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Indice

Tema n.8:

Narrazione letteraria e narrazione storica:
periodi, epoche e percorsi tra verità e immaginario

Il dibattito intorno alla periodizzazione letteraria / La prospettiva degli umanisti / L’orizzonte giuridico / Storia e narrazione: il caso di Machiavelli / Narrare la storia letteraria / Dentro una prospettiva europea / Periodizzazioni del Novecento letterario / La rivoluzione informatica / Il concetto di “generazione” / Periodizzazioni complesse / Periodizzaizone e storia letterarie / Immaginario e interpretazione

Il dibattito intorno alla periodizzazione letteraria


Il problema della periodizzazione letteraria si lega a quello della più generale periodizzazione storica. Discorso letterario e discorso storiografico si intrecciano anche dal punto di vista metodologico: come porsi di fronte ai "fatti" da narrare? Sono essi un referente oggettivamente rilevabile o sono essi stessi elaborazioni del discorso in un rimando infinito di possibili interpretazioni e manipolazioni? Non è parallelo tutto ciò al lavoro del filologo intento a ricostruire la “verità” possibile del testo originario? Le scansioni dei periodi storici si attagliano a una realtà o sono prodotti dei sistemi retorici che governano l'arte della parola? E infine quale retorica è pertinente per chi si avventuri sul terreno storiografico, letterario, politico, economico che sia?
Queste domande hanno tormentato il dibattito teorico di gran parte del Novecento ma si sono accentuate soprattutto negli ultimi decenni. Di recente le ha riproposte lo storico Carlo Ginzburg (Rapporti di forza. Storia, retorica, prova), ma erano già implicite in importanti studi di Umberto Eco (I limiti dell’interpretazione). Avevano provocato un ricco dibattito tra teorici della letteratura e storici della storiografia già negli anni Settanta e Ottanta. Non a caso alcune stimolanti proposte erano nate proprio tra gli studiosi che si occupavano di pensiero letterario e storiografico rinascimentale: e chi scrive, lavorando al Machiavelli storico, ne aveva a suo tempo tratto varie suggestioni (Ricerche sul Machiavelli storico).


La prospettiva degli umanisti


In effetti gli umanisti avevano posto al centro del loro dibattito temi oggi scottanti: il valore delle periodizzazioni, il rapporto tra discorso e verità, il senso ultimo dell'arte retorica. In sostanza la parola, il discorso retoricamente organizzato erano da considerarsi ornato e abbellimento (una linea fatta ascendere a Cicerone) oppure erano strumenti comunicativi (la metafora innanzitutto), ermeneuticamente tesi alla ritraduzione della verità (la linea di Aristotele e Quintiliano rilanciata nel Quattrocento da Lorenzo Valla, Flavio Biondo, Angelo Poliziano, Ermolao Barbaro e poi appunto intessuta alle grandi intraprese di Machiavelli e Guicciardini)?
Per Lorenzo Valla, il grande umanista quattrocentesco, cosi come è evidente anche dall'unica sua opera storiografica, dedicata agli Aragonesi, la storia è il terreno unificante di tutte le conoscenze: il suo studio è la condizione essenziale per una verifica davvero integrale sull'uomo e sul suo comportamento. La veritas, la ricostruzione dei fatti, deve essere il contenuto primo di ogni narrare storico: come Aristotele, come Tucidide (che per primo Valla tradusse dal greco in latino), come Quintiliano il problema della verità storica, dell'imparzialità, del testimone e del suo "punto di vista", il problema aristotelico della "prova" divengono per Valla i temi del racconto storico. E nella sua opera maggiore di filologia e storia della lingua latina, le Elegantiae, tali questioni sono ribadite anche per l'ambito letterario. Questi affondi consentono agli umanisti di sceverare una partizione in epoche della storia, verificata alla luce di riscontri puntuali, filologici, linguistici e storici, tra epoca classica ed epoca successiva, l'evo di mezzo. Gli umanisti fiorentini, a cominciare da Leonardo Bruni, drammatizzano ulteriormente questa esigenza periodizzante, analizzando il percorso tormentato della loro città e da quello traendo spunto per scansioni che divengono anche ideologiche (il repubblicanesimo di Firenze come erede della repubblica romana cosi come narrata dall'amato Tito Livio).


L’orizzonte giuridico


Ci siamo soffermati con qualche ampiezza sulle posizioni degli umanisti perché è proprio nel cuore della loro riflessione che si va costituendo con forza non solo il moderno pensiero periodizzante ma anche un'esemplare disamina sui rapporti tra verità storica e racconto, arte della parola.
Tale complesso viluppo di questioni si colloca anche al cuore della tradizione giuridica rinascimentale cinquecentesca francese e inglese: quale forma dare alle scritture giuridiche e alle sentenze? Si accese infatti una intensa polemica sui lenocini eccessivi e fumosi del vecchio stile giuridico per celebrare in contrasto la brevitas come dispositivo indispensabile a dar conto della verità e della giustizia nella ricostruzione dei fatti. Essere brevi, al limite dell’aforisma, vuol dire andare al cuore della verità , compito supremo di giudici e avvocati cui non dovrebbe appartenere la lingua ampollosa e mistificatoria: l’esito di questo dibattito precipuo del grande umanesimo giuridico europeo ebbe rilevanza enorme nel sistema giudiziario anglosassone e specie statunitense, forgiando su queste regole anche il miglior ceto politico (si vedano in proposito i recenti discorsi di Barack Obama ricchi tanto di suggestioni umanistiche quanto di incisività retorica del tipo ora detto) . Tutto l’opposto di quanto accadrà in Italia dove l’esito dell’oratoria forense sarà fin dal Seicento sostanzialmente inficiato, come in Spagna del resto, da procedure retoriche spesso mistificanti e farraginose, come magistralmente ebbero già a denunciare soprattutto Beccaria e Manzoni.


Storia e narrazione: il caso di Machiavelli


E’ perciò ovvio che tali problemi divengano essenziali anche per gli studiosi di letteratura: la tradizionale scansione per secoli si intreccia con quella per epoche e al tempo stesso, ponendosi da certi punti di vista, si possono individuare scansioni altre, periodizzazioni precipue di certi tragitti culturali. Diviene allora essenziale definire la partitura della storia letteraria affinando le esigenze di ricostruzione filologica di testi ed eventi con l’etica di una responsabile interpretazione critica ed ermeneutica e in simmetria coi procedimenti storiografici e giuridici di cui dicevamo. Vi è insomma un delicatissimo intreccio tra esigenze del narratore-critico e crescente acquisizione di nuova documentazione: ad esempio, parlando di circolazione e fruizione dei testi possiamo constatare che questa prospettiva può alterare periodizzazioni consolidate e aprire lo spartito a più "lunghe durate". Non vengono meno certi referenti ma altri si dispongono con più evidenza nella tavolozza narrativa: c'è insomma una retorica del racconto storico, intrinseca alla stessa storiografia letteraria, che va presa in considerazione, una sorta di "retorica della verità”. Tale procedura, di là dai referenti classici che già citavamo, ha un precedente fondamentale nel Machiavelli storico. Le sue Istorie fiorentine si aprono infatti in modo inequivoco: l'intrinseca debolezza dell'Impero romano per Machiavelli è solo l' occasione che porta i barbari a prendere il posto di Roma nel dominio dell'Occidente.
La causa profonda, di cui tutto il resto è inevitabile conseguenza, risiede nell'immensa potenzialità espansiva che le naturali migrazioni periodiche di popoli hanno di per sé. Le Istorie si aprono in chiave naturalistica, consentendo a Machiavelli di porre il problema del crollo romano e delle conseguenti periodizzazioni che ne sono seguite, fuori da pregiudizi ideologici o moralistici, come oggettiva conseguenza di naturali fenomeni demografici e migratori. La sequenzialità narrativa di tipo "verticale" conduce alla "natura" e rende perentorio il processo esplicativo e narrativo, fondando di per sé scansioni, fratture e continuità.


“Funzionalità” della narrazione storica


Nel momento in cui, nelle narrazioni storiche (e di storiografia letteraria), i legami causali acquistano una tale preminenza, quasi da tessuto connettivo tra pagina e pagina, il problema della esposizione dei fatti secondo un certo ordine diviene il problema per eccellenza, cui tutto il resto va ricondotto. Se vogliamo seguire la terminologia retorica, dovremo dire che la dispositio (criteri di esposizione) assume un rilievo più determinante rispetto all' inventio (creazione) e all'elocutio (bello stile). Machiavelli è fra i primi storici in cui la funzionalità dell'ordine espositivo diviene l'elemento portante dell'intera sequenza storiografica. Egli ci libera, infatti, dai vincoli annalistici o dei secoli (pure cosi ancora rilevanti oggi nella periodizzazione letteraria di tipo manualistico-scolastico) e configura un'esposizione funzionale agli elementi oggettivi che intende portare in primo piano e che difficilmente potrebbero iscriversi nelle tradizionali maglie cronologiche "a calendario". Tra un modello che tende a privilegiare brevitas e celeritas e un'ansia enciclopedica di totalità (oggi di nuovo in auge nel lessico semiotico e con il deflagrare informatico di banche dati, siti, portali ecc.), Machiavelli preferisce, portando alle estreme conseguenze le prospettive in parte dischiuse da un Valla o da un Bruni, articolare la durata narrativa (e perciò le periodizzazioni conseguenti) delle singole fasi storiche in funzione del rilievo che esse hanno alla luce del presente che le osserva. Ad esempio, nell'analisi del periodo medievale, Machiavelli non desume più il referente dal fluire cronologico del tempo in sé ma dai processi che hanno attraversato il tempo stesso caratterizzandolo e definendolo a diversi livelli e con diverse modalità, secondo che l'ottica sia europea, italiana o fiorentina.
Il passato medievale, in altre parole, non è per Machiavelli un insieme indistinto che tutto possa contenere ma è una sommatoria articolata di cicli e di processi da mettere in luce nelle specifiche e settoriali peculiarità. Di qui l'esposizione di durate e periodizzazioni diverse per la storia fiorentina e per quella europea, collocate anche in due libri distinti (i primi due delle Istorie). Le puntuali digressioni narrative che, fin dai primi due libri, Machiavelli effettua dall'epoca medievale fino al Quattrocento, riferendo questo a quella, sono la premessa per inquadrare la crisi italiana dei suoi tempi, crisi da collocarsi in sequenze che a loro volta violano altre periodizzazioni e, attraverso "scorci" arditi, consentono la piena illuminazione delle "lunghe durate", diremmo oggi.


Narrare la storia letteraria


La messa in campo del "modello-Machiavelli" ci consente così di introdurre altri elementi fondamentali che si pongono di fronte a colui che voglia narrare la letteratura, scandendone tempi e durate: ovvero la geografia dei fenomeni culturali nell'intreccio con la loro storia (per questo è sempre fondante il grande libro di Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana) e l'impatto, la collisione di durate diverse specie quando dal presente si voglia ripercorrere un passato (la tradizione e l'innovazione). Temi, questi ultimi, dirompenti, oggi che con tanta enfasi si è posto l'accento, nei percorsi disciplinari e nei programmi scolastici, sul Novecento, ovvero su uno studio più accurato dell'epoca a noi vicina, contemporanea e tanto più comprensibile se rapportata ai fenomeni che l'hanno preceduta nelle brevi e lunghe durate. Sicché la stessa periodizzazione della letteratura del Novecento (come gli storici sanno bene per la storia dell'epoca contemporanea) è problematica e irresolubile senza usare qualche dispositivo retorico ed ermeneutico insieme, desunto a partire dal modello umanistico e da quello machiavelliano, cui appunto facevamo riferimento non a caso con ampiezza.
Quando la letteratura italiana in volgare prende piede in Piemonte (soprattutto dal Settecento con Alfieri e poi in modo costante e crescente nei secoli successivi) da secoli Firenze conosceva esperienze letterarie in volgare, fondamentali per la letteratura europea e istitutive della stessa lingua italiana moderna (Dante, Petrarca, Boccaccio ecc.). È un esempio eclatante di come la periodizzazione letteraria non possa essere generica e universale ma debba tener conto di ineludibili peculiarità geografiche. Le durate proprie della tradizione piemontese hanno dinamiche diverse da quelle toscane.
Altrettanto significativo è l'intreccio tra geografia e generi letterari: si pensi alla durata ininterrotta tra medioevo e rinascimento di molta produzione cavalleresca nell'area padana orbitante tra Veneto e Ferrara oppure alla mappa di rinascita del genere teatrale, nel Cinquecento, dopo la reinvenzione ariostesca, presso alcune particolari realtà urbane (Ferrara, Mantova, Venezia, Firenze, Siena, Roma).


Dentro una prospettiva europea


Ma la questione diventa ancora più dirompente se dalla nostra penisola decidiamo di collocarci in un'ottica europea. Il secolo della cultura barocca coincide per le grandi nazioni, Inghilterra, Francia e Spagna, con il secolo della rifondazione globale di culture, letterature, lingue loro proprie (basti elencare pochi nomi esemplari, Shakespeare, Corneille, Racine, Moliére, Lope de Vega, Calderòn de la Barca ecc.) mentre in Italia i fatti letterari conoscono una sorta di ripiegamento rispetto ai periodi precedenti e vi si inaugura però, con Galilei, una serie nuova ovvero l'inizio della scienza moderna e della sua inedita periodizzazione. Per non parlare dell'epoca romantica, la cui durata già all'interno del Settecento o fin nel pieno Ottocento è definibile a partire da "mappe" ben diversificate del fenomeno: mondo tedesco e inglese, Francia, Italia, Spagna. Insomma una periodizzazione dell'epoca romantica non può prescindere dalla geografia stessa di quel fenomeno. Il referente letterario, per riprendere ciò che si diceva all'inizio, non è labile e sfuggente ma come già ben videro Valla e Machiavelli va allogato entro coordinate verificabili, non falsificabili, ricche di sfaccettature, tali da cogliere tutta la complessità delle storie culturali che vi sono sottese. Tutto ciò vale, come già si accennava, anche nel momento in cui ci si voglia accostare ai nostri tempi. È esploso infatti in Italia negli ultimi anni il dibattito sulla necessità, in ogni ambito disciplinare, di far studiare nei vari ordini scolastici più a fondo la storia contemporanea, ovvero le vicende novecentesche. II dibattito ha una sua legittimità e lo spostamento del fuoco didattico sulla cultura contemporanea appare necessario e urgente per dotare gli studenti della strumentazione idonea a comprendere la realtà in cui vivono. Il dibattito è stato però viziato da due limiti non piccoli: l'illusione che lo spostamento in avanti del baricentro cronologico sia di per sé portatore di innovazione a prescindere dalla professionalità pedagogica (un bravo docente di greco, parlando di Tucidide o Aristotele, può dotare gli allievi di fondamentali strumenti ermeneutici per comprendere il lessico politico contemporaneo, ad esempio, più di quanto un cattivo professore di storia possa fare trattando dei tempi vicini). In secondo luogo va annoverato l'altro limite, che qui più ci riguarda: l'incertezza e la labilità che ancora operano tra gli storici, i letterati, i filosofi sull'effettiva periodizzazione dell'epoca novecentesca. Problema spinosissimo che gli stessi storici hanno affrontato in modo opposto: o enfatizzando, nel Novecento, il secolo “breve” o delineando una mappa ampia, con radici ottocentesche, di fenomeni che sarebbero per certi versi ancora in corso.
Altrettanto stanno operando in Italia gli studiosi di letteratura: a una tradizionale segmentazione descrittiva del Novecento tipica di trattazioni degli anni settanta (decadentismo, avanguardie, letteratura tra le due guerre, il neorealismo, lo sperimentalismo, ecc.), tesa quasi a moltiplicare all'infinito "i novecenti" oggi si preferisce contrapporre (Asor Rosa) una lettura molto "sincopata" del secolo.


Periodizzazioni del Novecento letterario


Il Novecento, per Asor Rosa, appunto sarebbe una fase letteraria che si consuma tutta con la generazione della grande letteratura "borghese" dei Proust, dei Mann, dei Rilke, dei Kafka. Seguirebbe un'epoca centrifuga e difficilmente descrivibile, altra dalla compatta identità del primo Novecento, che per comodità oggi, quasi per esclusione, tendiamo a definire "postmoderna" o "neobarocca", e che stiamo tuttora percorrendo, senza ben ancora coglierne valenze e orizzonti.
Chi poi studia la poesia italiana, erede peraltro di una tradizione lirica di ascendenza petrarchesca di lunga durata, tende piuttosto a coglierne una fase di svolta negli anni sessanta e settanta del Novecento. Anni in cui programmaticamente audaci sperimentatori ambiscono contrapporsi alla tradizione precedente o in chiave fortemente ideologica (Sanguineti soprattutto) o in chiave più interna allo straniamento del poeta-allocutore (Zanzotto). Comunque tutti restano in cimento sulla lingua italiana, sui codici e sottocodici connessi, sui dialetti, in un impasto del tutto inedito per gli spartiti della nostra poesia e in fertile dialogo con la grande sperimentazione inglese del Novecento da Eliot a Pound (e poi non a caso con il Dante "plurilinguista" di Contini, una volta rotti gli argini della linea petrarchesca).
Oppure si pensi, per il XX secolo e per i nostri tempi, al ruolo dirompente che il cinema ha svolto e svolge in profonda correlazione con la storia letteraria: una periodizzazione del Novecento non potrebbe prescindere forse da scansioni che si connettano direttamente alle tappe del cinema (si pensi alla stagione del neorealismo o a quella dei filoni immaginari contemporanei, dal fantastico, al favolistico sentimentale, al giallo, all'horror e cosi via).Oppure si pensi alle sequenze narrative, fra loro interrelate, di una sorta di nuovo realismo, come s’usa chiamarlo, spesso a evidente impatto civile, che attraversa generi letterari, generi cinematografici e serie televisive. Ma il discorso ci porterebbe molto lontano.
Altri, con nettezza, pone all'origine di ogni "svolta" l'evento tragico del secolo, la sua frattura più orribile e autentica, l'Olocausto. Esso è il segno, fattuale e inconfutabile, veritas senza discussione, che marchia il Novecento rispetto a tutto ciò che segue e che non può più essere simile a prima.
La generazione che ha conosciuto Hiroshima e l'Olocausto non può più essere come le altre. Pochi anni producono una svolta generazionale senza precedenti.
Sembrerebbe quasi che la frattura dell'Olocausto e della Bomba sia stata tale da tracimare di là dalle periodizzazioni novecentesche per imporsi come frattura ancora più "epocale".
La periodizzazione letteraria, in questo caso, fa i conti con un fatto extraletterario cosi terribile e totale da imporsi come periodizzante per la stessa letteratura, persino all'interno della vita dei singoli autori (Montale, Primo Levi, Fenoglio, solo a citare qualche esempio italiano).


La rivoluzione informatica


Se poi leghiamo, come è giusto metodologicamente, i fatti letterari ai più generali fatti comunicativi, non v'e dubbio che, in questo scorcio di secolo e in apertura del nuovo millennio, stiamo assistendo a una rivoluzione tecnologica-informatica che, in modo simile a quanto accadde nel XV secolo con l'invenzione della stampa (una «rivoluzione inavvertita» la definì una studiosa americana), cambierà certamente le procedure e le tassonomie dei saperi e della letteratura fra essi. Una frattura periodizzante, insomma, si sta imponendo nel momento stesso in cui viviamo. E forse non a caso preceduta, nei decenni scorsi, da un fertile dibattito sul problema della comunicazione, del segno, dell'interpretazione, in altre parole sui nessi tra semiotica (e semiosi) e letteratura. Questioni tutte splendidamente messe in campo da Italo Calvino fin dagli anni Ottanta sia nel suo romanzo "dalla parte del lettore", Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) sia nelle sue postume e decisive Lezioni americane, in cui, prefigurando i percorsi della letteratura per il Terzo Millennio, nei fatti periodizza il Novecento, proprio sul terreno delle fratture che ricordavamo ma anche di specificità imprevedibili ("leggerezza", "esattezza" ecc.), che la tradizione letteraria ci ha consegnato e che si collocano come nuove marche riconoscitive (quasi frames o "sceneggiature" del futuro) del fare letterario.


Il concetto di “generazione”


Per quanto finora detto emerge con chiarezza che anche nelle periodizzazioni letterarie il fattore generazionale è di particolare rilevanza, come del resto ogni fattore antropologico. Il dato culturale e antropologico infatti si condensa intorno al concetto di generazione.
Per gli storici le generazioni standard si misurano ogni venticinque anni circa. Un criterio simile si può assumere anche in campo letterario, con un'avvertenza: più che un fatto quantitativo (quante generazioni, che so, ci separano da Manzoni) è importante rimarcare il dato qualitativo. Ovvero quanto abbiano pesato, in certi periodi, certe generazioni, come certe fratture culturali siano da ricondursi a conflitti generazionali, come le generazioni siano segnate da eventi particolari (si diceva prima dell'Olocausto, ad esempio).
Si pensi alla generazione di giovani poeti e intellettuali, fra loro anche amici, che nella Firenze del Duecento (Dante, Lapo Gianni, Guido Cavalcanti ecc.) non solo creò un modo nuovo di fare letteratura, il "dolce stilnovo" appunto, ma operò una vera e propria audace revisione del concetto di "gentilezza" ovvero di aristocrazia, rompendo con le consuetudini delle generazioni medievali precedenti. Oppure si pensi alle generazioni "romantiche" che tra Sette e Ottocento rivisitarono completamente ogni ambito del sapere, spesso contrapponendo la loro infelice e titanica giovinezza al conformismo e all'ipocrisia degli anziani (quante storie amorose, tra verità e finzione letteraria, si giocarono su questo crinale!).
Le stesse fratture del Novecento, come si è visto, si sono aperte sul confine di generazioni diverse oppure sul complesso intreccio di molte generazioni: si pensi alla longevità di un Montale o di un Moravia o di un Luzi, che attraversano, con la loro parabola esistenziale, più generazioni, spesso non in rottura con esse ma come rinnovati maestri di varie stagioni di giovani poeti e scrittori. Nel concetto di rapporto o conflitto generazionale è iscritto, del resto, anche quello di maestro-allievi, che in certi casi esemplifica in modo perfetto l'intreccio conflittuale fra tradizione e innovazione, altro modo per sillabare una possibile periodizzazione.


Periodizzazioni complesse


Ciò che abbiamo affermato fino ad ora pone la questione della periodizzazione letterario all'interno di un più generale clima culturale ed epistemologico oggi particolarmente avvertito. Già Eco (in Semiotica e filosofia del linguaggio) ha avuto modo, partendo dalla semiotica e da importanti studi soprattutto di Pierce e di Hjelmslev, di sottolineare nel fatto comunicativo e nel segno, che vi sta al centro, il ruolo rilevante dell'atto interpretativo, soggetto a pluralità inimmaginabili di varianti. Tale pluralità va configurando uno spartito enciclopedico "orizzontale" o "aperto", a rizoma (albero, radice a sviluppo orizzontale) o a mappa, in cui i percorsi non sono rigidamente verticali o chiusi, ma variabili in direzioni complesse e tutt'altro che univoche.
Ciò non impedisce configurazioni di "enciclopedie locali" limitate e pertinenti su piani specifici (il "dizionario") e funzionali agli atti comunicativi di settore.
Tradotto in termini di periodizzazione letteraria si potrebbe dire che se, come si è visto, permane un'utilità didattica e settoriale delle tradizionali partiture "a calendario", è indubitabile che gli ultimi accenni ci abbiano fatto intravvedere la possibilità di periodizzazioni complesse, fatte di mappe plurime e di attraversamenti, a più fuochi e "intertestuali", della letteratura e della sua storia.
Se il sigillo epistemologico e metodologico dei nostri tempi sta collocato tra spartiti al crinale della complessità, della pluralità, della rete enciclopedica, della "mappa", certo il tema della periodizzazione letteraria non vi si sottrae, come si è visto.


Periodizzaizone e storia letterarie


Il respiro di una storia letteraria si lega in definitiva a un respiro narrativo proprio e a dispositivi retorici atti a darne conto. La periodizzazione introduce soste e pause, articolazioni, estensioni: è come il ritmo del respiro narrante. Ciò vuol dire che è plurimo il registro stilistico e retorico che vi presiede.
La periodizzazione in letteratura ha assunto un particolare significato quando grandi storie letterarie ne hanno fatto il perno della loro architettura fino ad influenzare anche la manualistica più corrente.
La disposizione degli eventi (la dispositio) ha un ruolo preminente perché in questo procedere spesso la scansione periodizzante enfatizza o condensa o ricolloca opere, testi, generazioni attraverso un'abile strategia espositiva, almeno a stare agli esempi migliori (da Tiraboschi a De Sanctis, a Sapegno, alle letterature collettive edite da Garzanti, Laterza, Einaudi ecc.).
Scandire per periodi un'epoca o più epoche consente per un verso una forte "drammatizzazione" del testo narrante, enfatizzando la plurivocità di un percorso, e per l'altro ne certifica una sorta di "verità", asseverando la storia della letteratura coi "fatti" che la caratterizzano e che gli accorgimenti retorici fanno risaltare. Uno stile "asseverativo/espositivo" si alterna cosi, in genere, nelle storie letterarie, ai "discorsi" soggettivi dell'interprete, alle sue valutazioni, al presente che legge il passato, scandendone un percorso che è comprensibile solo collocandosi in tale prospettiva biunivoca e intertestuale fra tradizione e innovazione, fra antico/classico e moderno.


Immaginario e interpretazione


Né é da scordare poi che una storia letteraria e una sua periodizzazione debbono oggi sempre più tener conto dei nessi con quell'insieme che suole definirsi come "immaginario". In una ricostruzione dei periodi che hanno segnato il viaggio della letteratura, il tratto non può essere solo estetico o affidato a una sorta di funzionalità testuale e linguistica: occorre varcare la soglia del fantastico, dell'orrido, del meraviglioso, di cui ampiamente le forme d'arte moderne (e non solo) si nutrono. Nel narrare periodizzante possono cosi far breccia ulteriori suggestioni, all'incrocio di più generi, di più temi, di più pubblici. La letteratura, vista con gli occhiali dell'immaginario, può coniugare Ariosto con film di fantascienza, personaggi "neri" del Decameron con la nascita della letteratura tenebrosa anglosassone, la favolistica a lieto fine (archetipo esemplare, Cenerentola) con un'infinità di "improbabili" filoni "rosa" moderni (anche filmici): in tutti i casi, fenomeni di grande impatto sui pubblici antichi e moderni. E già è noto come la ricezione stessa sia un'angolatura particolarmente interessante per ripensare le periodizzazioni.
In ultima istanza "periodizzare" vuol dire "interpretare": l'atto interpretativo si misura con il presente e lo legge con occhiali a varia focalità. Vi è quindi un'evidente correlazione tra l'impianto generale di una storia letteraria da un lato e i supporti argomentativo-retorici dall'altro: essi riprendono, fin nelle più complesse periodizzazioni, come nel narrare storiografico o come nelle ricostruzioni filologiche ad ampio respiro, il senso delle grandi linee interpretative generali. Nessuna contrapposizione tra scienza e retorica si dà se l'intento periodizzante si colloca nell'equilibrato rigore della disposizione del materiale da narrare, nella ripresa costante dei nessi consequenziali, nella messa in evidenza dei punti delle "mappe" che si vogliono correlare in sequenze.
E’ certo finita l'epoca delle periodizzazioni totalizzanti e perentorie, l'ultimo baluardo delle quali si addensa intorno al simulacro dei "secoli" (il Duecento, il Trecento, ecc.). Altro va messo in campo: l'abito del periodizzare si connette infatti strettamente con quello dell'interpretare. Molteplici sono le "sceneggiature" possibili della storia letteraria, le "stringhe" percepibili dall'occhio più o meno esperto dell'interpres (l’“interprete"- commentatore di umanistica memoria apparentato col giurista glossatore del diritto romano): i periodi ne esaltano le relazioni e il passato ci parla da tribune meno drappeggiate, addensandosi intorno a incroci e snodi (il rizoma, la mappa) più che a paludati confini.

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