell'atto sessuale), e v. Forbes Irving cit. pp. 206s.

[38] Ovidio, Metmorfosi VI 115-26.

[39] Omero, Odissea XI 235-269.

[40] Esiodo fr. 144 M.-W.

[41] Sofocle, Antigone 944-50.

[42] Euripide, Ifigenia in Aulide 793ss., Elena 16ss. e 255ss. Vedi sopra, a proposito di Nemesi.

[43] Istmiche, VII 5-7, trad. G.A. Privitera.

[44] Omelie pseudoclementine, 5, 13-15 Rehm-Strecker. L’encomio dell’amore illecito che vi è contenuto è finalizzato alla critica delle credenze e della morale pagana, v. A. Milazzo, Un esempio di moice…aj ™gkèmion nelle Omelie pseudoclementine, in Munera amicitiae, a c. di R. Barcellona e T. Sardella, Soveria, Mannelli 2003, pp. 265-81.

[45] Sofocle, Trachinie vv. 9-14, trad. A. Rodighiero.

[46] Per un recente commento, v. S. Fornaro, Miti tragici e filosofi teatrali: l'orazione LX 'Nesso o Deianira' di Dione Crisostomo, «Sandalion» 26-28 (2003-5), pp. 127-13.
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