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Indice

Tema n.8:

La scrittura come malattia
Intervista di Irene Palladini

Raul Montanari ha pubblicato nove romanzi: La perfezione (Feltrinelli, 1994, 1996, 2006), Sei tu l'assassino (Marcos y Marcos, 1997), Dio ti sta sognando (Marcos y Marcos 1998), e, per Baldini Castoldi Dalai, Che cosa hai fatto (2001, 2004, 2009), Il buio divora la strada (2002), Chiudi gli occhi (2004, 2005), La verità bugiarda (2005), L’esistenza di dio (2006, 2008), La prima notte (2008); inoltre le raccolte di racconti Un bacio al mondo (Rizzoli, 1998) e È di moda la morte (Perrone, 2007). Molti suoi racconti, articoli e saggi sono usciti in antologie, e sui maggiori quotidiani e periodici italiani.
Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto la fortunata raccolta di poesie Nelle galassie oggi come oggi. Covers (Einaudi, 2001). Ha curato le antologie Il ’68 di chi non c’era (ancora) (Rizzoli, 1998), Onda lunga (Archivi del ‘900, 2002) e Incubi. Nuovo horror italiano (Baldini Castoldi Dalai, 2007).
Ha tradotto per le scene Doppio Sogno di Schnitzler (Teatro Stabile di Firenze, 2000) e il Macbeth di Shakespeare (Teatro Stabile di Torino, 2007), e scritto l’atto unico Incubi e Amore per la rassegna Maratona di Milano (2000 e 2001). Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne (Sofocle, Seneca, Poe, Wilde, Borges, Styron, Greene, P. Roth, Brink, C. McCarthy fra gli altri).
Ha sceneggiato il film Tartarughe dal becco d’ascia di Antonio Syxty (Out Off, 2000). Per il progetto radiofonico Ricuore ha riscritto La piccola vedetta lombarda (Radiorai3, 2001).
Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 un corso di scrittura creativa strutturato su più livelli. Gira l’Italia tenendo conferenze e reading. Interviene in televisione principalmente sulla Rai, La7 e SkyTv.

Ne La perfezione Adriana ricorda la sua infanzia come una metamorfosi rapida, brusca, alla quale faticosamente abituarsi nel corso degli anni: “ora dunque le gambe erano lunghe, tornite, e questo era stato il primo stadio della trasformazione”. E Irene racconta “Io sono sicura, dico sicura, che quella bambina che piangeva e chiedeva di entrare me la porterò dentro per sempre. Quella sono io: una bambina allegra e poi subito spaventata, chiusa fuori dal mondo” (La prima notte). La metamorfosi dell’identità e della crescita: “forse non è senza un prezzo salato diventare grande…” (F. Guccini).
Avrei due risposte. La prima è che le donne crescono, gli uomini no. Non esiste maschio che non porti con sé la sensazione che il proprio Io si sia formato una volta per sempre in una breve stagione della vita che, a seconda dei casi, varia fra gli 8-10 e 15-16 anni. Cresci e cambi esteriormente, ma tu sei sempre quello. Non esiste emblema della maschilità più struggente del protagonista di Quarto potere: un uomo che vive un’avventura esistenziale degna di un grande condottiero e che muore mormorando: “Rosebud” – il nome della slitta con cui giocava da bambino, quando vennero a prenderlo nella sua casa innevata e lo costrinsero alla grandezza.
La seconda osservazione è che l’orrore nasce dalla percezione della trasformazione fisica. Il senso dell’orrore, distinto sia dalla paura che dalla ripugnanza, si fissa a un’età che coincide con i grandi cambiamenti del corpo. L’orrore nasce dall’infrazione delle costanti di natura, in senso sincronico (due occhi senza iridi come quelli di Rigoletto nell’Esistenza di dio, per esempio) o diacronico (i morti che si mescolano coi vivi, superando la barriera temporale che separa queste due stagioni dell’esistenza umana). È facilissimo spaventare un bambino di tre anni: basta battere forte con la mano sul tavolo e lui scoppierà in lacrime. Mostragli il volto di un mostro e sarà incuriosito o, di nuovo, spaventato, ma non inorridito.


In Dio ti sta sognando si legge “Certo, la cosa migliore sarebbe vivere da animale. Anzi: essere un animale. Mangiare, dormire, riprodursi. E pisciare, naturalmente. Semplice, no? Ma noi ci siamo stati spinti troppo in là, e non siamo più animali come gli altri. Siamo animali imperfetti, gli unici che pensano alla morte. La differenza sta tutta qui, e non è poco”. O forse è nell’amore che si realizza la sola metamorfosi possibile: “siamo bloccati in una presa stranissima, simmetrica, e probabilmente a vederci dall’alto sembreremmo una specie di granchio a due teste” (La prima notte). Dell’uomo e della metamorfosi (regressiva?) in bestia.
Thomas Mann: “A noi non è concesso innalzarci, ci è concesso solo imbestiarci”. L’aspetto animale del rapporto sessuale realizza il corto circuito fra eros e thanatos: ci rende per pochi momenti immortali, cioè inconsapevoli di dover morire. Subito dopo l’orgasmo subentra la sensazione che Plinio descrive così: “Post coitum omne animal triste”; la malinconia del ritorno alla mortalità, sotto la specie del ritorno all’umanità.

Astrea (Dio ti sta sognando) intraprende il suo onirico voyage au bout de la nuit nelle allucinazioni rivelatrici della morfina e nella sofferenza della malattia terminale. Le metamorfosi della malattia ai confini tra realtà e sogno (e della scrittura come malattia?).
La malattia è l’occasione di vedere la vita da una prospettiva diversa. Le regole del mondo cambiano, esattamente come accade nel sogno, il cui linguaggio agisce per condensazione e spostamento. Il tempo della malattia è un tempo condensato: lentissimo da vivere, si schiaccia poi nella memoria, come accade sempre quando ripensiamo a periodi della nostra vita poveri di eventi, di azione. E le regole della vita vengono sovvertite per spostamento. Come nel sogno possiamo provare sgomento davanti a una matita, oggetto in sé insignificante che però in quel momento si carica di valenze simboliche, così nella malattia affrontiamo con indifferenza stati della corporeità che ci sconvolgerebbero in circostanze normali, e siamo spaventati da situazioni che invece di solito non ci turbano.
Certo che la scrittura è una malattia. Io sto male quando scrivo, per questo scrivo molto in fretta.


In Dio ti sta sognando scrivi: “La maggior parte della gente vede la realtà attraverso filtri e prismi deformanti, occhiali invisibili che modificano ciò che è, ciò che è stato, secondo i gusti, le paure, le voglie di ciascuno”. E io, citando De Andrè, penso a noi come “ mendicanti di vista, / mercanti di luce (…)”. Siamo spacciatori di lenti “per improvvisare occhi contenti,/ perché le pupille abituate a copiare/ inventino mondi sui quali guardare”. Non sappiamo che farcene di occhi normali, occhi da sognare e inventare le realtà. Delle metamorfosi infinite dello sguardo.
Lo sguardo è l’unica cosa che esiste. Ci aggiriamo nel labirinto dei fenomeni, delle superfici a cui siamo sensibili, e il noumeno ci sfugge. La fisica quantistica: lo sguardo dell’osservatore modifica l’oggetto (ma già la teoria della parallasse, in sé piuttosto semplice, diceva la stessa cosa). Robbe-Grillet immagina nella Gelosia un mondo in cui la gerarchia dello sguardo viene decostruita: mentre i nostri occhi sono attratti istintivamente, in qualsiasi ambiente, dall’elemento umano, e dunque gerarchizzano gli oggetti di osservazione secondo assiologie antropocentriche, lui descrive un universo in cui l’occhio del narratore inquadra con la stessa indifferenza o la stessa attenzione tavoli, pareti, donne, finestre, gatti.
Molti dei miei personaggi vivono per guardare.

Il lago: da La perfezione a Chiudi gli occhi sulla sua superficie non è scritto nulla, “se non i pensieri di chi lo guardava in quel momento” (La perfezione). E, forse, solo le nostre storie, e i destini decisi, da sempre. Le metamorfosi del paesaggio (dell’anima?).
Il lago è lo specchio oscuro, una metafora meravigliosa dell’inconscio, il pozzo nero in cui si sono depositati negli anni i sogni inconfessabili, i desideri abietti, i rimorsi, i ricordi. Così diverso dall’acqua verde e cordiale del mare, con la sua stupida immensità. Tiziano Scarpa definì La perfezione “un paesaggio malato”. Quel romanzo, nel ’94, rompeva la tradizionale dicotomia che voleva la città regno della freddezza, della disumanizzazione dei rapporti e degli spazi, e la provincia vista invece come un pollaio grossolano ma verace, fatto di sudore, bonomia, sessualità ruspante. È il contrario. Nella benevola città possiamo nasconderci – io stesso non conosco i miei vicini di casa – mentre in provincia l’aria è tagliente, i contorni delle cose netti, la pressione sociale incalzante, e tutto è spaventosamente visibile. Un omosessuale in città vive un’esistenza quasi comoda, in provincia sta all’inferno.

“Improvvisamente il mondo diventa un gorgo di acqua sporca, e tu ti giri, giri in tondo mentre i compleanni si sgranano uno dopo l’altro e il buco dello scarico si avvicina” (I lupi). E perfetto sarebbe davvero, per il protagonista de La perfezione, invertire il corso del tempo. Delle stratificazioni metamorfiche del tempo.
Il tempo ha una regola talmente semplice che ci sfugge: va solo avanti. Come nel famoso monologo del Macbeth, che ho tradotto due anni fa per il Teatro Stabile di Torino:

Sarebbe dovuta morire, prima o poi.
Per questa parola, sarebbe arrivato il momento.
Domani e domani e domani
striscia pian piano, di giorno in giorno,
fino all’ultima sillaba del tempo che ci è dato,
e tutti i nostri ieri han solo fatto luce ad altri sciocchi come noi
sulla strada della morte e della polvere.
Sei corta, candela, allora spegniti! Spegniti.
La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore
che si agita sul palco e si sbraccia per un’ora,
e poi chi ne parla più? E’ una storia
raccontata da un idiota, piena di grida, piena di furia,
che non vuol dire niente.

La morte ci rende patetici. Senza la morte niente avrebbe significato: è questo il prezzo terribile della semiosi. In quello che scrivo parlo solo della morte.


“Si sgranano nella memoria interi rosari di immagini di questi cinque anni insieme, e sopra ogni cosa mi sento allargare da un senso di spreco” (L’altro capo del filo). Come “innumerevoli enormi ragnatele di rugiada grigia e tentennante (…) camminavo tra le ragnatele (…) come in un labirinto dalle pareti fragili e tremule” (La perfezione). Anche Alex ne Il buio divora la strada o Irene ne La prima notte si perdono nei fili tremuli di una memoria tutta insidie. Le metamorfosi della memoria (anche narrativa).
La memoria è una materia molle e la metafora della ragnatela è pertinente: scavi nella sabbia, ti muovi e rimani fermo. Nella mia scuola di scrittura creativa insegno, fra le altre cose, che tutti i personaggi hanno un passato che dev’essere perfettamente noto allo scrittore, non al lettore. La compattezza del mio personaggio nel presente poggia anche su questa impalcatura invisibile del suo passato, che ho definito nei minimi particolari. La memoria è spreco.
Sono stato ossessionato per anni dal titolo del primo libro di Ferdinand De Saussure: “Memoria sul sistema primitivo delle vocali nelle lingue indoeuropee”. Qui la parola “memoria” significa semplicemente saggio, dissertazione, nota; eppure come non metterla in relazione con quell’altra parola, “primitivo”?
Il mio sgomento: pensare che della mia morte non si darà, per me, memoria. Tutto verrà ingoiato in quell’istante, e non ricorderò di essere morto, né di essere stato vivo.


Nessuno parla nell’incubo di Francesco. Solo teste deformi, maschere mostruose, immerse nella tenebra. E, a capotavola, il padre, il cui volto è la maschera di un lupo. E su tutto la paura e la nostalgia di un futuro carico di promesse, come la luce dell’alba. Le metamorfosi dei nostri sogni /incubi.
La maggior parte delle cose che scrivo, soprattutto racconti brevi, hanno le caratteristiche di incubi a occhi aperti. Non tanto o soltanto per i contenuti destabilizzanti, ma perché il senso di realtà viene minato continuamente dalla percezione di una crepa, di uno strappo che lascia intravedere altro. Penso all’incredibile racconto di Kafka “Un sogno”, in cui un uomo che si avvia al cimitero dove troverà la sua stessa tomba vede, al di là del muro di cinta, delle bandiere che volano nell’aria e pensa che “gli sbandieratori dovevano essere molto allegri”: è la vita che continua, il mondo che fa a meno di te. I miei maestri sono stati, fra gli altri, i grandi stregoni del realismo magico di scuola anglogermanica, a cominciare dal precursore Poe per continuare con Stevenson, James, lo stesso Kafka (che scriveva in tedesco), Dürrenmatt.
Freud osserva che il sogno non inventa nulla, ma crea sintesi sorprendenti ridistribuendo elementi di realtà quotidiana: è una bellissima definizione della narrativa! Marianne Moore: “Dobbiamo mettere rospi veri dentro giardini immaginari”.


Dio ti sta sognando si conclude con una metamorfosi apocalittica: “e poi ancora un buio che non era buio ma colore del vuoto infinito, ma prima stelle lontane, come i lampioni del parco, luci tremanti, certo, e sterminate città fatte di stelle, cascate e fiumi di stelle e strade luminose di un cielo senza confini, ma poi solo buio e silenzio, buio e silenzio, e le pieghe immense del tempo richiuse infine come le pagine di un libro che finisce”. La metamorfosi come sola legge possibile nell’agonia dell’età estrema del mondo e, forse, della sua fine
Nel finale di quel libro lo sguardo del narratore e del lettore si solleva al di sopra del pathos che ha travolto le formiche umane nei loro affanni, nelle loro trame. La trasformazione è di natura etica: la proposta di un distacco, dopo l’immersione nell’odore asfissiante del troppo umano.
I narratologi dicono che senza trasformazione non c’è narrazione: ogni racconto parte da A e arriva a qualcosa che non è più A, o perché nel frattempo sono accaduti degli eventi, o perché il narratore ha dato al lettore informazioni tali per cui A, agli occhi del lettore stesso, è diventato diverso da ciò che gli era apparso all’inizio.
In “Pierre Menard, autore del Chisciotte”, Borges immagina che un uomo produca, per immedesimazione perfetta in Cervantes, alcune pagine identiche a quelle del Don Chisciotte; eppure il racconto prosegue con un’analisi comparativa di queste pagine (perfettamente uguali) e dimostra come le affermazioni che in esse sono contenute hanno cambiato radicalmente senso per il mutare del contesto storico, culturale e sociale in cui sono state scritte.
Se tu non cambi, cambia il mondo. In altre parole: se tu non cambi, il mondo ti cambia.

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